Lectio magistralis di Massimo D’Alema sul tema della “Governance Globale”

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Inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università per Stranieri di Perugia - 28 marzo 2007

Ringrazio il magnifico Rettore dell’Università per avermi invitato a questa cerimonia e ringrazio i rappresentanti di molti prestigiosi Atenei italiani che hanno voluto essere qui oggi. Ringrazio inoltre le Autorità dell’Umbria della loro presenza e dell’opportunità che oggi mi è data di partecipare ad un evento importante, in un Ateneo che noi consideriamo un’istituzione al servizio della proiezione internazionale del nostro Paese per la diffusione della cultura italiana, della nostra lingua e della nostra civiltà. Si tratta di elementi importanti della politica estera dell’Italia.
L’Italia non è una grande potenza e le ragioni dell’influenza che essa esercita nel mondo sono legate più alla forza della sua cultura che non alla forza del suo sistema economico o alle sue capacità militari.
La cultura è il veicolo che consente al nostro Paese di esercitare un’influenza che si orienta nel senso della pace, della cooperazione, della costruzione di nuovi vincoli di solidarietà tra le diverse aree del mondo.

Ecco perché noi siamo grati all’Università per Stranieri di Perugia, sentiamo i vostri programmi come particolarmente correlati agli indirizzi dell’impegno internazionale dell’Italia: il Libano, i Territori Palestinesi, i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, l’Afghanistan, luoghi ove si articola l’impegno di pace del nostro Paese. Concorrere alla formazione di giovani che saranno parte delle future classi dirigenti di questi paesi è senz’altro la garanzia e il suggello migliore di un futuro di sviluppo e di pace. Ed è per me un privilegio potermi rivolgere oggi agli studenti di questa Università: essi sono l’espressione vivente di una nascente società civile internazionale e cosmopolita, e una componente essenziale del nuovo “demos” della governance mondiale.

Noi siamo molto indietro da questo punto di vista, dobbiamo riconoscerlo. Siamo indietro nella capacità di attrarre verso l’Italia giovani da ogni parte del mondo e persino nella capacità di corrispondere a quel desiderio di Italia, che in modo naturale e spontaneo, vi è in tanti Paesi dove pure la presenza dell’Italia è viva e tende a crescere.

Siamo indietro dal punto di vista della programmazione e articolazione di un impegno coerente, continuo, organizzato; siamo indietro dal punto di vista delle risorse impiegate. Questo rende i risultati che riuscite a conseguire ancora più significativi e degni di lode; penso che anche il Governo vi debba, per questo, un ringraziamento. In questa conversazione non potrò assumere impegni politici. Tuttavia potete essere certi che, ancor più dopo questo incontro, nell’agenda del Ministro degli Esteri è annotata l’esigenza di una collaborazione che certamente deve essere rafforzata e arricchita di nuovi appuntamenti e di più stringenti assunzioni di responsabilità.

Abbiamo anzitutto bisogno del vostro apporto. L’Università per Stranieri ha grandi potenzialità in termini di collaborazione con l’attività di cooperazione internazionale dell’Italia, in linea con gli indirizzi della nostra politica internazionale.
Ho scelto per questo intervento il tema della governance globale. E lasciate che io inizi con un ricordo di gioventù, con il ricordo di un uomo politico, Enrico Berlinguer, che 25 anni fa accettò il rischio di apparire un utopista, parlando della necessità di un governo mondiale. Oggi, dopo un quarto di secolo, noi avvertiamo questa come una sfida di stringente attualità per la comunità internazionale.
Di fronte all’anarchia della globalizzazione, di fronte alle sfide e alle minacce che gravano sull’umanità, noi avvertiamo l’insufficienza degli strumenti internazionali della politica. Avvertiamo il bisogno di quella che Habermas ha definito un’estensione cosmopolitica della condizione giuridica, che è stata garantita dagli stati nazionali, o di quello che Giovanni Paolo II nella Centesimus annus chiamò un “ordine democratico planetario”: il bisogno cioè di dotarsi di istituzioni in grado di dare un ordine al mondo, di prevenire i conflitti, di ridurre le disuguaglianze e di garantire a tutti gli uomini e le donne che vivono nel pianeta il diritto ad una vita civile e serena. Questa esigenza di un nuovo ordine mondiale è divenuta più stringente dopo la fine della guerra fredda. Il bipolarismo, la divisione del mondo in due campi, dominato ciascuno da una grande potenza e l’equilibrio tra questi due campi garantito anche dalla minaccia nucleare, ha rappresentato nel bene e nel male un ordine nel mondo.
Il venir meno di questo ordine ha fatto emergere in modo sempre più drammatico i limiti di una struttura politica internazionale fondata largamente su una concezione ottocentesca della sovranità nazionale, la cui fragilità è progressivamente emersa in modo più acuto, man mano che la crescita di un’economia mondiale, globale, che per definizione non conosce i confini dello stato-nazione, ha reso evidente l’asimmetria tra le possibilità della politica e il peso dei grandi interessi economici.

Anche le minacce con le quali ci confrontiamo non hanno più un carattere nazionale. La guerra con la quale conviviamo in tante parti del mondo non è quasi mai quella forma estrema di regolazione di interessi contrastanti degli Stati, che è stata tradizionalmente la guerra. Le guerre non avvengono più tra gli Stati, sono guerre che sorgono all’interno di singoli paesi, talora di Stati “falliti”. Ci confrontiamo poi con un fenomeno del tutto nuovo, che è la guerra “transnazionale” del terrorismo. Il terrorismo è, in effetti, una forma estrema di privatizzazione della guerra, un conflitto che non ha bandiere, che non ha divise, che non ha nazione.
Ma anche la minaccia per l’ambiente non ha più un carattere nazionale. Le varie forme di inquinamento non rispettano i confini. Non appare possibile fronteggiare una sfida epocale come quella ambientale solamente attraverso politiche nazionali.
Siamo dunque di fronte a fenomeni che chiamano in causa la necessità di un salto di qualità nell’iniziativa politica e che impongono la necessità di immaginare nuove istituzioni democratiche in grado di governare il mondo. Questa è la grande sfida di fronte la quale si trova la nuova generazione. E’ una sfida paragonabile a quella che nell’800 portò in Europa alla nascita degli Stati Nazionali: una sfida che richiede il coraggio di una classe dirigente internazionale capace di scelte davvero impegnative ed innovative. Occorre anche uno sforzo da parte del mondo della cultura, perché è fuori discussione che è entrato in crisi un modo di concepire l’ordine internazionale che ha le sue radici nel paradigma dello stato moderno, e che rappresentava l’ordine globale come un sistema retto da un insieme di regole volte innanzitutto a prevenire e regolare i conflitti tra Stati.

Dopo l’89 nel mondo hanno prevalso euforie ed illusioni ideologiche. A lungo si è pensato che, venuta meno la minaccia del comunismo, non ci sarebbe stato più bisogno della politica. Fu anche teorizzato e scritto che compito della politica è semplicemente quello di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’espansione del mercato mondiale, confidando che il mercato - finalmente libero dai vincoli dello statalismo politico - avrebbe risolto i problemi del mondo provvedendo all’allocazione ottimale delle risorse. Il mercato avrebbe prodotto il migliore dei mondi possibili a condizione che la politica - l’ultima ideologia ottocentesca - si fosse fatta da parte. Ben presto ci siamo resi conto che la globalizzazione senza politica, assieme alle innegabili opportunità, produceva anche paurose contraddizioni e che il dilagare dell’ideologia del Mercato non soltanto non determinava condizioni di pace ma, al contrario, acuiva e portava con sé nuovi rischi e nuovi potenziali conflitti.

L’11 settembre del 2001, Bill Clinton disse: “io credo che abbiamo visto l’altro volto della globalizzazione”. Ci si rese conto che il “migliore dei mondi possibili” portava con sé nuove minacce e che l’attacco alle Twin Towers rappresentava per il pensiero contemporaneo ciò che il terremoto di Lisbona fu per gli intellettuali del ‘600- ‘700, rendendo evidente che il mondo ha bisogno di una consapevole azione umana in grado di prevenire i conflitti e ridurre il peso delle contraddizioni. Successivamente si è entrati nel periodo dell’unilateralismo, dell’idea che a dare un ordine al mondo bastasse l’etica liberale della Grande Potenza, ovvero - come ha scritto Habermas - che il nuovo ordine mondiale si potesse reggere sui suoi valori - da considerare universali - e sulla sua enorme forza, espandendo la democrazia e garantendo in questo modo la difesa della civiltà.

Anche questa è stata un’illusione che si è consumata abbastanza rapidamente. Oggi noi viviamo una nuova stagione della politica internazionale. Non è paradossale osservare che proprio coloro che teorizzarono la fine delle Nazioni Unite con la caduta di Baghdad (ricordo un articolo di Richard Perle del marzo 2003 dal titolo inquietante: “Tank God for the death of the UN”) oggi tornino a rivolgersi alle Nazioni Unite, chiedendone l’intervento per venire via da Baghdad. Si tratta di un paradosso, segno che le illusioni si sono consumate molto rapidamente e che l’esigenza di ricostruire il multilateralismo sia tornata al centro del dibattito politico, dell’impegno e dello sforzo internazionale. Certo deve trattarsi di un multilateralismo nuovo, efficace, non di un multilateralismo impotente come quello che abbiamo conosciuto in passato, non di un multilateralismo che rimane a braccia conserte di fronte alla violazione dei diritti umani, ma di un multilateralismo capace davvero di prevenire e risolvere i conflitti.
Questo è esattamente, io credo, il tema della governance globale nel nostro tempo: come rifondare il multilateralismo, come individuare le sfide che devono essere affrontate, le priorità, le scelte. E questo è esattamente il tema con il quale oggi si misura non solo la cultura ma anche la politica internazionale.

Dicevo appunto che questa esigenza nasce dal tramonto dell’euforia degli anni ’90, anni nei quali tutti noi fummo coinvolti da una visione spesso acriticamente ottimistica della globalizzazione e delle sue conseguenze. Alla fine degli anni ’90, le diverse crisi finanziarie (la crisi asiatica, quella russa, quella in Argentina) e i dati sul crescente divario tra Nord-Sud, e le nuove minacce alla sicurezza hanno drasticamente ridimensionato questo ottimismo.

Sul fronte economico e sociale si è cominciato a mettere in discussione quel Washington consensus sul quale si era retto guidato il funzionamento degli organismi internazionali. Si è iniziato a vedere il lato oscuro della globalizzazione e si è cominciato a guardare il mondo sotto un’ottica nuova, individuando non soltanto i paesi e i popoli winners - e certamente ve ne sono - ma anche i paesi e i popoli loosers, quelli che rimangono indietro, che vengono emarginati dai grandi processi di crescita della ricchezza e della socializzazione. Si è constatato che il pronosticato effetto generalizzato di diffusione del benessere globale è stato solo parziale: certamente molto forte in Cina e nell’Est Asiatico, che hanno beneficiato di una crescita sostenuta, ma i benefici della globalizzazione sono stati assai meno significativi in Africa ed in altre aree del mondo e, fino a poco tempo fa, in America Latina. In Russia, la globalizzazione sulla scia del crollo del comunismo non è riuscita nei primi 10 anni ad arrestare il declino economico, il calo demografico, la caduta delle aspettative di vita ed è stata invece percepita come una “occidentalizzazione” tanto forzata quanto inutile se non dannosa, ed alla fine ha provocato un rigurgito nazionalista, il riadattamento del mercato e delle procedure democratiche alle tradizioni nazionali e dirigiste russe.
All’interno delle stesse società occidentali ha cominciato a manifestarsi non solo il malessere degli esclusi ma anche la protesta di élites giovanili intellettuali, che si è manifestata nella crescita di movimenti di contestazioni alla globalizzazione e di critica ai caratteri della globalizzazione. In sostanza si è preso atto che molte delle speranze, alimentatesi dopo la fine della guerra fredda e con l’espansione della democrazia e del mercato globale, erano state disattese. I dati sono abbastanza chiari da questo punto di vista: se è vero che c’è maggiore ricchezza in termini assoluti, è anche vero che sono cresciute diseguaglianze e povertà. Secondo i dati dell’OCSE, 2,6 miliardi di persone vivono con un reddito al di sotto di 2 dollari al giorno, un miliardo vive con meno di un dollaro al giorno, il 2% della parte più benestante del pianeta detiene la metà della ricchezza mondiale.
E’ difficile pensare che un contrasto di questo tipo non porti con sé il rischio di laceranti conflitti. Il 2% detiene la metà della ricchezza mondiale: non è solo questione di reddito, ma anche di condizioni complessive per lo sviluppo umano, inclusi l’accesso alle risorse idriche, all’assistenza sanitaria, all’istruzione.
In più, la maggiore ricchezza complessiva del pianeta non ha portato maggior sicurezza.
Al contrario, abbiamo scoperto nuove minacce: quella che Peter Berger ha chiamato la “Holy War Inc” ovvero la multinazionale del terrore. Ciò significa anche il rischio di un conflitto alimentato sempre di più da ragioni di natura religiosa ed etnica e voi sapete bene come il conflitto alimentato da queste motivazioni sia un conflitto irriducibile. Le guerre che si fanno per interessi materiali possono facilmente approdare ad un tavolo della pace mentre le guerre che sono alimentate da ragioni religiose ed etniche tendono a divenire guerre senza quartiere. Sono queste, in gran parte, le guerre del nostro tempo.

(Parte 1/3)

tratto da: massimodalema.it
 

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