Sabato, 7 Novembre, 2009
di Mario Ciampi - Direttore Fondazione Farefuturo
Le grandi svolte politiche, lo si sa, spesso vanno accompagnate da alcune giustificazioni dal tono divulgativo, necessarie per semplificare le ragioni più profonde e animare il consenso. La svolta popolare della destra politica confluita di recente nel Pdl è stata opportunamente motivata guardando alla natura plurale del Partito popolare europeo, che è ormai ben lontano dall’essere l’internazionale democristiana. Chi proviene dalla destra politica solitamente vuole distinguersi dalla storia democristiana, anche se ha rivisto negli anni, parzialmente o integralmente, il proprio giudizio sul principale partito della prima Repubblica. Le ragioni di questa dichiarata estraneità politico-culturale sono molteplici e a più livelli: di queste vorremmo qui dedicarci a quella che è probabilmente la più radicale e più intima, l’estraneità al confessionalismo e allo stesso cattolicesimo politico. Ma perché questa condizione? An era forse un partito laicista, tardo-risorgimentale o liberal-massonico? Non ci pare affatto, almeno nelle sue tesi ufficiali e programmatiche. Qual è dunque il motivo vero di questa differenziazione? Intanto, per sgombrare il campo da un equivoco di fondo, va detto che il popolarismo, almeno nelle intenzioni del suo fondatore, Luigi Sturzo, è decisamente altro rispetto al cattolicesimo politico, che può facilmente scivolare nel vizio del clericalismo assumendo la religione come vessillo e talvolta perfino come ideologia. Ma il partito di Sturzo rimaneva “un partito di cattolici”, nonostante la laicità espressa formalmente. A ben vedere, quindi, il popolarismo sturziano non riusciva a liberarsi da uno dei canoni propri del confessionalismo e legava l’appartenenza partitica comunque all’identità cattolica dei singoli. Era ancora troppo vivo il ricordo del non expedit per osare formule di aggregazione politica che andassero oltre il laicato cattolico. Se ebbe il merito di permettere ai fedeli di partecipare alla vita della nazione, il partito unico dei cattolici ha finito però per ingessare alcune contrapposizioni politiche, con il serio rischio di snaturare la naturale universalità del cattolicesimo. La fine del partito dei cattolici, o anche semplicemente di un partito di cattolici, non è soltanto un risultato più o meno auspicato alla luce delle convenienze politiche, ma – è quanto vorremmo sottolineare – una necessità di natura teologica. Sono tanti gli interpreti del Concilio che vanno in questa direzione. Tra i tanti, ci sembra particolarmente significativa al riguardo la posizione del Fondatore dell’Opus Dei: «Non ci sono dogmi nelle cose temporali»; non si possono definire delle «verità assolute in questioni in cui per forza ognuno guarda le cose dal suo punto di vista, secondo i suoi interessi particolari, le sue preferenze culturali e la sua peculiare esperienza». Pretendere di farlo, cercare di «imporre dogmi sul piano temporale», significa far violenza alla realtà e conduce, di conseguenza e in modo inevitabile, a misconoscere la libertà dell’uomo, «a forzare le coscienze degli altri, a non rispettare il prossimo». E definiva clericalismo l’atteggiamento di chi, nella sfera pubblica, pretende di scendere «dal tempio al mondo per rappresentare la Chiesa», e che le sue scelte sono le soluzioni cattoliche di quei problemi che si trova ad affrontare. Nelle realtà temporali, e quindi in politica, i cristiani hanno il dovere di parlare in nome proprio, con libertà e responsabilità, agendo secondo gli ideali evangelici, ma senza cercare il patrocinio della Chiesa, finendo inevitabilmente per strumentalizzarla. Il loro linguaggio deve essere comune a quello degli altri cittadini e mai mutuato dalla scienza della fede: come insegnava la Lettera a Diogneto già nel II secolo, essi non sono apolidi e condividono le sorti del mondo insieme a tutti gli altri. È il tema attualissimo della laicità individuale, dello stile che i cittadini cattolici devono tenere quando intervengono sui delicati temi della vita comune. Se il dibattito su questo tema si va alimentando, lo si deve essenzialmente a due fattori: il primo è la piena realizzazione della diaspora dei cattolici nella scena politica italiana, che sicuramente libera la discussione, un tempo riservata all’interno di strutture dedicate; il secondo è invece di natura globale e riguarda quello che alcuni pensatori chiamano “post-secolarismo”, il ruolo sempre crescente che le religioni ritornano ad avere anche in Occidente, dopo lunghi decenni di secolarizzazione spinta e a volte eccessiva. La novità di questa tendenza post-secolare può dar luogo ad interpretazioni culturali del cristianesimo, che, come tali, rivelano spesso limiti ed errori. È il Patriarca di Venezia ad averli recentemente sottolineati: la prima interpretazione «è quella che tratta il cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza. L’altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il cristianesimo all’annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di “ogni altro”». Si tratta dell’eterno dilemma tra materialismo e spiritualismo, detto con la sensibilità politica, tra un cristianesimo identitario che cita il Papa come se fosse un intellettuale organico e comunque solo quando si esprime su temi identitari, e un cristianesimo misticheggiante ed intimista, disincarnato e astratto dalle cose del mondo. Trovare un equilibrio tra queste due tendenze ed esprimerlo in uno stile autenticamente laico, non è per nulla scontato, specie se si parla di politica. Qual è allora la laicità positiva? Qual è il giusto atteggiamento di un credente laico impegnato in politica? La laicità è anzitutto un canone metodologico. Come dice Umberto Cerroni, «laico è chi guarda le cose con spirito di osservatore e quindi agisce avendo osservato assumendosi la responsabilità dell’agire». Il criterio di laicità non fissa un contenuto; su questo punto, rimane insuperabile la lezione di Bobbio: «Lo spirito laico non è esso stesso una nuova cultura, ma è la condizione per la convivenza di tutte le possibili culture. La laicità esprime piuttosto un metodo che un contenuto». Non c’entrano quindi con la laicità – e neppure con la natura della democrazia – il relativismo morale, l’indifferentismo o il nichilismo. La concezione totalizzante o integralista della laicità non è soltanto una variante più radicale della separazione tra Stato e Chiesa, ma è un’interpretazione integrale del mondo, una religione a sua volta. Altro è il pluralismo, la consapevolezza che esistono molteplici punti di vista che non necessariamente si elidono a vicenda e che anzi possono entrare in relazione sotto la spinta della complessità delle società contemporanee. Il problema semmai è quello di capirsi sul significato di dignità della persona umana, in un’epoca di caduta di evidenze etiche come la nostra. È per la caduta di queste evidenze che al cristiano è richiesta oggi qualche rinuncia in più rispetto al passato riguardo alla sua concezione della vita buona, senza che questo significhi una rinuncia ad argomentare e a difendere quella verità che vede con maggiore nitidezza di altri. E qui veniamo all’argomento più delicato, quello della laicità politica e della sua piena accettazione da parte del cristiano. Come argomenta il filosofo Martin Rhonheimer, una vera laicità delle istituzioni «ha bisogno di una morale politica della cittadinanza, di quel vincolo mutuo che definisce ciò che il politologo tedesco Dolf Sternberger ha chiamato Verfassungpatriotismus (patriottismo costituzionale), un atteggiamento civico di lealtà alle istituzioni politiche dello Stato costituzionale democratico e alle sue regole del gioco, anche se molte volte ciò significa rinunciare a vedere realizzati dei valori che si ritengono essere di maggiore dignità o un progetto integrale concernente la propria concezione della società buona». È per favorire questa “morale politica della cittadinanza” che conviene evitare gli opposti vizi del clericalismo e del laicismo, le loro fratture più apparenti che reali. E, in continuità con la tradizione della destra politica italiana, riteniamo che un partito plurale di cristiani e di non-cristiani, sia lo strumento migliore per affermarla.
fonte: rivista Charta minuta
Mario Ciampi è nato a San Giovanni Rotondo (FG) il 29/05/1976, è sposato con Maria Rita e ha due figli, Maria Grazia e Vittorio. Laureato con lode in Scienze politiche all’Università di Roma “La Sapienza”, ha conseguito nello stesso ateneo il titolo di Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e filosofia della politica. Studioso di dottrina sociale cattolica, è autore di numerosi articoli e saggi di etica politica e di teoria democratica. È stato Vicedirettore della Rivista internazionale di filosofia “Sensus communis”. Si è specializzato in Relazioni internazionali e ha partecipato a progetti di internazionalizzazione del sistema universitario italiano. Ha diretto una rete nazionale di collegi universitari riconosciuti dal Miur e ha fatto parte di network europei nel settore della mobilità studentesca. Coordina il gruppo di ricerca e il portale informativo sulle politiche dell’Unione europea dell’Associazione Èuropa. Ha ricoperto l’incarico di Coordinatore della Scuola di formazione politica di Alleanza nazionale. Attualmente è Direttore della Fondazione Farefuturo e Presidente di Farefuturo Editore. Nel think tank fondato da Gianfranco Fini, ha promosso progetti di ricerca, tavoli tecnici, corsi di formazione, convegni di cultura politica, partenariati con altre fondazioni politiche italiane ed estere.
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Martedì, 3 Novembre, 2009
«Fai quel che vuoi - mi diceva la mia bisnonna - ma non sposare una cattolica. Esattamente ciò che poi ho fatto, temo»
Un gentiluomo. Oltre a essere un protagonista degli anni recenti e, probabilmente, della scena internazionale dei prossimi anni, Tony Blair è un gentleman. Educato, sorridente, cortese come pochi sanno ormai essere (specie se loro-sono-loro e tu-sei-tu). E così, non solo potrai raccontare ai tuoi nipoti che il direttore in una telefonata di fine estate ti ha mandata a intervistare colui che, tre volte rieletto a Downing Street, ha ricevuto una standing ovation l’ultimo giorno in Parlamento in un Paese celebre per la sua compostezza, ma che quel qualcuno, incontrandoti davanti al registratore, ti ha fatto molte domande su chi sei e cosa fai. Tony Blair curioso di sapere dove hai imparato l’inglese e di cosa ti occupi: davvero sorprendente.
Partiamo dal suo recente ingresso nella Chiesa cattolica. Due anni fa, dopo la visita al Papa in giugno, il mondo cominciò a parlare apertamente della sua conversione al cattolicesimo. Ci può raccontare come nacque questa decisione?
Il mio viaggio spirituale è cominciato quando ho iniziato ad andare a messa con mia moglie. Poi, quando abbiamo deciso di battezzare i nostri figli nella fede cattolica. È un cammino che è proseguito per 25 anni, e forse anche di più. Nel tempo, emotivamente, intellettualmente e razionalmente mi è sembrato che quella cattolica fosse la casa giusta per me. Ma è successo durante un lungo intervallo di tempo. Quando ho lasciato l’incarico politico, e attorno non avevo più tutto il contesto legato all’essere primo ministro, è stato qualcosa che ho voluto davvero fare.
La sua era una famiglia religiosa?
In realtà non molto. Mia madre, una protestante proveniente dall’Irlanda, andava occasionalmente in chiesa. Mio padre, invece, era un ateo militante. Ma, a Durham, sono andato a scuola alla Chorister School, adiacente alla cattedrale, quindi la religione è stata parte integrante della mia educazione scolastica. La vera svolta, però, l’ho vissuta all’università, quando ho iniziato a pensare seriamente alla mia fede cristiana, a pensarvi in modo più profondo. È stato allora che ho realizzato che era un aspetto non solo importante, ma assolutamente centrale della mia vita.
Come è noto, da sempre Cherie Booth è una cattolica praticante. Che significato ha avuto la religione nel vostro matrimonio?
La religione è stata qualcosa che ci ha fatto avvicinare. Non ci siamo conosciuti a motivo della religione, ma è stato molto interessante scoprire che la mia futura moglie era estremamente attiva nella organizzazione studentesca cattolica e in altre organizzazioni giovanili. Per dei giovani di 23 o 24 anni - come noi eravamo quando ci siamo conosciuti - era piuttosto inusuale scoprire di condividere questo interesse per la religione.
Durante la sua ultima visita da primo ministro, lei ha donato a Benedetto XVI tre foto di John Henry Newman. La scelta è stata motivata dal fatto che la figura del cardinale Newman aveva avuto un ruolo nel suo cammino di conversione? Oppure vi sono state altre figure che vi hanno contribuito?
In realtà no, non è stata questa la ragione. Anche se ovviamente conoscevo la storia del cardinale Newman, e avevo letto i suoi scritti. Le foto erano semplicemente un regalo appropriato. Riguardo ad altre figure, ho avuto la fortuna di partecipare nel 2003 con la mia famiglia, a una messa che Giovanni Paolo II celebrò nella sua cappella privata: è un ricordo ancora molto vivido, un episodio che mi ha estremamente colpito. Certo, molto probabilmente sarei giunto comunque alla conversione, ma indubbiamente si è trattato di una tappa importante che ha ulteriormente rafforzato la mia decisione. Una delle cose che mi ha più attratto della Chiesa cattolica è la sua natura universale. Se sei un cattolico, puoi andare ovunque nel mondo e partecipare alla messa in ogni Paese. Sono stato a messa a Kigali, a Pechino, a Singapore. Ricordo la volta in cui seguii una funzione a Tokyo: ero entrato in incognito, senza farmi notare, ma al termine della celebrazione una signora invitò i numerosi visitatori a presentarsi, alzandosi in piedi. Lo feci: sono Tony da Londra. È stata una bella sorpresa! (ride). Ecco, il fatto che, ovunque tu sia nel mondo, sei in comunione con gli altri, è veramente formidabile. È qualcosa che mi affascina. La Chiesa universale è essa stessa un importante modello di istituzione globale.
La società e la politica inglesi sono molto diverse da quelle statunitensi: in Gran Bretagna è raro parlare ad alta voce della propria fede e gli inglesi si sorprendono dinnanzi a quanti raccontano apertamente il loro credo. Pensa che vi siano motivi culturali per questa differenza?
Personalmente credo che questo sia un problema dei media, piuttosto che della gente comune. Non ho mai fatto una gran questione attorno alla mia fede, nonostante fosse assolutamente evidente il fatto che l’avessi: per anni sono andato a messa ogni settimana, quindi non stavo certo nascondendo nulla. E debbo dire che non ho mai avuto problemi con la gente. Anzi, forse, è vero il contrario. Penso però che, a causa della nostra cultura mediatica, se inizi a parlare pubblicamente di fede come leader politico, la prima reazione della gente è di sospetto, piuttosto che di interesse. Invece, negli Stati Uniti parlarne è semplicemente dato per scontato. È un peccato che sia così, ma questa è la realtà. Posso però dire che per la gente comune, a differenza di quanti parlano in televisione o scrivono sui giornali, non c’è mai stato problema. Sono sempre stato consapevole del fatto che se avessi cominciato a parlare troppo di fede, mi sarebbero state richieste tante spiegazioni. Questo sicuramente non sarebbe successo negli Stati Uniti. Non saprei dire se vi siano differenze culturali dietro questi diversi atteggiamenti. Forse in America andare in chiesa fa parte della vita quotidiana molto più di quanto non avvenga oggi in Europa. Inclusa la Gran Bretagna. Resta comunque il fatto che io ho affrontato temi politici con le comunità religiose più di quanto mi risulta abbia mai fatto nessun altro.
Per un europeo, è impossibile non notare quanto la politica americana parli di Dio, quanto lo citi.
È vero. A essere onesti, però, penso che ciò che preoccupa gli inglesi è il fatto che il politico possa voler prendere in prestito Dio per la campagna elettorale. Gli americani, al contrario, non la pensano affatto così, e lo ritengono del tutto naturale. Personalmente credo che sia importante aprirsi alla fede e che le persone si sentano libere di farlo.
Non possiamo ignorare che nei Paesi anglosassoni - ma non solo! - esiste un forte pregiudizio verso i cattolici che fanno politica. L’idea è che il politico cattolico non sia libero e che le sue decisioni vengano prese in Vaticano.
È verissimo. In realtà non ero esattamente cosciente di questo pregiudizio prima della conversione, e debbo dire che sono rimasto scioccato nel prenderne atto. È interessante che una delle cene a cui partecipai subito dopo aver lasciato l’incarico di primo ministro fu l’Alfred E. Smith Memorial Foundation Dinner a New York, una cena annuale organizzata dalla comunità cattolica (precisamente dall’omonima fondazione insieme all’arcidiocesi di New York). Al Smith, che per quattro volte venne eletto governatore di New York battendosi per la giustizia sociale - sconfiggere la povertà e aiutare la causa del progresso - era cattolico. È stato il primo cattolico a candidarsi alla Casa Bianca nel 1928. Per scrivere il mio discorso, mi sono documentato sul personaggio, ed è stato sorprendente scoprire che il suo essere cattolico fu il vero tema della campagna elettorale. La preoccupazione che emergeva dalla stampa era che, se Al Smith avesse vinto le elezioni, il Papa si sarebbe trasferito dal Vaticano alla Casa Bianca! (ride). L’incubo era che il Paese sarebbe stato governato dalla Chiesa cattolica.
Questo spiega la celebre dottrina Kennedy secondo cui il credo religioso del presidente non dovrebbe giocare alcun ruolo nelle scelte degli elettori.
Già. Kennedy finalmente infranse il mito. Certo, sapevo del pregiudizio, anche perché la famiglia di mia madre era protestante e fortemente anticattolica. Ma, pur sapendolo, non ne avevo del tutto compreso la reale portata finché non sono stato “educato” meglio.
Bede Griffiths, che si convertì nel 1931, era consapevole che la sua decisione di aderire alla Chiesa cattolica avrebbe causato sofferenza ai suoi cari, e specialmente a sua madre. La preoccupazione di chi lo circondava era che egli avrebbe finito per perdere le sue radici.
In uno dei rari momenti di lucidità durante la malattia, la mia bisnonna, una donna per molti versi fantastica, mi disse: fai quel che vuoi, ma non sposare una cattolica. Esattamente ciò che poi ho fatto, temo (ride).
Più in generale, crede che nelle moderne democrazie, un politico abbia il diritto di parlare in nome della sua fede - dichiarandosi, ad esempio, contro l’aborto perché viola il quinto comandamento - o abbia invece il dovere di tacere sul suo credo personale?
Ho sempre sostenuto che le persone hanno il diritto di parlare. Ho insistito molto su questo in Gran Bretagna. Anche perché si tratta di temi che le persone sentono molto, che sono importanti per loro. La gente la pensa diversamente su questi argomenti, e se una persona crede qualcosa che è assolutamente centrale per lui, ha il diritto di parlarne.
Tornando a lei, è mutato qualcosa dopo la conversione nella sua vita personale (ad esempio, come padre), nella sua attività politica in Gran Bretagna e, infine, nel suo nuovo ruolo sullo scenario internazionale?
Come padre, c’è stata solo una continuazione. I miei tre figli maggiori, ormai cresciuti, sono cattolici praticanti (e lo sono ancora, fortunatamente!). Li abbiamo battezzati, hanno studiato in scuole cattoliche - anche Leo oggi studia in una scuola cattolica - e continuano a essere cattolici. La fede è sempre stata una parte importante nella nostra vita come famiglia. In questo senso, dunque, la mia conversione non ha cambiato le cose. Quanto alla politica inglese, personalmente ho cercato di chiamarmene fuori da quando ho lasciato Downing Street. Infine, circa il mio impegno internazionale, ovviamente la fede mi rende particolarmente sensibile e attento rispetto ad alcune tematiche specifiche. Pensiamo al Medio Oriente. Il fatto di essere lì, per un credente è emozionante e oltremodo stimolante. Visitare i luoghi santi è stato meraviglioso: andare in posti come Gerico, la riva del Giordano dove avvenne il battesimo di Gesù, e ovviamente a Gerusalemme, dov’è il mio ufficio. Il fatto di essere una persona di fede dà a questo impegno un significato speciale. In Africa la mia fondazione per il dialogo fra le religioni è molto attiva: ad esempio, abbiamo un programma che vede le diverse religioni unite per sconfiggere la malaria, che ogni anno uccide nel continente un milione di persone, prevalentemente bambini. Ci occupiamo anche del cambiamento climatico: sono convinto che il rispetto dell’ambiente per le generazioni future rientri nella nostra responsabilità di cristiani. Insomma, sono tutti temi dominati dalla mia fede. La Tony Blair Faith Foundation intende promuovere il rispetto e la conoscenza delle maggiori religioni - cristiana, musulmana, hindu, buddista, sikh ed ebraica - e dimostrare come la fede sia per il mondo moderno una forza potente che spinge verso il bene. Ricordo che la presentai alla cattedrale di Westminster, dinnanzi a un uditorio cattolico.
Crede che il suo essere cattolico sia un vantaggio o uno svantaggio per la sua attività in Medio Oriente?
Onestamente non l’ho mai trovato un problema. Mai. Anzi, penso spesso che, nel mondo moderno, il fatto di essere una persona di fede incrementi la capacità di mettersi in relazione con persone di un altro credo. Certo, a volte è vero anche il contrario, per cui ci si trova in forte opposizione. Ma giacché oggi fattori di secolarizzazione sottopongono la fede a un duro e aggressivo attacco, finisce che persone di fedi diverse a volte si alleino.
Nella “Caritas in veritate” il Papa scrive che “la religione Cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica” (n. 56). Lei crede che il mondo di oggi abbia desiderio di ascoltare la religione, oppure voglia ignorarla?
Trovo che vi sia un conflitto. Personalmente, condivido totalmente quello che scrive il Papa nell’enciclica, un testo brillante che deve essere letto e riletto. Ritengo che la religione abbia un ruolo centrale, unico all’interno della società e per il suo sviluppo. Pensiamo, ad esempio, al modo in cui utilizziamo la tecnologia. Ma è anche vero che c’è un conflitto, perché molte persone vogliono tenere la religione fuori dalla sfera pubblica. Sostenere, come sostengo, che la religione abbia un ruolo importante, non significa ritenere che finiranno i dibattiti e le contrapposizioni. Questi, al contrario, proseguiranno su molti temi rispetto ai quali, probabilmente, la Chiesa starà da una parte e i leader politici dall’altra. Ma non credo sia questo il punto: il punto è che la fede ha pieno diritto di entrare in questo spazio e di parlare. Non deve tacere. Non è quindi solo importante che le cose si risolvano nel modo giusto, ma anche che la voce della fede non sia assente dal dibattito pubblico (pensiamo a temi come la giustizia e la solidarietà tra i popoli e le nazioni). Sono appena tornato dalla Cina, dove ora passo molto tempo, ed è affascinante vedere il modo in cui questo Paese si sta impegnando per trovare la sua strada verso il futuro. Non è solo un impegno sul versante del progresso economico e sociale, ma qualcosa che riguarda anche la riscoperta delle loro fedi e tradizioni. Ho ascoltato molte relazioni in Cina: si parla moltissimo di confucianesimo, taoismo e buddismo. E perfino la comunità cristiana oggi in Cina si sta aprendo di più. Per molti aspetti, la Cina si trova a un grado diverso di sviluppo rispetto alle nostre società, quindi si potrebbe pensare che nel Paese prevalga la tendenza a dire: se vogliamo essere veramente avanzati, moderni e sviluppati dobbiamo mettere la religione da parte. Invece è interessante scoprire che, sebbene vi siano persone che si augurano esattamente questo, oggi si odono anche voci del tutto opposte. Voci che ricordano come la Cina sia una civiltà antica con forti tradizioni religiose e filosofiche le quali non si occupano solo dello Stato e dell’individuo, ma anche della sfera religiosa. Credo che questa sia per noi una lezione davvero importante.
Personalmente ritengo che la recente entrata in scena dell’islam abbia stravolto il ruolo, lo spazio che oggi diamo alla religione in politica, il modo in cui pensiamo alla loro interrelazione.
Sono assolutamente d’accordo. Per certi versi, è il punto nodale della mia fondazione. Anche se una persona non è credente, può comunque capire l’importanza della fede, può comprendere che la fede conta. Abbiamo visto ciò che è accaduto nel mondo islamico: ci sono persone che sostengono che è qualcosa che non ha nulla a che fare con la religione. È una completa assurdità. Certo che ha a che fare con la religione.
Sempre nell’enciclica, Benedetto XVI scrive che “volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità” (n. 7). Lei cosa ne pensa come cattolico, come ex primo ministro inglese, come protagonista attuale della politica internazionale e come probabile futuro Presidente europeo?
Concordo (sorride). Credo che un leader politico sia soggetto ad alcuni vincoli, e debba lavorare per raccogliere voti. Perché questa è la democrazia. Ma è proprio qui che trovo che la fede abbia un ruolo unico. La Chiesa cattolica segue la verità di Dio, e credo che ciò su cui il Papa si impegna tanto è cercare di far comprendere che questo è un obbligo cristiano. Certo, a volte ciò può entrare in conflitto con il mondo politico, e io l’ho sperimentato come leader politico. Eppure è estremamente importante che vi sia l’aspetto religioso: non a caso il Papa scrive che un umanesimo senza Dio è disumano. E credo che egli intenda con questo che le azioni umane e la ragione umana sono sempre limitate se non sono pervase dalla fede. A volte, possono essere addirittura pericolose.
Certo, difficilmente si potrà realizzare la politica che il Papa tratteggia nell’enciclica.
La gente spesso fraintende la politica. La politica è l’interazione tra idealismo e realismo: solitamente, non è il trionfo dell’uno sull’altro. Quando, nel 2005, abbiamo deciso di mettere la povertà in Africa al centro del G8 a Gleneagles, questo era fortemente sostenuto dalla Chiesa cattolica e da Giovanni Paolo II. E fu cruciale. Si creano difficili nodi politici quando si arriva a dover decidere quanti soldi si daranno, se si deve fare di più, se si può fare di più. Nodi che possono portare anche a forti contrapposizioni. Ma il fatto che se ne parli, e che la posizione venga fortemente sostenuta dalla Chiesa, può effettivamente aiutare il politico a fare la scelta giusta. Certo, non elimina il problema, ma aiuta. Quando ho detto agli inglesi che dovevamo incrementare sostanzialmente il nostro aiuto all’Africa, mi aiutò moltissimo il fatto che la Chiesa dicesse pubblicamente che era la scelta giusta da fare, che era una cosa moralmente buona. Certo, ciò non toglie che vi sia sempre chi critica il fatto di usare i nostri soldi per aiutare gente diversa da noi.
In effetti in Gran Bretagna avete seri nodi sociali: non deve essere stato facile.
È vero, li abbiamo. Ma li hanno tutti.
Sì, ma è più facile vedere quelli degli altri, piuttosto che i propri!
Già! (ride).
Come padre di quattro figli, cosa pensa del ruolo paterno? Come vede il futuro della paternità nel mondo di oggi?
In primo luogo, penso che la paternità sia un ruolo da affrontare con responsabilità e senza arroganza. Per quanto bravo o intelligente pensassi di essere, ho sempre trovato che essere padre fosse qualcosa di estremamente difficile. E lo penso tuttora. Secondo, ovviamente ritengo che anche il padre sia una figura cruciale nella famiglia, che anch’egli sia fondamentale per la crescita e la formazione del bambino. In terzo luogo, credo che, per certi versi, si stia recuperando l’idea di famiglia. Anche in questo campo ritengo che le comunità religiose e la Chiesa abbiano un ruolo da giocare. Certo, le famiglie hanno i loro problemi, le famiglie si sfasciano, cosa che temo continuerà ad accadere. Ma ho sempre pensato che le indicazioni della Chiesa in materia di famiglia fossero utili. Sia chiaro, far funzionare un matrimonio richiede impegno. E credo che lo richieda anche la paternità. Ma penso davvero che, tra i grandi cambiamenti che stanno avvenendo anche sul versante sociale, sia necessario riscoprire che la paternità è una responsabilità e una necessità.
Che impressione Le fa sapere che i suoi pronipoti studieranno il suo lavoro nei loro libri di scuola?
Qualcuno me lo ha fatto notare l’altro giorno, ed è stata la prima volta che ci ho pensato. So che suona strano, ma è davvero così! Non penso mai a me stesso in questi termini. E poi, certo, dipende molto da quello che leggeranno! (ride).
Beh, lei di cose ne ha fatte parecchie…
Sì. Però la mia personale inclinazione è quella di concentrarmi sempre sul futuro. Non perché io non rifletta sul passato - vi sono ovviamente molte questioni sulle quali rifletto e ritorno - ma sento di avere ancora qualcosa da dare. Sento che ho ancora una vita davanti a me, oltre che dietro di me. Chissà poi quali saranno i giudizi storici sulle diverse imprese in cui sono stato coinvolto, in particolare i tanti conflitti bellici come l’Iraq, l’Afghanistan, il Kosovo, Sarajevo. Semplicemente, non avendo idea di quali giudizi verranno dati, trovo che non abbia assolutamente senso l’ossessione di pensarci.
Mi colpisce questa sua enfasi sul futuro. Certo, Lei, che è arrivato alla guida del governo a 44 anni, oggi è ancora giovane: ha finito il suo lavoro come primo ministro avendo ancora tantissimo tempo davanti a sé. Invece, per esempio, l’Italia ha una classe politica tradizionalmente molto più avanti con gli anni: è perciò inusuale un politico che, al termine di un decennio di governo, sia così proiettato sul suo futuro professionale.
Sì, ma ritengo che, in realtà, sia una cosa buona. Devo dire che credo di aver imparato tantissime cose negli anni. Il fatto di avere politici che terminano il loro incarico quando sono ancora giovani, può tornare veramente utile. Penso a politici come Bill Clinton o Aznar: hanno davvero molta esperienza da far fruttare.
E sua moglie non scenderà in politica, come è capitato in altri Paesi?
No, non credo proprio che le interessi! (ride).
Eppure abbiamo davvero bisogno delle donne in politica.
È vero: abbiamo bisogno delle donne in politica. Bisogna insistere!
Del resto il suo Paese è stato a lungo guidato da una donna che, tra l’altro, è stata un esempio interessante di donna politica.
Certamente. Credo, però, che i pregiudizi contro le donne siano in realtà molto meno diffusi di quanto generalmente si creda. Ricordo che mio padre mi diceva sempre - era un uomo della vecchia guardia - che gli inglesi non avrebbero mai eletto una donna primo ministro. E invece l’hanno fatto per ben tre volte!
Quale era il sogno di Tony Blair quando era bambino?
Le mie ambizioni? Temo proprio che fossero estremamente ordinarie e banali: volevo diventare un calciatore o una rock-star! (ride).
Non ha mai pensato che le sarebbe piaciuto diventare primo ministro?
No! Sarei assolutamente inorridito se qualcuno mi avesse detto che sarei diventato un politico. E questo fino all’età di 20 o 21 anni. I miei primi due anni all’università sono stati più a base di feste e rock and roll che di politica.
Eppure si ricorderà della prima volta in cui ha votato? Ricordo che io quel giorno mi sono sentita importante: sentivo che il mio Paese aveva bisogno di me.
Sì che mi ricordo! Erano le elezioni del 1974, e io ero all’università. Direi, però, che il voto che ha segnato una netta differenza nella mia vita, è stato quello al referendum sull’Europa del 1975. Ricordo perfettamente di aver votato sì: e fu un voto estremamente consapevole. Ero convinto che fosse una scelta importante per il futuro della Gran Bretagna. Lo ricordo bene: è stato un momento davvero interessante.
E così, terminiamo con l’Europa. Un involontario ponte verso il futuro. Ancora strette di mano, e sorrisi. Quando lo saluto, non so più se sto salutando il politico che ha abitato per un decennio al 10 di Downing Street riformulando la politica inglese, il credente che ha camminato a lungo verso la Chiesa cattolica, o lo statista di cui ancora si parlerà. In effetti, forse non è nemmeno un gran problema: beneath all, questo è Mister Tony Blair, come lo definisce il suo assistente Matthew Doyle. All’ultimo momento salendo le scale verso la sua stanza, ero stata presa da un brivido di terrore su come avrei dovuto chiamarlo. Ma il problema non s’è posto.
autore: Giulia Galeotti
(©L’Osservatore Romano 14-15 settembre 2009)
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