Archivio di Febbraio, 2010
Lunedì, 8 Febbraio, 2010
(…) Il viaggio americano del presidente della Camera (…) rappresenta (…) un passaggio importante nella strategia di lungo periodo del cofondatore del Pdl. (…) gli obiettivi (…) osservare da vicino il modello istituzionale americano, che da tempo è stato individuato (…) come un sistema “importabile” e virtuoso per efficienza della macchina politica e trasparenza nei rapporti tra il potere istituzionale e il grande capitale economico.
(…) il suo (di Fini) 2010 (…) sarà caratterizzato da un recupero di istanze di tipo liberale (…) liberalizzazione del mercato del lavoro, riforma del welfare, del presidenzialismo (alla francese) e del rafforzamento dei poteri di controllo del Parlamento sull’esecutivo. (…) Fini ha già individuato come inderogabile la regolamentazione del lobbismo secondo il modello americano: rendere pubblici e rappresentati i gruppi di potere e di pressione economica e finanziaria all’interno del Parlamento. Fini pensa infatti che altrimenti, di fronte alla debolezza dei nuovi partiti “incapaci di quella mediazione e sintesi dimostrata in passato dai grandi partiti di massa”, il fenomeno lobbistico è destinato a svilupparsi ulteriormente “nel suo senso deteriore corrispondendo ad interessi oscuri”. Da mesi sono al lavoro due gruppi di tecnici coordinati dalla fondazione FareFuturo e in cantiere ci sono diversi seminari e convegni che riempiranno il calendario con una crescita esponenziale prevista per il post elezioni regionali.
Nel nuovo programma finiano, la regolamentazione dei gruppi di pressione, delle lobby, si armonizza con le riforme istituzionali all’interno di un “sistema presidenziale che individui un Parlamento forte capace di garantire il check and balance”. Meccanica all’interno della quale viene viene individuata come necessaria la regolamentazione del lobbismo non solo in riferimento alla dimensione nazionale ma anche, in previsione di un più accentuato federalismo istituzionale, a quella regionale: “dando trasparenza ai rapporti tra imprese e amministrazioni pubbliche in modo che i cittadini possano avere elementi per verificare la correttezza e i costi delle decisioni assunte dalle istituzioni”. (…).
fonte: il Foglio, 5 febbraio 2010
autore: Salvatore Merlo
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Sabato, 6 Febbraio, 2010
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Venerdì, 5 Febbraio, 2010

di Maurizio Serio, Flavio Felice
“Spe salvi facti sumus” – “nella speranza siamo stati salvati”, oltre ad essere il celeberrimo incipit dell’enciclica omonima, è diventato uno dei motti più significativi del pontificato di Benedetto XVI anche perché ha saputo incarnarsi in uno “stile della speranza” che sta vivificando la vita dell’intera Chiesa, sia a livello istituzionale che sul piano dell’ascesi personale dei fedeli. Come altro spiegare la straordinaria tenacia del pensiero cattolico a far fronte a questo periodo di crisi, morale così come economica, che sta attraversando le esistenze individuali non meno che le grandi strutture sociali?
Gli fa eco la fiducia più volte invocata dall’ultima enciclica del Santo Padre, quella Caritas in veritate che completa la risoluzione a coltivare la speranza indicandole una direzione, un senso: la caritas, appunto, come cifra delle relazioni umane, come statuto della dignità del nostro essere cittadini del mondo.
È allora conseguente a queste alte ispirazioni anche il ritorno dell’idealità nel discorso politico e il costante appello a riprendere una progettualità per la vita associata, dopo il fallimento dei riduzionismi, degli idealismi e dei materialismi di ogni sorta. In questo senso, crediamo vada letto l’auspicio, pronunciato dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, perché i cattolici si riapproprino dello spazio politico. La presenza dei cattolici nella vita politica italiana ha conosciuto diverse fasi, dall’esilio volontario ai tentativi di presenza unitaria, dalla grande architettura del partito stato – del partito governo ovvero del “partito necessario” per usare un’espressione sturziana – alla diaspora post Tangentopoli. Nessuna forma può rappresentare un dogma, sono tutte manifestazioni storiche, transeunti, realtà che rispecchiano la contingenza dei tempi.
D’altronde, il sogno di una politica cristiana non va confuso con la politica dei sogni, con l’estetica cool della novità a tutti costi, che si rivela evanescente alla prova dei fatti, come sta avvenendo (senza sorprese, come del resto immaginavamo) sull’altra sponda dell’Atlantico. Né può paragonarsi a quella prassi dell’annuncio ad effetto e dello slogan populista che ormai è viralmente penetrata nel discorso pubblico nazionale, di qualunque colore esso venga tinto. Piuttosto, il sogno interroga criticamente la realtà, come è logico in una prospettiva dell’et-et quale è quella cattolica. E lo fa proponendosi compiti audaci, da realizzarsi nel lungo periodo, con fatica, spirito di servizio, esercizio di virtù umane, ancor prima che teologali. Queste devono essere le caratteristiche di “una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti”.
Come incrociare questo sogno nella nostra realtà quotidiana? I membri del Centro Studi Tocqueville-Acton hanno cercato di fornire una delle molteplici risposte possibili organizzando una scuola di formazione politica ispirata proprio dalla lettura e dall’approfondimento delle tematiche affrontate nelle encicliche papali. In esse abbiamo trovato un ubi consistam che al tempo stesso è un’ancora di speranza e un pungolo alla carità, per provare a progettare, senza i determinismi dell’ideologia ma appunto con l’audacia dei sogni, un rinnovato paradigma del servizio da offrire alla comunità e, soprattutto, al desiderio di ciascuno di vivere un’esistenza piena, cioè tesa allo sviluppo integrale della persona e dei suoi mondi vitali.
fonte: http://www.cattolici-liberali.com/Default.aspx
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Mercoledì, 3 Febbraio, 2010
dal Libro-intervista ad Ettore Bernabei*
Giorgio Dell’Arti: Mi resterebbe da farle ancora una serie di domande sull’ultimo grande affaire italiano.
Ettore Bernabei: Cioè Tangentopoli.
Giorgio Dell’Arti: Esattamente.
Be’! Le ho già detto, tra le righe di questo libro, quello che c’era da dire sui giudici e su quanto sia ridicola la tesi che, al mondo, vi sia qualcuno con la spada fiammeggiante in mano che rappresenta il Bene e qualcun altro, nero di pece di dentro e di fuori, che invece sta tutto dalla parte del Male. Queste son le tesi che piacciono ai giacobini i quali, visto che sono il Bene, si sentono in diritto a tagliar la testa di tutti quelli che secondo loro sono il Male.
Le tangenti correvano in Italia e nel resto del mondo da decine di anni e son venute fuori solo nel ‘92. Combinazione: mentre democristiani e socialisti finivano in galera, le nostre aziende pubbliche più belle (e quando dico “pubbliche” intendo che appartenevano a tutti) venivano messe sul mercato a disposizione degli uomini d’affari di tutto il mondo, lobby, consorterie, analisti, gnomi, massonerie e circhi equestri di ogni tipo. Devo aggiungere altro?
*L’uomo di fiducia. I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni.
di Ettore Bernabei e Giorgio Dell’Arti - Mondadori - 1999 - cfr. pagg. 307-308
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Mercoledì, 3 Febbraio, 2010
fonte: chicagoblog.it
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Martedì, 2 Febbraio, 2010
Il caso di Gerolamo Gaslini spinge a porre questioni e domande, più che mai attuali, attorno ai delicati rapporti tra etica e affari, politica e impresa, fede e laicità, Chiesa cattolica e Stato italiano. Oggi, alle ore 17, presso l’Università degli Studi di Milano, in Sala Napoleonica di Palazzo Greppi verrà presentato il libro di Paride Rugafiori “Rockefeller d’Italia: Gerolamo Gaslini imprenditore e filantropo” edito da Donzelli.
Ne parleranno Piero Bassetti, Guido Formigoni, Mauro Magatti, Massimo Mucchetti e Giulio Sapelli insieme all’autore del libro.
Citiamo dalla scheda nel sito della casa editrice Donzelli: “Un uomo, Gerolamo Gaslini, imprenditore, perde una figlia di soli undici anni, Giannina, a causa di una malattia che la medicina non riesce a curare, durante la prima guerra mondiale. Ne rimane sconvolto. Da allora la sua vita è segnata dalla volontà di edificare a proprie spese un grande, moderno centro polivalente per la cura, l’assistenza e la ricerca a favore dell’infanzia, l’Istituto Giannina Gaslini, inaugurato a Genova nel 1938 e conosciuto in tutto il mondo. In un breve arco di tempo, Gaslini costruisce un vasto gruppo di imprese alimentari, chimiche, agricole, immobiliari e bancarie, inserendosi tra i pochi grandi imprenditori italiani dagli anni trenta ai sessanta del Novecento, dal fascismo alla Repubblica. Vicino a Mussolini, a De Gasperi e al Vaticano, amico del cardinale Siri, Gaslini compie un altro decisivo passo nel 1949, quando costituisce la Fondazione che ne porta il nome, un ente di diritto pubblico cui dona in vita l’ingente suo intero patrimonio. Una fondazione holding, questa, un modello originale per struttura e scopi, che usa il profitto d’impresa al fine di sostenere e potenziare l’attività non profit dell’Istituto Giannina Gaslini a tutela della salute infantile. Di Gerolamo Gaslini, uomo schivo e solitario, ben poco si conosceva prima di questa lunga e rigorosa ricerca su documenti inediti di archivi pubblici e privati e su dati d’impresa originali elaborati da Roberto Tolaini. Ne è emersa, imprevista, una personalità di assoluto rilievo, sia per la molteplice e spregiudicata attività di imprenditore, sia per l’impegno totale di filantropo innovatore.”
fonte: fondazionebassetti.org
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Lunedì, 1 Febbraio, 2010
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Lunedì, 1 Febbraio, 2010
di Luca Diotallevi*
Pensiamo a due fatti. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, niente di meno che nel messaggio di fine anno dice che le riforme si debbono fare e, come se non bastasse, aggiunge che per lo meno la seconda parte della Costituzione non è intoccabile, ma anzi dispone le procedure per il proprio aggiornamento. Parallelamente, tante voci autorevoli del mondo cattolico non solo sottolineano la opportunità di riforme delle istituzioni politiche, ma esprimono anche la coscienza di come l’insegnamento sociale della Chiesa offra principi rilevanti per orientare tali riforme.
Diamo un’occhiata, allora, a come questi principi possono generare oggi criteri adeguati ad una riforma da quasi tutti ormai giudicata inderogabile, e che proprio dei cattolici come Aldo Moro e Roberto Ruffilli avevano posto all’ordine del giorno sin dalla seconda metà degli anni ’70 ricevendo per questo una speciale attenzione da parte delle Brigate Rosse.
Quale significato hanno, chiediamoci, sussidiarietà e solidarietà, e più ingenerale, libertà e responsabilità, per le istituzioni politiche? E come ne orientano una prospettiva di riforma?
In breve …
1. La politica ha una funzione – allo stesso tempo – limitata ed insostituibile in vista della ricerca del bene comune. La politica non deve avere il monopolio del bene comune, ma non può neppure essere lasciata deperire al punto di divenire irrilevante. Come ha ricordato nel Te Deum di fine anno il cardinale Angelo Bagnasco, per la Dottrina sociale della Chiesa la politica contribuisce al bene comune assicurando l’ordine pubblico (ovviamente nella accezione che questo concetto ha nell’insegnamento della Chiesa).
2. Anche i poteri politici, dunque, hanno da essere limitati, responsabili, efficaci. Limitati, perché ne va accuratamente evitata l’onnipotenza; responsabili, ovvero assunti pro tempore da individui precisi la cui condotta politica (non solo penale) deve sempre essere personalmente imputabile e valutata dai cittadini sovrani, gli unici ad avere dei diritti “originari”; coerenti, sia per essere imputabili che per essere efficaci (un potere assembleare non è imputabile né efficace).
3. Infine, i poteri politici debbono essere limitati sia “verso l’esterno” (sussidiarietà orizzontale), non dovendosi sostituire a famiglia, imprese, scuole, chiese, e via dicendo, che “verso l’interno” (sussidiarietà orizzontale e verticale) non dovendo – ad esempio – il potere esecutivo controllare quello giudiziario (giudicante) e viceversa, né i poteri “centrali” quelli “locali”.
Chiunque capisce che la Dottrina sociale della Chiesa è incompatibile con la piramide dello “stato bulimico”.
Insomma: non basta questo per capire che il potere di un esecutivo (nazionale o locale) deve essere coerente (cosa che non può essere con un premier che sia solo “presidente di un consiglio dei ministri”)? Che deve essere controllabile da una opposizione la quale però non può pretendere di cogestirne l’azione?
E non basta questo per capire che non vi è sussidiarietà finché non vale a tutti i livelli che chi vuol fare qualcosa (sindaco, governatore di regione, premier) deve assumersi le proprie responsabilità di fronte al contribuente-elettore? E se politiche di solidarietà e perequazione possono esserci, ed a volte debbono esserci, anche di queste occorre assumersi una trasparente responsabilità.
E non basta questo a capire che chi è titolare di indagini non può essere nella stessa istituzione in cui sono anche coloro che dovrebbero da terzi (tra accusa e difesa) giudicare secondo diritto (e non solo secondo legge)?
E non basta questo per capire che chi lavora nella pubblica amministrazione non può godere di privilegi (rispetto ai cittadini e rispetto a chi lavora altrove) se non per la misura strettissimamente necessaria all’assolvimento con imparzialità delle sue funzioni secondo le indicazioni provenienti dal potere democraticamente legittimato da cui dipende e nei limiti degli ordinamenti e del diritto?
E non basta questo per capire che i partiti (e tutte le associazioni politiche indispensabili alla vita democratica) non possono essere centri di potere irresponsabili, ma strumenti a disposizione dei cittadini per animare la vita politica? E che dunque, innanzitutto, la contendibilità della guida dei partiti, il carattere democratico della scelta dei candidati e la trasparenza dei bilanci non sono affari interni al ceto politico ma interessi primari di tutti i cittadini? Perché è il diritto all’elettorato attivo di ciascuno che va rispettato ma non di meno anche quello all’elettorato passivo, e perché ogni cittadino è interessato ad avere sia una buona maggioranza democratica che una buona minoranza altrettanto democratica e deve sempre e dovunque poter decidere quando sia il caso di cambiar di funzione all’uno ed all’altro schieramento.
Davvero, l’insegnamento sociale della Chiesa offre uno straordinario contributo a chi opera per il completamento della transizione italiana ad una democrazia governante.
*Associato di Sociologia
Università Roma Tre
fonte: piuvoce.net
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