Archivio di Aprile, 2010

Il Papa e lo scandalo della pedofilia

Martedì, 20 Aprile, 2010

navarro_valls_ratzinger.jpg 

di Joaquìn Navarro-Valls

Nelle ultime due settimane i media hanno riempito lo spazio pubblico con la struggente realtà dei casi criminali di pedofilia. L’accusa si è alzata progressivamente a seguito di una serie di rivelazioni provenienti via via da diversi paesi europei e riguardanti casi di abusi sessuali perpetrati a danno di minori da parte di sacerdoti. A leggere le cronache sembra addirittura che si tratti di uno scoop gigantesco, e che adesso grazie a queste geniali rivelazioni stia emergendo un sottobosco marcio in seno alla Chiesa cattolica. Certamente, in Austria, in Germania e in Irlanda, non meno però di quasi tutti i Paesi in cui vi è una consistente presenza di scuole e organizzazioni educative ecclesiastiche, vi sono stati fenomeni criminali gravi di violazione della dignità dell’infanzia. La cosa è nota. Non a caso, durante la Via crucis del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger non usava mezzi termini, quando rilevava con disappunto: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!». Forse ce lo siamo dimenticato. Quindi, si può senza tema di smentita rilevare che il problema esiste nella Chiesa, è conosciuto dalla Chiesa, e che è stato affrontato e verrà ancor più affrontato con decisione dalla Chiesa stessa nel futuro. Proviamo, però, a riflettere un momento sulla manifestazione della pedofilia in sé. Dalla mia esperienza di medico posso evidenziare alcuni dati importanti, utili per capire la gravità e la diffusione del problema. Le statistiche più accreditate sono eloquenti. E’ certificato che 1 ragazza su 3 ha subito abusi sessuali, e che 1 ragazzo su 5 è stato oggetto di atti di violenza. Il fatto veramente inquietante, divulgato non soltanto nelle publicazioni scientifiche ma addiritura dalla Cnn, riporta che la percentuale di coloro che in un campione rappresentativo della popolazione hanno molestato sessualmente un bambino si muove dall’1 al 5%. Un numero, cioè, impressionante. Gli atti di pedofilia sono effettuati dai genitori o da parenti stretti. Fratelli, sorelle, madri, babysitter o zii sono i più comuni abusatori di bambini. Secondo il dipartimento di Giustizia americano quasi tutti i pedofili accusati dalla polizia erano maschi, il 90 per cento. Secondo Diana Russell, il 90% degli abusi sessuali viene compiuto da persone che hanno una conoscenza diretta delle piccole vittime, e restano chiusi nell’omertà familiare. Un aspetto notevole, purtroppo, è che nel 60% dei casi di violenza i colpiti hanno un’età inferiore a 12 anni, e che nella stragrande maggioranza dei casi ad abusare sono persone di sesso maschile e con un legame di sangue. Queste statistiche mostrano, dunque, un quadro chiaro e piuttosto ampio di pratica della violenza sessuale sull’infanzia. Tenendo conto che questi dati si riferiscono unicamente a quanto è stato denunciato, è noto o comunque conosciuto, possiamo facilmente immaginare quale sia il grado drammatico della perversione che si nasconde dietro questa realtà, più diffusa ancora nei Paesi che per cultura non reputano nitidamente questa violenza un’oscenità aberrante. Ora, puntare l’attenzione esclusivamente su coloro che evidentemente sono iscrivibili nel novero generale degli abusatori sessuali, essendo però dei sacerdoti, può essere veramente fuorviante. In questo caso, infatti, la percentuale scende fino a diventare un fenomeno statisticamente minimo. Certamente, nulla potrà distogliere l’emozione e la vergogna che si prova davanti a queste rivelazioni recenti rilevate dalla Chiesa, anche quando si riferiscono a fatti compiuti decenni fa e magari coperti da gravissime forme di omertà. Possiamo essere certi, partendo dalla Lettera pastorale all’Irlanda della settimana scorsa, che Benedetto XVI prenderà tutti i provvedimenti che saranno necessari per espellere i colpevoli e giudicarli in base ai crimini reali commessi dalle persone coinvolte. Perché non dovrebbe farlo? Quale utilità ne ricaverebbe? Evitiamo, però, di cadere nel tranello dell’ipocrisia, specialmente nella forma inscenata recentemente dal New York Times nel riferire il caso del reverendo Murphy. Lì, l’autrice dell’articolo, non valuta né trae delle conclusioni né segnala con adeguato risalto, il fatto che la polizia, che aveva ricevuto denunce in merito, lo aveva rilasciato come innocente. Quale Stato ha fatto un’indagine in profondità sul tremendo fenomeno prendendo, anche preventivamente, provvedimenti chiari ed espliciti contro gli abusi di pedofilia presenti tra i propri cittadini, nelle famiglie o in istituzioni scolastiche pubbliche? Quale altra confessione religiosa si è mossa per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente? Evitiamo, innanzi tutto, l’insincerità: ossia di concentrarci sul limitato numero di casi di pedofilia accertati nella Chiesa cattolica, non aprendo invece gli occhi davanti al dramma di un’infanzia violata e abusata molto spesso e dappertutto, ma senza scandalo. Se vogliamo combattere i reati sessuali sui minori, almeno nelle nostre società democratiche, allora dobbiamo evitare di sporcarci la coscienza, guardando esclusivamente a dove il fenomeno si produce con gravità morale magari anche maggiore, ma in misura certamente minore. Prima di poter giudicare chi fa qualcosa, si dovrebbe avere il fegato e l’onestà di riconoscere che non si sta facendo abbastanza. E cercare di fare qualcosa di analogo a quanto sta facendo il Papa. Altrimenti, è meglio smettere di parlare di pedofilia e cominciare a discutere della furibonda fobia scatenata contro la Chiesa cattolica. Quest’ultima azione, infatti, sembra essere fatta veramente ad arte e con meticoloso scrupolo d’indagine: purtroppo, però, in evidente malafede.

fonte: repubblica.it

International Journalism Festival - Perugia, 21-25 aprile

Lunedì, 19 Aprile, 2010

Il business è il messaggio?

Giovedì, 15 Aprile, 2010

debiase.jpg 

di Luca De Biase 

E dunque Sheri Fink di Propublica ha vinto il Pulitzer. E questo ha portato nuovamente molti commentatori a parlare di forme di finanziamento comunitario al giornalismo investigativo. Ci si può domandare se esista una relazione tra il modo in cui il giornalismo è finanziato e il risultato informativo. E’ chiaro che questo diventa ancora più interessante con la crisi dei giornali, l’avanzata del pubblico attivo, l’innovazione tecnologica. La mediasfera è alla ricerca di un nuovo equilibrio, non è detto che lo trovi, ma ogni elemento è connesso a ogni altro e, nella complessità, i feedback positivi e negativi si moltiplicano.

Il modo di finanziare il giornalismo non è irrilevante. Perché genera sistemi incentivanti che favoriscono certe scelte a scapito di altre. Niente di nuovo. Un giornale completamente basato sulla pubblicità di scarpe tenderà nel tempo a essere diverso quando parla di scarpe da un giornale che parla di scarpe ma non ha pubblicità e si può leggere solo se lo si compra. E un giornale che parla di scarpe completamente finanziato da un’associazione di amanti delle scarpe tenderà a essere ancora diverso. I modelli di business generano sistemi incentivanti che nel tempo influenzano i giornali.

Non solo. Un modello orientato al profitto avrà qualche difficoltà a investire il 5 per cento del suo fatturato in una sola inchiesta. Mentre un giornale finanziato da un insieme di benefattori, potrà farlo, se ritiene che la causa valga la pena. Non ci sono solo sistemi incentivanti, ma anche veri e propri limiti logici: il giornale orientato al profitto deve diffondere molto, il giornale di impegno civile può anche vendere poco purché dei suoi contenuti si parli molto. E dei suoi contenuti si parlerà molto se sono fatti molto bene.

Guido (un lettore del blog) aveva fatto notare che le 13mila parole delle quali era composto il risultato finale dell’inchiesta di Fink sono costate 400mila dollari. Cioè poco meno del 5 per cento del budget che Propublica può spendere in un anno. Ma ha vinto il Pulitzer. E reso Propublica molto più importante. Tanto che ne parlano tutti.

Il punto è che tutto questo è il contorno abilitante del giornalismo. Non è niente di più. Il modo in cui i giornalisti colgono le opportunità di fare giornalismo che sono offerte loro da chi li paga per fare i giornalisti resta comunque almeno in parte sotto la loro responsabilità. I sistemi incentivanti contano. E contano i limiti finanziari. Ma ogni persona interpreta i mezzi che ha a disposizione per come è capace.

I giornalisti sono responsabili di quello che scrivono, che lo facciano con pochi soldi o con molti soldi. E possono giustamente decidere di fare i giornalisti per divertire una comunità con notizie socialmente intriganti, possono farlo per sostenere una causa politica, possono farlo per informare obiettivamente. Quello che li distingue nella nostra epoca non è la tessera, casomai è un metodo di ricerca giornalistica fattuale e trasparente. Questo orientamento metodologicamente corretto può dare senso al loro ruolo nel tempo in un contesto in cui il pubblico attivo e le piattaforme dei media sociali possono evolvere ancora molto e generare una mediasfera ricchissima di informazione.

Il vantaggio di questa epoca è che il pubblico attivo costituisce un’alternativa al giornalismo professionale per una serie di informazioni abbastanza vasta. E dunque inserisce nella dinamica una nuovo incentivo: per il timore di perdere lettori a favore dei sistemi di informazione amatoriali, i giornali sono incentivati a mantenere alta l’attenzione verso la qualità e l’orientamento al servizio alla comunità anche quando altri incentivi li porterebbero a servire piuttosto gli inserzionisti pubblicitari o altri. A sua volta il pubblico attivo ha bisogno di giornalismo professionale, come dimostra la quantità di citazioni di giornali che si trova nei blog e nei social network.

Nella complessità di tutto questo il tema del metodo giornalistico emerge sempre più come caratterizzante per un ruolo professionale e sociale di cui c’è sempre più bisogno e che può trovare nuovi modi per svilupparsi. (Se ne parlerà di più. Perché ancora in modo vago si capisce che non se ne può più di informazioni valutate solo in base a chi le propone o al suo ruolo mediatico: la società - si direbbe - ha bisogno di informazioni che facciano avanzare in profondità la conoscenza, o che almeno appaiano chiaramente in sincrono con la realtà, e dunque siano prodotte con un metodo trasparente).

Sta a tutti gli interessati darsi da fare. Nei limiti del possibile. Ma spingendoli sempre un po’ più in là. I mezzi non sono i fini: neppure i mezzi di comunicazione e i loro modelli di business.

fonte: blog.debiase.com

Donato Iacovone, un abruzzese (teramano) alla Ernst & Young

Martedì, 13 Aprile, 2010

iacovone.jpgAlwin Ernst nacque a Cleveland negli Stati Uniti, e Arthur Young a Glasgow, in Scozia. Non si incontrarono mai nella vita, ma i loro nomi erano destinati ad incrociarsi. Accadde 41 anni dopo la loro morte, avvenuta per entrambi nel 1948, quando i loro studi si fusero dando luogo alla Ernst & Young, società multinazionale specializzata nella certificazione di bilancio, divenuta oggi un’organizzazione che conta 130 mila persone, una delle cosiddette Big Four, le quattro società che in campo mondiale si spartiscono la gran parte del mercato. «Ernst e Young sarebbero orgogliosi del risultato», osserva Donato Iacovone, amministratore delegato della Ernst & Young Financial Business Advisors. Nato nel 1959 a Notaresco in provincia di Teramo, laureato in Economia e Commercio nel 1983, dopo un’esperienza a Milano di otto anni Iacovone nel 1991 aprì a Pescara un ufficio della Ernst & Young. Chiamato a Roma nel 1997 per occuparsi di Pubblica Amministrazione, nel 2004 divenne responsabile della consulenza in Italia e dal 2006 responsabile europeo dei Business Advisory Service. «Ernst & Young offre soluzioni in materia di revisione e organizzazione contabile, risk advisory, business advisory, transazioni, consulenza fiscale e consulenza legale, nei Paesi ove quest’ultima è consentita: aiutiamo le aziende a migliorare la propria attività in tutto il mondo, a gestire i rischi, a cogliere le opportunità e realizzare il proprio potenziale, coltivando tutti gli stessi ideali e la stessa passione per il lavoro».

Come valuta il sistema Italia in un mondo che cambia per l’aumento della competitività dovuto anche alla presenza dei Paesi di nuova industrializzazione?
Da tempo poniamo l’accento sul problema dell’attrazione di investimenti, che il nostro Paese fatica ad affrontare, e soprattutto su quello dell’innovazione, fondamentale per l’incremento di competitività delle imprese, come dimostra l’ultimo Rapporto dell’Institute for Management Development di Losanna. La classifica internazionale dei livelli di competitività di 55 Paesi pone l’Italia al 46esimo posto dietro Grecia, Brasile, Polonia e Romania. Un risultato peggiore di quello del 2007, in cui occupavamo la 42esima posizione. A questo quadro contribuisce soprattutto l’incapacità di innovare del sistema imprenditoriale italiano e della Pubblica Amministrazione; ma anche la bassa produttività del sistema, l’eccessiva specializzazione delle attività produttive in settori tradizionali, la scarsa offerta di beni e servizi ad elevato contenuto tecnologico. Nel 2005 la spesa in ricerca e sviluppo, in rapporto al prodotto interno, si attestava sull’1,1 per cento, rispetto a una media dell’1,8 per cento nell’Unione Europea.

Cosa ci distingue da questa?
Nel 2005, ultimi dati disponibili, abbiamo registrato all’European Patent Office 80 brevetti ogni milione di abitanti, rispetto a una media di 112 dell’Unione Europea a 15 Paesi. A ciò si aggiungono i problemi strutturali che da anni condizionano il sistema produttivo. La bassa presenza nei settori tecnologicamente più avanzati ci impedisce di partecipare alla riorganizzazione internazionale delle industrie di elettronica di consumo, chimica avanzata, telecomunicazioni e tecnologie informatiche. L’elevata concentrazione in settori tradizionali a minor valore aggiunto come il tessile-abbigliamento, la casa e la moda, ci espone alla concorrenza dei Paesi di nuova industrializzazione che si impongono grazie ai costi, in particolare quelli del lavoro, assai più contenuti.

Non ha giovato il trasferimento di aziende italiane in tali Paesi?
Il nostro sistema produttivo ha limitate capacità di delocalizzare le attività e di adattarsi alla nuova divisione internazionale del lavoro. Le imprese non innovano molto e lo fanno spesso solo per aumentare la produttività attraverso una riduzione dei costi. Ma ciò che appare più rilevante è che le tecnologie apportano innovazione in quanto sono incorporate nei macchinari acquistati, ma non entrano in un ridisegno generale dell’attività produttiva, che occorrerebbe per ottenere un’autentica crescita interna dell’azienda. Inoltre, nelle imprese di medie dimensioni spesso si perseguono politiche di crescita basate sulla diversificazione dell’attività e sulle acquisizioni esterne, con effetti non sempre efficaci nel medio e lungo periodo. La focalizzazione sul core-business e sulla crescita interna attraverso l’innovazione rappresenta tuttavia la vera sfida per il nostro sistema produttivo.

Quali aziende hanno saputo adattarsi alla nuova situazione?
Quelle dei distretti industriali, nei quali il trasferimento delle conoscenze è stato sistematicamente incorporato nel prodotto finale. Molte imprese hanno investito nell’esternalizzazione delle attività di ricerca e sviluppo e nella riorganizzazione della logistica, della distribuzione e della commercializzazione, compensando, seppure in piccola parte, il gap innovativo rispetto agli altri mercati. Siamo di fronte a un sistema che, comparato ad altri, risulta perdente ma capace di grandi eccezioni. Nella moda e nel lusso abbiamo esempi straordinari come Armani, Dolce e Gabbana, Luxottica, Diesel, un’azienda quest’ultima che ha attuato un’altissima innovazione nei prodotti e nei canali di commercializzazione. Innovare non è solo applicare nuove tecnologie al prodotto, ma anche adottare nuovi sistemi di vendita, di marketing e di gestione delle risorse umane.

Può fare qualche esempio?
I temi della leadership e della motivazione hanno assunto grande rilevanza nelle aziende, così come quello della «diversità», che sta portando quelle più illuminate a cogliere tutte le opportunità offerte da un contesto di lavoro eterogeneo, usando le differenze di sesso, razza, religione per il successo. La «diversità» alimenta creatività e tolleranza, crea un ambiente di lavoro aperto e piacevole, induce le persone a dare il meglio, aiuta la crescita personale e professionale. Una maggiore disponibilità all’ascolto e la capacità di confrontarsi migliorano le relazioni con i clienti e aprono nuove prospettive in un mercato sempre più variegato.

Occorre innovare in tutti i settori dell’azienda e in tutti i modi?
Si possono introdurre elementi di innovazione in tutti i processi aziendali, non solo nel prodotto. Un esempio di eccellenza è rappresentato dalla Finmeccanica che sta completando la filiera con acquisizioni di rami di azienda negli Stati Uniti, in un settore altamente tecnologico nel quale saranno coinvolte le strutture italiane. La Fiat sta dimostrando quanto sia importante il management. Avremmo dovuto seguire lo stesso modello adottato dal tessile e dal comparto moda anche in altri settori come le tecnologie informatiche e le telecomunicazioni, dove pure avevamo punte di eccellenza. Buona parte del know-how di Vodafone, uno dei maggiori operatori del settore, deriva dall’acquisizione di Omnitel, all’epoca al cento per cento italiana ed oggi confluita in Vodafone Italia, il ramo della multinazionale nel quale ancora si fanno ricerca e innovazione. L’Italia ha invece abbandonato il settore: Tiscali è in vendita, Fastweb è andata agli svizzeri e Telecom Italia è in buona parte spagnola. Ma dove il Paese trova le energie, la volontà e anche il coraggio è in grado di partecipare attivamente alla globalizzazione.

Qual è la ricetta per cambiare il tessuto imprenditoriale?
Occorre agire contemporaneamente nei settori pubblico e privato. Le politiche pubbliche vanno definite e sviluppate per promuovere processi di innovazione nel Paese e stimolare la ricerca legandola alle effettive necessità del mercato. Ed è fondamentale cambiare la cultura d’impresa del nostro mondo produttivo. È necessario promuovere la competizione innanzitutto cambiando le regole, liberalizzando, riducendo l’incidenza del costo del lavoro e il carico fiscale, potenziando le infrastrutture ed innalzando il livello di formazione tecnico-scientifica. Sul costo del lavoro mi sembra vi siano buone premesse. Sul carico fiscale c’è grande attenzione. Parte della protesta del Nord deriva dall’impossibilità di innovare nelle imprese in assenza di infrastrutture e più in generale di un sistema-paese a supporto.

Come giudica i programmi governativi?
Sono interessanti le iniziative del Programma Industria 2015 che punta alla concentrazione delle risorse in pochi progetti in grado di determinare effetti sull’intero sistema produttivo: creazione di nuove reti di impresa, ricorso alla finanza innovativa per favorire lo sviluppo di produzioni nei settori ad alto contenuto tecnologico, la riqualificazione e il rafforzamento della piccola e media impresa. Il Fondo per la competitività e lo sviluppo, dotato di un budget iniziale di 350 milioni di euro, dovrà finanziare progetti in tema di efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, made in Italy, beni e attività culturali. A questi strumenti si aggiungono le iniziative finanziate dai programmi europei e dai Fondi strutturali attraverso i diversi Piani operativi nazionali e regionali.

Quindi esistono le politiche e gli strumenti per il cambiamento?
In alcuni casi si tratta di iniziative interessanti, ma è fondamentale che la Pubblica Amministrazione le gestisca nella maniera più efficiente, evitando sovrapposizioni. Non bisogna tuttavia dimenticare che l’innovazione nasce soprattutto all’interno dell’azienda. Troppo spesso, ad esempio, si tende a concentrare l’attenzione sul prodotto, dimenticando che questo va distribuito e venduto. La chiave del successo sta anche nella capacità di prevedere le tendenze della clientela. Le imprese devono aprirsi ai nuovi mercati, diversificare i prodotti, creare reti, uscire dai confini territoriali e culturali che spesso costituiscono vere e proprie barriere per lo sviluppo.

È possibile ciò, vista la grande presenza nel nostro Paese di piccole e medie imprese?
Non c’è dubbio. Tutto il mondo si interroga se arroccarsi su ciò che si è creato o aprirsi al mondo: la Gran Bretagna su finanza, assicurazioni e servizi, la Germania su prodotti ad altissima tecnologia e qualità. Noi abbiamo grandi possibilità nell’agroalimentare ma, se si resta fuori dai settori ad alto valore tecnologico, si è schiacciati dalla competizione.

Quali contributi può fornire l’Ernst & Young?
Mettiamo a disposizione la nostra profonda esperienza. Alla Pubblica Amministrazione possiamo fornire un contributo decisivo per attuare grandi progetti di cambiamento e semplificazione. Siamo impegnati da due anni, ad esempio, in un grande progetto in Gran Bretagna che si concluderà l’anno prossimo, sulla nuova carta di identità e sul passaporto elettronico. Talvolta si tratta anche di cambiare il metodo di lavoro delle persone, perché i processi produttivi sono molto cambiati. Abbiamo assistito molte Regioni nel favorire l’accesso delle piccole e medie imprese alla ricerca e all’innovazione manageriale e organizzativa, così come ad attrarre dall’estero investimenti ad alto contenuto tecnologico. Ma è soprattutto con le aziende leader che operano in contesti globali che Ernst & Young continua a mantenere un rapporto privilegiato. Sono soprattutto queste aziende che oggi si interrogano su come attuare strategie di prodotto, mercato, risorse e tecnologie realmente «innovation driven». Recentemente, ad esempio, per una multinazionale del settore agroalimentare abbiamo definito una road-map di innovazione incentrata sull’analisi delle esigenze della clientela.

Come affrontare il problema del personale che non è in grado di assimilare le novità?
La difficoltà di adattarsi al cambiamento ha una matrice prima di tutto culturale. Ma la soluzione non sta nel licenziamento. Prima si affronta in maniera diretta e trasparente il problema, maggiori sono le possibilità di trovare una soluzione soddisfacente.

Qual è la vostra posizione nei confronti del sistema formativo?
Oggi non esiste più separazione tra la formazione d’aula e quella professionale in azienda. È diventato un unico processo, per questo cerchiamo di predisporre un solo programma in cui includere formazione nei luoghi di lavoro, momenti di raccordo in aula, ma anche approfondimenti sulle capacità di leadership necessarie in un secondo momento. Quest’anno abbiamo istituito un master interno per i neo-laureati che entrano a far parte della nostra organizzazione. Rappresenta una delle iniziative che le imprese possono mettere in atto per puntare sulla qualità delle risorse umane e rispondere alla sfida della creazione di valore.
 

fonte: specchioeconomico.com - Donato Iacovone: Ernst & Young,  A fianco delle imprese per rinnovarle 
autore: Serena Purarelli

Magdi Cristiano Allam

Martedì, 13 Aprile, 2010

magdi_cristiano.jpg«Il Papa mi ha fatto il regalo più bello che potessi ricevere, e ora qualcuno vuole che me ne vergogni. Ma se attaccano me è per attaccare lui. Mi spiace, la logica dei taglialingua non prevarrà».

La notizia ha fatto letteralmente il giro del mondo. L’eco della conversione al cattolicesimo di Magdi Allam, avvenuta nella basilica di San Pietro al termine della veglia pasquale per mano di papa Benedetto XVI, è rimbalzata dalla Cnn alla Bbc, dal New York Times al Jerusalem Post. Le immagini del vicedirettore del Corriere della Sera con il capo chinato dinanzi al fonte battesimale hanno lasciato di stucco il pianeta e commosso il popolo dei fedeli. Subito si è scatenata una ridda di riflessioni, commenti, interpretazioni. E, inevitabilmente, sono arrivate anche feroci critiche. Il giornalista italiano di origine egiziana, ex allievo dei salesiani del Cairo e fino alla Pasqua di quest’anno musulmano non praticante, la notte fra il 22 e il 23 marzo era seduto in prima fila, al cospetto del Santo Padre, accanto ad altri sei catecumeni preparati dal vicariato di Roma a ricevere il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima. Gli abbiamo chiesto di ripercorrere per Tempi quelle intense ore.
«Sono stato tesissimo, dal primo istante sino alla fine della veglia. Ad un certo punto ho dovuto chiedere al cerimoniere di guidarmi nei movimenti. Avevo letteralmente perso il senso dell’orientamento. È stato il giorno più bello della mia vita. In quelle tre ore si è azzerato tutto. Due amici religiosi mi hanno scritto un messaggio di affetto e solidarietà dicendomi che non stavo vivendo solo la mia prima Pasqua, ma anche il mio primo Natale. Una nuova nascita. Non a caso, infatti, ho scelto il nome Cristiano. È quello che meglio rappresenta la mia scelta. Mi sono anche informato su chi fosse san Cristiano, e ho scoperto che era un vescovo vissuto attorno all’anno 1000 che si impegnò nell’evangelizzazione della Prussia ed ebbe la caratteristica di mantenere ancorati alla sua persona i valori ai quali credeva nonostante l’esito incerto della sua missione. Proprio questa coerenza mi ha convinto ulteriormente della bontà della mia decisione. Essere lì vicino al Santo Padre e ricevere da lui i sacramenti è stato un dono immenso, il più bello che potessi ricevere. Io sono da sempre affascinato dalla figura di Benedetto XVI. Sono orgoglioso di essere stato uno tra i pochi giornalisti che scrivono sulla stampa nazionale italiana a difenderlo strenuamente e con forza dopo il suo discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006. E si badi bene, io non l’ho difeso solo in virtù del suo legittimo diritto di parola, bensì sostenendo pienamente i concetti da lui espressi in quell’occasione. Un discorso nel quale aveva, a mio avviso, correttamente rappresentato la realtà, valutandola sul piano scientifico e storico. È stato per me un evento bellissimo, una gioia immensa che mi accompagna ancora oggi. Mi rendo conto che, in assoluto, è l’evento storico della mia vita».
 

A farle da padrino l’onorevole Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia ma soprattutto esponente di Comunione e liberazione, il movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani.

Cosa rappresenta per lei Cl?
Io credo di dovere tantissimo a Comunione e liberazione perché è all’interno di quell’ambiente che ho trovato un solido riferimento sul piano dei valori, e un modello sul piano educativo. Ho tanti amici ciellini. Per cinque anni ho partecipato al Meeting di Rimini e ogni volta la mia vicinanza è diventata più tangibile e concreta. Condivido gli stessi valori e la loro concezione etica della vita. Sono affascinato dal criterio che offrono, dall’approccio in base al quale è l’esperienza educativa il fondamento della crescita della persona. Più in generale condivido la considerazione dell’esperienza dell’incontro come fondante della crescita interiore degli uomini. Comunione e liberazione è la mia casa dei valori.

Entrerà nella fraternità di Cl?

Proprio perché non credo che entrare a far parte di Cl sia un qualcosa che possa essere associato all’ingresso in un circolo culturale o in un’associazione, ritengo doveroso che ci sia un dialogo, un confronto, e una chiarezza sull’insieme di tutto ciò che significa aderire al movimento, per poter poi assumere in modo consapevole, responsabile e costruttivo una decisione in tal senso.
Quali sono stati gli incontri che le hanno permesso di percorrere la strada della conversione?
Sono molte le esperienze che ho incontrato, dai semplici religiosi come suor Maria Gloria Riva e don Gabriele Mangiarotti ad alti prelati come il cardinale Tarcisio Bertone e monsignor Luigi Negri. Su tutti però voglio ricordare monsignor Rino Fisichella. Una persona che mi ha moralmente convinto. A lui io mi sono aperto e confidato. Le sue posizioni sono molto vicine a quelle di Benedetto XVI. Lui mi ha preso per mano e portato sino alla conversione della notte di Pasqua. Gli sono grato, è un uomo di grande fede e immensa umanità.

Quanto ha influito in questa sua scelta la nascita, nove mesi fa, di suo figlio Davide e ancora prima l’incontro con sua moglie, Valentina Colombo?
Io direi che loro rappresentano per me delle certezze assolute sul piano del primato dei valori. Sono entrambi un riferimento umano che mi ha permesso di rimanere saldo e andare avanti senza tentennamenti. Valentina è una donna straordinaria per la sua umanità e per l’amore di cui è capace e al tempo stesso è una persona di grande spessore etico e intellettuale. La nascita di Davide è stato un dono divino che ci è stato concesso. È arrivato in tarda età per noi, lo auspicavamo ma non lo aspettavamo. Lui ha suggellato un’intesa che reggeva su basi solide e ha rappresentato la nostra risposta a tutti coloro che oggi sono titubanti nei confronti del futuro, che vivono in un contesto di relativismo etico. Davide è stato battezzato circa due mesi fa da monsignor Luigi Negri.

Accanto alle tante testimonianze di affetto e di stima che ha ricevuto, sono uscite sul suo conto anche critiche molto pesanti. Anche alcuni dei 138 intellettuali e leader religiosi musulmani firmatari della recente lettera aperta al Papa per promuovere la pace mondiale, ricevuti in Vaticano a febbraio, hanno criticato il modo in cui è stata celebrata la sua conversione. Aref Ali Nayed, direttore del Centro di studi strategici islamici di Amman, in Giordania, figura chiave del gruppo, ha dichiarato che la sua pubblica conversione è stata un atto «deliberato e provocatorio», ha chiesto addirittura alla Santa Sede di «prendere le distanze» dalle sue posizioni. Come risponde?
Dalle dichiarazioni rilasciate si conferma innanzitutto che questi signori sono tutt’altro che moderati. Disconoscono la legittimità di una libera scelta sul piano della fede e il diritto-dovere del Santo Padre di somministrare i sacramenti cristiani a chi liberamente e coscientemente ne fa richiesta. Le loro parole esprimono una totale e grave insensibilità, nonché una fragrante interferenza negli affari interni della Chiesa. Come si permettono di esigere dal Papa una dissociazione rispetto al mio pensiero? Queste sono intimidazioni di stampo mafioso, che non dovrebbero minimamente far parte di un dialogo tra persone che si considerano civili e che vorrebbero concordare insieme le basi della civiltà umana.

autore: Fabio Cavallari

fonte: tempi.it

Francesco Carlà e la Finanza Democratica

Lunedì, 12 Aprile, 2010

simulmondo.jpg“Avrete letto del desiderio di Google di evitare le limitazioni del governo cinese: per ora non abbandona del tutto la Cina, mantiene il traffico e usa il suo sito a Hong Kong. Hong Kong è Cina, ma è anche non-Cina per ragioni storiche e diplomatiche troppo lunghe e noiose per aver voglia io di riassumerle. E soprattutto voi di leggerle. Per ora si tratta di una mossa un po’ machiavellica: difficile che duri e che funzioni più di tanto, scommette Wall Street. Infatti GOOG è retrocesso dai suoi massimi, mentre BIDU, il maggior beneficiario locale dei guai del gigante Usa, li sfiora a ripetizione. Proprio per questa ragione ho BIDU in Watchlist, mentre GOOG non c’è. Ma forse volete sapere cosa penso di questa battaglia anomala (Cina vs. Google), incluso un giudizio sulle prospettive dei due business e dei rispettivi titoli azionari quotati al Nasdaq … La battaglia non è Cina vs. Google, ma Cina vs. Usa.
Ed è solo una delle diverse battaglie che si stanno combattendo tra i due giganti della globalizzazione.

Riassumo le principali:

1. Dollaro indebitato vs. Yuan sottovalutato;
2. Tecnologia digitale vs. Forza manifatturiera;
3. 300 milioni di consumatori sfrenati e indebitati vs. un miliardo e 300 milioni di lavoratori indefessi.

La forza di Google è evidente e globale.

I suoi numeri continuano a crescere e la sua vera battaglia globale è una sola: mantenere la leadership sul search e, da lì, succhiare futuro a Microsoft, a Apple, a Nokia e perfino a Sony e a Sky. Cioè ai principali leaders del Simulmondo seduto, in piedi e sdraiato. Da qui le mosse di GOOG nei sistemi operativi, nel software applicativo, negli smartphones, ovunque sia possibile. Invece BIDU, che al momento ha un market capital circa nove volte inferiore a quello di GOOG, 21 vs 180 miliardi di dollari, deve fare sopratutto una cosa: continuare a mantenere la leadership del search in Cina e dintorni. Per decidere su chi (e se) investire, fatevi questa semplice domanda: Può crescere di più BIDU soffiando mercato a GOOG in Cina e dintorni, oppure Google mangiando terreno e prospettive ad Apple, Microsoft, Nokia e chissà chi altro, magari eBay o Amazon?

autore: Francesco Carlà

fonte: finanzaworld.it/blog

Il Leviatano che divora la Sussidiarietà

Lunedì, 12 Aprile, 2010

Fontamara, noi “Cafoni” d’Abruzzo

Domenica, 11 Aprile, 2010

“Chiunque debba rispondere, anche di tasca propria, dell’amministrazione che guida si guarda bene dall’utilizzare persone inadatte”

Venerdì, 9 Aprile, 2010

davide_giacalone.jpg 

di Davide Giacalone 

La Costituzione stabilisce, all’articolo 97, che per entrare nella pubblica amministrazione si debba superare un concorso, “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Non solo, nel tempo, l’eccezione è dilagata fin quasi a divenire regola, non solo i concorsi, quando si fanno, sono alterati da punteggi concepiti per agevolare determinate categorie di persone, ma il concetto stesso di “concorso” si associa a quello di “raccomandazione”. Tale malcostume ha comportato una sorta d’appropriazione illecita di ciò che è pubblico, fino a considerarlo al servizio di chi ha il potere per farsi valere. Un esempio? I concorsi universitari, un tempo influenzati dalle baronie, che così promuovevano i propri allievi, fino a divenire, oggi, lo strumento per piazzare familiari e famigli. La progressiva corruzione, a sua volta, moltiplica due infezioni della vita civile: a. la necessaria complicità diffusa, che genera la spartitocrazia politica; b. l’umiliazione del merito, che c’impoverisce tutti.

Quando i raccomandati superano i bravi ed i meritevoli non si realizza solo una intollerabile ingiustizia, ma si sistema un incapace dove non dovrebbe stare. Nell’istruzione ciò moltiplica l’ignoranza. Nella giustizia favorisce la continua revisione delle sentenze, come l’ancor più frequente smentita delle indagini. Nella sanità genera sprechi e morti, con l’unica speranza che l’incapace si trovi, prima o dopo, a soccorrere chi ce lo piazzò. L’umiliazione del merito, insomma, è un’arma a testata multipla: soddisfa i bisogni di pochi, accresce il potere di pochissimi e distribuisce disfunzioni e povertà su tutti.

In un sistema funzionante, l’antidoto a questi mali consiste nell’apertura alla concorrenza e nella privatizzazione delle gestioni. Chiunque debba rispondere, anche di tasca propria, dell’amministrazione che guida si guarda bene dall’utilizzare persone inadatte. Se ci sono casi pietosi, da soccorrere, costa meno creare un fondo di solidarietà e dar loro dei soldi senza far fare dei danni. Ma anche questa ricetta è stata corrotta, e se prendete il vasto mondo delle municipalizzate vi accorgete che si tratta di strutture formalmente private, dove, però, la politica piazza spesso i propri scarti. Ed è tutto dire. Se quella è la testa, figuratevi il resto.

Tuttavia, non ci si deve rassegnare. Un interessante esperimento è stato ideato dai ministeri degli interni, dell’economia e della pubblica amministrazione, che ne hanno affidato la realizzazione al Formez. Si tratta di una gestione esterna dei concorsi, che si svolgono in maniera interamente informatizzata, sulla base di questionari che contengono domande scelte, automaticamente e imprevedibilmente, fra un paio di migliaia, già pubbliche. Non c’è modo d’influenzare il risultato, perché il computer lavora in tempo reale e in modo trasparente, senza chiudere un occhio o chiedere consiglio. Non è la soluzione di tutti i mali, certo, ma aiuta a stabilire un primo criterio: le amministrazioni pubbliche che non si avvalgono neanche di questo strumento dovrebbero destare sospetti, e i loro amministratori essere guardati con preoccupazione.

Uno dei frutti avvelenati della (non)cultura sessantottina consiste nel supporre che la meritocrazia comporti una selezione ingiusta, “classista”. E’ vero l’esatto contrario: l’assenza di meritocrazia crea una società immobile, a tutto vantaggio degli scemi altolocati e protetti e a grave svantaggio dei bravi, ma privi di garanzie. Più una società è meritocratica, più è libera. Liberiamoci.

fonte: davidegiacalone.it
 

Gianni Brera

Venerdì, 9 Aprile, 2010

gianni-brera.jpg “Puoi anche avere i piedi più belli della terra, ma se non sai correre, figlio mio…”.

powered by wordpress - progettazione pop minds