Archivio di Febbraio, 2010

Cantiere Italia. Quando lo sviluppo è una corsa a ostacoli

Giovedì, 18 Febbraio, 2010

giulio_napolitano.gifPresentati a Roma le evidenze del V Nimby Forum che descrivono un Paese bloccato, in preda alle opposizioni dei cittadini, alle lungaggini burocratiche, allo scollamento della politica insieme a un farraginoso sistema giuridico. (nella foto Giulio Napolitano, uno dei curatori del volume “E’ possibile costruire infrastrutture in Italia?” edito da Il Mulino)
 
Nucleare, infrastrutture, competenze decisionali: questi i temi al centro del dibattito del Convegno nazionale Nimby Forum che si è tenuto a Roma il 16 febbraio. Giunto ormai alla sua V edizione, il Nimby Forum dal 2004 si occupa dell’analisi del fenomeno delle contestazioni territoriali alle grandi opere, noto sotto il termine Nimby (not in my back yard – non nel mio giardino), e che gestisce oggi l’unico database completo delle opere di pubblica utilità che subiscono opposizioni in Italia.

Il fenomeno, in continua crescita, come testimoniato dai 283 casi di impianti contestati rilevati nel 2009, ha nel corso degli anni mutato e ampliato le sue caratteristiche: dalle opposizioni dei cittadini preoccupati per il proprio territorio e la propria salute, il fenomeno si è allargato fino a diventare un terreno di scontro tra diversi schieramenti politici e persino tra istituzioni centrali e locali.

Obiettivo dell’evento, quindi, era riflettere per superare l’impasse in cui versa il “cantiere Italia”. L’assenza di regole certe, la mancanza di processi partecipativi contribuiscono sicuramente ad alimentare l’incomunicabilità tra i diversi stakeholder. Qualunque analisi legata alla realizzazione di un’infrastruttura abbandona il campo di una valutazione di merito per entrare nel quadro del dibattito ideologico, basato su giudizi di valore, trasformando le contestazioni, sane espressioni di partecipazione democratica, in oggetto di strumentalizzazione ai fini della creazione di consenso politico. Il fenomeno si va così trasformando da Not in my back yard a Not in my term of office (Non durante il mio mandato).

Ricco il parterre degli ospiti intervenuti. Ai saluti iniziali del Presidente dell’Associazione Aris – Nimby Forum, Alessandro Beulcke – che ha presentato la pubblicazione completa dei dati della V edizione dell’Osservatorio – hanno fatto seguito gli interventi di:

Giulio Napolitano, docente di Diritto pubblico, Università Roma Tre che ha sottolineato la necessità di introdurre procedure di dibattito pubblico sulla scorta del modello francese in cui alla istruttoria tecnica segue la consultazione popolare;
Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti – Politecnico di Milano che ha evidenziato il ruolo determinante della valutazione politica che sta alla base di ogni decisione finale
Marianella Sclavi, sociologa, che ha spiegato come un meccanismo trasparente, inclusivo e partecipativo agevoli il buon funzionamento della democrazia attraverso un percorso di costruzione e facilitazione del consenso.

Ricca e stimolante la tavola rotonda a cui hanno preso parte: Andrea Fluttero, Segretario Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali al Senato; Franco Bassanini, Presidente Cassa Depositi e Prestiti e Presidente Astrid; Luciano Violante, Presidente italiadecide; Mauro Moretti, Amministratore Delegato Ferrovie dello Stato; Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Legambiente; Massimo Averardi, Direttore generale progettazione Anas.

(…) Riportiamo però alcune riflessioni, particolarmente stimolanti per la nostra professione.

“L’Italia è un paese che si presenta come un insieme di istituzioni frantumate – dice Mauro Moretti – la maggior parte delle proteste nasce prima a livello politico locale e solo dopo dalle contestazioni cittadine”.

“E’ necessario avere procedure di partecipazione del consenso regolate in modo da avere la ragionevole certezza di aver dato il giusto spazio a tutte le parti”, spiega Franco Bassanini, che ha poi sottolineato la necessità di istituire un’autorità indipendente, garante di una corretta formazione delle decisioni.

Per superare lo stato di crisi, Luciano Violante, ha suggerito l’istituzione di un osservatorio territoriale supportato nella sua attività da un centro analisi strategica e di ricerca istituito presso il Cipe e da una struttura di missione organizzata per la costruzione di ogni opera.

“Affinché la sindrome Nimby non diventi sindrome Masaniello è necessario che gli amministratori siano affiancati da esperti di comunicazione” questo il commento conclusivo di Andrea Fluttero cui ha risposto la Sclavi affermando che “la comunicazione efficace è soprattutto ascolto e coinvolgimento”.

Nei prossimi giorni il nostro sito ospiterà commenti e riflessioni (si sono già candidati il Gruppo di lavoro sul Nimby, appunto, e il CentroStudi Ferpi) per continuare nel dibattito aperto con grande qualità dall’esperienza del Nimby Forum e della discussione intervenuta in occasione della presentazione della sua V edizione.

autore: Patrizia Sterpetti

fonte: ferpi.it

D’Amico: «Lobbying, il governo guardi alle regole Usa»

Mercoledì, 17 Febbraio, 2010

Google Universal Interpreter Phone

Mercoledì, 17 Febbraio, 2010

obama_sarkozy.jpg Il gigante della rete sta sviluppando un rivoluzionario dispositivo che, combinando sistemi di riconoscimento vocale e di traduzione automatica ad alta precisione, potrà convertire in simultanea contenuti vocali da una lingua straniera.

Google sta sviluppando un telefono cellulare che può tradurre quasi simultaneamente da una lingua straniera. Un’idea che si preannuncia come una vera una rivoluzione nel campo della comunicazione globale.

Secondo il quotidiano britannico Sunday Times, basandosi sulle tecnologie esistenti di riconoscimento vocale e di traduzione automatica, Google spera di riuscire a sviluppare nei prossimi anni un unico sistema telefonico universale.

Attualmente il gigante della rete già offre un servizio free on line di traduzione testi automatica che vanta un elenco di ben 52 lingue, inclusa quella haitiana, che è stata aggiunta proprio la scorsa settimana. L’unico “svantaggio” di questo sistema sta nel fatto che non sempre esegue una corretta traduzione del testo originale; tuttavia, gli esperti ritengono che Google sarà in grado di offrire una migliore qualità di traduzione molto presto.

Quanto al Google Interpreter Phone, il nuovo dispositivo sarà dotato di sistema di riconoscimento vocale, che consentirà agli utenti di connettersi alla rete parlando nel loro telefonino, invece di digitare parole sulla tastiera.

Attualmente, gli esperti della società stanno lavorando per combinare le due tecnologie. Il loro compito, infatti, è quello di riuscire a creare un software in grado di comprendere la voce degli abbonati e convertire l’equivalente di una lingua straniera.

Il Capo dipartimento del Google Translation Service ritiene che la traduzione di un discorso attraverso un dispositivo elettronico è possibile, e fra alcuni anni si arriverà ad ottenere questo servizio ad un livello abbastanza alto. «Ovviamente, per operare senza intoppi - ha detto -, è necessario combinare sistemi di traduzione automatica e di riconoscimento vocale d’alta precisione, ed è proprio su questo che stiamo lavorando».

autore: Carla Astengo

fonte: manageronline.it 10 Febbraio 2010

La ricchezza della Chiesa Cattolica romana

Mercoledì, 17 Febbraio, 2010

Opere pubbliche e mercato

Martedì, 16 Febbraio, 2010

bertolaso.gif

di Davide Giacalone 

Lo scontro attorno alla “Protezione Civile servizi SpA” è surreale, da solo basta a raccontare la pochezza di una classe dirigente che s’affanna a scantonare i problemi, sperando solo di trarne spunti per la propaganda. C’è chi dice, come la sinistra, che non s’ha da fare e chi, come il governo, che, effettivamente, non si farà. Peccato che si sia già fatta, con un decreto legge pubblicato il 30 dicembre scorso, dopo aver passato i preventivi vagli di regolarità e costituzionalità. Essendo, il decreto, l’atto costitutivo della nuova società, adesso, tutt’al più, si può scioglierla. Chi avesse letto il testo del decreto, all’articolo 16, già saprebbe, del resto, che la società non ingloba affatto il dipartimento della protezione civile, ma ne diviene uno strumento operativo. Resta da stabilire, lo vedremo appresso, se si tratta di cosa utile. Chiarito ciò, insisto: il decreto, la società, come anche le inchieste giudiziarie sono solo il dito, magari sporco, e non solo di marmellata, ma la luna è il gigante che tutti fanno finta d’ignorare: le regole degli appalti pubblici.

Guido Bertolaso, rispondendo alle domande postegli da la Repubblica, sostiene, fra le altre interessanti cose, due punti rilevanti: a. l’uso delle procedure relative alla protezione civile è essenziale ogni qualvolta il fattore tempo è decisivo, per la realizzazione di un intervento pubblico: b. governi e legislatori, quale che sia il colore della maggioranza politica, non hanno neanche preso in considerazione l’opportunità di rivedere la normativa delle opere pubbliche. Il primo punto è sconfortante, perché si considera determinante il tempo solo quando ce n’è poco, mentre la tempistica contrattualizzata dovrebbe essere sempre imprescindibile. Detto in modo diverso: non solo si deve essere precisi quando un’opera deve essere conclusa in fretta, ma anche quando si stabilisce che un ospedale si fa in due anni, e poi se ne impiegano dieci. Il secondo punto conferma lo sconforto, perché amministratori pubblici e funzionari vengono lasciati soli a vedersela con una pazzotica regolarità formale, talché o le opere si fermano, perché nessuno si assume la responsabilità di firmare un atto, oppure capita che procedano quelle in cui qualcuno s’è venduto, adoperandosi così perché le cose vadano avanti.

Il mondo degli appalti pubblici, così procedendo, è divenuto una greppia cui tutte le imprese vogliono accedere, non solo per la legittima aspirazione a far lavori che portano lucro, ma perché non necessariamente guadagni e opera vanno di pari passo. E’ cresciuta una fascia professionale di “facilitatori”, che s’è specializzata nell’accedere alle decisioni pubbliche, com’è cresciuto il numero dei giuristi (spesso consiglieri di Stato) esperti in codicilli che aggirino problemi di operatività o copertura di spesa, ma non è cresciuto il numero delle opere concluse e consegnate ai bisogni dei cittadini. A fronte di ciò si dovrebbe, se il Paese fosse governabile e governato, cambiare le regole e far convivere l’autonomia della decisione politica con il controllo di regolarità. Faccio un esempio: se costruire o meno un ospedale, dove e con quali specializzazioni, è una decisione politica, la cui legittimità deve essere giudicata dagli elettori; stabilire quanto devono essere larghe le finestre e quanti i primari, invece, sono decisioni tecniche, sottoponibili al vaglio di regolarità formale e sostanziale. Ciò presuppone, però, che l’ospedale esista. Noi, invece, mescoliamo decisioni politiche e tecniche, portando molti soggetti a svolgere ruoli impropri, aumentando le cointeressenze sospette e subordinando la realizzazione al consenso di tutti. Alla fine: spendiamo i soldi, magari qualcuno incassa pure la mazzetta, ma l’ospedale non c’è.

I governi, nel tempo, anziché affrontare il problema hanno aperto un’uscita di sicurezza: la protezione civile incaricata di eventi non frutto di disastri. La protezione civile, così, ha visto crescere sia le proprie attribuzioni che il proprio potere. Alcune delle cose fatte sono ammirevoli, straordinarie, ma l’insieme è la dimostrazione di un male, non la sua cura. Spingersi oltre, su questa strada, significa creare due stati paralleli: uno formale, sempre più vuoto e uno sostanziale, cui si delega molto. Non è una condotta saggia. Le regole vanno cambiate, non aggirate.

Come? Le società per azioni a intero capitale pubblico non sono un buon modo. Le società per azioni a capitale misto, magari quotate in Borsa, come le municipalizzate, sono dei mostri. La via sana è portare lo Stato a fare quel che gli compete, lasciando al mercato l’operatività. E’ lo Stato, nelle sue varie articolazioni e funzioni, che stabilisce cosa deve essere fatto, in quanto a opere pubbliche, e, in modo trasparente, determina i costi e assegna l’appalto. In modo altrettanto trasparente, quindi con un flusso continuo d’informazioni, segue i lavori, controlla i tempi e penalizza, in moneta sonante, i ritardi e le mancanze. Lo Stato decide e controlla, e se il controllore, la persona o l’ufficio incaricato, non dico si lascia corrompere, ma va a pesca assieme al controllato, di ritorno gli offriamo una grigliata in galera. Non devono circolare neanche inviti allo stadio, perché l’interesse pubblico consiste nel rendere virtuosa e premiata la severità del controllore.

Sono solo parole, lo so. Occorrerebbe ben altro spazio per entrare nel dettaglio. Ma questo è lo schema che può portare ad avere uno Stato minimo nella struttura e forte nell’azione. Senza riforme serie e profonde si è costretti, ogni giorno, a trovare un accomodamento, un compromesso, finché si mette un piede su sostanze scivolose e maleodoranti. A quel punto, che volete, le originarie intenzioni lasciano il tempo che trovano.

fonte: davidegiacalone.it

Chi campa sull’inefficienza

Domenica, 14 Febbraio, 2010

andrea_simoncini.jpgFino a quando non si arriverà a stimare il costo economico dell’inefficienza, i rimedi tradizionali o le proposte “shock” finiranno paradossalmente per complicare anziché semplificare

di Andrea Simoncini*

Dando risalto ad un’interessante indagine di Confindustria, il Corriere Fiorentino ha sollevato una questione che oggi è divenuta non più rinviabile: quanto costa l’amministrazione pubblica alle imprese? E non stiamo parlando delle imposte che, come sappiamo, già incidono in maniera rilevantissima, ma di quella sorta di “sovrattassa nascosta” che è il costo della lentezza e, soprattutto, dell’oscurità delle procedure. La regione Toscana, per iniziativa del vicepresidente Gelli, ha approvato un’importante legge sul tema. Vorrei suggerire alcune riflessioni tratte da uno studio della Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università di Firenze (progetto SIMPLE) che ha ad oggetto proprio la semplificazione delle procedure delle Province dell’area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia.

Innanzitutto, tutti siamo d’accordo che occorre “semplificare”. Ma che significa? Qual è la “complicazione” che rende inefficienti i nostri uffici pubblici? Le troppe leggi? I procedimenti amministrativi che coinvolgono tanti uffici diversi, rimpallando le responsabilità e allungando indefinitamente i tempi di attesa? In realtà l’Unione Europea da tempo dice un’altra cosa: il peso dell’amministrazione è soprattutto il suo costo “informativo”. Proviamo a spiegare: per capire e rispettare le regole della PA le imprese hanno bisogno di una “specializzazione”. Dunque, quanto costa dedicare una o più unità di personale a studiare e seguire le pratiche della PA? Soprattutto, quanto costano i professionisti (avvocati, commercialisti, consulenti, associazioni di categoria, etc.) di cui ci si deve dotare per essere amministrativamente in regola?

Se si segue questa impostazione si scopre che il problema centrale non è quantitativo (quante leggi, quanti procedimenti), ma qualitativo e cioè: quanto sono comprensibili le regole amministrative? E allora vengono fuori alcuni curiosi paradossi. Chiediamoci, ad esempio: c’è qualcuno che “campa” su questa “incomprensibilità”? Qualcuno che ha fatto della sua funzione di “guida esperta” nella giungla amministrativa, un lavoro? Emerge un risultato sorprendente: c’è un pezzo di economia reale (soprattutto nei servizi alle imprese) che vive sull’inefficienza della PA e che, sotto sotto, ha il terrore che si realizzi davvero l’utopia illuminista di leggi comprensibili e di uffici pubblici trasparenti. Applicando il metodo di calcolo europeo, i risultati sono sorprendenti. Il costo (o il giro d’affari) informativo di una sola procedura (l’Autorizzazione Integrata Ambientale) è di oltre un milione di euro per il sistema delle imprese nella provincia di Firenze.

L’impressione è che fino a quando non si arriverà a stimare il costo economico dell’inefficienza, i rimedi tradizionali (sportelli unificati delle attività produttive, conferenze dei servizi, riduzioni di tempi o di fasi) o le proposte “shock”, come l’indennizzo per il ritardo della PA previsto nella legge regionale, finiranno paradossalmente per complicare anziché semplificare.

*Ordinario di Diritto Costituzionale
Università degli Studi di Firenze

fonte: Corriere della Sera–Firenze, 10 febbraio 2010

Quinto Potere

Sabato, 13 Febbraio, 2010

Glaxo, una ferita da curare

Giovedì, 11 Febbraio, 2010

glaxo_smith_-kline.jpgA Verona, la Glaxo impiega tra gli altri 550 ricercatori. Prevalentemente si occupano di cercare nuove medicine nell’ambito delle neuroscienze. Ma il centro ricerche chiuderà alla fine dell’anno.

Il mercato di queste sostanze è vasto. Terribilmente vasto. Scrive L’Arena di Verona di oggi, se non sbaglio solo nell’edizione cartacea, che per Federfarma, nell’ottobre 2009, in Italia sono state vendute con ricetta medica 2.7 milioni di confezioni di psicoanalettici (42,8 milioni di euro), più del doppio delle vendite di analgesici. (Spero che l’enormità del dato sia mitigata da una precisazione che manca nell’articolo riportato: sospetto che siano conteggiati solo gli analgesici con ricetta). Ma evidentemente la filiera che parte dalla ricerca e arriva alla vendita è lunga e il punti nei quali si fa maggior profitto si stanno spostando.

Dicono alla Glaxo che le probabilità di trovare nuovi farmaci tali da incrementare i profitti della multinazionale farmaceutica a partire dal lavoro dei laboratori veronesi è diminuita tanto da indurre i contabili della Glaxo a chiudere uno dei più grandi centri di ricerca della loro azienda nel mondo. Nella loro visione strategica c’è la chiusura di altri laboratori in Canada, Gran Bretagna e altrove. Ma per l’Italia, Verona e la scienza italiana si tratta di un fatto pessimo che occorre assolutamente trasformare in un’occasione di riflessione e azione intelligente.
Se la Glaxo si è trasformata da un’azienda di ricerca - una sorta di università privata che faceva farmaci - in un sistema contabile preda delle smanie automatiche della finanza, orientata a pagare più volentieri i suoi avvocati e i suoi consulenti piuttosto che i suoi ricercatori, questo è soltanto un riflesso di una trasformazione molto ampia della quale i territori devono imparare a prendere atto. Per progettare qualcosa di più intelligente.
La sorgente del valore è nella ricerca. Ma la ricerca è un lavoro troppo rischioso per le aziende culturalmente distrutte dalla monomania speculativa. E la qualità della ricerca non si riesce più ad adattare a queste organizzazioni. Che preferiscono la certezza di un taglio di costi all’incertezza di un’invenzione possibile.
Ma i territori, le città, le comunità, possono assumersi il rischio di non conoscere i risultati della ricerca - che altrimenti non sarebbe ricerca - quando è il momento di investire: perché i territori, le città, le comunità sanno che comunque si portano in casa un ceto intellettuale che fertilizza tutto il sistema locale, una competenza generalizzata, una disponibilità di tecnologie adatte a molti usi, un indotto di qualità… Il problema è non investire senza metodo e senza una strategia. Ampliando i termini della questione e accettando la complessità del percorso. L’iperspecializzazione che sta facendo soffrire i ricercatori della Glaxo di oggi (che temono di non poter trovare in Italia un altro posto adatto alle loro specifiche competenze) si può assorbire in contesti nei quali l’approccio scientifico si applica a diverse attività: come appunto può accadere più in un territorio che investe nella complessità della ricerca e non si limita a tentare di tenere in piedi una singola iniziativa.
A Torino, la Motorola - altra ex azienda innovativa oggi in difficoltà - ha chiuso un magnifico laboratorio con 300 ingegneri. Ma il sistema territoriale torinese è riuscito ad assorbirli. Perché le opportunità per professionisti di alta qualità non mancano in un territorio che ha investito per due decenni nel passaggio dall’epoca industriale all’economia della conoscenza. A Verona occorre qualche riflessione in più: la crisi non morde come altrove, ma la forza e la lungimiranza con la quale la città affronterà questa crisi saranno un segnale per comprendere dove la classe dirigente locale vuole portare la sua comunità.

fonte: blog.debiase

L’ultimo articolo di don Gianni prima di morire

Giovedì, 11 Febbraio, 2010

badget1.jpgBerlusconi sente il ruolo della famiglia e questo è il suo tallone d’Achille che ora viene colpito nel più brutale e sottile dei modi.
Vi è più della sinistra in questo gioco. Vi sono forze che non sono né in favore della Chiesa cattolica né della dignità delle donne.”

di Gianni Baget Bozzo
 
La signora Berlusconi si è rivolta all’avvocato che sostenne la causa del padre di Eluana Englaro nella vicenda della morte assistita. Ha scelto cioè un avvocato di lotta su una questione che divise il Paese e contrappose tesi laiche a quelle cattoliche.

Sembra evidente che il divorzio sia un manifesto non solo politico ma culturale, a cui sono evidentemente annessi risvolti economici per la proprietà della famiglia Berlusconi. Fatta nel cuore della campagna elettorale la scelta del divorzio in forma conflittuale mostra chiaramente l’intenzione di nuocere anche politicamente al presidente del Consiglio.

Berlusconi ha un consenso più elevato nel mondo cattolico e nelle donne. Il manifesto della signora Berlusconi tende a elidere l’uno e l’altro. Presenta Berlusconi come l’esponente di un mondo in cui la donna deve essere disposta a diventare velina o, in ogni caso, a usare il sesso per ottenere un esito nella vita sociale. Ai cattolici presenta un uomo malato che deve essere consolato dalle minorenni per poter mantenere il suo equilibrio vitale. È l’attacco più grave giunto al presidente del Consiglio, l’uomo della storia d’Italia che ha ricevuto gli attacchi più radicali e, nonostante questi, ha ottenuto consenso.

Il caso Berlusconi è misterioso, perché nessuno ha mai avuto tanti attacchi a livello mondiale, è divenuto il volto dell’Italia nel mondo e, al tempo stesso, ha ottenuto un plebiscito nel proprio Paese. Vi è di più della politica nella storia di Berlusconi che è legata al suo carisma personale e ne fa una eccezione nel dissenso e nel consenso. Si compulseranno ora i sondaggi per sapere se l’elettorato di riferimento di Berlusconi, le donne e i cattolici, perderà la fiducia in lui e crederà all’accusa di lolitismo e velinismo e non sarà più attratto da quel misterioso «di più» che il suo carisma personale esercita.

Non crediamo che sia la sinistra ad avere influenza su questo fatto che esce fuori dalla sua portata; e nemmeno che oserà approfittarne, anche se la tentazione di fare del caso di Veronica Berlusconi un simbolo di battaglia, opposto ma simile, a quello di Eluana Englaro, è grande. Negherebbe la sua concezione del sesso facendo una battaglia politica per la sua moralità.

I costumi italiani del sesso non sono più cristiani e il mondo cattolico non fa più da tempo riferimento alla pratica sessuale degli uomini politici per orientare il suo consenso.
 
Il paganesimo sessuale attuale è compatibile con il riconoscimento della funzione morale della Chiesa e del suo ruolo nel Paese, anche se la pratica è difforme dai principi cattolici. Era già così dai tempi democristiani, Filippo Ceccarelli ha descritto in un libro i loro costumi sessuali. E Berlusconi non ha mai nascosto il suo spirito galante, ha persino ostentato il suo libertinismo. Proprio il fascino che le donne esercitano su Berlusconi ha reso reale il suo incontro con il mondo femminile.

L’attacco politico si rivelerà quindi inefficace su quel piano; ma è vero che esso mira ad attaccare più gravemente della campagna di diffamazione mondiale compiuta contro di lui perché lo tocca nella sua realtà di uomo e di costruttore di un impero economico per la sua famiglia.
 
Berlusconi sente il ruolo della famiglia e questo è il suo tallone d’Achille che ora viene colpito nel più brutale e sottile dei modi.
Vi è più della sinistra in questo gioco. Vi sono forze che non sono né in favore della Chiesa cattolica né della dignità delle donne.

fonte: Il Giornale, 6/5/09  titolo: Il manifesto della signora

Alcide De Gasperi, la politica come “vocazione”

Mercoledì, 10 Febbraio, 2010

de_gasperi.jpg 

di Andrea Possieri
Tra i tantissimi manifesti della campagna elettorale del 1948 ne andrebbe ricordato almeno uno, probabilmente non fra i più conosciuti, che mostra un segaligno, quanto funereo, Alcide De Gasperi nel momento in cui viene colto di soprassalto da un fiero Giuseppe Garibaldi il quale, prendendo vita dal manifesto elettorale del Fronte popolare, redarguisce il presidente del Consiglio in carica dicendo:  “Bada De Gasperi che nessun austriaco me l’ha mai fatta!”. L’infanzia asburgica, la formazione all’Università di Vienna, l’incarico di deputato al Parlamento federale e alla Dieta di Innsbruck vennero sempre addebitati ad Alcide De Gasperi su un conto speciale che faceva dell’accusa di “austriacantismo” la voce più costosa. Infatti, se nel primo dopoguerra le polemiche sul passato asburgico furono opera di nazionalisti e fascisti, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale fu il turno del Fronte popolare che rovesciò addosso a De Gasperi, strumentalmente e per bocca del nizzardo, simbolo delle virtù patriottico-popolaresche del Risorgimento, l’accusa di scarso patriottismo o di lealismo verso il nemico storico dell’Italia risorgimentale.
Nulla di più lontano dalla realtà, ovviamente. Una precisa ricostruzione di quegli anni, scrive, infatti, Paolo Pombeni “sfata molte leggende” e restituisce “l’importanza cruciale che ebbero nel costruire una personalità singolarmente capace di un approccio realista alla politica, ma non banalmente supino all’esistente”.

Oggi, questo complesso itinerario politico e umano dello statista trentino ci viene restituito nelle belle pagine dei tre volumi che compongono la biografia realizzata dalla Fondazione De Gasperi (Alcide De Gasperi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, volume i pagine 739, volume ii pagine 423, volume iii pagine 722, euro 88) e scritta da Alfredo Canavero, Paolo Pombeni, Giorgio Vecchio, Francesco Malgeri, Pier Luigi Ballini e dal cardinale Giovanni Battista Re.
Negli ultimi anni, dopo decenni di oblio, sono stati pubblicati molti saggi che hanno ripercorso l’itinerario politico di De Gasperi e, forse, scrive la figlia Maria Romana, ciò che può ancora “essere tema di studi è proprio la ricerca della spinta interiore e di conseguenza del modo di essere di un uomo che è passato come una luce nella vita del nostro Paese”. Anche perché la spiritualità e la politica non furono due dimensioni disgiunte della sua esistenza ma due aspetti della vita, “due angoli visuali diversi e complementari”, che convissero nell’animo dello statista trentino e ne caratterizzarono profondamente la personalità. De Gasperi, scrive il cardinale Giovanni Battista Re, “fu un uomo saldo nella propria fede e uno statista coerente nella vita politica, che seppe affrontare gli impegni con senso di responsabilità, con onestà e umanità”.
Questo rapporto tra spiritualità e politica fu così intenso che, come scrisse nelle sue memorie Giuseppe Dalla Torre, direttore de “L’Osservatore Romano” dal 1920 al 1960, “egli andava persuadendosi di una sua doppia solitudine, quella di lui, cattolico, che si elevava verso quel Dio al quale chiedeva tranquillità e abbandono, fra le tempeste della vita, e quella di lui politico ispirato a codesto sommo bene nel perseguire, ricercare, conquistare, fin che era possibile la giustizia e la carità tra gli uomini, per il bene della terra che lo aveva veduto nascere”.
Eppure il nome classicheggiante e pagano, Alcide, che rimanda inequivocabilmente alla forza e alla robustezza, potrebbe perfino impedire di scorgere che, dietro questo appellativo così altisonante, si cela uno dei più importanti statisti italiani, espressione diretta di quel mondo cattolico, che della forza e dello sproloquio, invece, non ha mai fatto una virtù. Alcide De Gasperi, infatti, è stato un uomo politico che ha fatto del consenso popolare e della sobrietà le due parti di una stessa medaglia senza che l’una configgesse con l’altra, riuscendo a incarnare, molto più di quello che si è creduto per decenni, la volontà di rinascita di un popolo, dopo l’ecatombe della guerra, e la speranza diffusa verso un orizzonte di libertà.
“Noi non abbiamo paura della rivoluzione” affermò De Gasperi durante un’accesa riunione del Comitato di liberazione nazionale il 18 marzo del 1944. “Ma ve lo dico francamente”, continuò il politico di Pieve Tesino, “è una parola che ci infastidisce dopo aver sentito per tanti anni parlare di “rivoluzione” fascista e dopo aver sentito giustificare tutti i misfatti del fascismo in nome della “rivoluzione”. Non temiamo la rivoluzione ma quel che vogliamo non è la rivoluzione, è la libertà”. E qualche mese più tardi, nell’ottobre del 1944, in una delle prime lettere inviate a don Luigi Sturzo dopo la liberazione di Roma, appuntò laconico:  “Mi preoccupo del piano totalitario comunista, trepido per la libertà:  le mie forze dovrebbero essere tutte per il partito, disgraziatamente sono ingaggiato nel governo”.
Quella di De Gasperi è, dunque, una libertà senza scorciatoie autoritarie e pastoie ideologiche che possano comprometterne il senso o deviarne il significato. Una libertà che, nel secondo dopoguerra, è minacciata dal miraggio palingenetico della rivoluzione socialista e dallo “spettro” di una “dittatura social-comunista”. De Gasperi usa proprio la dizione “social-comunista” nella lettera rivolta a don Sturzo il 12 novembre 1944. “Uso questa fusione di parole - scrive lo statista trentino - perché, nonostante le speranze di alcuni nostri amici e il reale sentimento socialdemocratico di molti intellettuali socialisti, a mio parere è per lungo tempo escluso che i socialisti possano svincolarsi dalla soggezione comunista. I comunisti hanno il mito e la forza della Russia, dispongono di un funzionarismo propagandistico addestrato e ben pagato, di mezzi imponenti, di capi abili; ma soprattutto dominano i partigiani del nord, che sono da 100 a 120.000″.
La lettera inviata al prete di Caltagirone ci restituisce, oggi, sia la grande capacità di analisi del politico - che si era subito reso conto della subalternità politico-culturale dei socialisti ai comunisti, della forza simbolico-evocativa del mito dell’Urss e della presenza di migliaia di partigiani-militanti armati - che l’arroventato clima post-bellico caratterizzato da speranze diffuse ma anche da timori, rivalse, odi e molte, troppe, armi e munizioni. Quelle stesse munizioni che gli furono indirizzate addosso la mattina del 2 ottobre del 1945, quando, recandosi verso Montecitorio, all’altezza di Ponte Sant’Angelo, la sua vettura venne raggiunta da un colpo di pistola che infranse un cristallo dell’auto. Nessuno venne ferito e fu lo stesso De Gasperi a minimizzare l’accaduto. Stupisce, però, che ancora oggi, a distanza di tanti anni, quest’attentato sia sostanzialmente rimasto in penombra, di scarso interesse per gli storici, spesso non citato nelle biografie e poco ricordato anche nella memorialistica.
Un evento che, invece, ha avuto una posizione di rilievo nel dibattito storiografico è stato il viaggio negli Stati Uniti compiuto, nel gennaio del 1947, da Alcide De Gasperi. “Uno dei giudizi più incisivi sul significato del viaggio”, scrive Francesco Malgeri, venne da Luigi Sturzo il quale elaborò un ritratto di grande intensità del leader democristiano sottolineandone sia “i consensi delle autorità statunitensi” che il calore degli italo-americani. “C’è stata una nota personale - scrive il prete di Caltagirone - che stampa e radio hanno marcato:  la figura di De Gasperi. Persona diritta, integra, senza posa, condotta rettilinea, bontà, austera complessità umana; egli, in momenti di smarrimento e di ansia, ha rappresentato la nuova Italia con le sue speranze. Quale l’avvenire dell’Italia? Hanno domandato politici ed economisti. De Gasperi non è profeta; le sue risposte sono state caute e misurate, ma la sua persona diceva più che le sue parole, perché assicurava quegli  uomini  di  affari  che  l’Italia ha un leader e uno statista di senno e di equilibrio tali da poter superare crisi difficili ed evitare avventure pericolose”.
D’altronde, con la successiva adesione al Patto atlantico nel 1949, De Gasperi avrebbe fornito una soluzione al problema della sicurezza della penisola e avrebbe posto le premesse per il superamento di alcune clausole del trattato di pace del 1947. L’Italia, in questo modo, passava dalla condizione di Stato sconfitto a quella di membro alla pari della comunità occidentale, e veniva liberata da una delle pesanti eredità che il fascismo le aveva lasciato, ovvero “la rottura traumatica dei rapporti con i Paesi della sua naturale area civile e culturale”. Pertanto, la scelta atlantica, come ha scritto Ballini, divenne “un fattore di identità nazionale”, che influenzò profondamente la dialettica dell’intero sistema politico italiano.
Un sistema politico caratterizzato sia dalla “fisionomia laica del partito” dei cattolici, fortemente voluta da De Gasperi, che da quell’”elogio della pazienza” che rappresentò, per lo statista trentino, l’unica “virtù necessaria della democrazia” e che ne ispirò il riformismo. Un’azione riformatrice dalla quale è possibile enucleare almeno tre indicatori di rilievo. In primo luogo, il cosiddetto Piano Ina-Casa che, realizzando qualcosa come 355.000 alloggi, non solo ridusse il deficit endemico di abitazioni di cui soffriva il Paese, ma si rivelò anche un importante “motore di sviluppo” in molti settori economici e offrì una stabile occupazione a decine di migliaia di lavoratori. Quindi, la tanto vituperata riforma agraria che, sebbene con un esito limitato rispetto ai propositi iniziali, ebbe almeno il merito di ridurre notevolmente il potere dei grandi proprietari redditieri e di incentivare, soprattutto in certe zone del mezzogiorno, una serie di cospicui investimenti che permisero all’Italia di essere “l’unico caso tra i maggiori Paesi industrializzati” in cui l’indice degli investimenti in agricoltura “crebbe, per tutti gli anni Cinquanta, più di quello nell’industria”. Infine la riforma tributaria, il cui gettito dalle imposte passò dai circa 65 miliardi mensili del 1948 agli oltre 135 del 1953, arrivando a coprire, alla fine della legislatura, oltre l’80 per cento della spesa pubblica.
Senza sconfinare in una pedissequa agiografia celebrativa, da questo affresco appena tratteggiato, si può affermare che Alcide De Gasperi, per le scelte compiute, i risultati ottenuti e la carica politico-morale che riuscì a incarnare, sia stato uno dei più importanti statisti dell’Italia moderna. Eppure, nonostante ciò, non si può non rilevare lo scarto che esiste tra la statura politica e la memoria pubblica, tra il grande lascito simbolico-morale dell’uomo e l’assenza di una cultura politica diffusa in qualche modo riconducibile direttamente al politico di Pieve Tesino. Forse, dopo essere stato confinato, per decenni, negli scaffali più reconditi della memoria è venuto il momento, non solo di un riconoscimento storiografico, che si è già verificato, ma anche di una riscoperta istituzionale che annoveri Alcide De Gasperi tra i padri nobili della Patria e dell’Europa moderna.

fonte: ©L’Osservatore Romano 30 ottobre 2009

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