Le sorprese di un Papa che sa rischiare

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di Federico Eichberg*
 
Quattro scrutini dopo l’extra omnes. Alle 17.56 di 5 anni fa la fumata bianca annunciava l’ascesa al soglio pontificio di un campione di sobrietà di cui si faticava a riconoscere altre caratteristiche oltre la solidità della dottrina. C’è chi diceva fine musicista, chi ricercato esteta, chi profondo teologo e grande intellettuale. A molte delle ipotesi e domande (e cliché) di 5 anni fa proviamo a rispondere con una breve carrellata.

Un Papa rassicurante? 113 su 115 Cardinali elettori nel Conclave del 2005 si trovavano per la prima volta dinanzi ad un compito così alto. Fatto quasi unico nella storia recente. Soltanto due Cardinali, infatti, avevano già partecipato da porporati all’elezione di Karol Wojtyla, ovvero William Wakefield Baum e lo stesso Joseph Ratzinger. Gli altri erano all’esordio. Durante le settimane di incontri precedenti il Conclave (le riunione della Congregazione generale dei Cardinali su Le sfide universali della Chiesa) il Cardinale Ratzinger seppe conquistarsi (o confermare) presso i neoelettori la fiducia indiscussa di personalità “solida” e rassicurante. Una fiducia che, con ogni probabilità, molto ha contribuito all’elezione. Ora, l’aspetto più affascinante di questo quinquennio è stata proprio la rottura di questo schema da parte di Benedetto XVI, impegnato ad esplorare il mondo contemporaneo ed a “rischiare”. A rischiare in un confronto a tutto campo con lo Zeitgeist, inaugurando addirittura un vero e proprio “Cortile dei Gentili” presso il pontificio Consiglio della Cultura.

Lui, profondo conoscitore ed interessato esploratore del pensiero contemporaneo, desideroso di incontrare ospiti a sorpresa da Henri Kissinger a Hans Küng, da Oriana Fallaci, ai teologi valdesi. Un Papa che, in procinto di andare in Portogallo, chiede di poter incontrare il regista lusitano Manoel de Oliveira, o chiede di potersi confrontare con l’architetto Santiago Calatrava sulle tendenze del design contemporaneo.
Quel desiderio di confrontare ed arricchire la sua katholische Weltanschauung, la prospettiva cattolica sul mondo e sulla Storia, negatagli a “La Sapienza” in un giorno di grande tristezza per un accademico intenzionato non «a imporre la Fede ma a sollecitare il coraggio della verità» come ricordato nel discorso pronunciato in absentia. Rischiare quando, per un gesto di aperture, si revoca la scomunica ai Lefevriani (che non vuol dire riammissione nella Chiesa, anche agli Ortodossi la scomunica è stata tolta più di 40 anni fa) e poi, scoperto che uno dei destinatari di tale gesto di distensione si fa portatore di tesi negazionistiche, si ha l’umiltà di riconoscere che si tratta di «una disavventura per me imprevedibile».

Rischiare con l’onestà di riconoscere i propri errori o gli errori della Chiesa. È il caso del dramma della pedofilia nella cui denuncia fu antesignano (è della via Crucis del 2005 la durissima espressione sulla “sporcizia” dentro la Chiesa). Benedetto XVI, pur completamente estraneo (come dimostrato dai documenti relative ai fatti di Monaco e di Milwaukee, su cui lo stesso New York Times si è recentemente ricreduto con un articolo di Ross Douthat), si pone da “penitente” sia con la lettera del 19 marzo ai fedeli irlandesi sia, più di recente, nell’incontro a Malta.

Un Papa “occidentale”? Vi era una malcelata aspettativa (o timore) che questo Papa potesse trasformare la Chiesa in una sorta di “fortezza dell’Occidente”, sulla scia delle riflessioni sulle radici cristiane d’Europa e delle sue riflessioni sulla civiltà occidentale. Al contrario questo papato ha collezionato una serie di imprevedibili successi “orientali”. È del novembre 2007 uno storico documento elaborato a Ravenna da teologi cattolici ed ortodossi con cui questi ultimi riconoscono il ruolo di primus inter pares del Papa, è dello stesso anno la lettera di 138 fra Imam e intellettuali islamici, sunniti e sciiti di oltre 43 Paesi, per aprire un dialogo costante con Benedetto XVI finalizzato alla ricerca delle radici comuni fra Islam e Cristianesimo, è di quei mesi la storica lettera ai cattolici cinesi con cui si apre un dialogo in merito alla “Chiesa patriottica” ed al reciproco riconoscimento; è conquista recente il dialogo con i “padri della Fede” del Mondo ebraico, culminato con la visita nella Sinagoga di Roma.

Un Papa oscurantista? Con la ragione Benedetto XVI ha da tempo aperto una partita audace. Vuole che la ragione aiuti l’uomo del XXI secolo a riscoprire i fondamenti universali ed a superare il rischio di “dittatura del relativismo”. Non teme di mettere sotto severa critica le religioni, a cominciare da quella cristiana, proprio in nome della ragione. Tra ragione e religione vuole che si stabilisca un mutuo rapporto di controllo e purificazione. I momenti salienti delle sue lezioni a Monaco e a Ratisbona sono stati proprio la critica alle fasi in cui il Cristianesimo s’è distaccato dai suoi fondamenti razionali. Occidente ed Oriente devono guardare alla grandezza della ragione umana ed alla sua capacità di conoscere la Verità e l’oggettività, ed in ultima analisi Dio, per non offenderlo con nichilismo (da un lato) ed uso strumentale e violento della Fede (dall’altro).

In un’epoca in cui alla ragione sono rimasti ben pochi difensori non è azzardato dire che Ratzinger è un “Papa illuminista”. Illuminista ma al contempo attento alla traslazione “universale” della limitazione metodologica a ciò che è sperimentabile e calcolabile. Le domande decisive della nostra vita non vanno né affidate solo ai sentimenti (distaccati dalla ragione) né ritenute inconcepibili (e quindi in balia di visioni deterministiche) in quanto inafferrabili dalla ragione. Benedetto XVI richiama la ragione matematica, capace di cogliere frutti puri ed “astratti” della nostra razionalità, una ragione “oggettivata” nella natura, ossia intrinseca alla natura stessa.

Un Papa passatista? Vi è stato chi ha voluto leggere forzatamente nel motu proprio sulla liturgia una opzione pro-messa tridentina; a dire il vero diversi elementi ci dicono altro: innanzitutto si è trattato esclusivamente di una “liberalizzazione” del culto e di un richiamo a superare una certa «privatizzazione» dell’esperienza di fede, che pone il celebrante quale “punto di riferimento” di tutta la celebrazione. In questo ponendosi in una positiva continuità con la visione liturgica dei Prosper Guéranger, dei Lambert Beauduin, dei Romano Guardini.

Benedetto XVI ha inoltre risposto a chi lo ha accusato di “tradizionalismo ideologico” mostrando una nuova e solida “ermeneutica della riforma” in merito al Concilio Vaticano II, ricordandone la novità nella continuità dell’unica tradizione cattolica e rifiutando l’ “ermeneutica della rottura”, di chi considerava il Concilio “da liquidare”.

«Mi auguro l’avvento di una laicità positiva che, pur vegliando sulla libertà di pensare, non consideri le religioni un pericolo ma un punto a favore». Queste affermazioni, rivolte da Benedetto XVI al presidente francese, sono in realtà indirizzate all’età contemporanea. Lo auspichiamo anche noi. In attesa di nuove sorprese da un Papa che sa rischiare.

*Direttore Relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo

fonte: ffwebmagazine.it

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