Archivio di Gennaio, 2010

Meno Stato e più mercato, dieci riforme “low cost” per modernizzare l’Italia

Martedì, 12 Gennaio, 2010

istituto_bruno_leoni_1.jpg
Liberalizzazioni, contratti decentrati, taglio delle imposte ma pure dei privilegi: è la ricetta dell’Istituto Bruno Leoni di Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri. Va accolto più che positivamente il dibattito che si è aperto sull’esigenza di riformare il fisco al fine di rivitalizzare l’economia, incentivare il lavoro e gli investimenti, liberare risorse private. Va soprattutto apprezzata l’intenzione di fare leva sulle forze vive della società, dal basso, anziché rincorrere per l’ennesima volta a qualche grande piano statale.
Nelle scorse ore ha fatto bene Silvio Berlusconi a richiamare il “vecchio” progetto delle due aliquote (al 23 e al 33 per cento), né si può dire che sbagli – da parte sua – il ministro Tremonti quando sottolinea l’esigenza di non aggravare ulteriormente la situazione debitoria. Ma l’obiettivo di evitare l’espansione del debito pubblico e quello di dare ossigeno al sistema produttivo non sono incompatibili. Al contrario, si possono sposare perfettamente: ci sono i margini per una riduzione strutturale della spesa pubblica, che sfrondi gli eccessi e bonifichi qualche palude di assistenzialismo (specie al Sud, ma non solo).

In una sua recente pubblicazione (Dopo! Come ripartire dopo la crisi, Ibl Libri), l’Istituto Bruno Leoni ha suggerito talune riforme urgenti e sostanzialmente a costo zero, che possono ridurre il gravame dello Stato sulla libera economia e al tempo stesso evitare di appesantire il debito pubblico, già tanto alto. Da quel lavoro attingiamo per suggerire alcune riforme possibili, e qualche altra ne aggiungiamo, le quali aiutino l’economia ad uscire al meglio dalla crisi senza compromettere i conti pubblici.

FISCO PIÙ SEMPLICE E BUROCRAZIA PIÙ SNELLA
Anzitutto, oltre che troppe, le tasse sono difficili da pagare. Secondo la Banca mondiale (Doing Business, 2009), una media impresa italiana impiega 336 ore per adempiere agli obblighi con il fisco, contro le 76 ore necessarie ad un’azienda irlandese, le 105 ore del Regno Unito o le 131 della Francia. Un fisco più semplice è già un fisco più equo. E non costa nemmeno un euro semplificarlo.

PRIVATIZZARE LO «STATO SPA»
Come scritto nel programma elettorale del Pdl, si riduca il debito pubblico attraverso un ampio programma di dismissioni di imprese, quote societarie e proprietà demaniali. L’azienda «Stato Spa» ha dimensioni mostruose: il Tesoro possiede (in tutto o in parte) colossi come Poste Italiane, Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrovie dello Stato, Cassa depositi e prestiti. Se tale conglomerato fosse privatizzato, destinando le entrate a un ridimensionamento dei titoli del Tesoro da rinnovare (ben 480 miliardi solo nel 2010), si ridurrebbe l’onere degli interessi. Privatizzare permette al contempo di salvare i conti e contenere le tasse. Quanto detto, vale per lo Stato come per le Regioni e gli enti locali: a proposito di federalismo fiscale, evitiamo per il futuro soccorsi statali per gli enti a rischio-bancarotta (come a Roma o a Catania) e imponiamo loro la cessione delle quote societarie detenute.

CONTRATTI LOCALI E SINDACATI RESPONSABILI
Un altro settore in cui operare è quello del diritto del lavoro. Si tratta di trasformare il contratto collettivo in un semplice accordo-quadro, che faccia diventare predominante il livello locale e vada in tal modo incontro alle esigenze del Mezzogiorno, finora penalizzato da intese pensate soprattutto per le grandi industrie del Nord. In più, come suggerisce Fabiana Alias nel libro citato, bisogna spingere i sindacati a guadagnarsi sul campo il favore dei lavoratori, facendo sì che le intese da loro firmate riguardino solo gli iscritti e non abbiano più alcuna valenza erga omnes.

IN PENSIONE PIÙ TARDI
Per salvare i conti previdenziali e al tempo stesso favorire l’inserimento di giovani e donne nel lavoro, è indispensabile alzare l’età pensionabile. Anche in ottemperanza a indicazioni europee, va equiparata la condizione di uomini e donne. È pure indispensabile favorire lo sviluppo – per i giovani – di una previdenza autonoma rispetto al sistema statale, autorizzando gli under 35 a destinare almeno una quota dei loro contributi obbligatori verso fondi pensione privati, più remunerativi della previdenza pubblica.

LIBERALIZZARE I TRASPORTI
Nel sistema dei trasporti, si liberalizzino aeroporti e rete ferroviaria. Gli scali aerei vanno ceduti e bisogna introdurre meccanismi trasparenti di allocazione degli slot: considerata la saturazione dei principali aeroporti europei, Malpensa verrebbe presa «d’assalto» dalle compagnie aeree asiatiche, sempre in cerca di nuovi approdi. Nel trasporto su ferro, la separazione proprietaria di Rfi da Trenitalia faciliterebbe l’accesso al mercato di nuovi operatori italiani e stranieri, così da favorire la concorrenza e ridurre i prezzi.

TRIBUNALI PIÙ EFFICIENTI
In merito alla giustizia, quel grave handicap (anche per l’economia) rappresentato dalla lentezza dei processi potrebbe essere superato introducendo meccanismi premiali e competitivi, che migliorino l’efficacia del lavoro di magistrati e cancellieri. In un capitolo di Dopo!, Serena Sileoni suggerisce di estendere a livello nazionale le buone regole adottate dal Tribunale di Torino, dove si è avuto un significativo smaltimento del lavoro arretrato: è bastato portare un serio metodo di lavoro aziendale per ridurre in 4 anni di quasi un quarto (il 23,6%) i tempi processuali.

STOP AI PRIVILEGI DELLE CASTE, PIÙ OCCASIONI PER I GIOVANI
Urge una compiuta liberalizzazione delle professioni. Qui si tratta di portare a termine quello che a suo tempo Bersani non ha voluto o saputo fare. C’è infatti bisogno di disboscare i privilegi delle troppe caste e – soprattutto in tempo di crisi occupazionale - di dare vere opportunità a quei giovani che di frequente vedono sbarrata la strada del lavoro. Non è solo una questione di notai, avvocati e farmacisti: è l’insieme del lavoro autonomo che va affrancato dalle logiche corporative. S’inizi bloccando la dannosa controriforma della professione legale in discussione al Senato, che esclude i giovani dall’accesso alla professione e non permette lo sviluppo in Italia di grandi studi professionali di livello europeo.
Una considerazione, per concludere. Come insegna il proverbio della moglie ubriaca e della botte piena, ogni scelta è politicamente dolorosa, anche quelle a costo zero per lo Stato. Ma se permettiamo al presente di mangiare il futuro, l’Italia rischia di finire senza moglie e senza vino.

fonte: Il Giornale, 10 gennaio 2010

Abruzzo: nel 27% del territorio risiede il 65% della popolazione

Lunedì, 11 Gennaio, 2010

abruzzo-55.gifSi svuotano le culle, mentre non si ferma la tendenza allo spopolamento delle aree interne abruzzesi. Arriva dall’ analisi condotta dal Centro studi della Cna abruzzese, realizzata da Aldo Ronci, sui dati dell’Istat relativi all’andamento demografico nei primi sei mesi del 2009, la conferma di un andamento demografico decisamente a “due velocità”, in Abruzzo, tra entroterra e aree costiere. In linea con le tendenze degli ultimi anni - analizza il Centro studi della confederazione artigiana presieduta da Italo Lupo e diretta da Graziano Di Costanzo - “nei primi sei mesi del 2009 il bilancio demografico italiano è stato positivo, grazie all’elevato saldo migratorio che riesce a compensare abbondantemente il decremento del saldo naturale. In questo contesto, tuttavia, l’Abruzzo cresce meno della realta’ italiana (0,14% contro lo 0,26%): questo risultato non dipende dall’incremento migratorio che è quasi lo stesso di quello nazionale (0,31% contro lo 0,32%), ma dal forte decremento del saldo naturale, che è di gran lunga superiore a quello nazionale: -0,17% contro il -0,06%”. La decisa denatalità, nella nostra regione, fa il paio con la crescita a due velocità: una alta, nelle province di Teramo e Pescara, e una sostanzialmente nulla nelle province di Chieti e dell’Aquila.

“L’aspetto più rilevante - dice ancora lo studio - è il fatto che in una regione il cui territorio è occupato per il 72% da comuni montani, veda risiedere in quei territori appena il 35% della popolazione (468.680 unità), peraltro in continua diminuzione; mentre nei comuni costieri che occupano il 27% del territorio risiede ben il 65% della popolazione (867.862); una presenza in costante crescita, soprattutto nel Pescarese e nel Teramano, che tuttavia non riesce a compensare a sufficienza il decremento dei territori montani, e non permette all’Abruzzo di raggiungere i dati medi nazionali”. L’analisi per province dell’incremento della popolazione mette in evidenza, come detto, l’andamento a due velocità dell’Abruzzo: mentre da un lato le province di Teramo (+883;+0,28%) e Pescara (+1.031;+0,32%) crescono con un ritmo superiore a quello medio nazionale (+0,26%), dall’altro L’Aquila (-94;-0,03%) e Chieti (+47;+0,01%) registrano una crescita quasi nulla. Inoltre, Teramo e Pescara hanno beneficiato nel primo semestre 2009 di un ben diverso andamento migratorio rispetto alle altre due province: Teramo ha infatti registrato un incremento dello 0,38%, Pescara addirittura dello 0,45%. Ambedue di gran lunga superiori a quello medio nazionale, pari a +0,32%.

fonte: agi.it

San Paolo - Inno all’Amore

Venerdì, 8 Gennaio, 2010

madonnadelsolleticodetail2.jpgSe anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi l’amore,
sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante. Se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza
e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,
se dessi il mio corpo per essere arso,
e non avessi l’amore,
non mi gioverebbe a nulla. L’amore è paziente,
è benigno l’amore; l’amore non invidia, non si vanta,
non si gonfia, non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta. L’amore non verrà mai meno. Le profezie scompariranno;
il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà;
conosciamo infatti imperfettamente,
e imperfettamente profetizziamo;
ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto. Quando ero bambino, parlavo da bambino,
pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Da quando sono diventato uomo,
ho smesso le cose da bambino. Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro;
ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente,
come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore;
ma la più grande di esse è l’amore.

fonte: I° lettera ai Corinzi 13,1

Blogosfera 2009

Venerdì, 8 Gennaio, 2010

fonte: casaleggio.it

Telecom Italia agli spagnoli

Giovedì, 7 Gennaio, 2010

davide_giacalone.jpg 

di Davide Giacalone 

S’avvicina il capolinea, per Telecom Italia. La malaprivatizzazione ha dato il suo esito annunciato, e l’Italia potrebbe uscire dal mercato delle telecomunicazioni. Ci vorrà ancora qualche tempo, per perfezionare i passaggi, ma gli spagnoli di Telefonica s’apprestano ad essere i nuovi proprietari. Le smentite, giunte ieri da Mediobanca, Intesa e Generali, che sono i venditori, suonano stonate. Le voci, secondo loro, sarebbero “prive di ogni fondamento”. Suvvia, non esageriamo, il fondamento c’è, eccome. Magari non c’è ancora il fatto. C’è la beffa, però, perché grazie ai pastrocchi inventati, per favorire amici ed amici degli amici, la società è negoziabile fuori dalla Borsa, facendo marameo al mercato, alle sue regole e ai risparmiatori.

Nulla, però, che i nostri lettori già non conoscano. Quando, nell’ottobre del 2007, il controllo di Telecom fu assunto dalla società Telco, scrissi che si trattava di una vendita differita. Intendevo che il 24,5% delle azioni finivano ad una società nel cui seno un solo socio aveva idea di cosa fossero le telecomunicazioni: Telefonica. Quelli erano i veri compratori. Il patto di sindacato è stato rinnovato, è vero, due banche ed una compagnia d’assicurazioni continuano a detenere il controllo, ma continua anche l’impotenza operativa, lo stallo amministrativo, l’assenza d’idee. E’ il capolinea.

Telecom Italia era un centro d’eccellenza, nel sistema italiano, è divenuto un peso. La nostra rete di telecomunicazione era cresciuta, nel mondo, anche grazie agli emigranti (si pensi alla storia eccezionale di Italcable), ora è un pascolo spelacchiato, devastato da profittatori ed incompetenti. Si poteva (e si può) riprendere, ma a patto che la società trovi mani competenti ed interessate ad altro che al proprio tornaconto. Avevamo tecnologia all’avanguardia, eravamo fra i primi al mondo, nel settore mobile, siamo divenuti arretrati.

La storia della decadenza è iniziata nel 1997, quando il governo Prodi decise di vendere Telecom Italia. Fu la peggiore privatizzazione possibile: una svendita, accompagnata da totale assenza di visione strategica. Il pacchetto fu venduto chiuso, con dentro la rete. Un errore tragico, che ci costa moltissimo. Nel 1999, complice il governo D’Alema, le pur blande regole della privatizzazione furono violate, assieme al resto delle leggi che regolano il mercato, sicché Telecom passò nelle mani d’assaltatori, guidati da Roberto Colaninno. La società fu impiombata con i debiti che gli acquirenti avevano fatto, per comprarla. Nel 2001 Colaninno viene scaricato dai suoi soci, che vendono a Tronchetti Provera. Quest’ultimo prende (pagandola troppo) una società indebitata, indebolita, che ha perso il vantaggio tecnologico, ma ancora abbastanza ricca da potere essere spremuta. Le viene sottratto altro sangue, sia con gli affari all’estero che con lo scorporo degli immobili. Mentre la società s’impoverisce, insomma, chi la controlla s’arricchisce. Le autorità di controllo, dormono.

All’epoca di Colaninno si era gridato al miracolo, per la prima grande Opa (offerta pubblica d’acquisto) del mercato italiano. Ma erano entusiasmi da incompetenti in malafede. Perline ad indiani beotamente entusiasti, perché l’Opa era guidata da società lussemburghesi (alcune radicate a Cayman Island), sicché il controllo di Telecom s’è potuto negoziarlo non solo fuori dalla Borsa, ma anche fuori dall’Italia, con gran gioia e guadagno dei profittatori, fra i quali gli gnomi della finanza rossa. Poi hanno fatto entrare gli spagnoli, che, pur indebitatissimi, hanno una strategia internazionale. Come volevate che andasse a finire?

In tutti questi anni la rete s’è impoverita, e, ora, mostra la corda. Mentre gli altri cittadini europei dispongono della larga banda, da noi ancora si riparano i guasti al doppino in rame. Siamo i quartultimi in Europa, corriamo con le scarpe slacciate. E non può che essere così, perché la rete dovrebbe essere l’elemento comune a tutti gli operatori, talché sia, al tempo stesso, lo strumento ed il terreno della loro sfida. Sulla rete devono viaggiare i servizi di tutti, e la rete deve portare a tutti le singole offerte commerciali. Ma se uno dei concorrenti è anche proprietario e gestore della rete, va a finire che quest’ultimo non investe nell’aggiornamento tecnologico, dovendo subire un costo dei cui vantaggi si giovano anche gli altri.

In Inghilterra hanno risolto il problema creando Openreach, che è posseduta dal British Telecom Group, ma è nettamente separata, sia contabilmente che operativamente. Così si garantisce eguale diritto d’accesso ed uso a tutti gli operatori e tutti, compresa Bt, contribuiscono al bilancio di Openreach. Se il governo inglese vuole, come ha fatto, contribuire allo sviluppo tecnologico, può farlo mettendo facilitazioni a disposizione di una società che serve tutti. Noi siamo rimasti alcune caselle indietro, ed anche a volerci mettere i soldi non sapremmo bene dove (o, meglio, ciascuno crede di saperlo, ma seguendo istinti non necessariamente al servizio dell’interesse collettivo).

Ogni tanto esce fuori qualcuno e sostiene che una società pubblica deve comprare, da Telecom, la rete. Bella roba! L’abbiamo pagata noi, l’abbiamo venduta male e, ora che è vecchia e bisognosa d’investimenti, ce la ricompriamo. Geniale. Telecom, del resto, non ha voluto venderla, perché una volta scorporata la rete si sarebbe visto, ad occhio nudo, che il resto non regge. Le banche, infine, siedono nella società che controlla Telecom per salvaguardarne l’“italianità”. Nel caso delle telecomunicazioni l’interesse strategico nazionale è più percepibile di quanto non lo fosse con Alitalia, ma stanno mollando la presa, per riprendersi quattrini non avvedutamente prestati. Un’operazione del genere non si chiude senza il benestare, o, almeno, la non ostilità del governo. Ritengo sia ragionevole non opporsi, perché non ha senso allungare l’agonia di una società senza proprietari e senza strategie. Ma la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, deve anche essere l’occasione per riprendere il governo del settore, imponendo ai gestori di portare ricchezza al Paese, non solo di trarne.

Quella di Telecom Italia resta la storia emblematica della seconda Repubblica, con la politica ridotta a sensale e i corsari dediti al saccheggio di quello che, un tempo, era cosa pubblica.

fonte: davidegiacalone.it

Julio Velasco: “Lo spirito di squadra è la chiave del successo”

Mercoledì, 6 Gennaio, 2010

velasco.jpgMichael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman riuniti in una stanza arredata con totem e altri oggetti indiani. I Chicago Bulls raccolti intorno al loro coach, Phil Jackson, che legge loro brani dal “Libro della giungla” di Rudyard Kipling per preparare la squadra alla partita. Una frase del romanzo ricorre più spesso: “La forza del lupo è il branco, e la forza del branco è il lupo”. Strane coincidenze accadono. “E’ uno dei miei libri preferiti”, commenta Julio Velasco (il plurivincitore con l’ItalVolley, oggi all’Inter, dopo il ruolo di direttore generale nella Lazio di Sergio Cragnotti), “va però detto che quando il lupo diventa vecchio, e non è più in grado di cacciare, il branco lo uccide. Questo è un po’ quello che succede a tutti i leader“.

Perché secondo lei il mondo imprenditoriale parla sempre più spesso di gioco di squadra?

“Per una serie di fattori che stanno coinvolgendo la nostra società: per la grande competitività, per la crescente complessità, per la concentrazione a livello imprenditoriale, e infine, per la globalizzazione”.

Come valuta il mondo aziendale sotto il profilo dello spirito di squadra?

“Mi sembra di capire che nella nostra società, in azienda, la cultura di squadra non sia molto diffusa. Tutti insistono a voler parlare di gioco di squadra, che è visto come un imperativo morale da raggiungere. Ciò equivale a dire: dobbiamo essere dei bravi ragazzi, dobbiamo avere spirito di squadra. Questo è positivo ma non sufficiente. Un mero concetto di solidarietà: tutti per la causa“.

Ma allora il gioco di squadra è imprescindibile?

E’ necessario inquadrare il problema. Io non sono d’accordo con l’affermazione che senza la squadra non si fa nulla. Il mondo imprenditoriale è pieno di uomini che da soli, usando gli altri come pedine operative, hanno fatto grandi cose. Ritengo però che gli affari, come tante altre attività, in una società che si sta sempre più globalizzando, siano diventati sempre più complessi, più vasti. Come conseguenza anche se si ha il fuoriclasse, imprenditore o giocatore che sia, si farà sempre più fatica. Ergo, il gioco di squadra comincia ad essere una necessità. E non a caso sta divenendo un concetto di cui si parla molto nelle aziende”.

Quale motivazione, in un mondo sempre più orientato all’individualismo, spinge a creare un gioco di squadra?

“Essenzialmente perché conviene a chi ne fa parte. Anche se ragiona da egoista. Per la stessa essenza del gioco di squadra: la tattica. La tecnica è solamente lo strumento. Un buon sistema tattico permette di mettere in evidenza i miei pregi e nascondere i miei difetti, e, contemporaneamente, sottolineare i difetti dell’avversario e neutralizzare i suoi pregi”.

E’ la tattica, allora, il valore aggiunto del giocare in una squadra?

“Esattamente, perché anche se un giocatore è bravissimo c’è sempre qualcosa in cui non è molto abile. E tramite il gioco collettivo si riesce a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai suoi difetti con le doti di un altro. Un gioco di squadra che non faccia questo applica una tattica sbagliata. Inoltre continuando a tarpare i pregi di un individuo, alla lunga, questi si stacca dalla squadra. In un club sportivo può essere sostituito, ma in un’azienda, dove la mobilità è decisamente più bassa, può diventare un problema serio”.

E come si mantiene un individuo all’interno della squadra?

“Non certo con discorsi moralistici. Servono criteri più utilitaristici e pragmatici: deve intravedere la convenienza dello stare nel gioco di squadra, traendo i maggiori benefici personali giocando insieme a compagni che nascondano i suoi difetti ed esaltino invece i suoi pregi”.

Da dove inizia, quindi, la costruzione di una squadra?

Dall’avere chiaro l’obiettivo. La seconda è di avere un gioco ben delineato, conosciuto da tutti“.

Che cosa significa?

“Significa che la metodologia, lo stile di lavoro e di gioco, devono essere chiari a tutti, e non soltanto al capo. Molti concepiscono il gioco di squadra come: “io penso, loro eseguono. E chi non esegue non possiede spirito di squadra”. Le vere squadre non sono così. Il ruolo dell’allenatore consiste nel saper costruire un gioco in collaborazione con i giocatori“.

Ed ecco il ruolo dell’allenatore. “Uno non è un grande allenatore quando fa muovere un giocatore secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna ai giocatori a muoversi per conto loro. L’ideale assoluto, che come tale non è mai raggiungibile, viene nel momento in cui l’allenatore non ha più nulla da dire, perché i giocatori sanno già tutto quello che c’è da sapere. Tutti devono conoscere, oltre alla tecnica, come si gioca, la tattica, insomma”.

La figura dell’allenatore è quindi assimilabile a quella di un capo?

“E’ indubbiamente un ruolo di comando. Deve essere in grado di assumersi sulle proprie spalle i rischi. La tattica deve essere condivisa da tutti, anche tramite un contraddittorio. Se non c’è accordo tra tutti, cosa si fa? Qui entra in gioco il capo: ebbene, decide lui, perché non si può vivere nel conflitto. Il capo si assume le sue responsabilità, cercando di sbagliare il meno possibile. Un margine di errore esisterà ovviamente sempre, l’essenziale è esplicitarlo ben chiaro in precedenza”.

Squadra e gruppo, non sono la stessa cosa.

No, e non vanno confusi. Il gruppo è l’elemento alla base della squadra. Il gruppo si forma svolgendo un’attività in comune: ad esempio, una classe scolastica. Nel gruppo l’individuo ha dei ruoli, ma non ben delineati, attribuitigli spontaneamente dagli altri componenti. Inoltre non c’è un unico leader, perché viene scelto a seconda dell’attività svolta. Il gruppo è un’entità propria: ciò significa che la sua caratteristica non deriva dalla somma delle caratteristiche degli individui che compongono il gruppo, ma bisogna ricercarla nelle dinamiche che si creano al suo interno. E’ necessario verificare come ciascun individuo funziona nel gruppo e non come è fatto, se ha talento, oppure se ha un certo carattere, o se è coerente ad un certo metodo di lavoro”.

Che cosa, allora, caratterizza una squadra rispetto ad un gruppo?

“I ruoli, che devono essere ben definiti. In funzione del tipo di gioco che si vuole fare, della tattica che si intende applicare. E’ inammissibile, ad esempio, che un terzino vada a fare la punta soltanto perché il centravanti non segna. Questo implica accettare anche i limiti, i difetti, gli errori dei compagni. Ciascun giocatore deve avere e rispettare il ruolo assegnatogli dall’allenatore, dal capo, dal vertice”.

Iniziano i problemi per l’allenatore.

Il capo fa parte dei ruoli prestabiliti, il suo è quello di comandare, istituzionalmente. E’ necessario differenziare tra capo e leader. La leadership si guadagna con il consenso, si deve instaurare un’autorità morale per comandare. Il leader lo stabilisce il gruppo, non ha un ruolo assegnato, ad esempio, da un organigramma. Restando nello sport, ci sono allenatori che non sono leader e che utilizzano quelli che si vengono a creare in modo naturale all’interno del gruppo dei giocatori. Un capo perde la stima della squadra soprattutto quando non rispetta i ruoli altrui, e non quando non è un leader“.

Quando però c’è qualcosa che non funziona è difficile rispettare i ruoli.

“Tutto dipende dal clima creato dal vertice, dai capi, sul modo di interpretare un errore. E’ in caso di difficoltà che si vede se c’è davvero lo spirito di squadra. Quando le cose vanno bene è semplice rispettare i ruoli, quando invece vanno male si innesca un meccanismo basato sul tentativo di dimostrare la propria innocenza, tra mille alibi e giustificazioni, e la colpevolezza degli altri. Il problema di fondo è che l’errore viene visto come una dimostrazione d’incapacità e non come degli strumenti d’apprendimento“.

Ha parlato spesso di cultura degli alibi.

L’alibi, oltre a distruggere l’armonia, impedisce di progredire, di imparare. E’ una situazione che nella mia esperienza ho trovato ovunque. L’errore segnala la necessità di apportare modifiche, la scusa, invece, impedisce di mettere in moto delle risorse che, a volte, non si sa neppure di avere”.

Nel romanzo ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni, Don Abbondio si giustifica dicendo: “Se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”. Quanto contano le motivazioni?

“Affinché i ruoli, il gruppo, la squadra funzionino è chiaro che la motivazione è un elemento fondamentale. Che non deve essere astratta, culturale o morale. Ci sono tre tipi di motivazione: quella di base, quella economica e quella della sfida”.

In che cosa consiste la motivazione di base?

“Fare ciò che piace. Di conseguenza, quando si costruiscono le squadre, bisogna scegliere gente a cui piace quel ruolo. In ogni modo è possibile migliorare le condizioni di lavoro, l’ambiente (ad esempio un ufficio accogliente, la comodità per raggiungere il posto di lavoro), concedere gratificazioni, al fine di rendere più soddisfatti di ciò che si svolge. In questo gli americani sono dei maestri, per quanto li riguarda: meglio si vive, più si rende. In Italia c’è un disinteresse assoluto per questi argomenti. Un buon allenatore deve cercare di mettere, se può, un giocatore nel posto in cui sa che gli piace stare”.

La motivazione economica, invece.

“E’ molto importante, i premi, le incentivazioni sono un ottimo stimolo. Ma diventa negativa quando si richiede di far gioco di squadra e poi il guadagno va soltanto alla proprietà”.

Lei ha parlato di sfida…

“Questa motivazione per me assume un ruolo fondamentale, non tanto riguardo agli impegni quotidiani, quanto ai grandi compiti. Credo che la gente, soprattutto in una società decisamente omologata come l’attuale, abbia bisogno delle emozioni, di sentirsi parte di qualcosa che va al di là della routine di tutti i giorni, di competere per un’impresa straordinaria. Questo a maggior ragione nel mondo del lavoro”.

Come si fa ad avere la mentalità vincente?

“A questa domanda io rispondo sempre con un paradosso: vincendo! Il problema è: come faccio a vincere? Esistono tre tipologie. La prima vittoria è quella contro i propri limiti e i difetti. La funzione del capo è fondamentale: deve porre obiettivi facilmente raggiungibili, in maniera da far fare un passo alla volta e, soprattutto, deve dare aiutare a risolvere i difetti. E poi superare le difficoltà è un allenamento. Questa è la seconda tipologia di vittoria. Le difficoltà non devono più essere viste come un qualcosa che mi impedisce di fare, ma come la possibilità di allenarmi a superarle”.

E la terza vittoria?

E’ quella contro gli avversari, i concorrenti. Che va programmata: da una parte affrontando avversari che siano alla mia portata, dall’altra, contemporaneamente, confrontandomi contro i migliori, anche se perdo. Questo mi serve per stabilire un punto di riferimento alto. A volte si impara di più perdendo contro un avversario forte piuttosto che vincendo da uno debole”.  
fonte: stageup.com

Macché ecologista, Ratzinger rifugge dalle tesi sullo sviluppo sostenibile

Lunedì, 4 Gennaio, 2010

flavio.jpg 

di Flavio Felice*

“La salvaguardia del creato e la realizzazione della pace sono realtà tra loro intimamente connesse! […] Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. In molti hanno già commentato il XLIII Messaggio per la giornata mondiale della pace di Benedetto XVI come una svolta ecologista del Magistero pontificio. Si tratta di un’evidente forzatura, sebbene comprensibile, in quanto è innegabile che l’attuale Pontefice abbia offerto una riflessione sociale nella quale le questioni ambientali rivestono un ruolo di primissimo piano.

Un aspetto, tra i tanti, merita di essere particolarmente sottolineato. Si tratta del nesso che Benedetto XVI stabilisce tra le questioni ecologiche, propriamente dette, e la cosiddetta “ecologia umana”: “I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri”. Ne consegue che Benedetto XVI incoraggia l’educazione a una peculiare responsabilità ecologica, che, tuttavia, non cede mai alla retorica dello “sviluppo sostenibile” (dove la denatalità è la cifra della sostenibilità), ma che di contro si ponga come obiettivo principale la salvaguardia di un’autentica “ecologia umana”. Il nesso di Benedetto XVI rinvia alla questione antropologica e non a una, pur nobile, per quanto ancora cristianamente inadeguata, sociologia dell’“egualitarismo” di tutti gli esseri viventi.

Con tale nesso Benedetto XVI rinnova l’appello centrale della Dottrina sociale della chiesa in ordine “all’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione”, oltre alla rivendicazione della “dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura”. Gli argomenti del Pontefice sono quelli tradizionali della “teologia della Creazione”, argomenti che hanno contraddistinto in modo peculiare il Magistero sociale di Giovanni Paolo II: si considerino i temi del lavoro, del capitale, dell’impresa e del profitto analizzati nelle encicliche Laborem exercens (1981); Sollicitudo rei socialis (1987); Centesimus annus (1991). Benedetto XVI evidenzia la cifra autenticamente umana dello sviluppo, riprendendo quanto sostenuto nella recente enciclica Caritas in veritate (2009). Una cifra che appare in stretta relazione con la dimensione antropologica dell’uomo, del suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio e di partecipare con il Creatore dell’Amore del Padre; un amore che, rendendoci figli, ci rivela la fratellanza con tutti gli uomini della terra e la vocazione ad amare il prossimo come Dio ci ama.

La cifra è evidentemente rintracciabile nel mistero-scandalo della Croce, è quella la misura con la quale Dio ci ha amati e ci ama. Tale prospettiva antropologica appare ancora più evidente quando il Pontefice afferma che “se il Magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi a una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi. In tal modo, si viene di fatto a eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della dignità di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, a un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo”. Al contrario, il Papa ci dice che la chiesa invita ad aggredire le questioni ecologiche “in modo equilibrato”, rispettando in primis la “‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera”. Tale grammatica affida all’uomo un ruolo di custode attivo e non di sciocco guardiano che abdica al suo ruolo di co-creatore; un ruolo che gli deriva dall’essere stato creato a immagine e somiglianza del Creatore.

Il rispetto, la salvaguardia del mondo, non sono che il versante minimale di uno spazio di attivazione che è aperto all’uomo perché egli vi esplichi la propria creatività. La creazione non è solo ex nihilo, dal nulla, ma anche contra nihilum, cioè contro il nulla e l’inconsistenza delle cose. Benedetto XVI ci dice che la negazione ecologica non è soltanto un deturpare antiestetico le bellezze del creato, un rendere meno ridente o attraente il cosmo: è anche sottrarre all’uomo la possibilità di un incontro sereno e comunicativo con il reale; è sottrarre al reale stesso la propria possibilità di continuo perfezionamento.

*presidente centro studi Tocqueville-Acton
adjunct fellow American Enterprise Institute

fonte: ilfoglio.it
 

Alfredo Cattabiani, il non-conformista

Domenica, 3 Gennaio, 2010

alfredo-marecopia2.JPG

di Gianfranco de Turris

Un episodio che Alfredo Cattabiani ricordava spesso era quel che avvenne durante il suo esame di laurea. Avvenne che il professor Norberto Bobbio gli scagliasse contro la sua tesi. Indignato perché era scritta con i piedi oppure perché insostenibile? No. Indignato perché era dedicata al pensiero politico di Joseph de Maistre. Alfredo ritornava su quel fatto per dimostrare quale fosse il clima di intolleranza e intimidazione nella Torino culturale del 1960. Ma, ora che Alfredo Cattabiani è scomparso il 18 maggio scorso, dopo una stoica lotta di molti anni contro la malattia che – gliel’ho detto più volte – era da ammirare e da portare a esempio, si può ben dire che quella scena è veramente emblematica della sua vita, della sua battaglia editoriale, e riassume un po’ tutto il destino di un’area culturale. Combattere incessantemente contro chi non sa far altro che scagliarsi contro di te solo perché hai idee differenti. A priori. Per principio. Nessun “dialogo”, nessuna discussione, nessun confronto pari a pari. Nulla. E di questo Cattabiani ha fatto le spese sulla propria pelle. Un’esperienza che lo ha segnato per sempre.

Nato a Torino nel 1937, delle sue molte attività culturali – direttore editoriale e traduttore, giornalista e saggista, conferenziere e conduttore di programmi radiofonici – credo che in questa occasione sia necessario ricordare soprattutto la prima: quella appunto di organizzatore culturale e direttore di case editrici. Lo fece per quasi vent’anni, dal 1962 al 1979, prima per le Edizioni dell’Albero e per la Borla a Torino, poi per la Rusconi Libri a Milano. E’ qui, con il suo lavoro e la sua intelligenza, che ha dimostrato concretamente come fosse possibile opporsi all’“egemonia culturale comunista” (come la definì alla fine degli anni Ottanta Nicola Matteucci) quando se ne hanno le possibilità: sia traducendo autori del tutto trascurati o rimossi, sia scoprendo nuove firme italiane e straniere nella narrativa e nella saggistica. Che avesse capito quel che si doveva fare per contrastare il monopolio marxista e illuminista, stanno a dimostrarlo da un lato il successo commerciale delle sue scelte, dall’altro la forsennata ostilità dell’intellighezia progressista, incontrastata su riviste e giornali. Fosse stato un incapace e un mediocre non lo avrebbero preso in considerazione.

Con la sua direzione delle tre case editrici, Alfredo si propose, in crescendo di mezzi, di organizzare una produzione alternativa a quella dominante sotto diversi aspetti: culturale, ideale, religioso e metapolitico. Non amava le definizioni e le contrapposizioni politico-partitiche: il suo punto di riferimento era la cultura tradizionale, che però amava definire “sapienziale”. E nelle sue case editrici accolse tutte le varie anime di questa cultura, perché tutte si opponevano al degrado materialista e becero dominante allora come purtroppo oggi. Ecco perché pubblicò nelle Edizioni dell’Albero ad esempio La grande paura dei benpensanti di Bernanos o il libro contro Emmanuel Mounier di Primo Siena; ecco perché per Borla scoprì organicamente (in precedenza si conoscevano in italiano solo un paio di opere) Mircea Eliade messo al bando dagli storici delle religioni progressisti e marxisti con scuse politiche (è noto lo scontro Pavese-De Martino) traducendone diverse altre, la cui lettura ha aperto molte menti; e diede vita, sotto la direzione di Augusto Del Noce ed Elémire Zolla, a quella collana, “Documenti di cultura moderna”, che sotto un titolo anodino riuniva autori “tradizionali” delle più diverse tendenze, da Schuon a Rosmini, da Burckhardt a Weil, da Pallis a Seldmayr: autori e opere che offrivano una diversa “visione del mondo” ai giovani lettori di allora e che sono stati poi ripresi da altre case editrici sovente immemori di chi per primo li scoprì.

Molte di queste firme trasmigrarono alla Rusconi, una realtà organizzativa ed economica che permise a Cattabiani di impegnarsi a fondo nel suo progetto: ambizioso, al limite del temerario, ma in parte riuscito, almeno fino a che la casa editrice appoggiò il suo direttore. Cattabiani operava a tutto campo: collane prestigiose e costose, ma anche collane tascabili e a basso prezzo, classici di filosofia trascurati o riscoperti ma anche narrativa da premi letterari. Possiamo ricordare alcuni filoni che aprì Alfredo? Dalla fantasy nel senso più alto e nobile con Il Signore degli Anelli alla presentazione “vera” della civiltà dei pellerossa, dalla valorizzazione di autori sofisticati come Cristina Campo (poi riscoperta da Adelphi) a Guido Ceronetti (il cui romanzo Aquilegia ignorato quando uscì da Rusconi, venne salutato come capolavoro quando fu ristampato da Einaudi), dal revisionismo ante litteram di Carlo Alianello, al primo serio contributo scientifico contro il darwinismo con le opere di Sermonti e Fondi; impose un filosofo emarginato perché non progressita come Augusto Del Noce, oggi ritenuto un maestro; offrì al grande pubblico l’opera difficile ma fondamentale di René Guénon, sino a quel momento confinata ai suoi adepti (e proprio a Guénon dedicò una delle sue ultime uscite pubbliche partecipando ad un convegno del novembre 2001 organizzato a Roma dalla Fondazione Julius Evola: la sua bellissima prolusione d’aperturà apparirà negli Atti che sono in corso di stampa). La riscoperta del sacro è al fondo di molte sue scelte di saggistica e narrativa, il sacro inteso nel senso più vasto del termine. Ma anche sottrasse alla cosiddetta “grande editoria” narratori di spicco, come Giuseppe Berto e Giorgio Saviane, che improvvisamente divennero dei poco di buono.

Insomma, Alfredo Cattabiani non aveva la minima paura di gettare sassi nello stagno o, meglio, in piccionaia: e i piccioni non solo protestarono, ma attaccarono, calunniarono, insinuarono, iniziarono campagne diffamatorie e insultanti, non perdevano occasione per stroncare o per silenziare. Insomma, si comportavano come si era comportato il professor Bobbio. Anzi, fecero ancora di peggio, perché almeno quello di Bobbio fu un atto diretto ed esplicito. I “padroni della letteratura” (per riprendere il titolo di un pamphlet a più mani che Alfredo provocatoriamente pubblicò) usarono l’arma subdola dell’insinuazione: la Rusconi era nata proprio nel 1969-1970 perché faceva parte di un più ampio progetto di “restaurazione” non solo culturale ma politica. Dietro c’erano la Dc, i servizi segreti, i fascisti, la Cia.

Follie? No, carta canta. Parole pericolosissime: quelli erano gli anni della contestazione, di Piazza Fontana, stavano iniziando gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse sequestravano e sparavano, gli scontri di piazza fra destra e sinistra frequentissimi, Milano in specie era un campo di battaglia permanente. Le insinuazioni, più o meno esplicite, servivano a ghettizzare, a mettere in difficoltà la Rusconi nei confronti non solo degli autori italiani che pubblicavano con lei, ma anche i recensori, addirittura i distributori ed i librai. Una casa editrice che si batteva contro il comunismo, lo scientismo, i luoghi comuni storici e culturali dei progressisti, doveva essere isolata e distrutta. Ci fu chi scrisse che intorno ad essa bisognava creare “un cordone sanitario”, quasi fosse un morbo epidemico… E alla fine ci riuscirono.

Il risultato fu che la Rusconi, assediata da ogni parte, non riuscì più a sopportare quell’attacco: l’unica cosa da fare era affiancare, spostare, esautorare poco a poco e alla fine costringere a gettare la spugna il responsabile di tanto scandalo. Nel 1979 Alfredo Cattabiani abbandonò la Rusconi, abbandonò il lavoro editoriale, abbandonò Milano e si trasferì a Roma dove inizierà una nuova vita ed un nuovo lavoro. Non fu persecuzione, quella? Che qualcuno osi negarlo ed osi dire si era all’interno di una normale “dialettica culturale”. Sarebbe importante che qualche giovane giornalista di buona volontà, o qualche giovane dottorando intelligente, andasse alla ricerca degli archivi editoriali della Rusconi e frugasse tra i carteggi e tra i ritagli-stampa, o magari trovasse il tempo per spulciare i fascicoli degli anni Settanta di riviste allora molto politicizzate, da L’Espresso a Panorama, da L’Europeo a Epoca, da Vie Nuove a Rinascita, le “terze pagine” dei giornali di partito (l’Unità, l’Avanti!, Paese Sera) o di opinione, dal Corriere della Sera a La Stampa, da la Repubblica a Il Messaggero. Ne verrebbe fuori non solo una storia veritiera della cultura italiana durante gli “anni di piombo” in cui le parole venivano usate come pallottole per decretare la morte civile e intellettuale di una casa editrice e del suoi direttore, ma se ne vedrebbero delle belle: firme che allora furoreggiavano per estremismo e intransigenza, per inchieste faziose, per definizioni acide e dileggianti, ora – magari – assurte agli onori della cultura del governo di centro-destra.

Alfredo dello stato di fatto della cultura attuale era ben consapevole: lo diceva a me come a molti altri, e lo scriveva apertis verbis in articoli e lo diceva in interviste. Non era amareggiato, ma indignato. Nonostante ciò, non aveva intenzione di scendere in polemiche dirette e “politiche”, e mi sconsigliava di farlo, mi rimproverava quando qualche volta, troppe volte, lo facevo. Ma poi sceglieva l’arma dell’ironia e, sotto sotto, del disprezzo: di fronte, mi diceva, abbiamo degli incolti, degli approfittatori, dei convertiti di bassa lega, perché prendersela? Per tutto quel che fece – ed è stato moltissimo e solo oggi se ne raccoglie qualche frutto – Alfredo non ha ricevuto praticamente nulla, anche sul piano materiale: dopo la chiusura de Il Settimanale all’inizio degli anni Ottanta, e si trovava in gravi difficoltà, qualcuno l’ha forse assunto in pianta stabile? E aveva poco più di quarant’anni. Quel che ha lasciato come retaggio culturale (al di là della sua opera di saggista) oggi ci appare fondamentale, e non glielo hanno ancora perdonato: non solo il silenzio assoluto o le striminzite notizie di agenzia pubblicate da alcuni “grandi giornali” alla sua morte, ma anche il ridimensionamento o la minimizzazione della sua persecuzione stanno lì a provarlo.

Volava forse troppo alto? Non direi. Era forse troppo intransigente? Nemmeno. Purtroppo lui, come alcuni altri, andava troppo contro i luoghi comuni del suo tempo, contro la cultura mercificata e banale da un lato, cinica e secolarizzata, ideologizzata sino alle midolla dall’altro. Però ci ha lasciato, oltre ai suoi libri, un’immensa eredità di indicazioni e suggestioni, di coraggio intellettuale e di esempio morale che non deve essere assolutamente dispersa. Se questo mondo che fugge ha come suo dio l’effimero e l’oblio, Alfredo Cattabiani, che pure è stato costretto a lasciarci troppo presto come avviene per i migliori, ci ha indicato il permanente e la memoria.

fonte: Ideazione 4-2003, luglio-agosto

powered by wordpress - progettazione pop minds