Archivio di Febbraio, 2011

Crisi della famiglia e scuola libera

Lunedì, 28 Febbraio, 2011

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di Augusto Del Noce

Nella bellissima lettera aperta indirizzata a Salvatore Valitutti, Presidente della Commissione della Pubblica istruzione al Senato, è apparsa su queste colonne il 14 marzo, Giovanni Gozzer ha insistito su quel «fatto politico di eccezionale importanza» così da esser detto veramente segno dei tempi, però generalmente trascurato dalla stampa quotidiana, e non sufficientemente valutato dai politici, che è stata la marcia pacifica su Versailles di 800.000 cittadini francesi, di tutte le estrazioni e orientamenti, in favore della scuola libera. A quel che egli dice e che io sottoscrivo riga per riga, aggiungo alcune considerazioni che mi sembrano perfettamente concordanti.

Di questa manifestazione non saprei trovare precedenti. Come chiamarla? Penserei «protesta delle famiglie contro la loro emarginazione nella educazione dei figli». Sbaglierebbe chi volesse vederci una dimostrazione cattolica o, peggio ancora, mossa dalla parte integralista del clero; il fatto che la maggioranza dei partecipanti fosse cattolica non vuol dire che essa sia sorta all’insegna della causa di una confessione religiosa. Benissimo ne ha compreso il senso l’arcivescovo di Parigi, Cardinale Lustiger, pronunziando, nel suo discorso ai partecipanti, le parole che Gozzer ha riferito: «Nessun partito, nessuna Chiesa, nessuna organizzazione specifica, a sfondo sindacale o politico potrebbero connettersi o rivendicare la vostra appartenenza a loro. I vessilli non sono né politici né religiosi; vogliono solo dire che c’è un inalienabile diritto di scelta dei propri vessilli» e aggiungendo in una successiva intervista «per me l’essenziale in questa materia è che venga riconosciuto il diritto delle famiglie a decidere liberamente dell’educazione dei figli».

La crisi della famiglia è sotto gli occhi di tutti. Ma che rapporto ha con la questione scolastica? Perché, a curarla, si rivendica il principio della scuola libera? Al fondo c’è una crisi più profonda, la crisi dell’idea di laicità.

Prendo la cosa un po’ alla lontana. Ricordo di aver letto, or è trascorso molto tempo, il libro di un grande giornalista americano, finissimo interprete dei fenomeni morali del nostro tempo, Walter Lippman, sul possibile declino delle democrazie. Vedeva egli la minaccia che gravava su di esse nell’eclissi dell’idea di una legge comune trascendente, della idea di legge naturale insomma, obbligante l’intera comunità dei mortali, Papi e imperatori inclusi; certamente veniva spesso trasgredita, ma non però, almeno generalmente, negata nel suo principio. Il fenomeno nuovo, successivo alla seconda guerra mondiale, era da lui ravvisato nella progressiva scomparsa di questo «mondo comune» di riferimento ai valori e nella sua sostituzione col principio che «quel che è giusto, quel che è vero, quel che è buono, è soltanto quel che l’individuo ha scelto di diventare». Spariva così la distinzione tra liberà e licenza, perché era la credenza in quest’ordine trascendente a fondare la loro diversità; che sia oggi scomparsa non v’è chi non lo veda. Il pericolo che il Lippman ravvisa intono alla metà degli anni ’50 si è pienamente realizzato negli anni ’70. Successivamente trovai le stesse idee, più motivate teoricamente, in uno dei maggiori, se non il maggiore, tra i filosofi della politica contemporanea, Leo Strauss, nella sua critica del «diritto naturale moderno» che, ponendo a diversità di quello classico, i diritti a fondamento della società genera quel che suol dirsi «permissivismo». «Permissivismo» e «consumismo» sono termini entrati così nell’uso da apparire logori, senza però che ci sia chiarezza di idee sulla loro genesi e su loro significato. Perché «consumismo» non significa affatto aumento dei consumi materiali come comunemente si crede, ma riduzione delle stesse idee a oggetto di consumo, quali strumenti provvisori di stimolo della vitalità. Il disprezzo consumistico degli ideali può permanere anche quando la società cessi di essere «opulenta».

Ma che cosa c’entra, si dirà, questo con la questione della scuola pubblica e della scuola libera o con la riforma della scuola secondaria? Moltissimo. La vecchia scuola laica si professava «neutrale». Lo era, almeno in linea di principio, rispetto alle convinzioni metafisiche e religiose (che poi di fatto spesso non lo fosse, ora non importa; non bisogna però esagerare nell’attribuirle un laicismo aggressivo; io, allievo di scuole laiche, non ricordo alcun mio insegnante che fosse, in questo campo, tendenzioso). Non lo era però rispetto a quell’ordine morale comune e alla sua obbligatorietà; su questo punto si stabiliva il rapporto di fiducia con la famiglia; libera, questa, di integrare, o no, l’insegnamento morale con quello religioso; né si poteva parlare, in linea generale, di una crisi della famiglia, se la sua funzione essenziale è di trasmettere quelli che erano pensati essere, e sono, i valori permanenti nell’evoluzione storica che erano valori «morali» su cui tutti concordavano. Ma è chiaro che la scuola laica «neutrale» non può non subire l’influenza della società; gli imperativi categorici della moralità rischiano ora di apparire appartenenti all’archeologia; il consumismo, in quel senso che si è detto, elimina il problema del significato della vita, i valori nel loro senso forte, la finalità; perduto, o messo comunque a repentaglio il momento morale, la scuola «neutrale» si trova a dover accentuare il momento informativo e l’appropriazione di strumenti operativi. Il che conviene con la tendenza della presente società occidentale all’assolutizzazione del momento economico, assolutizzazione coincidente con la fine dell’etica (che, infatti, viene sostituita dalla sociologia). Con i rischi ben noti e connaturati a questa società, della degradazione dell’uomo a puro strumento produttivo, da riciclare di volta in volta a seconda dei bisogni creati dalla società medesima, o della sua tentazione a ribellioni che vanno dalla droga al terrorismo.

Certamente la categoria degli insegnanti ha fatto molto, almeno in una notevole sua parte, per arginare questo processo; ed è davvero l’ora che le sue benemerenze vengano riconosciute. Resta tuttavia che il male da cui la scuola laico-neutrale è affetta è, oggi, costituzionale. Né vale parlare di sviluppo dello spirito «critico», perché nelle circostanze che si sono dette, il pensiero critico viene inteso non come «distinguente» secondo l’accezione esatta, ma come distruttivo e dissolutivo. Né si vede possibile rimedio alla crisi della scuola idealmente neutrale e in realtà diventata ideologizzata nel modo che si è detto, se non a condizione di riconoscere un effettivo pluralismo nell’istituzione scolastica (direi che il termine «pluralismo», usato oggi al di fuori di ogni possibile misura, ritrova qui un suo significato adeguato); riconoscendo il carattere di servizio pubblico alle scuole libere che diano particolari garanzie di responsabilità educativa e di qualifica culturale. Ciò non già in nome di privilegi clericali, ma di una democrazia liberale,che voglia sottrarsi a quel processo degenerativo che si è accennato.

Ma in Italia le cose come stanno? Non diversamente che in Francia, dato che il fenomeno, nei suoi aspetti morali, investe l’intero mondo occidentale. Che nella classe politica, e anche tra i politici cattolici, ve ne sia una chiara consapevolezza, non direi. E di proposte che mi sembrano alquanto discutibili, sul tempo prolungato e sull’insegnamento etico-religioso scriverò prossimi articoli.

 fonte: Il Tempo - 3 aprile 1984

Corte Costituzionale: “La lobbying migliora la decisione pubblica”.

Venerdì, 25 Febbraio, 2011

Mario Pirani di Repubblica elogia la ricostruzione della sanità abruzzese ad opera di Chiodi

Domenica, 6 Febbraio, 2011

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Chi anche al Sud dice Yes, we can!

La verifica annuale cui sono sottoposte le Regioni commissariate da un triennio e obbligate ad osservare precisi “Piani di rientro” dagli eccessivi deficit sanitari, sta per scattare. Se non avranno ottemperato agli obblighi non solo non potranno usufruire dei Fondi speciali ma dovranno aumentare oltre i livelli massimi l’ Irpef e l’ Irap. In un paese normale il tema sarebbe all’ordine del giorno della maggioranza e dell’opposizione ma non c’è bisogno di ricordare qui quali, invece, siano gli argomenti che Berlusconi impone alla pubblica opinione. Fornisco, quindi, per chi è ancora interessato alle proprie sorti e a quelle del paese, alcuni dati riassuntivi. Su scala nazionale le uscite nel 2009 si sono mantenute sotto i valori previsti (110,6 miliardi, invece di 113), circa tre miliardi di risparmi. Anche la crescita della spesa si è contratta (nel 2008 era del + 5,5%, mentre nel 2009 si è attestata su +3,2%). È l’arido riscontro numerico dei tagli imposti ai cittadini, ai servizi e ai dipendenti del settore. Le situazioni critiche si concentrano soprattutto nel Mezzogiorno come si evince dal bilancio dei Piani di rientro per le quattro regioni coinvolte il cui disavanzo ammonta a 4,6 miliardi, non coperto per oltre 2: (Calabria 1.137 milioni, Lazio 421 milioni, Molise 69 milioni e Campania 497,7 milioni). Per le altre regioni che avevano sottoscritto i piani di rientro, la Liguria ne ha concluso l’iter, la Sicilia ha parzialmente superato i presupposti del commissariamento, l’Abruzzo presenta ormai un bilancio i cui risultati appaiono sufficienti a coprire il disavanzo di 113,1 milioni. Ed ora qualche riflessione oltre le cifre. I piani di rientro sono per lo più basati sul taglio dei posti letto, l’ introduzione di nuovi ticket, l’ aumento dell’ Irpefe dell’ Irap. Così facendo si peggiora il Ssn e si scaricano nuovi oneri sul contribuente. Per contro le regioni virtuose, a cominciare da Toscana, Emilia, Veneto e Lombardia, hanno basato il risanamento finanziario su una ristrutturazione globale e sul miglioramento razionale del servizio. Il cuore della riforma consiste nel concentrare solo negli ospedali più attrezzati la cura delle malattie acute, gli interventi operatori impegnativi, le terapie più complesse e inserire i piccoli ospedali in reti per l’assistenza diurna, le lungo degenze, le riabilitazioni. Di qui una diversa e più efficiente distribuzione del personale. Il tutto accompagnato da un rafforzamento del 118 per un trasporto rapido ai centri d’emergenza. Quello che si è fatto in Toscana o nel Veneto non è fattibile nel Mezzogiorno? È un discorso così arduo come quello del governatore Draghi quando per la spesa pubblica ci richiama all’esempio tedesco? È certo che occorre una coerente lotta per superare le resistenze municipali, gli interessi privati, la ostilità delle corporazioni grandi e piccole.

chiodi_napolitano.jpgMa che sia possibile ce lo conferma l’esempio abruzzese dove è stata nominata sub-commissaria (commissario, come altrove, è formalmente il presidente della Regione) una dottoressa bolognese, Giovanna Baraldi, con una vasta esperienza di organizzazione sanitaria e per fortuna priva di addentellati politici. Subito denominata dalla stampa locale la “lady di ferro” ha affrontato la chiusura, malgrado opposizioni al Tar ed altri ostacoli, dei primi 5 piccoli ospedali in provincia di Chieti e dell’ Aquila (Pescina, Tagliacozzo, Casoli, Guardiagrele e Gissi) e il loro inserimento nel nuovo modello di Pta (Presidio territoriale di assistenza). Ne è risultato un risparmio a lungo termine e un servizio migliore. L’altro ostacolo, affrontato con determinazione è stata la resistenza delle case di cura private restie ad accettare i tetti di spesa concordati dalla Regione. Quando però la “lady di ferro” ha annunciato che a chi non firmava sarebbe stata cancellata la convenzione le cliniche private sono subito venute a più saggi consigli. Dunque, anche nel Sud si può dire: «Yes, we can! ». Tutto sta a provarci.

fonte: la repubblica - 13 settembre 2010 —   pagina 22   

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