Archivio di Settembre, 2008

Persona ed economia

Venerdì, 26 Settembre, 2008

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di Flavio Felice 

L’economia è naturaliter per la persona perché nell’ambito di ciò che riguarda gli affari sociali non esiste che la persona. Tutto è riducibile ad essa: partito, classe, razza, corporation, nazione. Solo la persona agisce, solo la persona pensa, soffre, spera, gioisce, in defintiva, solo la persona sceglie; e l’economia è la scienza che tenta di risolvere i problemi relativi alle scelte allocative, in un mondo di risorse e conoscenze scarse.

Nel campo dell’umano tutto è riducible alla persona, dalle istituzioni più complesse – organizzazioni di uomini che cooperano (cum-petono) e concorrono (cum-corrono) – alla realizzazione di opere che, talvolta in maniera irriflessa, finiscono per trascendere nel tempo e nello spazio l’immediato ed il legittimo interesse di coloro che le hanno poste in essere, essendo il più delle volte il prodotto inintenzionale di azioni volontarie intenzionali.

Se l’economia, il discorso, l’analisi, la riflessione su di essa, non può che essere finalizzata alla persona: al suo bene ovvero al suo male e alla verità della sua unica ed irripetibile esistenza ovvero alla falsità e all’abrutimento che può giungere fino alla negazione ed al totale disprezzo della sua umanità, allora significa che la persona stessa non può fare a meno dell’economia, tanto della sua dimensione pratica (artistica) quanto della sua dimensione teorica (analitica).

La contingenza che contraddistingue la costituzione fisica e morale della persona umana, il suo essere ignorante e fallibile, imperfetto, ma perfettibile, fa dalla scienza – così come della pratica economica – uno strumento privilegiato di cooperazione, mediante il quale si attiva un processo di scoperta teso alla soluzione di umanissimi problemi allocativi. Sappiamo che, passando per la possibile conoscenza dei singoli piani personali, attraverso tentativi ed errori, da sempre le donne e gli uomini del nostro pianeta tentano di scoprire come allocare nel modo più razionale le risorse materiali ed immateriali necessariamente scarse. Scarse in termini di quantità disponibili e scarse in termini di conoscenza delle loro possibili allocazioni alternative. L’uomo necessita dell’analisi economica in quanto le sue conoscenze sono scarse e disperse e l’economia è per l’uomo in quanto si fonda sulla sua contingenza; in assenza della persona la riflessione economica d’un tratto evaporerebbe. I problemi economici sono i problemi posti dalla contingenza umana e non dalla sua pretesa ed inesistente onniscienza. Qualora l’economia potesse fare a meno dell’uomo significherebbe che i suoi assunti non sarebbero tesi alla soluzione di qualche problema, a questo punto non saremmo più di fronte ad una scienza, bensì avremmo a che fare con la pratica di qualche stravagante culto la cui liturgia si manifesterebbe nella soluzione di sofisticati esercizi matematici. È la stessa condizione umana, imperfetta ma perfettibile, che scongiura una simile deriva e restituisce all’economia la sua problematicità – dunque scientificità –, escludendo che la si possa ridurre ad un sofisticato esercizio – “gioco” – matematico; l’economia, al pari di ogni scienza, è interessata alla soluzione di problemi non di esercizi.  

Dunque, un’economia per l’uomo presume in primo luogo una prospettiva antropologica di tipo relazionale ed una prospettiva epistemologica di tipo personalistico. Se si esclude la persona o se si assume come meramente strumentale la sua presenza (un elemento noto di un’equazione il cui risultato, anch’esso noto, attende solo di essere confermato risolvendo l’esercizio matematico), se la si ignora fino a farla diventare marginale, le ragioni stesse della persona (la sua dignità, la sua unicità, la sua responsabilità e la sua creatività) saranno sostituite dalle ragioni delle organizzazioni (stato, classe, razza, partito) e la persona in carne ed ossa sarà sempre disarmata di fronte a chi vorrà sacrificarla sull’altare di “forze maggiori”: il destino della storia, la supriorità di una razza, la dittatura di una classe, il dominio di una nazione e multa exempla docent.

In realtà, tali forze non esistono se non nella mente, nella volontà e nella progettualità di quelle stesse persone che credono che una razza, una nazione, una classe o un partito possano e dunque debbano valere più di altri. Il che significa abdigare al primo e fondamentale assunto delle scienze sociali: agiscono solo le singole persone e loro sarà la responsabilità; persone associate in milioni di modi diversi per perseguire milioni di finalità diverse, ma la comprensione e la spiegazioni di tali organizzazioni e di simili finalità non potranno mai prescindere dalla realtà che ad agire saranno sempre e soltanto singole persone, a volte buone, a volte cattive, parafrasando Popper, speriamo ed operiamo affinché siano sempre più le prime che le seconde.

tratto da: pensarecristiano.org

Demografia e sviluppo. La grande crisi.

Lunedì, 22 Settembre, 2008

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di Ettore Gotti Tedeschi

Bisogna avere il coraggio di affermarlo:  la fragilità e la vulnerabilità della economia del mondo occidentale sono fortemente legate, se non conseguenti, alla crisi demografica iniziata trent’anni fa e che vide in breve tempo crollare il tasso di crescita della popolazione, da oltre il 7 per cento annuo a quasi zero. Questo crollo delle nascite ha provocato indirettamente una maggiore e più rigida spesa pubblica con la conseguente difficoltà a ridurre le tasse e direttamente una minore crescita della ricchezza finanziaria prodotta dal risparmio delle famiglie. Gli errori fatti nel tentativo di correggere gli squilibri provocati hanno poi peggiorato la situazione. Fino alle conseguenze, non sempre direttamente correlate fra loro, cui stiamo assistendo:  recessione, fallimenti e salvataggi, disoccupazione, crollo delle Borse.

L’attuale crisi occidentale viene definita stagflazione (stagnazione più inflazione) perché è contraddistinta da una crescita economica vicina allo zero per il crollo della domanda, aggravata da una inflazione causata dai costi delle materie prime. Il crollo della domanda si spiega con il minore potere d’acquisto delle famiglie grazie all’esaurimento della redditività delle risorse finanziarie. Queste sono investite nelle Borse in declino e in titoli di Stato il cui rendimento è sceso persino sotto il tasso di inflazione per poter sostenere le economie in crisi. Tutto ciò sta consumando il risparmio delle famiglie e compromettendo la possibilità di investimenti futuri. Ma quanto questa crisi è ricollegabile al problema demografico?

Tutti riconoscono che la crisi demografica e l’invecchiamento della popolazione hanno prodotto effetti politici e sociali, e quindi economici e finanziari. Il più evidente è la crescita della spesa sociale sostenuta da contribuzioni divenute nel tempo insufficienti, con la conseguente necessità di aumentare o non ridurre la pressione fiscale.

La crisi demografica ha provocato la progressiva diminuzione della crescita del risparmio delle famiglie e della ricchezza finanziaria disponibile sui mercati per investimenti e finanziamenti. Il crollo della ricchezza finanziaria delle famiglie è stato in questi anni di quasi due terzi, mentre la vocazione al consumo di una crescente porzione delle famiglie le ha costrette persino a indebitarsi.

Per compensare gli effetti del deficit delle nascite nella creazione della ricchezza si è pensato di fare crescere il risparmio delle famiglie e la sua redditività creando maggiori efficienze nella gestione delle risorse economiche e più rigore nella spesa pubblica. Invece è successo proprio il contrario grazie alla disinvoltura con cui sono state gestite istituzioni e risorse finanziarie. La crisi dei mutui subprime è solo l’ultimo eccesso. La nazionalizzazione delle agenzie statunitensi di mutui Freddie e Fannie potrà rilanciare a breve le Borse ma potrebbe costare al contribuente americano fino a cento miliardi di dollari, mentre un anno fa il salvataggio della banca Bear Sterns ne costò trenta.

Questo processo potrà aggravarsi proprio per la tendenza futura della crisi demografica. Nel 2005 uno studio del McKinsey Global Institute ha previsto fino al 2024 una diminuzione continua del tasso di crescita dei flussi finanziari di circa il 36 per cento, con la conseguente immaginabile minore disponibilità di ricchezza finanziaria per lo sviluppo.
Quali scenari si possono ipotizzare? La speranza di poter usare la liquidità e la ricchezza create in grandi Paesi asiatici come la Cina e l’India si sta ridimensionando. Queste economie - che pure generano tassi di crescita delle attività finanziarie superiori al 10-15 per cento e che hanno in passato sostenuto il debito pubblico statunitense - per il futuro lasciano prevedere che investiranno al proprio interno o all’esterno per acquisire una posizione competitiva autonoma acquistando fonti di materie prime.
La correzione del deficit di popolazione attraverso politiche accelerate di immigrazione non sembra potere produrre a breve o medio termine effettivi risultati di compensazione. Aspetti di solidarietà a parte, l’immigrazione risolve certo le crescenti esigenze di mano d’opera, ma per molto tempo rappresenterà solo una percentuale limitata della popolazione dei Paesi europei capace di generare redditi. E anche la sua capacità di contribuire alla spesa sociale resterà marginale per molto tempo.

Rilanciare la fertilità è un eccellente progetto, ma a lungo termine, che richiede cioè 25-30 anni prima di produrre effetti. Tuttavia, se le famiglie potessero venire incoraggiate a riprendere fiducia nella crescita del numero di figli, da subito esse ritornerebbero a essere un motore di crescita della ricchezza perché si responsabilizzerebbero di più, si ingegnerebbero di più, risparmierebbero di più, investirebbero di più.

A breve termine invece possiamo solo imparare a diventare con dignità e intelligenza più poveri, meno consumisti e più efficienti, ma anche a sviluppare la nostra creatività personale, a contare di più su di noi e meno sull’assistenza pubblica, in modo da divenire più autonomi. Privandoci dei figli per sembrare più ricchi siamo diventati più poveri.

(©L’Osservatore Romano - 11 settembre 2008)

Link - La scienza delle reti

Venerdì, 19 Settembre, 2008

mappa_blog_2.pngNel 2004 Einaudi ha edito (tradotto purtroppo distrattamente) un volume che ripercorre le fasi di una ricerca molto interessante condotta dallo staff del fisico ungherese Albert-László Barabási (Indiana University) dal titolo Link. La scienza delle reti.

«Tutto fa parte di tutto» insegna Borges, citato dall’autore, secondo il quale «siamo tutti connessi» non solo nel mondo sociale ma anche a livello biologico-molecolare, sotto l’aspetto comunicativo (il web), da un punto di vista matematico e ancora in altri modi. L’interesse di Barabási è spiegare – divulgativamente, anche per non esperti – com’è nato il progetto di una scienza delle reti, come si è sviluppato e cosa può rivelare. A cavallo tra fisica, matematica e scienze sociali, la “scienza delle reti” invade ogni campo della cultura umana e, probabilmente, dell’intero universo. Per questo motivo può avere implicazioni rilevanti anche in ambiti come la medicina, l’economia, la politica o la filosofia. Se esistono progetti che coltivino l’intenzione di unire – più che dividere – il sapere umano e le sue scienze, uno di essi è certamente quello presentato in questo volume.

link2.gifCosa sono le reti? «Sono soltanto lo scheletro della complessità, i meccanismi su cui si articolano i processi che fanno pulsare il mondo» (p. 236, la penultima). E la complessità si fonda su un approccio olistico, antiriduzionistico – come chiarisce questo lungo quanto fondamentale passaggio: «il riduzionismo è la forza che ha guidato gran parte della ricerca scientifica del XX secolo. Per comprendere la natura, affermano i suoi sostenitori, occorre innanzitutto decifrarne le componenti. […] Per decenni, quindi, siamo stati abituati a vedere il mondo attraverso i suoi costituenti. Ci hanno insegnato a studiare gli atomi e le superstringhe per afferrare l’universo; le molecole per capire la vita; i geni dell’individuo per comprendere la complessità dei comportamenti umani; i profeti per individuare le origini di manie e religioni. Fra breve avremo esaurito tutto quello che c’è da sapere sui singoli pezzi. Eppure non ci siamo granché avvicinati alla comprensione della natura del suo insieme. La realtà è che […] inseguendo il riduzionismo ci siamo imbattuti nel muro della complessità. […] Nei sistemi complessi le componenti possono combaciare in così tanti modi diversi che ci vorrebbero miliardi di anni per provarli tutti. Eppure la natura assembla i suoi pezzi […] sfruttando le leggi onnicomprensive dell’autorganizzazione, le cui radici continuano a essere per noi un profondo mistero. […] Ci accorgiamo ormai di vivere in un mondo piccolo, in cui ogni cosa è collegata alle altre. […] Siamo arrivati a capire l’importanza delle reti» (pp. 7-8).

Gli albori di questa scienza risalgono probabilmente ai tempi del matematico russo Eulero (1707-1789) che pose le basi per l’attuale “teoria dei grafi”, «la chiave per comprendere il mondo complesso che ci circonda» (p. 14), nonché la teoria di quegli oggetti discreti – i “grafi” – che permettono di schematizzare situazioni o processi al fine di analizzarli in termini algoritmici. Successivamente due matematici ungheresi degli anni Venti del secolo scorso, Erdós e Rényi, studiarono a fondo i grafi e ne dedussero che i fenomeni complessi fossero di natura casuale, senza leggi. Si aggiunse a tali scoperte quella del sociologo Milgram dei “gradi di separazione” che misura la distanza che esiste tra due punti di una rete in base ai loro legami indiretti: tra due distanti sconosciuti, tra due pagine web in Internet o tra due molecole di una cellula. A sovvertire le poche certezze fin lì acquisite provvide la tesi dei “legami deboli” del sociologo Granovetter, secondo cui un soggetto ha maggiori probabilità di successo sociale all’aumentare del numero delle persone con cui non intrattiene rapporti stabili e profondi ma che conosce superficialmente: sotto quest’ottica il mondo è frammentario e non connesso casualmente come si credeva. Rilevante a tal proposito la scoperta degli hub o «connettori», che si deve a Gladwell, un giornalista del New Yorker. I connettori vengono da lui descritti come «una manciata di persone – disseminata in varie occupazioni – che possiede l’abilità davvero straordinaria di stringere un numero eccezionale di amicizie e di conoscenze» (p. 61) ma esistono in qualsiasi campo; ad esempio in Internet fungono da hub i motori di ricerca più visibili, nelle molecole delle cellule un hub è l’ATP. Contrariamente all’ipotesi del caos e dell’assenza di leggi nelle reti, da qui alla formulazione matematica di una legge il passo è breve: si deve infatti ad un’idea ispirata dal sociologo italiano Pareto la legge di potenza «a invarianza di scala», secondo la quale «pochi grandi eventi determinano la maggior parte delle azioni» (p. 79).

L’avvincente storia, ricostruita come un diario di viaggio, della scienza delle reti non finisce qui: si parla di «collegamenti preferenziali», di «fitness», di «fattore crescita», del tempo; si accenna anche alla vulnerabilità del sistema e ai modi per limitarla, dalla Microsoft all’attacco alle Torri Gemelle di New York, dai virus alla globalizzazione. Con aneddoti interessanti e stravaganti, Barabási introduce il lettore a questo mondo «piccolo» senza stancarlo, nonostante l’uso di formule matematiche che spesso scoraggiano ancora tanto pubblico. Partendo dalla presa di coscienza che «un sottile bisogno di sincronia pervade la natura intera» (p. 49), Link impone alla nostra attenzione lo studio delle reti con un interessante pronostico: «se il XX secolo è considerato il secolo della fisica, molti sono persuasi che il XXI sarà quello della biologia. […] Il prossimo sarà invece il secolo della complessità. Ma sarà anche il secolo delle reti biologiche. Se esiste un campo in cui la disciplina delle reti potrà innescare una rivoluzione quello è infatti la biologia» (p. 207), il che condurrà secondo l’autore ad una previsione totale delle patologie e a cure personalizzate in base al proprio specifico corredo genetico.
La domanda che però sorge di fronte a tale conclusiva fiducia deterministica punta alla ricerca dell’olismo con cui il volume aveva mosso i propri primi passi.

tratto da: sitosophia.org autore davide dell’ombra

Carrefour e le persone

Mercoledì, 17 Settembre, 2008

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di Luca De Biase 

La stravolgente, piccola grande storia scritta da Barbara, la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni, è impossibile da raccontare a qualcuno senza piangere. E le persone che la leggono, dal 13 settembre, piangono. O si indignano. O fanno entrambe le cose. Salvo forse le persone della Carrefour.

La rete legge, verifica la storia e poi piange con Barbara e scrive migliaia di commenti. Carrefour si scusa con una nota ufficiale. Troppo ufficiale. Il che finisce per imporre anche dopo alcuni giorni una riflessione, almeno per dar tregua alla commozione per qualche minuto. (Anche se il fatto è in piena evoluzione e alcune novità potrebbero verificarsi proprio in queste ore).

Il bambino di Barbara ha imparato ad amare le automobiline di Cars. I bambini vedono il mondo con i loro occhi. Sorprendono infinitamente gli adulti dando enorme importanza a certe cose e restando indifferenti ad altre, perché vivono in un mondo realmente fantastico, totalmente disinteressato alla gerarchia delle cose cui gli adulti si sono abituati. Commuove pensare all’amore del bambino di Barbara per le automobiline di Cars. Anche perché viene da pensare malinconicamente che sia un amore malriposto, dedicato a un fenomeno costruito dai bravissimi creativi di un’azienda dell’industria culturale.

Il bambino di Barbara ha l’occasione di vedere da vicino le automobiline di Cars a grandezza naturale. Perché al supermercato Carrefour hanno organizzato un evento per i bambini che amano le automobiline di Cars, con tanto di fotografo, hostess e tanta comunicazione. Ma il bambino di Barbara invece di muoversi con efficienza tra i doveri imposti dall’organizzazione dell’evento, si attarda, facendo innervosire il fotografo e gli altri bambini con le altre mamme o papà. Lo maltrattano. Piange. (La storia va letta nelle parole di Barbara).

L’efficienza dell’organizzazione, necessaria forse per servire il rivolo di amanti di Cars che defluisce all’evento a partire dalla massa di persone che si affollano nel centro commerciale, trasforma le persone in pacchetti che devono essere spostati in fretta. Se il flusso si interrompe la macchina umana si inceppa e reagisce con il nervosismo violento della massa. Certamente ogni persona, singolarmente, sarebbe più gentile. Ma lì non ci sono persone, ci sono ingranaggi di un meccanismo. Carrefour non è soltanto un marchio. E’ il nome del meccanismo. E a sua volta fa parte di una macchina, fatta di urbanizzazione, consumismo, fretta, demolizione delle relazioni umane, artificiosità dei valori e dei sentimenti. Ma le persone restano tali. E piangono. Con il bambino che capisce e soffre.

Il momento definitivamente tragico è quando una ragazza sembra capire. Sembra cercare un perché. Si avvicina a Barbara, chiede che cosa sia successo, ma poi si rivela: non è una fatina, è una strega. E dice a Barbara, mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni: «Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente».

Se un marchio crede di poter raccontare una storia di fiducia con i consumatori, riempiendo il vuoto lasciato dalla fiducia che le persone coltivavano verso le altre persone in un mondo meno urbanizzato e meno dominato dalla mediazione commerciale, deve assumersi la responsabilità di tutto. E non ce la può fare.

Credo che questo caso insegni che un marchio non è nulla se non le persone che lo rappresentano. Non serve, per smettere di piangere, che i responsabili, il fotografo e la hostess, siano puniti. Perché non sono evidentemente responsabili: in un certo senso, sembrano incapaci di intendere e di volere. Sono il frutto di un meccanismo che li domina e li ha disumanizzati. Se i manager che guidano il Carrefour vogliono fare qualcosa di bello, dovrebbero smettere i panni del loro ruolo e andare da Barbara e parlarle, e cercare di capire, e dimostrare la loro solidarietà di persone. Perché siamo tutti persone schiacciate da un meccanismo che ci identifica con il nostro ruolo e ci disumanizza. E l’unica salvezza è saper uscire da quel ruolo e dimostrare che il meccanismo non ci domina, che lo sappiamo guardare da fuori e valutarne il giusto valore. E se anche il fotografo e la hostess volessero dare un segno di umanità, andando a trovare Barbara, quello sarebbe un bel gesto.

Noi che abbiamo visto quello che è successo solo con gli occhi della rete, abbiamo visto il calore umano che è emerso spontaneamente, abbiamo visto tanti cercare (come era giusto) di verificare se la storia fosse una bufala o un fatto realmente accaduto, abbiamo pianto. Trovando in un mezzo come la rete lo strumento per parlarne e fare sentire a chi di dovere che un fatto del genere non dovrebbe accadere. Perché la rete non è un meccanismo, ma un insieme di persone.

Il caso Carrefour resterà nella memoria di tutti. Il modo in cui Carrefour e le persone che lavorano per Carrefour ne usciranno farà scuola. Nel bene o nel male. Ma di una cosa possiamo stare certi. Questa storia resterà nella memoria. Verrà ripetuta cento volte. Carrefour non ne uscirà soltanto aspettando che sia dimenticata. Perché non sarà facile dimenticarla.

Per leggere la storia: http://blackcat.bloggy.biz/archive/3280.html

La nuova comunicazione politica

Martedì, 16 Settembre, 2008

lanuovacomunicazionepolitica.jpgUn libro che fa il punto sull’evoluzione che soggetti politici e mass media hanno contribuito a produrre nell’ambito della comunicazione politica.
La comunicazione diventa sempre più un elemento fondamentale della strategia politica, e si fa sempre più evidente la ricerca del giusto equilibrio tra la necessaria virulenza in un clima perennemente elettorale e il moderatismo necessario a guadagnare il voto d’opinione e quello degli indecisi, in crescita - così come coloro che preferiscono non esprimersi - e che occupano il centro del mercato elettorale, poco inclini a essere influenzati da mobilitazioni di massa, sventolar di bandiere, appuntar di gagliardetti, vestizione di divise e strepiti elettorali.

Un libro per garantire ai lettori il racconto di un’infinita campagna elettorale, italiana, permanente e mondiale. Politici che entrano ed escono dagli spot in tv, che sorridono nei siti internet, che si costruiscono una nuova identità su Second Life o che raccontano le esperienze di vita e di governo/opposizione su Youtube.

Tutti a caccia del cittadino elettore da raggiungere, convincere, stordire e persuadere.

Il volume spiega le teorie, gli strumenti, le tecniche, ma soprattutto le strategie della Seconda Repubblica, raccontate da chi non solo ha studiato i processi sociologici, ma anche da chi materialmente è stato protagonista di campagne elettorali giocate tra vecchi e nuovi miti.

Un libro utile ai politici, ai dirigenti di partito, agli studenti di Scienze della Comunicazione, Relazioni Pubbliche, Scienze Politiche e Sociologia, ma anche alle cittadine e ai cittadini che vogliono capire trucchi e dinamiche di una disciplina sempre più affascinante.
Autori e curatori: Francesco Pira , Luca Gaudiano 
Contributi: Andrea Altinier, Antonello Canzano, Vania Pistolozzi 
Collana: La società 
Argomenti: Comunicazione politica
Livello: Saggi, scenari
Dati: pp. 224,     2a edizione, nuova edizione  2007  (Cod.1420.167)

Rubbia sull’energia nucleare

Martedì, 16 Settembre, 2008

Alitalia. La trattativa è appesa a un filo che forse è meglio recidere.

Lunedì, 15 Settembre, 2008

alitalia2.jpgLa vicenda Alitalia continua a provocare molti dubbi e lasciare poche e dolorose certezze. La trattativa iniziata da ormai più di 30 ore tra i sindacati e la nuova compagnia aerea italiana è difficoltosa, poiché le parti sono molto distanti e le fasi di stallo sono infinitamente lunghe.

Gli imprenditori italiani chiedono un contratto unico che peggiorerebbe le condizioni dei lavoratori della vecchia Alitalia; i sindacati, suddivisi in nove sigle sindacali e grandi responsabili del fallimento dell’offerta francese, sono divisi, nonostante cerchino di ostentare unità. I piloti, che hanno maggiore forza contrattuale poiché troverebbero sul mercato un contratto sicuramente più conveniente da altre compagnie aeree sostitutive al vettore italiano, non hanno convenienza a chiudere la trattativa.

La responsabilità di questa situazione non deve essere ricercata nel breve periodo, ma deriva da una gestione fallimentare dell’azienda. Le “colpe” vanno suddivise tra politici e sindacati, che hanno voluto fare i manager di una compagnia aerea per troppi anni; questi due attori tuttavia non subiranno conseguenze proporzionate ai danni da loro provocati. Negli ultimi dieci anni Alitalia, fallita tecnicamente da diverso tempo, ha bruciato più di 3 miliardi di euro e questo “salvataggio” costerebbe più di 2 miliardi di euro ulteriori al contribuente italiano.

I dubbi sull’esito della trattativa sono enormi, ma è possibile individuare alcune certezze.

La prima riguarda la vendita degli asset di Alitalia alla nuova Compagnia Aerea Italiana: si configura come l’ennesimo spreco di denaro pubblico. La creazione della bad company, alla quale verrebbero conferiti i debiti del vecchio operatore di bandiera, e a cui la società guidata da Rocco Sabelli pagherebbe 400 milioni di euro e alla quale verrebbero lasciati i costi degli esuberi, è un’operazione molto dubbia. Come è possibile valutare 400 milioni di euro gli asset di Alitalia? Solamente gli slot, cioè i diritti di atterraggio, valgono ampiamente quella cifra; se inoltre viene limitata la concorrenza, come previsto dal decreto governativo dello scorso agosto, il valore degli slot aumenterebbe e potrebbe superare agevolmente il mezzo miliardo di euro.

Il commissario Augusto Fantozzi ha una grande responsabilità nella vendita e dovrebbe fare attenzione ad un’eventuale azione penale nei suoi confronti da parte dei creditori di Alitalia.

La seconda certezza riguarda sempre un’altra categoria di perdenti: le società aeroportuali di Milano, la SEA, e di Roma, Aeroporti di Roma. Il nuovo piano industriale presentato da Colaninno riduce i voli non solo rispetto al piano di Air France, ma anche rispetto a quello tanto contestato dell’ex amministratore delegato di Alitalia Maurizio Prato. La restrizione della concorrenza comporta inoltre un’ulteriore perdita di passeggeri per il sistema aeroportuale italiano.

Si vuole rendere più “appetibile” il piano industriale, penalizzando i viaggiatori italiani o meglio, si salva Alitalia a scapito degli italiani.

L’ultima certezza è condivisa dalla gran parte degli economisti: il fallimento di Alitalia sarebbe meno gravante per l’Italia. I costi di un eventuale fallimento sarebbero sicuramente inferiori non solo per i contribuenti italiani, ma anche per i viaggiatori italiani. I lavoratori di Alitalia sarebbero riassorbiti abbastanza velocemente da altre compagnie concorrenti che hanno sviluppato il mercato italiano negli ultimi dieci anni di più del 100 per cento e la maggiore concorrenza permetterebbe agli italiani di viaggiare a dei prezzi più contenuti.

La trattativa è appesa ad un filo. Questo filo in realtà collega politica, sindacati e degli imprenditori poco coraggiosi, e sarebbe molto meglio reciderlo al fine di evitare delle perdite inutili ai contribuenti.

tratto da: Istituto Bruno Leoni  - autore: Andrea Giuricin 

Daniel Kahneman, Economia della felicità

Venerdì, 12 Settembre, 2008

ph_kahneman.jpg Pur con un titolo che sembra un ossimoro, ma sufficientemente provocatorio ed accattivante, il volume ad opera del premio Nobel Daniel Kahneman, fornisce un inaspettato, quanto accurato, quadro dei sistemi che conducono a decisioni e valutazioni anche in settori dell’esistenza apparentemente poco governati da dinamiche prevedibili e classificabili.

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Le teorie di Kahneman, primo psicologo cognitivo ad essere insignito del premio Nobel in campo economico, hanno messo in crisi i fondamenti delle teorie economiche neoclassiche soprattutto nel campo delle decisioni razionali e proposto nuove basi sulle quali impostare l’economia sperimentale e comportamentale. Per dirla con le parole dell’autore, “la chiesa dell’economia ha ammesso nelle sue fila e persino premiato alcuni studiosi che in passato sarebbero stati bollati come eretici”.

Sulla base di numerosi esperimenti, Kahneman ha scardinato i principi sui quali le teorie economiche basano la concezione di “decisioni razionali”, soprattutto in riferimento alla formulazione di valutazioni e predizioni in situazioni di incertezza ed ambiguità, mostrando quanto numerosi e frequenti siano i casi di errori basati su errate concezioni di casualità e validità.
L’economia tradizionale ritiene che le dinamiche che governano quanto accade nei mercati, e nel mondo dell’economia in senso lato, siano basate su comportamenti di tipo razionale, inteso come pianificato e sensato. L’evidenza empirica, basata sull’analisi dei comportamenti reali, suggerisce invece che, molto più spesso di quanto si pensi, le decisioni sono assunte sulla base di euristiche, ovvero scorciatoie decisionali, che contraddicono in misura sostanziale le teorie e gli assunti economici, ovvero i comportamenti attesi.
Per questo motivo, inoltre, si ritiene fonte di felicità o soddisfazione quanto può, in termini economici, essere considerato non razionale. Ad esempio, da diversi esperimenti emerge che il valore attribuito dai singoli all’allocazione di risorse monetarie è molto meno “razionale” di quanto ci si aspetti, in quanto sono considerate in modo soddisfacente le spese effettuate per  quelle forme di beni o attività che possono offrire una quota di piacere ricorrente, se opportunamente distribuite nel tempo. Ciò significa, dunque, che il valore attribuito ad esse, può essere di difficile previsione e variare sensibilmente rispetto al valore economico effettivo.

Tutto ciò conduce, e rafforza ulteriormente, l’assunto secondo cui non esiste un unico modello comportamentale, ma esiste una gamma piuttosto ampia di comportamenti che contraddicono l’esistenza di un essere umano invariabilmente razionale e che prende sempre decisioni su basi di estrema coerenza. Rovesciare questo paradigma, permette di accogliere un punto di vista “eccentrico”, ma sicuramente più aderente alla realtà e foriero di maggiori e più sofisticate indagini in campi apparentemente non governati dalle teorie economiche classiche, quali per l’appunto la misurazione del benessere degli individui e le motivazioni che conducono a scelte che influiscono sul livello di soddisfazione per la propria esistenza.

Economia della felicità
Kahneman Daniel
Editore Il Sole 24 Ore Libri  2007 Euro  14
ISBN 978-88-8363-848-0

Scuola senz’anima

Mercoledì, 10 Settembre, 2008

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di Giuseppe De Rita 

Chi a diverso titolo guarda ai problemi della formazione e della scuola prova la spiacevole sensazione di non riuscire a contenerli in una interpretazione ben focalizzata, cosicché tutto gli appare scontornato, fluido, sfuggente. Ne parliamo e ne scriviamo tutti, ma non riusciamo almeno a mettere ordine su una crisi ormai profonda, anche perché ha almeno tre grandi motori di spinta. Il primo è dato dalle incertezze sull’assetto strutturale del sistema: ne sono prova le polemiche sulla fruibilità della scuola materna; sulle scelte dei docenti nella scuola elementare (maestro unico e no); sull’incapacità di creare nel periodo dell’obbligo quello «zoccolo di competenze di base» di cui ragioniamo da Lisbona in poi; sullo squilibrato andamento delle scelte fra licei classici ed istituti tecnici; sulla interminabile vicenda della riforma della secondaria superiore; sul fallimento della riforma 3+2 nell’ università, ecc..

Le tante parole spese su questi temi non rendono meno confuso il quadro, che vede in azione un secondo motore di crisi: la disaffezione soggettiva. Sia quella degli allievi, con episodi e logiche di pericolosa decostruzione sociale (si ricordino il bullismo, gli abbandoni entro gli anni dell’obbligo, ecc.); sia quella di una parte del corpo insegnante con episodi e logiche (di impiegatizzazione e di segmentazione corporativa) di pericoloso impatto sulla qualità del rapporto educativo. Senza contare in terzo luogo che la scuola soffre moltissimo al suo esterno l’evoluzione delle altre agenzie formative: la crisi di funzione educativa della famiglia; la crescita di importanza delle nuove tecnologie di comunicazione che fanno apparire inadeguati ed obsoleti i percorsi scolastici; l’impatto della televisione e degli eventi collettivi sulle emozioni, sugli atteggiamenti culturali, sull’identità dei giovani. Aver messo in elenco le tre grandi componenti della crisi della scuola permette di dimostrare quanto essa sia profonda e sfuggente, non più padroneggiabile da vecchi canoni di interpretazione e di azione. Per questo si mostrano ogni giorno più irrilevanti i nobili richiami degli opinionisti e dei politici, le tabelle statistiche e i rapporti di enti nazionali ed internazionali, le raffiche delle tante proposte di riforma, le pressioni sindacali e le lotte del precariato.

La crisi della scuola italiana è profonda perché è in crisi di ruolo e di anima: di ruolo perché non è più attuale la sua originaria funzione di formazione collettiva a una cultura, una lingua, una coscienza nazionale; e d’anima, perché non sappiamo più quali fondamenti valoriali di base la scuola è tenuta - ed è capace - di dare alle giovani generazioni. Se così complessa è la crisi, per affrontarla bisogna avere una strategia del dove si comincia, altrimenti si resta nell’indistinto in cui oggi ci perdiamo. Può apparire una indebita semplificazione, ma l’ipotesi che sembra più viabile è quella di «cominciare dal basso». Dobbiamo far sì che i nostri figli o nipoti non restino prigionieri della successione delle tante emozioni ma siano aiutati a condensarle in una progressiva hillmaniana «educazione dei sentimenti»; non restino prigionieri del disordinato accavallarsi dei messaggi a loro indirizzati ma siano educati a saperli ordinare e sintetizzare; non restino a galleggiare sulla eterodiretta confusione intellettuale di cui tutti noi soffriamo,ma siano aiutati a sviluppare un po’ di progressivo senso di responsabilità; non restino spersi nel vuoto spinto tipico della attuale cultura di massa, ma siano aiutati ad apprezzare la piccola virtù della serietà.

Se vogliamo far questo dobbiamo ricominciare dal basso, dalle fondamenta del sistema: da una buona scuola dell’infanzia, naturalmente rinforzata per diffusione territoriale e per qualità delle persone; e da una scuola elementare profondamente ricentrata sulla sua primordiale funzione di formazione dei sentimenti, della sintesi personale, del senso della responsabilità, della serietà del comportamento. Il ritorno all’insegnante unico non deve in questa luce scandalizzare, ha un senso profondo, anzi andrebbe gestito con maggiore concentrato coraggio: solo una personalizzazione forte e continuata del processo formativo iniziale può garantire ai giovani di possedere un solido «tondino di ferro» su cui agglomerare i successivi input formativi. Cominciare dal basso e rifare le fondamenta del sistema. Immagino che si tratti di un’opzione troppo drastica per una politica scolastica attraversata da centinaia di altre idee, proposte, interessi, poteri. Ma se non si fa questa scelta si rischia che si accentui la confusione ai piani superiori del sistema; e che la scuola ci sfugga sempre di più, come componente del nostro vivere insieme.

tratto da: Corriere della sera, 10 settembre 2008

La nuova Italia digitale. Conversazione con Franco Bernabè

Martedì, 9 Settembre, 2008

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Venerdì 12 settembre alle ore 16, in occasione della Blogfest 2008, il mondo della blogosfera italiana - e tutto il pubblico che vorrà collegarsi in diretta web - incontrerà Franco Bernabè per una “conversazione sul futuro dell’Italia digitale”.

L’evento, moderato da Luca De Biase, direttore responsabile di Nòva 24 - Il Sole 24 Ore, potrà essere seguito in diretta su Yalp!, la web tv di Telecom Italia.

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Se hai delle domande da rivolgere a Franco Bernabè sul tema del futuro dell’Italia digitale e sul ruolo delle telecomunicazioni nel nostro paese, puoi scrivere all’indirizzo email blogfest@virgilio.it. Gli organizzatori di Blogfest provvederanno a selezionare le migliori domande e a riproporle in diretta durante l’evento.

L’incontro sarà inoltre trasmesso in diretta al Blogfest di Riva del Garda, in modo che tutti i partecipanti possano seguirlo su un megaschermo, inviando domande in tempo reale.

L’iniziativa tra Franco Bernabé e i blogger rientra nella manifestazione Blogfest 2008, che si terrà dal 12 al 14 settembre a Riva del Garda e che riunirà per la prima volta tutto ciò che in Italia gravita attorno alla rete, con particolare riguardo ai blog, al social networking e alle community.

Per ulteriori informazioni sulla manifestazione visitate il sito ufficiale di Blogfest oppure seguite il blog di Virgilio dedicato.

Comunicato stampa Digital PR

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