Archivio di Aprile, 2010
Mercoledì, 7 Aprile, 2010
di Joshua Lawrence*
Comunicare oggi è ancora più importante ora che i più si rivolgono ad una me-society, in cui una parte imponente delle attività sociali passano per computer e cellulare. Non solo, sempre più spesso siamo “always on”, sempre connessi. I messaggi, le informazioni, le immagini ci giungono in tempo reale dovunque ci troviamo.
Siamo quindi ben oltre il citizen journalism in cui gli utenti si fungono inviati speciali, inviando alle redazioni o al proprio blog notizie, immagini, video di eventi (come i video amatoriale dell’attentato alle Torre Gemelli). Oggi, grazie ai social network, proprio i singoli utenti sono principali artefici della comunicazione e della creazione di notizie; messaggi scorrono, opinioni si formano e persone si organizzano con strumenti di loro uso quotidiano. Queste reti sociali potenziate sono diventate la prima agenzia di stampa. Infatti, è dai twit su Twitter e dai post su Facebook che sono arrivate le prime notizie del Terremoto dell’Aquila. Il terremoto del 6 aprile scorso ha accelerato tale processo - l’utilizzo di Internet e dei media sociali è aumentato in modo esponenziale e l’accesso alla rete è diventato un bene di prima necessità, nonostante i vuoti di coperture della banda larga nei centri minori sia ancora troppo presente nel territorio colpito.
Già in situazioni normali si stima che oltre il 90% delle grandi opere nel nostro Paese subiscono contestazioni dalle comunità locali interessate, comportando forti ritardi e ostacoli alla realizzazione delle stesse, spesso con conseguenze gravi in termini di mancato sviluppo, tensioni sociali, perdita di competitività e di risorse.
A seguito del sisma la fame di comunicazione e di relazioni si è molto diffusa e la Protezione Civile, gli enti locali e la stampa si sono sforzati di soddisfare le esigenze di informazioni utili e comprensibili. Man mano che i problemi di prima necessità hanno iniziato a trovare una soluzione, anche se spesso provvisoria, la necessità di comunicazione e, soprattutto, di partecipazione sono aumentate.
I cittadini colpiti non vogliono solo sapere, desiderano diventare attori della ripresa della loro vita e della loro città.
Nei prossimi mesi le forze sociali locali e i singoli cittadini delegheranno sempre meno facilmente le decisioni ai rappresentanti istituzionali. Il che è normale; la gente vuole capire, farsi un’opinione, avere un ruolo decisionale. La gente vuole contare.
Non tutte le decisioni troveranno consenso. Ma comunque sarebbe troppo facile incolpare i cittadini locali che si oppongo ad una data decisone di non aver capito bene, o di lamentarsi delle (pur prevedibili e reali) strumentalizzazioni promosse da chi ha in realtà altri fini. Una delle regole base della comunicazione è che tocca sempre all’autore del messaggio l’onere di assicurarsi che questo venga recepito.
La criticità del prossimo anno per il futuro del Capoluogo, simbolo anche della Regione, richiede quindi una gestione strategica e globale della comunicazione. Ben vengano comunicati stampa, newsletter, convegni, presentazioni di progetto ma solo se integrati con un sistema di ascolto (sondaggi, partecipazione ai new media, allestimenti di stand e altre aree di “relazione”). Svolto in maniera professionale, il dialogo con i cittadini e con le organizzazioni locali funziona, perché la prima esigenza del cittadino non è essere antagonista a tutti i costi, ma piuttosto essere informato, capire vantaggi e rischi e, per quanto possibile, dare un contributo.
*Delegato Territoriale FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) Abruzzo-Molise www.ferpi.it
fonte: ilcentro.it
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Martedì, 6 Aprile, 2010
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Martedì, 6 Aprile, 2010
di Marco Alfieri
«La Padania è una nazione, l’Italia solo uno stato…». Ieri il vecchio mantra bossiano è uscito dai cassetti delle prime Pontida per finire sulla bocca di molti leghisti, in un modo così liberatorio che solo la presa del Piemonte e di Torino può completare, a pochi mesi dal centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia? Forse una svolta così non se l’aspettava nemmeno Giuseppe Leoni, l’architetto amico di Umberto Bossi, quando il 7 luglio 1985 fece il suo primo discorso in consiglio comunale a Varese in dialetto bosino («sciur president, cullega?»). Mai avrebbe pensato che dalle Prealpi stava per alzarsi un vento che avrebbe cambiato l’Italia. Il vento del Nord, il ritiro della delega politica alla vecchia Dc. Invece 25 anni dopo quella stramberia in vernacolo il leghismo è diventato senso comune diffuso, capillare. Dal vento al partito del nord, semplicemente: «Balena verde», «padanizzazione delle masse».
Da ieri sera infatti la vecchia ridotta lombardo-veneta sta diventando un unico grande nord, da Torino a Venezia. Giù giù fino all’Emilia Romagna, dove il Carroccio sale al 13,7%, incrementando la leghizzazione del centro Italia avviata nel 2008. I leghisti sono ad un passo dal prendere il vecchio regno sabaudo, crocevia del Risorgimento, e sono tabù che si spezzano negli ovattati palazzi del potere in centro a Torino; ha accorciato in Lombardia sull’alleato rivale Formigoni (erano 11 punti di scarto nel 2009 ora sono 5), aprendo le danze sul sindaco di Milano 2011. E ha sbancato in Veneto, staccando il Pdl orfano di Galan di 11 punti. Confermando quel che molti dissero a Berlusconi: dare il Veneto alla Lega sarà la tomba del partito al nord.
Il voto di ieri aggiunge però un ulteriore tassello alla metamorfosi leghista degli ultimi anni. Sulle ronde, in questi giorni si è sorvolato. Zaia ha preferito parlare di Labour party e inaugurare la sede di Marghera. Passo passo, insomma, si è imposta una Lega più moderata, del senso comune, perché quando si è maggioranza bisogna certo comandare ma includendo. Come sapevano fare i vecchi dorotei veneti. Lega nuova Dc sulle orme di Toni Bisaglia? Forse. Questa volta l’hanno sdoganata i ciellini e gli imprenditori veneti, i ceti medi lombardi e financo il Piemonte urbano. Nel mare dell’astensione, la Lega ha funzionato da cestino del voto in uscita dal Pdl, che ha pagato la crisi dei suoi territori più produttivi e, in Veneto, il rompete le righe post Galan.
Per questo, dopo i voti, arriverà in automatico la stagione delle poltrone. Finora al partito è bastato un po’ di sottogoverno locale. Al limite l’occupazione dei cda nelle controllate pubbliche. Oggi è diverso. I dossier della galassia del nord sono al centro delle sue trame. Il ruolo di Giancarlo Giorgetti è lì a dimostrarlo, d’intesa con Giulio Tremonti.
A partire dalle fondazioni bancarie, che sono una novantina in tutta Italia ma il 70% sta nel nuovo quadrilatero verde. Cominciando dal Veneto, la Baviera del Carroccio. In Cariverona grande azionista di Unicredit, 22 consiglieri su 32 sono nominati dagli enti territoriali, quasi tutti in mano leghista. E l’anno prossimo va a scadenza il presidente Paolo Biasi, con Zaia e il sindaco di Verona, Tosi, d’accordo sul ricambio. Bastava sentirlo, l’altro giorno, il neo Doge. Ha invitato le fondazioni locali (Cariverona e Cassamarca) a ribellarsi al “dottor” Profumo, entrato nel comitato pro olimpiadi di Roma. Per lui sono troppo timide nel presidiare gli interessi di territorio. Anche per il monarca ex Dc, Dino De Poli, il destino in Cassamarca sembra segnato: «De Poli ha fallito, sta devastando la fondazione», ha tuonato Zaia. Nel 2012 scade il consiglio e c’è chi parla al suo posto dell’avvocato Malvestio. «In ogni caso vigileremo sui soldi dei veneti», ricorda il neo governatore alla vigilia dell’incontro con Profumo.
In Lombardia, dove il Carroccio non sorpassa il Pdl ma accorcia pesantemente, la partita è anzitutto politica. Al Pirellone il Carroccio strapperà la vice presidenza con Andrea Gibelli e almeno 4 assessorati di peso tra cui Infrastrutture, Sanità e Cultura e sport. L’obbiettivo è imporre la diarchia a Formigoni, dopo 15 anni di monopolio Cdo. Sullo sfondo la partita per il voto a Milano su cui Bossi mette la bandierina, e almeno 2 grandi risiko: il rinnovo della Fondazione Cariplo, azionista di Intesa Sanpaolo (la presidenza di Guzzetti scade nel 2013 ma a maggio si va al ricambio del cda a sei. E va da sé che il Carroccio chiederà ampia rappresentanza); e poi l’Expo 2015, su cui farà valere i suoi appetiti, mettendo in fila la Camera di commercio, le mire formigoniane, e le ambizioni del commissario Moratti.
Tornando a Nordovest, per Bossi prendersi il vecchio regno sabaudo significa penetrare nell’ex triangolo industriale dei salotti buoni e della grande impresa da sempre refrattari. Incrociando il futuro “americano” di Fiat e la deprivazione del potere bancario post fusione con i milanesi di Intesa. Qui il Carroccio farebbe valere il suo nuovo peso, alla scadenza del consiglio della Compagnia di San Paolo, grande azionista di Ca’ de Sass: due consiglieri su 21 sono nominati dal governatore. Nella Crt del deus ex machina Palenzona, sarebbero invece 12 su 24 i consiglieri scelti da enti locali leghisti. Messe insieme, le due fondazioni fanno l’8%di Unicredit (a cui va aggiunto il 6 delle gemelle venete): a colpi di nomine dal basso, la Lega diventerebbe l’azionista forte della banca di Profumo. Anche se il vero nodo resta il dualismo nord-sud. «Il sacco del nord» vale 50 miliardi di residuo fiscale che ogni anno se ne scende a Roma. «Lombardia, Veneto e Piemonte saranno le prime regioni a sperimentare il federalismo fiscale », dice Bossi. Altrimenti? Secessione, ma di velluto?
fonte: sole24ore.com
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Sabato, 3 Aprile, 2010
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Venerdì, 2 Aprile, 2010
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Giovedì, 1 Aprile, 2010
Il gran tramestio, fra Mediobanca e Generali, è avvolto da un alone di mistero e sacralità. I comuni mortali non ci capiscono niente, e quelli che dicono di capirci è largamente probabile che siano, in modo diretto o indiretto, parte in causa. Eppure quella è una faccenda politica, che ha a che vedere con lo stato di salute del nostro capitalismo, è una questione della quale tutti avrebbero diritto a farsi un’idea, a meno che per “politica” non s’intenda solo l’esito di una campagna regionale in cui la destra vuol sconfiggere il cancro, i vescovi l’aborto e la sinistra vuol solo sopravvivere a se stessa, non sapendo neanche il perché.
Dei protagonisti si dice che sono i “poteri forti”. Magari! Le loro stanze erano definite il “salotto buono”. Ma da quando qualche vecchio ci ha lasciati c’è anche gente che mette i piedi sul tavolo, tralasciando quello che combina sotto. Non voglio farla complicata, cadendo nell’errore di chi lo fa apposta e per non farsi capire, ma solo per dare un’idea avverto che Cesare Geronzi è oggi il presidente di Mediobanca, e, benché egli smentisca, candidato alla presidenza di Generali. Tenendo presente che Mediobanca è il principale azionista di Generali e Generali è nel sindacato di controllo di Mediobanca. “Figlia del tuo figlio” avrebbe scritto il sommo, benché qui la verginità c’entri davvero poco.
L’insieme della partita si svolge dentro i confini di un campo disegnato da Enrico Cuccia (nella foto con Gianni Agnelli) . Uomo geniale, dotato di profondità culturale e politica, oltre che di spessore morale. Egli credeva nella possibilità di avere il capitalismo, in Italia, ma nutriva una pessima idea sia delle famiglie capitaliste che della politica. Sicché, approfittando delle circostanze determinatesi nel dopoguerra, organizzò un capitalismo non contendibile, controllato dai patti di sindacato, che potesse prendere i soldi pubblici senza che i “padroni” se li fregassero. Il disegno resse, anche se con insuccessi. Quel mondo, però, morì prima di Cuccia, con l’affermarsi della globalizzazione. Ne sono sopravvissute le parvenze, frutto di un capitalismo che si provincializza, privo di strategia espansiva, cieco sull’orizzonte internazionale. C’è ancora tanta ciccia, e questo spiega la lotta per addentarla, ma ciascuno pensa a prenderne, piuttosto che a produrne.
Se andate a cercare, nell’attività intellettuale di tali menti finanziarie, nelle operazioni industriali di chi abita in quelle stanze, non trovate tracce apprezzabili di un’idea relativa al Paese, al suo spazio economico, alla sua missione produttiva. Il distacco dalla politica non è la condotta di chi non vuole influire, ma la tattica di chi non saprebbe che fare, preferendo parlare e trafficare con tutti e incarnando la vera natura del capitalismo sopravvissuto, quello relazionale. Il che spiega la corsa a sedersi nei piani alti del Corriere della Sera: non perché abbiano un’idea editoriale, o una linea politica, ma per segnalare d’essere influenti, di potersi difendere e, se del caso, se l’avversario non è troppo grosso, anche attaccare. Tutto torna, insomma, con il complessivo declassamento della nostra classe dirigente, di cui spesso, e non a caso, parliamo. Del resto, i giornali possono servire, nelle partite economiche, come, da ultimo, dimostra l’affondo di Repubblica sui piani Fiat. La debolezza della politica, quindi, lascia spazio non solo ai giornali-partito, ma anche all’uso degli stessi nelle guerre di potere.
C’è da dire che in quel mondo di capitalismo senza capitalisti, almeno, non si ciarla a vanvera e in continuazione, come negli altri ambiti della nostra vita civile. Si conosce il valore del silenzio. Pur tacendo, però, sono affetti dagli stessi mali. Per esempio: dovendosi fare nuove nomine è sbucato fuori un codice etico, che, in parole povere, afferma non doversi arruolare i malandrini. Ovvio, dirà lo sprovveduto. Ovvio un corno, perché il problema è sempre lo stesso: chi sono, i malandrini? Quando si vuol far vedere che non si subisce l’influenza di Geronzi, o ci si segnala a chi non lo ha in simpatia, si aggiunge che il banchiere è coinvolto in vicende giudiziarie. Salvo il fatto che proprio in queste ore è stato prosciolto da alcune accuse e che una condanna è stata ribaltata in assoluzione. In un sistema normale l’onorabilità non si misura con il bilancino: o c’è o non c’è. Ma in un sistema normale esistono i colpevoli e gli innocenti, non le figure intermedie. Da noi siamo tutti intermedi, salvo che i più forti la fanno pagare ai più deboli e gli inutili si fanno belli rimproverandolo ai potenti. Un gioco ozioso e incivile.
Ordunque, ove la politica esistesse, ove sapesse valutare gli interessi nazionali, ove non scambiasse l’italianità della proprietà con l’italianità degli interessi, si detterebbero le regole di un gioco che sappia chiudere il passato e scatenare l’Italia verso il futuro. Abbiamo vitalità e spirito di sacrificio in abbondanza, per potere vincere sfide difficili. Invece si preferisce amministrare l’influenza rimanente, giocando la partita come se il campetto parrocchiale fosse lo stadio dei mondiali, e non accorgendosi d’essere la palla. Quindi, godetevi, oh perversi, il minuetto ovattato e salottiero di quel che ci rimane giacché nessuno (ancora) se lo prese, deliziatevi all’esibizione delle nostre zitelle licenziose, senza marito perché prive di grazia e di dote, ma non per questo caste. Noi, anche oggi, qualche altro amico ce lo siamo fatto.
autore: Davide Giacalone
fonte: davidegiacalone.it
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