Archivio di Marzo, 2010

Ignazio Marino: “Le spietate regole americane riscritte grazie al coraggio di Obama”

Mercoledì, 24 Marzo, 2010

ignazio-marino.jpgUn vero uomo politico deve puntare a migliorare la società in cui vive e per questa storica riforma della Sanità, che cambia la vita a milioni di americani, Barack Obama entrerà nella storia. A prescindere da una sua rielezione nel 2012. Ne è convinto Ignazio Marino, affermato chirurgo specializzato in trapianti di organi, senatore del Pd, nonché membro della Commissione igiene e sanità e Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale.

Onorevole, Barack Obama ha centrato un grande obiettivo pur rischiando tanto in termini di popolarità
“Certamente si tratta di un traguardo davvero storico che pone Obama nello stesso di solco di presidenti come Roosevelt. Soprattutto perché la costituzione americana, a differenza della nostra, non considera la salute un bene da proteggere con un principio costituzionale. Va dunque dato atto al coraggio, alla determinazione e alla volontà ferrea di Obama che non ha ceduto alle pressioni e agli interessi di gruppi di potere”.

Ma come cambierà realmente il Paese con questa riforma?
“Quasi 50 milioni di persone, che non avevano accesso alle cure mediche, avevano un forte bisogno di questa riforma. Ed è assurdo che un Paese che ha le risorse economiche per sostenere più di mille basi militari fuori dai suoi confini non possa garantire l’insulina ad un paziente diabetico”.

Dunque non è solo un luogo comune, attualmente negli Usa chi non ha una copertura assicurativa rischia di morire?
“Non è che si rischia soltanto, oggi si muore proprio. Se una persona ha bisogno di un intervento al fegato, finché non paga non viene neppure iscritta nella lista d’attesa. Ricordo un caso che capitò a me personalmente. Una donna afroamericana con quatto figli doveva essere operata per un tumore al fegato e si rivolse alla nostra università. L’amministrazione le rifiutò l’intervento e fui costretto ad una dura lotta tra lettere e e-mail per poterla operare”.

E’ vero anche che le compagnie assicurative cancellano le polizze in seguito a malattie gravi dei clienti?
“Sì, se una persona ad esempio ha subito un intervento di cardiochirurgia importante e con la riabilitazione arriva a spendere tra i 300 e i 400 dollari esiste la possibilità che l’assicurazione non rinnovi la copertura assicurativa”.

La riforma appena approvata dal Congresso pone un limite anche a questa assurda prassi, no?
“Sì, ed è un ottimo risultato. Basti pensare che il massimo che riuscì ad ottenere Bill Clinton, con la cosiddetta legge “Cobra”, fu di riuscire ad estendere di un anno, uno solo, la polizza assicurativa a chi aveva perso il lavoro”.

Un risultato storico, ma resta comunque il fatto che gli Usa continueranno ad utilizzare un modello di tipo privatistico
“Con questa riforma si ha sicuramente un allargamento cospicuo del cosiddetto “Medicare” ovvero la copertura assicurativa che viene fornita con i fondi federali e quindi in maniera in qualche modo simile alla copertura pubblica che esiste in Italia o in Francia. E’ vero però che si tratta di un sistema basato sulla sanità privata”.

C’è secondo lei una resistenza da parte degli americani ad affidarsi ad un sistema di sanità pubblica come il nostro?
“Più che altro il dato da considerare è che il 95% degli ospedali americani sono di fatto aziende private. In Italia, di contro, circa l’80% delle strutture di ricovero sono pubbliche”.

Si può parlare anche di resistenza culturale?
“In qualche modo sì. La cultura americana è di ispirazione calvinista e cioè si è sempre basata sul principio che se una persona si impegna può far fronte da sola ai propri obiettivi, e tra questi anche quelli che riguardano la propria salute. La nostra cultura, di matrice cattolica, è fondata invece sulla solidarietà e dice piuttosto di non lasciare indietro nessuno. Poi c’è una questione fiscale. In un Paese capitalista come gli Stati Uniti, dove le rendite finanziarie sono già molto tassate, un aumento della tasse non è certamente un fatto gradito da chi ha degli investimenti in fondi o nel mercato borsistico”.

Il prezzo politico da pagare, per Obama, potrebbe essere alto
E’ evidente che ci sarà un prezzo politico da pagare, in termini di voti. Ma credo che un vero uomo politico - diversamente da quanto accade in Italia, dove si ha una visione miope e si guarda solo all’obiettivo del giorno dopo e alle emergenze - dovrebbe occuparsi di quei temi che rendono migliore la vita di tutti, guardando la società che vorremmo tra venti e cinquant’anni“.

Alienandosi le simpatie di molti moderati, rischia però di non essere rieletto, nel 2012…
“Non credo che questo succederà, ma è un fatto che gli fa ancora più onore. Potrebbe anche non essere rieletto tra due anni ma certamente con questa riforma sarà ricordato tra 200/300 anni“.

La riforma vista da un italiano, da un medico
“Da italiano non posso che constatare che il nostro è un modello straordinario, di cui dobbiamo essere orgogliosi e che il principio dell’accesso universale alle cure è importantissimo. Ma in pratica le cose non sempre stanno così. Secondo un recente rapporto stilato dalla Commissione d’inchiesta da me presieduta, soltanto 59 donne su 1000 (tra i 50 e 70 anni e a rischio di cancro alla mammella) in Sicilia vengono sottoposte a mammografia, mentre in Emilia 677 su 1000″.

Il nostro è dunque un modello perfetto solo in teoria?
“Sì, se tra una regione e l’altra ci sono delle differenze simili vuol dire che nella pratica quel modello non è realizzato”.

autore: di Maria Elena Pistuddi

fonte: tiscali notizie 22 marzo 2010

Giustino Parisse: “Il terremoto di Barbara Summa”

Martedì, 23 Marzo, 2010

giustinoe-benigni.jpgQualche giorno fa un’amica di Onna mi ha dato un libro in cui si parla di terremoto. Eccone un altro (di libro) ho pensato e l’ho cominciato a sfogliare distrattamente. Per farla breve l’ho letto tutto di un fiato fino alle due di notte. Il libro è stato scritto da una giornalista nata a Sulmona, residente per anni a Ofena e  che oggi vive in Olanda dove si è sposata. Si chiama Barbara Summa e il volume si intitola: Statale 17 storie minime transumanti. La scrittrice racconta L’Aquila, Onna, Ofena, Paganica e gli altri paesi colpiti dal terremoto fra la cronaca e la memoria. Sua zia Vittoria Silvestrone, morta il sei aprile, abitava a Onna, in una casa a fianco alla chiesa.  Onna viene descritta in maniera che forse nemmeno noi onnesi sapremo fare.

copertina_statale_17.pngUn bel libro che vale la pena di leggere e che mi rincuora un po’: di Onna e dei suoi luoghi non ci eravamo accorti solo noi che ci abitavamo. E’ una spinta in più per ricostruire presto e bene.

(Nella foto, Giustino Parisse, caporedattore l’Aquila del quotidiano IL CENTRO con Roberto Benigni)

fonte: http://parisse-ilcentro.blogautore.repubblica.it 

L’era dell’homo zappiens

Lunedì, 22 Marzo, 2010

concetto.png 

di Massimo Gaggi
I ragazzi «nati digitali» sviluppano abilità intellettuali (e biologiche) diverse. Così le tecnologie «ricablano» il nostro cervello e disegnano un’altra specie.
Alla fine qualche dubbio è venuto perfino a Eric Schmidt. Il capo di Google, la società che più di qualunque altra incarna la rivoluzione culturale imposta dalle nuove tecnologie, è ammirato dalla brillantezza e dalle capacità lavorativa dei ragazzi della Internet generation, ma poi ammette che i «nati digitali leggeranno molti meno libri e giornali, cosa che finirà per incidere sui loro meccanismi di apprendimento». Avranno un rapporto diverso con la conoscenza, «ma nessuno sa per ora quale», rifletteva qualche giorno fa in un seminario del Forum di Davos questo manager diviso tra la sua natura di cinquantenne legato alla «civiltà della stampa» e il ruolo di gestore dell’ azienda-totem dei giovani cresciuti nell’ era del Web. In realtà, però, neuroscienziati e studiosi della Rete si stanno sforzando da tempo di misurare l’impatto delle tecnologie digitali sulla mente umana e soprattutto sul comportamento dei giovani nati e cresciuti nell’ era dell’ information technology. Come ho riferito in una breve nota di qualche giorno fa, proprio durante gli incontri di Davos alcuni di loro hanno spiegato che il multitasking dei nostri figli, ormai abituati all’uso simultaneo di più strumenti elettronici, non va demonizzato. È un processo ineluttabile che sta acquisendo le caratteristiche di un vero e proprio cambiamento antropologico: il passaggio dall’homo sapiens all’homo zappiens. I ragazzi born digital svilupperebbero, insomma, abilità mentali diverse: dalla capacità di pensare in modo non sequenziale e di individuare gli elementi essenziali in un magma di informazioni, alla tendenza a sostituire il bagaglio della conoscenza nozionistica con l’abilità nell’uso dei motori di ricerca, fino alla pretesa di dare dignità culturale anche al «copia e incolla». Sono le visioni di personaggi come Adrian Cheok, un neuroscienziato che insegna in Giappone e a Singapore, o di computer scientists e studiosi della comunicazione come Alex Pentland del Mit di Boston o Takeshi Natsuno dell’ Università di Yokohama, per i quali la capacità dei giovani di gestire il multitasking si sarebbe ormai tradotta anche in una differenza rilevabile clinicamente: le risonanze magnetiche che evidenziano lievi modificazioni della corteccia cerebrale nei lobi frontali dei «nati digitali». Tesi abbastanza recenti, legate ai risultati di ricerche mediche dell’ estate scorsa. Ancora pochi anni fa il biologo molecolare John Medina sosteneva nel suo saggio Brain Rules che «il cervello è una struttura sequenziale, fatta per gestire un processo alla volta. Imporgli il multitasking è come infilare il piede destro nella scarpa sinistra». E Jordan Grafman, neuroscienziato del National Institute for Health, ancora pochi mesi fa avvertiva che col multitasking si fanno più errori e si è meno capaci di andare in profondità sugli argomenti. Il rischio, oggi, è quello di essere travolti dagli entusiasti del cambiamento come il futurologo Don Tapiscott, che nel suo bestseller Growing Up Digital analizza i risultati dei test condotti su migliaia di giovani americani, concludendo che cultura digitale e multitasking hanno solo migliorato la loro consapevolezza sociale e la capacità di assorbire nozioni apprese da fonti diverse. Chi, come il saggista tedesco Frank Schirrmacher, paventa, invece, l’emergere di un fenomeno di demenza digitale di massa indotto da problemi di memoria e concentrazione, viene liquidato come un nostalgico di un’era in cui l’unità di misura del multitasking era Gerald Ford, il presidente americano degli anni Settanta che cadeva spesso perché incapace, secondo una celebre battuta, di fare due cose insieme: scendere le scalette dell’aereo tenendo un ombrello in mano. La cavalcata dei profeti del «nuovo che avanza» è implacabile: Howard Rheingold, studioso della cybercultura delle comunità virtuali, è convinto che i giovanissimi che oramai crescono non solo senza giornali ma anche senza tasti - si fa tutto sui «touchscreen» tipo iPhone - rappresentino le avanguardie di una nuova tappa dell’evoluzione umana: chi digita per ore a grande velocità su un telefonino sviluppa intrecci neuronali più complessi e ricchi di chi è abituato al ritmo più blando di una tastiera. Non sembra più fantascienza la previsione del neuroscienziato Bill Joy, che dieci anni fa aveva scritto sulla rivista «Wired» che le tecnologie digitali, con la loro capacità di «ricablare la mente», avrebbero disegnato una nuova specie umana dotata di capacità di resistenza superiori rispetto all’homo sapiens. Ma superiori in cosa? Va bene l’homo zappiens del professor Cheok o di Wim Veen dell’ Università di Delft, il primo a usare, tre anni fa, questa espressione per indicare lo sviluppo di un nuovo «approccio non lineare al pensiero e al lavoro». Va bene lo «zapping» dei ragazzi che osserviamo preoccupati e ammirati mentre si scambiano messaggi con i loro amici, guardano la tv, parlano con noi e conducono un videogioco, tutto nella stessa unità di tempo. Tutto utile (anche il videogioco che, dicono, migliora i riflessi e sviluppa nuove «competenze iconografiche») a reagire più rapidamente agli stimoli, a migliorare i processi collaborativi, anche se questo significa spesso chiudersi nella logica delle tribù e in un tipo di socializzazione distorta dalle macchine. A Davos ho fatto ridere un’intera platea quando, davanti a questa rappresentazione del futuro, ho chiesto: «Ho un figlio di 12 anni che legge romanzi storici. Mi devo preoccupare?». Preso alla sprovvista, Cheok ha ammesso che nei processi in atto ci sono cose che si guadagnano e cose che si perdono, come la capacità di approfondire e pensare criticamente. Tutto ciò, ha aggiunto, è però iniziato con la tv, non con il computer. Ci stiamo, dunque, ponendo quesiti fuori tempo massimo? Non la pensano così il raffinato tecnologo Jaron Lanier, che in un recente saggio demolisce molti luoghi comuni sulla cultura di Internet ed evidenzia la pericolosità di alcuni suoi processi involutivi, o Nicholas Carr, lo studioso della comunicazione che un anno e mezzo fa ha aperto il dibattito con un coraggioso saggio pubblicato da «The Atlantic» («Google ci rende stupidi?») e che da allora non ha mollato la presa. Intanto negli Usa la Edge Foundation, il club degli intellettuali della scienza e della filosofia che cercano un nuovo umanesimo, ha deciso di concentrarsi, quest’ anno, su un solo quesito: «In che modo Internet sta cambiando il tuo modo di pensare?».
 

Il pensiero dell’uomo alla prova di Internet.
Diversi libri e articoli si occupano del rapporto tra le tecnologie digitali e la psicologia, specie quella infantile. Ad Anna Oliverio Ferraris si devono il saggio «Chi manipola la tua mente» (Mursia, pp. 169, 12) e l’articolo «Baby Tv», sulla rivista «Psicologia contemporanea» del gennaio 2010. Un forte allarme viene dal guru dei new media Jaron Lanier, nel libro «You Are Not a Gadget», (Knopf, pp. 224, $ 24,95) e da Madeleine Bunting, autrice dell’ articolo «Undivided attention», su «The Guardian» dell’11 gennaio scorso. Sull’argomento si era già soffermato Tomás Maldonado nei libri «Memoria e conoscenza» (pp. 308, 20) e «Reale e virtuale» (pp. 186, 18.50 ), editi da Feltrinelli. Il venir meno della vita sociale è denunciato inoltre da John T. Cacioppo e William Patrick nel volume «Solitudine. L’essere umano e il bisogno dell’ altro» (Il Saggiatore, pp. 332, 18.59), così come da Robert D. Putnam in «Capitale sociale e individualismo» (Il Mulino, pp. 504, 36). Da segnalare infine i lavori di due filosofi italiani: Umberto Galimberti, «I miti del nostro tempo» (Feltrinelli, pp. 406, 19); Giulio Giorello, «Introduzione alla filosofia della scienza» (Bompiani, pp. 445, 18).

fonte: corriere.it - 7 febbraio 2010

Ponzio Pilato, un Governatore lontano da Roma

Sabato, 20 Marzo, 2010

 

Lucetta Scaraffia: Io, l’eretica, vi spiego la mia conversione

Venerdì, 19 Marzo, 2010

lucetta_scaraffia.jpgAll’età di 2 anni Lucia Scaraffia decise di cambiarsi il nome in Lucetta e nessuno in famiglia trovò la forza di obiettarle alcunché. A 12 ebbe una crisi mistica: “Temendo di voler diventare suora, facevo le novene, dieci avemarie al giorno, per ottenere la grazia di non finire in convento”. Pregava anche Gesù per la conversione della zia Angela Scaraffia, una coriacea comunista che era stata l’amante di Gaetano Salvemini e che sarebbe morta elettrice di Rifondazione, segno che non tutte le suppliche salgono al cielo.
Chi la legge sulla prima pagina dell’Osservatore romano o sul Corriere della sera o sul Riformista, chi segue le sue lezioni di storia contemporanea alla Sapienza di Roma, chi la vede dibattere in tv di aborto e di eutanasia, chi ne apprezza il raziocinante ardore di cattolica dichiarata all’interno del Comitato nazionale per la bioetica, chi affronta le 322 pagine del suo nuovo libro Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia (Laterza), scritto a quattro mani con la laica Margherita Pelaja, pensa che Lucetta Scaraffia sia così fin dalla nascita: uno scricciolo ascetico. Poiché invece è destino degli spiriti liberi diventare eretici quando regna l’ortodossia e ritornare ortodossi quando dilaga l’eresia, la mite studiosa dal carattere ferrigno è stata anche militante marxista, sessantottina, protofemminista, divorziata.
Oggi si accinge a rimettere ordine sacramentale nell’ultimo segmento della sua vita da eretica: vuole sposare in chiesa Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del Corriere, col quale vive da 21 anni e che civilmente è già suo marito. “Lui non ne sentirebbe il bisogno, ma spero che capisca quanto sia importante per me”. Il Tribunale del vicariato di Roma ha dichiarato nullo il precedente matrimonio con un compagno di università della Statale di Milano. “Mi sposai in chiesa solo per accontentare mia madre. Era il 1971. A celebrare le nozze fu il cappellano di San Vittore”. Nel 1982 ebbe una figlia con lo storico Gabriele Ranzato, anch’egli reduce da un matrimonio fallito. L’apparente disinvoltura nei rapporti con l’altro sesso sembrerebbe più consona alla Casa delle donne di via del Governo Vecchio che all’austero appartamento dei Parioli dove Scaraffia e Galli della Loggia abitano, sullo stesso pianerottolo di Fulco Pratesi. Il presidente onorario del Wwf è confinante di salotto, precisamente dal lato dove si trova il caminetto stipato di libri scritti da Lucetta. Dev’essere anche per questo che Il Foglio l’ha paragonata a Giovanna d’Arco. C’è in lei una sorta di predestinazione al rogo.
 

Proviene da una famiglia cattolica?
Solo per parte di madre. Mio padre era massone. Costruiva raffinerie nel Mediterraneo. La Sardegna, dove trasferì la famiglia da Torino, è stata il mio primo altrove. Mamma mi portava solo alla Rinascente di Cagliari, secondo lei l’unico luogo frequentabile. Non mi permise mai d’indossare i jeans. A Milano feci il ’68 in tailleur.
 

Estremista come suo fratello Giuseppe, oggi compagno di Silvia Ronchey.
Sì, ma io non ho mai preso né dato manganellate. Durante gli scontri in cui fu ucciso l’agente Antonio Annarumma finii accerchiata dai celerini. Mi salvò il mio tailleurino azzurro. “Signorina, che ci fa lei qui?” mi misero al sicuro i poliziotti prima della carica. E al liceo Parini non ho mai scritto sulla Zanzara. Quando lessi sul giornalino d’istituto le interviste raccolte dalla mia compagna di classe Claudia Beltramo Ceppi, ci restai malissimo. Ma come? Tutte quelle studentesse, in grembiule nero come me, facevano sesso, o almeno dicevano di farlo, e io niente? Ero talmente avvilita che l’insegnante di religione, un prete all’antica, dovette consolarmi: “Non se la prenda, per fortuna non siete tutte uguali”. Mia madre m’impediva persino d’andare al cinema, considerato un luogo di perdizione.
 

Per via dei film vietati?
Per quello che sarebbe potuto accadere nel buio della sala. Vedevo i film di nascosto, col terrore che qualcuno mi riconoscesse. Quando a 19 anni smisi d’andare a messa, si disperò: “Adesso non hai più una morale!”. Frequentare la parrocchia per mia madre significava non avere rapporti sessuali.
 

E diventò femminista.
Fra le prime in Italia, credo. Una reazione alle assemblee del Movimento studentesco, dove solo i maschi potevano concionare. Però alle riunioni di autocoscienza facevo scena muta, ero sconvolta dai racconti intimi delle mie compagne. Poi una di loro mi spedì a Londra con un suo fidanzato, erede di un industriale lombardo, per incontrarvi le femministe inglesi. Quelle militanti aggressive e la sporcizia e il disordine che regnavano nella loro comune non mi piacquero. Quando il mio accompagnatore fu chiuso a chiave nello sgabuzzino delle scope perché non ascoltasse i nostri discorsi, cominciai ad avere qualche dubbio.
 

E si mise a studiare le sante e le suore.
Erano diventate di moda fra gli storici, data la grande abbondanza di fonti. Ma guai a occuparsi della loro spiritualità. Influenzata dal femminismo, mi avvicinai a Rita da Cascia e a Teresa d’Avila solo per fare storia sociale, null’altro. I testi delle sante cominciarono a parlarmi al di là delle mie intenzioni. Capivo che c’era qualcosa di più, ero sedotta dall’oggetto dei miei studi.
 

Fino a che vent’anni fa è “tornata a sentirsi appassionatamente cattolica”, parole sue. In che modo?
Ho avuto una conversione vera. Era domenica, tornavo dall’edicola. Vidi molta gente radunata davanti alla Basilica di Santa Maria in Trastevere, allora abitavo lì. C’era pure Giulio Andreotti. Un passante mi spiegò che si festeggiava il ritorno di un’icona restaurata, una madonna del VI secolo. Mi ritrovai non so come nel primo banco della chiesa. Entrò l’icona, preceduta da una lunga processione. Il coro intonò l’Akathistos bizantino, il più antico inno liturgico dedicato alla Madre di Dio. E io mi sentii male. Mi scusi… (Si commuove). Fui invasa da un fortissimo senso di luce, di calore, di presenza. Ho capito che lì c’era, ecco. C’era e mi diceva qualcosa. Mi si rivelava. Le parole sono rozze, non possono spiegare la gratuità della grazia divina. Da allora mi pare d’essere completamente cambiata.

Cambiata come?
Ho incontrato le missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Mi sono letta tutte le lettere della loro fondatrice, Santa Francesca Cabrini, proclamata da Pio XII patrona degli emigranti. Quando ho detto a Ernesto che avevo accettato di scrivere la biografia di una suora sconosciuta, Chiara Grasselli, ha creduto che fossi impazzita. Invece ne è nato Il Concilio in convento, uno dei libri cui tengo di più. Per realizzarlo ho intervistato molte cabriniane, compresa la direttrice della Columbus, la famosa clinica milanese, una donna che parla da pari a pari con i luminari della medicina. Era felice perché la Chiesa aveva consentito alle suore di tenere un po’ di soldi per uso personale: “Prima non potevo fare l’elemosina ai poveri per strada”.

Ora arriva “Due in una carne”, con cui vuole dimostrare come la sessuofobia della Chiesa sia solo uno stereotipo.
È così. Fino alla rivoluzione industriale, Chiesa e società promuovevano lo stesso obiettivo: fare figli. Una necessità imposta dal bisogno di braccia e dall’alta mortalità infantile. È dal Novecento che le loro strade si sono divaricate. La società imputa ai preti di prescrivere obblighi che non sono naturali. Ma non è che il mondo d’oggi sia permissivo e la Chiesa repressiva: hanno solo due visioni diverse del corpo.

Tempio dello Spirito Santo, secondo il catechismo.
Centrale è il dogma cristiano dell’Incarnazione. E siccome la cosa più importante che facciamo col corpo è l’atto sessuale, esso non può rappresentare soltanto un momento di piacere ludico. È proprio l’importanza che la Chiesa assegna al corpo a fare la differenza. Non a caso fino al Cinquecento il Risorto veniva rappresentato addirittura in erezione, a sottolinearne l’effettiva natura umana. Perfino il Cristo morto di Andrea Mantegna custodito nella Pinacoteca di Brera trasuda virilità. Se il Braghettone venne chiamato a coprire i nudi della Cappella Sistina, la colpa fu della Riforma protestante.
Ma Tertulliano già 13 secoli prima scriveva: “Nell’ultima dirompente vampa di piacere non abbiamo forse la sensazione che una parte dell’anima esca fuori di noi?”. Si preoccupava che non fuoriuscisse l’anima intera.
La dottrina cattolica ha sempre contrastato la concupiscenza perché porta l’uomo alla perdita di controllo e scardina i rapporti sociali. Del resto tutte le culture disciplinano l’eros. Ma la Chiesa è rigida nelle regole e duttile nella loro applicazione.
 

Cioè predica bene e razzola male?
Dimostra saggezza umana. Nell’Ottocento furono i medici positivisti nemici del clero a sostenere che la masturbazione portava alla cecità e che gli omosessuali erano malati da curare. La Chiesa avrebbe potuto cavalcare le loro balzane teorie. Non l’ha mai fatto. Per la dottrina cattolica gli omosessuali in quanto tali non esistono. Ci sono soltanto persone che compiono atti contrari alla natura.
 

Per la verità il cardinale Giacomo Biffi ha appena raccomandato la “doverosa riprovazione di ogni esaltata “ideologia dell’omosessualità”, ha citato la condanna di San Paolo e ha scritto che “non ci è consentita la pusillanimità di passarla sotto silenzio per la preoccupazione di apparire non “politicamente corretti”.
La società occidentale è stata la prima al mondo ad avere legittimato l’omosessualità. Ne sono scaturiti problemi di comprensione col resto dell’umanità e in particolare con i musulmani. Sarà impopolare dirlo, ma spesso il fondamentalismo islamico è una reazione all’ultraliberalismo culturale dell’Occidente.

Anche il vescovo Luciano Pacomio, commissario della Cei per la dottrina della fede, ha citato San Paolo, ma per dire che, così come non c’è più né greco né giudeo, né schiavo né libero, “non c’è più omosessuale o eterosessuale”.
Non sono d’accordo. “Maschio e femmina Dio li creò”, Genesi. Gli omosessuali sono liberi di comportarsi diversamente dagli altri, ma nel contempo non possono pretendere gli stessi diritti degli altri.

Tipo?
Sposarsi, fare figli o adottarli. La Chiesa si mette sempre dalla parte dei più deboli, in questo caso i bambini, che hanno tutto il diritto d’avere un padre e una madre e di crescere con loro.

Per lei esistono peccati sessuali?
Sì. Penso all’adulterio, la coltivazione di un desiderio sbagliato. Lo vedo come una sottrazione di risorse. È difficile portare avanti una famiglia se non c’investi tutto te stesso.

Che cosa direbbe il professor Joseph Ratzinger del libro “Due in una carne”?
Gliel’ho mandato. M’illudo che possa interessarlo.

Con chi litiga di più nel Comitato nazionale per la bioetica?
Col ginecologo Carlo Flamigni, il padre della fecondazione assistita. È molto difficile discutere con lui. Certamente Flamigni parlerebbe di me nello stesso modo.

Ma serve un simile organismo?
Non saprei. Certo il governo non ci consulta di frequente. Serve però come guida ai comitati etici degli ospedali. Vorremmo anche arrivare nelle scuole. Lo sa che in giro per l’Italia i corsi di bioetica agli studenti li tiene la Cgil?

L’eutanasia sarà legalizzata?
Temo di sì. L’età media aumenta, tenere in vita i malati costa. Ci sarà la corsa a far fuori le persone più indifese. Il tanto celebrato welfare svedese si basava anche su questo, sull’eugenetica.

Come giudica il testamento biologico?
Non lo chiamerei testamento perché la vita non è una proprietà di cui l’individuo possa disporre a suo piacimento.

Il suo articolo sull’”Osservatore”, in cui a 40 anni dal rapporto di Harvard denunciava i limiti dei criteri di accertamento della morte cerebrale, ha suscitato un bel vespaio.
Non capisco perché. M’ero limitata a recensire due libri sul fine vita. L’Unità è arrivata a sostenere che per colpa mia sono morti alcuni pazienti in attesa di trapianto. Persino The Economist e Le Monde hanno riconosciuto che ho posto un problema reale, che la discussione su questo tema spinoso è aperta in tutto il mondo. Solo in Italia sembra proibito parlarne.

La Santa sede ha preso le distanze.
Ma nessuno ha potuto scrivere che l’articolo sia dispiaciuto a Benedetto XVI.

Che intende dire?
Fu l’allora cardinale Ratzinger a cancellare di suo pugno dal catechismo della Chiesa cattolica l’aggettivo “cerebrale”, sostituendolo con “reale”, là dove si legge che “per il nobile atto della donazione degli organi deve essere pienamente accertata la morte reale del donatore”. Un’affermazione appena ribadita dal Papa in un discorso.

Qualcuno ha preso le sue difese?
Sì, per esempio Vittorio Feltri. E mi ha cercato il professor Pier Paolo Visentin, che per vent’anni ha affiancato il medico personale di Papa Wojtyla. Era primario di rianimazione al Santo Spirito di Roma. Ha chiuso con gli espianti, dicendo di non poterne più.

Si trova a suo agio nell’Italia di oggi?
Poco. Vedo i giovani ogni anno sempre più incolti e smarriti. Hanno avuto tutto e in cambio non gli è mai stato chiesto niente. Arrivano all’università quasi analfabeti. L’altro giorno citavo un passo della Divina commedia. Alza la mano un ragazza: “Professoressa, mi può ripetere titolo e autore?”. Io, pronta a tutto, ripeto. E lei: “Mi può ricordare per favore la trama?”. Lo spreco della gioventù è tristissimo.

fonte: panorama.it
 

Edmund Burke: “Nessuna passione priva con la stessa efficacia della paura la mente del suo potere di agire e di ragionare”

Giovedì, 18 Marzo, 2010

“In una situazione di crisi, la gente ha bisogno di vedere che qualcuno ha preso in mano la situazione”. Un caso di comunicazione istituzionale.

Mercoledì, 17 Marzo, 2010

I buoni preti? Meglio degli economisti

Martedì, 16 Marzo, 2010

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di Ettore Gotti Tedeschi*

Continuiamo a notare, opportunamente, una grande ansia di richiamare esigenze di etica e di fare proposte di nuovi modelli di capitalismo. Temo però che grandi soluzioni con questo approccio giuridico economico sul capitalismo o sulla responsabilità sociale dell’impresa non si troveranno. Soluzioni vere si produrranno solo se si hanno idee e progetti per cambiare l’uomo anziché gli strumenti. E questo non è un mestiere da giuristi, economisti, sociologi o filosofi. Io penso che sia piuttosto un mestiere da “buoni preti”.

Sarò provocatorio, ben conscio di proporre considerazioni che non saranno condivise. L’uomo non è stato creato perché lavorasse. L’uomo è stato creato anzitutto perché pensasse. Se l’uomo non pensasse prima di lavorare, lavorerebbe senza pensare e non darebbe senso al suo lavoro. La dignità dell’uomo non sta nel lavoro, sta nel pensiero precedente al suo lavoro (la famosa canna pensante di Pascal). Se l’uomo ha un pensiero vero, forte e maturo, il suo lavoro ne trae beneficio. Con conseguenze evidenti sui modelli di capitalismo migliori.

Il capitalismo e l’impresa sono solo strumenti, inutile pretendere che siano loro “etici”, etico sarà solo il comportamento dell’uomo che li usa. Inutile però pretendere dall’uomo che li usa che lo faccia dando loro un senso etico se il pensiero dominante esclude che la vita umana stessa abbia un senso. Se non ha senso la vita, neppure si può pretendere che l’abbiano gli strumenti. Così torniamo al mestiere del “buon prete” che indirettamente influenza l’azione economica, coltivando nell’uomo la Verità e la visione del bene.

La crisi economica in corso, cui continuiamo a far riferimento, non è pertanto nel modello di capitalismo adottato, è nelle idee, nel pensiero dell’uomo di questo secolo, che si trasferisce inesorabilmente nel comportamento e nell’azione economica. Non va rinnovato pertanto il modello di capitalismo, va rinnovato l’uomo. Come? Penso che non si debba aver più paura di parlare di morale vera discutendo argomenti economici. La morale non mette mai in discussione il funzionamento di modelli economici leciti poiché sono mezzi. La morale si occupa solo dei fini, ma la morale ha un fondamento su verità considerate assolute, altrimenti diventa una morale secondo le mode, mode che sono prodotte dalle infinite libertà che l’uomo ha. Da una parte si pretende che solo queste libertà, a priori, possano produrre la scoperta di una verità. Dall’altra parte si crede che solo l’accettazione della Verità produca libertà responsabili.

Se è vero che la possibile moralizzazione dell’economia debba passare attraverso la responsabilizzazione delle persone che operano in economia, è indispensabile chiarire a quale responsabilizzazione morale facciamo riferimento. Se si è liberi di averne tante, sarà difficile convergere nel mondo globale su un criterio universale di morale comportamentale del capitalismo o di responsabilità sociale dell’impresa. Quale morale, quale responsabilità? Max Weber distingueva tra morale di responsabilità e morale di convinzione personale. Ma come si può aver vera responsabilità delle proprie azioni se non ci si crede, se non se ne è convinti? E come può questa convinzione esser stabile se non ha un riferimento assoluto?

Per queste ragioni credo che, invece di lasciar libera l’immaginazione alla scoperta di capitalismi adatti al mondo globale, sia più urgente ascoltare le parole del pontefice su come si deve rinnovare l’uomo. Studiando l’enciclica Caritas in veritate, magari con l’aiuto del famoso “buon prete”, piuttosto che di un economista o sociologo supponente. Credo che sia ora di tornare a fare un po’ di buona e vera morale come si faceva una volta, magari con più esempio e meno autorità, ma negli ultimi tempi si è esagerato nel contrario, abdicando al proprio ruolo, arrivando a confondere persino il ruolo stesso della morale, lasciandola subordinare a ogni moda culturale soggetta a continue evoluzioni, volendo mostrare apertura a morali adeguate ai tempi. Arrivando però a promuovere strumenti totalmente autonomi dalla morale stessa, come l’economia e conseguentemente l’uso del modello capitalistico.

Nella storia molti pensieri economici si sono sviluppati progressivamente sempre più indipendenti da criteri morali, ora sono i modelli di competizione globale che impongono una forma di relativismo morale in economia. Vedremo presto i risultati di come tali modelli, fondati soprattutto su differenti visioni della dignità della persona, competeranno sui mercati. Proprio per questo credo che la morale oggi non debba farsi intimidire dall’arroganza dialettica degli antimoralisti. Non si deve permettere che si continui a concedere alla morale cattiva di scacciare quella buona. Come hanno peraltro riconosciuto negli ultimi due anni tutti, pronti magari a dimenticarsene presto.

Ora siamo di fronte a tempi di austerità forzata, almeno nel mondo occidentale, ed è necessario aiutare l’uomo a riconquistare il controllo dell’economia aiutandolo a capire che la morale applicata in economia produce effetti più positivi e migliora i vantaggi competitivi. Nel frattempo è bene riflettere su quanto scrisse uno dei maggior pensatori del 900, Jean Guitton: «Si possiede interamente solo ciò a cui si è rinunciato ». È evidente il perché, se non possiamo rinunciare a qualcosa significa che quella cosa possiede noi. E questa è la storia vera degli errori fatti nell’uso dello strumento capitalistico: se non impariamo a dominare gli istinti e le pulsioni queste domineranno noi. Ecco l’esigenza del famoso “buon prete”, che spero debba lavorare molto intensamente nei prossimi tempi…

*Presidente dello Ior

fonte: ilsole24ore.com

Tommaso Moro, un politico con la “P” maiuscola

Lunedì, 15 Marzo, 2010

L’anima del leader

Domenica, 14 Marzo, 2010

pugni_l__anima_del_leader1.jpg«L’unica persona al mondo che possiamo cambiare siamo noi stessi: per cambiare gli altri dobbiamo cominciare da noi»: questa affermazione di John Miller permette di comprendere il senso e lo scopo di questo libro. Perché non investire su sé stessi per migliorare costantemente, guadagnare in serenità e accrescere la propria professionalità? Il modo migliore per farlo è quello di individuare i propri punti di forza e lavorare sulle aree che richiedono un perfezionamento. Per venire incontro al lettore, l’autore suddivide il mondo dell’attività professionale in capitoli coerenti con l’attuale impostazione del lavoro, partendo proprio dal senso stesso del lavoro, e offre per ognuna di queste aree non solo dei consigli per il miglioramento, ma anche strumenti efficaci e profondi per riflettere su sé stessi. Questa autovalutazione – oggi diremmo self assessment – viene proposta a partire da una serie di citazioni, utili per fornire luci sulla propria attività, tratte non solo dalla odierna letteratura di management, ma soprattutto dalle profondità della saggezza dei santi e degli uomini di spirito. Il saggio è corredato di strumenti che aiutano a rendere molto pratico il percorso di scoperta della propria «anima del leader».

fonte: http://www.ares.mi.it/index.php?pagina=libro&id=418&q=L-anima-del-leader
 

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