La laicità dello Stato: verità e mistificazione

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di Federico Roggero*

Qualche settimana fa è stato ammesso il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 3 novembre 2009, che aveva condannato l’Italia per aver consentito l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Si tratta dell’ultimo caso in cui è venuta in questione la cosiddetta “laicità” dello Stato, che la Corte costituzionale, desumendola dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, ritiene costitutiva della stessa “forma” del nostro ordinamento e che storicamente ha caratterizzato le realtà politiche dell’Occidente dettando oggi anche i rapporti con le confessioni diverse dalla cattolica e con forme di ateismo dichiarato (come nel caso della ricorrente che si è rivolta alla Corte di Strasburgo). Non va però dimenticato che, oltre che come “aconfessionalità”, la laicità è in gioco soprattutto quando le istituzioni si trovano di fronte a scelte morali gravi, come, ad esempio, per restare alle questioni più recenti, in materia di aborto, eutanasia, fecondazione assistita, sperimentazione su embrioni: anche e soprattutto in questi casi si pone un problema di “laicità” ma invocarla, come viene fatto, nel significato di “neutralità” o “indifferenza”, o comunque nel senso restrittivo di “aconfessionalità”, dello Stato nasconde solo una mistificazione. Vera neutralità, sulle questioni religiose e morali, non può infatti esistere, perché non è possibile dare risposte indifferenti ai problemi morali: di fronte ad un “caso morale” nessuna scelta è indifferente o neutrale, ma incarna sempre una precisa opzione per un sistema di valori o per un altro, per una visione dell’uomo o per un’altra. “Laico” non è lo Stato che non sceglie (che non può esistere), ma quello che sceglie liberamente, senza cioè alcuna soggezione ad un’autorità religiosa, dopo aver ponderato le opzioni offerte dalle differenti “visioni dell’uomo” rappresentate al suo interno. D’altra parte è proprio del pensiero cristiano, che ha profondamente influenzato la nostra storia culturale, il riconoscimento della legittimazione originaria del potere temporale in quanto fondata direttamente sulla legge naturale (“Date a Cesare quel che è di Cesare”) e perciò comportante la sua piena indipendenza dalla gerarchia ecclesiastica; la quale è investita invece della auctoritas per indagare il bene morale (“e a Dio quel che è di Dio”) – cioè una certa “visione dell’uomo” – e della missione di additarlo agli uomini del reggimento politico affinché liberamente lo traducano in precetti giuridici. Per la nostra tradizione cattolica, in altri termini, lo Stato è “laico” necessariamente, perché trae da sé stesso, e non dall’autorità religiosa, il proprio diritto ad esistere e ad operare; anche se è consapevole della necessità, per bene operare, di tradurre in norme valori morali, vera fonte dei diritti soggettivi. Il modello di Stato “indifferente” alla morale, o fautore di un’etica indipendente da quella “religiosa” prende corpo, nella prima età moderna, negli scritti di Machiavelli, teorizzatore della “ragion di Stato”, ma soprattutto negli Stati che aderiscono alla Riforma, in dipendenza dalla idea della sola fides come pegno della salvezza e della conseguente svalutazione del diritto naturale come via per raggiungerla. E’ un cammino di separazione fra la politica – fra ogni aspetto della vita umana – e la morale seguito specialmente dai filosofi giusrazionalisti ed illuministi dei secoli XVII e XVIII: in altre parole, una secolarizzazione, apertamente ostile al fondamento realista e metafisico della morale cristiana, che si è realizzata specialmente fuori dall’Italia, dove però ha condotto a giustificare l’assolutismo (come nel caso della mostruosa costruzione del Leviatano di Hobbes) e all’asservimento delle Chiese ai “principi devoti”, cioè alla soggezione dell’autorità religiosa a quella temporale; e che è stata poi importata da noi dagli Illuministi e si è diffusa con il Positivismo del sec. XIX. Sorge allora anche oggi il sospetto che l’invocazione della “laicità” dello Stato, nel senso distorto che al termine danno i mistificatori, cioè di separazione fra politica e morale, di secolarizzazione, sia fatta in realtà con preciso intento discriminatorio per escludere dal dibattito i portatori di un certo sistema di valori e di una certa “visione dell’uomo”, che sono quelli della tradizione cattolica. Se però si tratta, specie nel contesto multiculturale in cui siamo inseriti, e perciò nella comprensenza di diverse “visioni dell’uomo”, di un dibattito sui valori che devono essere seguiti affinché, con pieno diritto e anche responsabilità, gli uomini delle istituzioni compiano le scelte in vista del bene comune – in questo si risolve, in ultima analisi, la vera “laicità” dello Stato –, è solo antidemocratico, e non “laico” – anzi è biecamente “etico” – escludere dal dibattito i portatori di un determinato sistema di valori, tanto più se si tratta di quello cui si sono largamente conformati la nostra società e i nostri costumi per secoli. Adoperarsi per fermare l’oltraggio alla nostra identità, anche culturale, della rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici – e, ad essere conseguenti, bisognerebbe allora abbattere anche tutte le chiese che affacciano su pubbliche piazze – è senz’altro un merito delle nostre istituzioni. Ma le stesse dovrebbero più spesso ricordarsi – o non fingere di dimenticare – che la partita della “laicità” dello Stato si gioca nel libero confronto di quelle “forze intellettuali e morali” che davvero, come scriveva Paul Hazard, “dirigono e governano la vita”: da questo confronto i cattolici, cittadini come gli altri, non devono essere esclusi.
                    

*Docente di storia del diritto medievale e moderno – Università di Teramo

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