Archivio di Giugno, 2010

Il codice Ratzinger

Lunedì, 14 Giugno, 2010

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di Ernesto Galli Della Loggia

Ieri l’altro (24/4/10) il vescovo di Bruges; giovedì quello di Kildare e Leighlin, ultimo di tre prelati irlandesi; subito prima il vescovo di Augsburg, il vescovo norvegese Muller e monsignor John Magee, ex segretario di vari Papi. In modo impressionante si susseguono a raffica le dimissioni di alti dignitari della Chiesa cattolica, colpevoli più o meno confessi, nella maggioranza dei casi, di abusi sessuali nei confronti di minori.

Insomma, l’opera di pulizia auspicata con parole di fuoco da Benedetto XVI quando era ancora il cardinale Ratzinger (e quando su questi temi — mi sembra importante notarlo— l’opinione pubblica non si faceva sentire) va avanti con decisione senza guardare in faccia a nessuno. Si tratta di un’importante opera di disciplinamento e in certo senso di autoriforma della Chiesa, dietro la quale si intravedono però fenomeni più ampi e significativi che non rendono troppo azzardato parlare di una vera svolta storica.

Per la prima volta, infatti, la Chiesa cattolica si spoglia di sua spontanea volontà di ogni funzione di intermediazione — e per ciò stesso, inevitabilmente, di «protezione» — nei confronti dei propri membri. Si priva di ogni attribuzione e volontà di giudizio nel merito, di decisione sua propria ed autonoma nei loro riguardi. Lo fa, per giunta, non in seguito a provvedimenti giudiziari emanati da una qualche autorità civile di cui le è giocoforza prendere atto, ma per l’appunto in via preliminare. Qualunque membro del clero, non importa il suo grado, abbia avuto comportamenti sessuali illeciti ha l’obbligo, per così dire, dell’autodenuncia e di affrontare quindi le conseguenze dei propri atti davanti alla giustizia laica. Allo stesso modo, sembra di capire, qualunque istanza gerarchica cattolica venga a conoscenza di atti sessuali illeciti commessi da un membro del clero ha l’obbligo d’ora in avanti della denuncia immediata all’autorità civile. In nessun modo, insomma, il peccato fa più da schermo al reato.

Non so quanti precedenti ci siano di un indirizzo del genere: certo pochissimi, forse nessuno. Come si sa, infatti, la Chiesa cattolica si è sempre considerata una societas perfecta, un’organizzazione che non riconosceva per principio alcuna istanza umana a lei sovraordinata, a cominciare dallo Stato. Nella sua ottica essa poteva sì rinunciare, quando fosse il caso, alle più svariate prerogative, competenze, diritti o che altro, ma sempre o per via pattizia (cioè concordataria), o perché costrettavi a forza dallo Stato. Con l’esplodere del problema della pedofilia si ha, invece, nei fatti, un cambiamento di rotta quanto mai significativo: che è la prova indubbia dell’estrema risolutezza con cui il Papa ha deciso di affrontare la questione non indietreggiando di fronte alle conseguenze.

Tale mutamento di rotta a sua volta ne implica, mi sembra, un altro ancora. E cioè che in questa circostanza la Chiesa ha finito per fare rapidamente proprio, senza riserve o scostamenti di sorta, il punto di vista affermatosi (peraltro recentemente e a fatica, ricordiamocelo) nella società laica occidentale. Non voglio certo dire che la Chiesa ha avuto bisogno del giudizio della società laica per considerare l’abuso sessuale sui minori un peccato gravissimo (forse il più grave stando alla lettera del Vangelo). Ma esso era tale anche dieci, venti o trenta anni fa quando tuttavia veniva quasi sempre coperto. Se oggi non è più così, non può più essere così, se oggi da quella gravità la Chiesa ha tratto le nuove e drastiche conseguenze che sono sotto i nostri occhi, con tutta evidenza ciò è accaduto solo perché il giudizio della società sugli abusi pedofili è anch’esso nel frattempo mutato. Cosicché, mentre su ogni altro uso della sessualità o pratiche connesse, essa ha adottato, e tuttora adotta, un suo proprio metro di giudizio, più o meno diverso rispetto a quello comunemente accettato, in questo caso vediamo invece che si conforma al punto di vista della società.

Si tratta beninteso del punto di vista della società occidentale, non molto condiviso, come si sa, da altre società come quelle islamiche o afro-asiatiche. Il che mi sembra indicativo di un ultimo dato di rilievo contenuto in questa vicenda. Vale a dire che il Cristianesimo romano e la sua Chiesa, pur a dispetto di ogni loro eventuale opinione o affermazione contraria (pur volendosi «cattolici» e cioè universali), mantengono comunque, però, un legame ineludibile con l’area di civiltà nel cui ambito geografico hanno messo le loro prime radici, che poi hanno modellato in modo decisivo, ma dalla quale, alla fine, non possono non essere anch’essi modellati. Forse è vero, insomma, che il futuro dell’Occidente si avvia a non essere più un futuro cristiano; ma ciò nonostante, in un modo o nell’altro e chissà ancora per quanto tempo, il Cristianesimo continuerà ad essere essenzialmente occidentale.

fonte: Corriere della sera, 26 aprile 2010

Intervista a Magdi Cristiano Allam sull’assassinio di mons. Padovese

Venerdì, 11 Giugno, 2010

L’informazione on line

Giovedì, 10 Giugno, 2010

Gianni Letta: “Bertolaso ha fatto un autentico miracolo”

Mercoledì, 9 Giugno, 2010

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(AGI) - Roma, 9 giu. - Quello che è riuscito a fare Guido Bertolaso è un vero e proprio miracolo. E’ quanto sottolinea il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, intervenendo alla cerimonia di presentazione della campagna antincendi. “Saremo anche poveri di risorse economiche - spiega Letta - per i tagli che hanno colpito tutti i settori, ma siamo certamente ricchi di risorse umane e il merito di Guido Bertolaso è aver operato una contaminazione di ruoli, chiamato tutti dai Vigili del fuoco alla Forestale, dall’Aeronautica all’Esercito, dalla Protezione civile alla Marina, con un unico obiettivo. La Protezione civile è un modello esemplare che ha fatto scuola nel mondo e in questi anni ha operato con uno spirito eroico avendo come obiettivo il bene degli altri e la rinuncia al proprio tornaconto. Sento il dovere morale di dare questa testimonianza alle donne e agli uomini di Bertolaso, della Protezione civile che hanno lavorato con sacrificio, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni che non trova uguale. A voi dico grazie a nome di tutto il governo“.

Giancarlo Elia Valori ragiona sul destino dell’umanità e del Mediterraneo

Mercoledì, 9 Giugno, 2010

2008-0702-valori.jpg”La nuova politica degli Stati non permette più la separazione tradizionale tra brevi decisioni e decisioni a lungo termine”. Elia Valori prospetta un indebolimento della politica ”non in senso assoluto, ma si indeboliranno i vecchi sistemi intermedi, le regioni, le macroaree, alcune nazioni. Mentre si rafforzeranno i grandi sistemi di interrelazioni globali e contemporaneamente le piccole organizzazioni”. In particolare sarà la ”politica della rappresentanza a produrre meno decisioni e si integrerà maggiormente con le reti di serbatoi di pensiero, dei centri di ricerca e delle lobby che sono meglio organizzati”.

fonte: adnkronos

Informazioni per la Sicurezza

Martedì, 8 Giugno, 2010

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Una cultura al servizio del Paese
Intervento dell’Autorità delegata dott. Gianni Letta

La cortese ospitalità di “Formiche” mi offre l’occasione per svolgere alcune considerazioni di carattere generale sullo stato della riforma dei Servizi di informazione a circa due anni e mezzo dalla sua approvazione.

La legge 3 agosto 2007, n.124, rimane, ad oggi, uno dei rari casi di legislazione bipartisan prodotta dal Parlamento italiano sul difficile terreno delle riforme istituzionali e rappresenta un esempio da imitare sotto molti profili: l’ampio consenso politico ha saputo infatti tradursi in un intervento riformatore di grande portata, che ha profondamente innovato uno dei settori più delicati dell’amministrazione pubblica del nostro Paese.

Certamente è anche una legge di grande complessità sotto il profilo dell’attuazione: sono infatti dodici i regolamenti che integrano oggi le previsioni legislative, formando un corpus normativo organico ed unitario, grazie al quale la riforma sta cominciando a dispiegare i suoi effetti, naturalmente poco visibili - data la materia - eppure molto concreti.

Si è trattato di un lavoro di elaborazione giuridica davvero impegnativo, vuoi per l’assoluta novità di molti temi, vuoi per il forte impatto organizzativo delle norme messe a punto; si pensi solo, a titolo di esempio, ai regolamenti che disciplinano nel dettaglio due aspetti tipici dell’operatività dei servizi di informazione: le identità di copertura e le attività economiche simulate.

Ma ciò che più conta è che tutto questo non facile lavoro è stato svolto in un clima di stretta e proficua collaborazione con il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il rinnovato COPASIR, chiamato dalla legge ad esprimere il proprio parere su tutti gli schemi di regolamento predisposti dal Governo.

È stato lo stesso Comitato a sottolineare, nella sua prima Relazione annuale al Parlamento l’”eccellente rapporto di collaborazione istituzionale costante con l’Esecutivo sugli strumenti istituzionali concernenti la sicurezza nazionale, un rapporto che risponde alle rispettive esigenze di assicurare un’efficace e corretta gestione dei Servizi di sicurezza e un più soddisfacente ruolo dell’organismo parlamentare”.

Se si tiene conto che il Comitato, per espressa previsione della legge, è composto in ugual misura da esponenti della maggioranza e delle opposizioni e che il suo Presidente deve esser eletto tra questi ultimi, è facile dedurre che lo spirito bipartisan che contrassegnò l’iter parlamentare della riforma ne ha accompagnato anche la complessa fase di prima attuazione e, posso assicurarlo, permane ora in quella di piena entrata a regime.

È questo un dato politico-istituzionale di decisiva importanza per il successo di una legge che si è posta un obiettivo necessariamente ambizioso e di grande respiro - l’istituzione di un “sistema” di informazione - per garantire un valore costituzionale primario, “la sicurezza della Repubblica”.

La stessa Corte Costituzionale ha recentemente avuto occasione di richiamare la sua giurisprudenza sul “supremo interesse della sicurezza dello Stato nella sua personalità internazionale, e cioè l’interesse dello Stato-comunità alla propria integrità territoriale, alla propria indipendenza e - al limite - alla sua stessa sopravvivenza”.

Un interesse, ha sottolineato la Corte, che nella nostra Carta costituzionale trova espressione all’articolo 52, in base al quale la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Norma tutt’altro che isolata, se è vero che essa deve essere posta “in relazione con altre norme della stessa Costituzione che fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato” quali “la indipendenza nazionale, i principi della unità e indivisibilità dello Stato (art. 5) e la norma che riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula di “Repubblica democratica”".

Quella che mi sono appena permesso di richiamare (Corte Cost. sent. n. 106 del 3 aprile 2009) non è solo la efficace sintesi di una trentennale, consolidata giurisprudenza della Corte, ma è anche la puntuale ricognizione del perimetro costituzionale nel quale si inscrive - ed al quale è saldamente ancorato - il complesso delle missioni istituzionali affidate dalla riforma alle due Agenzie di informazione: ricerca ed elaborazione di “tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica” per l’AISE, ricerca ed elaborazione di tutte le informazioni utili a difendere “la sicurezza interna della Repubblica e le istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento” per l’AISI.

In estrema sintesi, si tratta dunque di raccogliere ed elaborare tutte le informazioni utili a difendere la Repubblica, vale a dire non il solo apparato statale, bensì lo Stato-comunità, come ha opportunamente sottolineato la Corte Costituzionale.

In altri - e meno giuridici - termini, la riforma mira a porre l’intelligence al servizio del sistema-Paese e, di conseguenza, concepisce l’intelligence stessa come un sistema, cioè come un insieme di parti cooperanti tra di loro per il conseguimento del fine comune, che coincide con la stessa salus rei publicae.

La nozione di sistema costituisce la chiave interpretativa per l’attuazione della nuova disciplina: fare sistema significa, in questo caso, saper diminuire la separatezza tra i diversi apparati, coordinandone il funzionamento senza pregiudicare la riservatezza che è condizione irrinunciabile di successo.

In questa prospettiva appare fondamentale, innanzitutto, la scelta del legislatore di accentrare nel vertice di governo tutta la responsabilità politica delle attività di informazione per la sicurezza, sulla falsariga di quanto avviene nella maggior parte delle democrazie occidentali.

Funzionale a questa impostazione è anche il rafforzamento del Comitato interministeriale (CISR) che coadiuva il Presidente del Consiglio nella direzione del settore; qui, infatti, può realizzarsi al più alto livello quel coordinamento delle esigenze informative che rappresenta la prima condizione per una informazione di qualità ed effettivamente rispondente alle esigenze del Governo e del Paese. Al Comitato spetta, tra l’altro, “deliberare sugli indirizzi e sulle finalità generali della politica dell’informazione per la sicurezza”.

Diminuire la separatezza significa anche aprire lo spazio necessario ai controlli: a quello parlamentare, di cui ho prima detto, come a quelli interni, i quali ultimi trovano nell’ufficio ispettivo del DIS una articolazione assolutamente nuova e ormai consegnata ad una piena operatività.

Diminuire la separatezza significa, infine, superare la vecchia cultura del sospetto battendo le vie nuove indicate dalla riforma: comunicazione istituzionale e promozione della cultura della sicurezza.

In entrambi i casi si tratta di un lavoro di lunga lena, che proprio per questo richiedeva di essere iniziato al più presto. Ed è quel che si è fatto con l’apertura del nuovo sito internet (www.sicurezzanazionale.gov.it) dotato di importanti strumenti di interattività, come quello che consente a tutti i cittadini italiani di confrontare il proprio curriculum vitae con le esigenze del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica.

Primi, piccoli passi, certamente, ma mossi con fermezza, nella convinzione che il futuro della nuova intelligence italiana dipenda anche dalla capacità di instaurare un significativo rapporto con i settori fondamentali del sistema-Paese, primi tra tutti i giovani, il mondo accademico e culturale, le imprese e i media.

E proprio questo incontro con “Formiche”, nato attraverso il sito web dell’intelligence italiana, dimostra che siamo sulla strada giusta.

fonte: Sicurezza Nazionale

Il Presidente Obama nomina James Clapper capo dei servizi segreti Usa

Lunedì, 7 Giugno, 2010

“I 5 linguaggi dell’amore”

Domenica, 6 Giugno, 2010

Tre Italie. O meglio, un’Italia reale e due Italie nei reality show della politica e dei media

Venerdì, 4 Giugno, 2010

L’imprenditore di Schumpeter: un leader di innovazione

Venerdì, 4 Giugno, 2010

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di Luca De Biase
Joseph Schumpeter va riletto ogni tanto come si rilegge un classico narratore di miti, o almeno uno scopritore di archetipi fondamentali. Il problema di Schumpeter non è la definizione di imprenditore. Anzi, la figura dell’imprenditore, per lui, è il punto di partenza nel suo ragionamento intorno alla riforma della visione dell’economia: per Schumpeter, l’economia non è un sistema circolare costantemente teso ad per arrivare a un equilibrio tra domanda e offerta, ma un sistema dinamico, squassato da continue espansioni e crisi. Delle quali l’azione imprenditoriale è una sorta di acceleratore.
Il mondo di Schumpeter è complesso. Tutto è collegato a tutto. La storia dell’economia è un settore parziale della storia universale «separato per motivi puramente espositivi ma fondamentalmente non indipendente». Ogni fenomeno dunque coinvolge più dimensioni della vita umana. E questo vale anche per l’innovazione. Che viene da una quantità di sorgenti. Ma che ha bisogno di qualcuno che la sintetizzi e la trasformi in un’impresa: quello è l’imprenditore. La persona che ricombina gli elementi - tecnologici, umani, organizzativi… - per creare qualcosa di diverso da ciò che c’era prima e che ha una possibilità di sviluppo. L’imprenditore non è né può essere un conservatore.
L’imprenditore, come dice Pier Luigi Celli, esce dal solco: etimologicamente, delira. È visionario, non perché veda come un folle quello che gli altri non vedono: ma perché vede ciò che gli altri non vedono e sa come condurli a realizzarlo. L’imprenditore, dunque, dice Schumpeter è leader. Leader di innovazione. Non semplice gestore del processo ma vero e proprio creatore di nuove cornici interpretative. È colui che supera i limiti del possibile. È la forza della distruzione creativa. È rivoluzionario. Non è, per definizione, conformista. È un eroe. Non per nulla, il pensiero di Schumpeter è stato accostato talvolta ai racconti di Ayn Rand (una grandissima scrittrice troppo ammirata e troppo disprezzata alla quale si dovrebbe dedicare una riflessione; recentemente se n’è parlato perché era apprezzata, non per sua colpa, da Greenspan). Il narratore di miti, lo scopritore di archetipi, il profeta Schumpeter: l’impressione è diffusa.
Leggendo Schumpeter ci si accorge che in realtà il suo intendimento non era quello di alimentare un mito ma quello di riformare l’economia e liberarla dal manierismo neoclassico. Per portarla nella vita reale, in mezzo alla gente che fa, inventa, crea, spera e suda. (Per la verità, Schumpeter si interessa meno del sudore che del credito, che considera l’abilitatore fondamentale dell’imprenditore. Sicché, di questi tempi non sarebbe molto ottimista, Schumpeter).
Ma proprio perché non lo discute ma ne fa la pietra angolare della sua grandiosa e innovativa costruzione, Schumpeter genera forse involontariamente il mito dell’imprenditore. Un mito esigente. Chi lo abbraccia e se ne vuole fare incarnazione non può essere compiacente.
L’imprenditore di Schumpeter non è una classe sociale. Non è uno status. L’imprenditore di successo può raggiungere uno status, una ricchezza, un potere rilevanti: ma non per questo resta imprenditore. Ma la sua funzione imprenditoriale è legata alla sua capacità di realizzare innovazione, contro ogni conformismo. E quando si siede sui successi raggiunti, o quando usa i successi raggiunti dai suoi predecessori in azienda, l’imprenditore cessa di essere tale, per trasformarsi in gestore o in rentier.

fonte: blog.debiase.com

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