Archivio di Febbraio, 2012

Parola di Ettore Bernabei

Martedì, 28 Febbraio, 2012

ettore-bernabei_2.jpg 

“Ritengo la tv un prodotto della globalizzazione usato negli ultimi 25 anni per distrarre la gente dalle grandi manovre della finanza speculativa”.

Le parole del ministro Barca sul presidente dell’Abruzzo

Mercoledì, 22 Febbraio, 2012

barca_chiodi.jpg“Il Governo ha una forte fiducia nel Commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi, e la fiducia deriva proprio dalla sua lucidità con cui affronta, prima ancora che lo faccia il Governo, le problematiche legate al terremoto. Gianni Chiodi ci ha anticipato in questo e penso che useremo insieme l’esperienza dell’Aquila per i prossimi mesi. Non c’è fretta perché per terminare la fase commissariale occorre verificare che le procedure siano a posto, gli enti abbiano le risorse e le capacità per portarla avanti. Quello attuale sarà per noi un Governo del fare che vuole costruire prototipi. Credo che con Gianni Chiodi potremo costruire un percorso che potrà essere utile anche per capire come si affronta e come si esce dalla fase emergenziale, quindi è un lavoro affascinante. I giudici saranno ovviamente i cittadini del territorio e spero che il loro giudizio alla fine sarà positivo”.

Dichiarazione del Ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca in visita a l’Aquila il 20 febbraio 2012

Grande l’Anima

Mercoledì, 22 Febbraio, 2012

Dove sbaglia Adriano

Lunedì, 20 Febbraio, 2012

2012.jpg 

di Michele Brambilla
 
Se è vero che il Festival di Sanremo è una spia degli umori degli italiani, proviamo a vedere se il «caso Celentano» ha qualcosa da dirci.

Come mai l’ex ragazzo della via Gluck è stato tanto criticato? Non solo dai giornali, ma anche dal pubblico: non si era mai vista all’Ariston una contestazione in diretta come quella dell’altra sera: e chi continua a pensare che si sia trattato di una gazzarra organizzata, non ha capito o peggio non vuol capire (torneremo tra poco sul punto). Dicevamo: come mai tante reazioni negative?

Nei contenuti Celentano ha preso un paio di stecche anche pesanti - gli insulti ad Aldo Grasso e l’invocata chiusura di due giornali ma ha anche lanciato spunti tutt’altro che trascurabili. Quando dice che oggi, nella predicazione del clero, sono quasi scomparsi quelli che una volta si chiamavano «i Novissimi» (morte, giudizio, inferno e paradiso) Celentano ha perfettamente ragione: chiunque abbia frequentazione domenicale con la messa lo sa benissimo; chi legge le prolusioni della Cei ahimè lo sa ancor meglio. Quando poi dice che dobbiamo essere felici di essere nati perché abbiamo un destino di vita eterna, ci dice l’unica cosa di cui in fondo ciascuno di noi ha davvero bisogno, e che è l’essenza di quel Vangelo (che significa: «buona notizia») che i cristiani annunciano da duemila anni.

Celentano avrebbe dovuto dunque appassionare, commuovere, o almeno incuriosire. E invece, ha diviso, urtato, irritato. Non è scaturito, dalle sue parole, un dibattito sul mistero della vita e della morte, sul dilemma tra speranza e disperazione: ma molto più miseramente un polpettone sugli equilibri interni della Rai. Perché?

Perché Celentano ha dimostrato di essere legato a uno schema vecchio, quello secondo cui per proporre bisogna opporre; per parlare di una cosa buona, bisogna mostrarne una cattiva che tende a soverchiare, a soffocare. La sua è la retorica della denuncia, dell’indignazione, dei buoni contro i cattivi, del potere che è sempre marcio. Così si è subito creato un nemico da attaccare. Torno a quanto dicevo prima sulla contestazione: non credo che fosse organizzata, perché quando Celentano è comparso sul palco nessuno lo ha fischiato; poi ha cantato ed è stato applaudito; poi si è messo a parlare della vita eterna e tutti ascoltavano in un (è il caso di dirlo) religioso silenzio. È stato quando ha ri-tirato in ballo Avvenire e Famiglia Cristiana che dal pubblico è partito un collettivo «baaaasta!» che non poteva certo essere preparato. Basta, non ne possiamo più di queste polemiche.

Posso fare un esempio concreto? Quando Roberto Benigni ha portato in tv - anche all’interno di spettacoli «leggeri» - la Divina Commedia, e quindi gli stessi temi del paradiso e dell’eternità, ha infiammato, emozionato, coinvolto anche persone che ostentano agnosticismo se non ateismo. La differenza è che Benigni ha portato in televisione la Bellezza, Celentano la solita logora logica della rissa e della polemica.

Celentano farebbe bene a riflettere sul risultato che ha ottenuto, e che è l’opposto di quello che si prefiggeva. Sbaglia se dà la colpa alla «corporazione dei giornalisti». Ma lui ragiona così, vede un mondo che è governato solo (sottolineiamo il «solo», altrimenti non ci capiamo) da corporazioni, poteri forti, mercanti della guerra, inquinatori, speculazioni edilizie, corruzioni e così via. Non è che tutto questo non ci sia, anzi: c’è eccome. Ma l’Italia e probabilmente il mondo intero oggi - arrivati al fondo di una crisi che non è solo economica, ma è soprattutto morale - hanno bisogno di non piangersi più addosso; hanno bisogno di girare pagina, di trovare motivi di speranza, di qualcuno che indichi non solo il lordume ma anche la pulizia.

Perché c’è anche quella, la pulizia: e non è un caso se l’Ariston e credo tutti gli spettatori in tv hanno applaudito Geppi Cucciari quando ha indicato tra le donne da seguire come esempio quella nostra connazionale che fa la volontaria fra gli ultimi del mondo. E forse non è un caso neppure se a vincere il festival sia stata una canzone che ci dice che sì, c’è la crisi, ma questo non è l’inferno e non bisogna morire ma guardare avanti.

Abbiamo passato di tutto negli ultimi vent’anni: inchieste contro la corruzione, scandali, una politica dell’odio e tante altre schifezze. Abbiamo fatto marce pro e campagne contro. Ma adesso siamo in un momento in cui dobbiamo rialzarci. E con la sola denuncia di quello che non va non ci si rialza, si resta paralizzati.
 

fonte: La Stampa, 20 febbraio 2012

Una polizza per la reputazione. Come creare un sistema di assicurazioni per i danni mediatici.

Sabato, 18 Febbraio, 2012

 manifesto_papa.jpg

di Evgeny Morozov
Il grande paradosso di Internet, oggi, è che nonostante le aziende in Internet aspirino a mettere ordine in quel che facciamo online e a come lo facciamo, il Web appare più fuori controllo che mai.
Prendiamo ad esempio Facebook: recentemente si è visto che deteneva ancora foto che gli utenti avevano chiesto di cancellare tre anni fa. Oppure Anonymous, che continua a far circolare informazioni private di cittadini incolpevoli per perseguire obiettivi politici di ordine generale. O ancora Path, un popolare social network per la condivisione di foto, che memorizzava segretamente nei suoi server i numeri dei telefoni cellulari contattati dai suoi utenti. Se Anonymous avesse attaccato i server di Path, le rubriche dei suoi due milioni di utenti sarebbero diventate di dominio pubblico.

Il possibile danno riguarderebbe in questo caso non solo la privacy degli utenti di Path, ma anche la loro reputazione. Chissà quanti numeri imbarazzanti vengono salvati nelle rubriche. Analogamente, quando nel 2010 Google lanciò il suo disastroso servizio Google Buzz, rese pubblici i nomi dei contatti email più frequenti dei suoi utenti - un gesto assai poco adatto a salvaguardare la reputazione della gente.

Cosa fare, allora? Una soluzione potrebbe essere quella di rendere il Web un luogo meno anonimo, in modo che sia possibile rintracciare e punire chi si comporta come Anonymous. Un’altra sarebbe quella di considerare inevitabili questi incidenti e cercare di gestire attivamente la propria reputazione online. Un gran numero di start-up sta già pubblicizzando sistemi capaci di sopprimere le informazioni dannose, o almeno di spostarle da pagina 1 a pagina 10 dei risultati di ricerca. Dato che questo può costare migliaia di dollari, è una opzione riservata soprattutto ai ricchi.

Una terza soluzione, più allettante, è quella di promuovere il cosiddetto «diritto a essere dimenticati» - un diritto così ambiguo, che spesso anche i suoi sostenitori non riescono a dire in cosa consista. Nella sua forma più contenuta, «il diritto a essere dimenticati» è una questione di buon senso: gli utenti dovrebbero avere la possibilità di cancellare qualsiasi informazione carichino su servizi online. Nella sua forma più estesa - permettere agli utenti di eliminare le informazioni su se stessi da qualsiasi sito o da motori di ricerca - «il diritto a essere dimenticati» è troppo drastico e poco realistico.
Anche se applicato, «il diritto a essere dimenticati» non potrà far molto per contrastare il prossimo Google Buzz o Path, per non parlare di Anonymous. Potrebbe limitare la diffusione di informazioni esposte inavvertitamente, ma ridurne la quantità non consolerebbe quegli utenti la cui reputazione è danneggiata anche da una sola pubblicazione. A volte basta a danneggiarci che amici, parenti o partner commerciali diano solo una rapida occhiata a notizie compromettenti. «Il diritto a essere dimenticati» potrebbe eliminare queste informazioni da Internet - ma non dalla nostra mente.

E se si trovasse una soluzione più elegante? Potremmo creare un sistema di assicurazione obbligatoria per i danni online! Che cos’è infatti la diffusione accidentale di informazioni riservate, se non un disastro online - un terribile tsunami informatico creato dall’uomo, che può distruggere la reputazione come un vero tsunami distrugge una casa? Se Facebook non elimina una foto che avevamo chiesto di cancellare tre anni fa, o se Google diffonde accidentalmente la nostra rubrica e, soprattutto, se questo ci ha causato un danno dimostrabile (ad esempio un ex fidanzato pazzo ha cominciato a perseguitarci in conseguenza di ciò), dovremmo poter ricevere un risarcimento in denaro. Starebbe poi a noi decidere se usarla per iniziare una nuova vita o per utilizzare i servizi di una di quelle start-up specializzate nel migliorare la nostra reputazione online (o farla sparire). Le somme in gioco non dovrebbero peraltro essere insignificanti. Dal momento che solo una piccola percentuale di utenti subisce dei danni effettivi dalla diffusione di informazioni, se tutti versassero una piccola quota mensile si raccoglierebbero i fondi necessari ad aiutare chi ha problemi.

Questo sistema ha molti vantaggi. Prima di tutto, non interferirebbe con il funzionamento di Internet. Non c’è bisogno di bandire dalla Rete l’anonimato o di creare una sofisticata infrastruttura censoria per poter applicare «il diritto di essere dimenticati». In secondo luogo, darebbe alle vittime dello tsunami informatico una qualche compensazione. Non ci sarebbero più vaghe promesse del tipo «non accadrà mai più», ma chi è danneggiato riceverebbe una somma di denaro. Infine, renderebbe più democratico l’accesso ai servizi che tutelano la nostra reputazione: veder ripristinata la propria reputazione non sarebbe più solo appannaggio dei ricchi che possono pagare migliaia di dollari per questo beneficio. E soprattutto si manterrebbe lo spirito innovativo di Internet. Le società che operano in Internet non avrebbero bisogno di modificare i loro modelli di business per soddisfare le esigenze più stravaganti che discenderebbero dal «diritto di essere dimenticati». Analogamente, gli utenti ordinari, che rischiano di diventare sempre più paranoici riguardo alla loro reputazione, non avrebbero bisogno di cancellare tutti i loro account o di diventare degli eremiti digitali. Anche se Anonymous rivelasse qualcosa di loro, otterrebbero almeno una compensazione economica.

Questa assicurazione sulla reputazione online non è, ovviamente, una panacea - non deve essere intesa come un sostituto della legge e dell’educazione dell’utente di Internet, strumenti principali di tutela dell’interesse pubblico. Le aziende che trattano i dati degli utenti in modo negligente dovrebbero comunque essere multate e sanzionate penalmente. Ma un sistema assicurativo di questo genere offrirebbe un minimo di compensazione a chi di noi si trovasse schiacciato negli angoli più kafkiani di Internet.

Perché renderla obbligatoria? Chi non usa affatto Internet, non dovrebbe essere esentato? Purtroppo non basta non utilizzare Internet per non esserne danneggiati. Una nostra foto imbarazzante potrebbe circolare su Facebook anche se non sappiamo cosa sia Facebook. Analogamente, quando Anonymous attacca le banche dati online di agenzie governative, tutti diventano vittime potenziali, anche chi non ha alcuna capacità digitale.

Naturalmente, come avviene per ogni proposta nuova, ci sono ancora centinaia di dettagli da mettere a punto - ma non è un problema insormontabile. In effetti, alcune compagnie di assicurazione, tra cui colossi come AIG (American International Group), offrono già delle «assicurazioni sulla reputazione» alle aziende loro clienti. Quel che serve ora è renderle accessibili e utili agli individui, sciogliendo alcuni dei nodi principali. Per esempio, misurare o anche definire «un danno» alla propria reputazione online può essere difficile. Tuttavia, la crescente quantificazione del nostro status sociale sul Web in base a chi sono i nostri amici potrebbe presto renderla più facile. È anche importante non creare rischi come quello di dare agli utenti un incentivo a pubblicare foto imbarazzanti di se stessi sulle piattaforme Internet per poter poi chiedere un risarcimento. Garantire che soggetti ad alto rischio, che hanno account attivi su ogni piattaforma Internet, non siano discriminati o sottoposti a tariffe esose da parte degli assicuratori potrebbe essere un altro problema (che si potrebbe però risolvere se il programma di assicurazione fosse gestito dal governo).

Dal punto di vista dell’innovazione, potrebbe essere interesse della società far provare in fase iniziale il maggior numero di nuovi servizi Internet al maggior numero possibile di utenti. Fornire loro un’assicurazione online più completa possibile sarebbe quindi un utile obiettivo di politica sociale: incrementare il welfare, dopo tutto, è lo scopo delle assicurazioni. Non esplorare quello che i sistemi assicurativi ci possono offrire, adottando slogan vaghi e populisti come «il diritto a essere dimenticati», è un modo sicuro per introdurre una politica malaccorta nella gestione di Internet. Purtroppo non c’è ancora un’assicurazione che ci tuteli da una politica stupida.
(Traduzione di Maria Sepa)
fonte: Corriere della Sera, 16 febbraio 2010

Sentiment analysis

Lunedì, 13 Febbraio, 2012

Économie sociale de marché

Lunedì, 13 Febbraio, 2012

Fondi sovrani e finanza islamica

Venerdì, 10 Febbraio, 2012

 cesi_logo.gif

di Domenico Di Pietro*

La scena finanziaria internazionale con le sue attuali “turbolenze”, vede al centro dell’attenzione da qualche tempo, due fenomeni importanti: i Fondi Sovrani e la finanza islamica. Tecnicamente siamo di fronte a due temi diversi che però a ben guardare possono avere punti contatto dal punto di vista filosofico-religioso e quindi per quanto concerne l’ispirazione delle linee strategiche e operative.
Tra i punti di contatto gli studiosi evidenziano la relazione fra mondo arabo e mondo islamico che molto spesso possono coincidere ma frequentemente sono realtà che non hanno nulla da condividere.

Gli studi e le analisi devono avere il compito di fare chiarezza descrivendo con puntualità le caratteristiche funzionali e strutturali dei fondi sovrani in modo particolare di quelli facenti riferimento a Stati arabi e quelli del variegato complesso di attività finanziarie ispirate alla legge islamica anch’esse localizzate in paesi arabi ma, specie recentemente, anche in altre aree dove risiedono comunità islamiche di origine varia.

Per quanto concerne i Fondi Sovrani, che rappresentano veicoli di investimento di proprietà di governi, creati per gestire e amministrare le disponibilità finanziarie generate da surplus della bilancia dei pagamenti e dalla vendita di materie prime, i dubbi anche di natura politica non sono svaniti del tutto specie perché molti dei Fondi fanno capo a paesi con regimi non sempre democratici e spesso ispirati a obiettivi non completamente in linea con quelli dei paesi dove si svolge la maggior parte dell’attività finanziaria mondiale.
In risposta ai dubbi da parte dei Governi e delle autorità di vigilanza, i manager dei fondi sovrani tengono sempre ovviamente a precisare che i loro i investimenti non sono speculativi e rispondono a logiche di lungo periodo tendendo a massimizzare il valore di portafoglio tramite una corretta ed efficiente diversificazione.
 
Alcuni dei più importanti Fondi Sovrani sono di proprietà di governi arabi le cui strutture legali e commerciali si richiamano in modo esplicito all’Islam. Questa coincidenza tra vita economica e struttura dello Stato richiama alla possibilità che i Fondi Sovrani arabi di cultura islamica vogliano gestire le società acquisite secondo i principi della Sharia’ah, la legge Islamica.

Su questo tema e sulla “capacità di adattamento” - come ha scritto Giorgio Vercellin docente di Storia ed Istituzioni del Vicino Oriente alla Cà Foscari di Venezia - :“nonostante la pretesa di essere legge rivelata da Dio, la Sharia’ah si è storicamente sviluppata ed evoluta adattandosi alle diverse realtà, anche perché essa era al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno di ciò che oggi chiamiamo sistema giuridico”. In base, comunque, al Protocollo di Santiago, la risposta alle varie preoccupazioni dei Governi dovrebbe essere negativa. Come scrive e rileva Federica Miglietta - ricercatrice universitaria ed esperta di Finanza islamica -“l’islam è un modus vivendi, compenetrazione tra religione e vita sociale ed economica: l’homo oeconomicus (islamicus), per essere sintetici, agisce sempre secondo la Shari’ah. Per questa ragione, nei paesi islamici esiste una economia religiosa che non ha precedenti nella storia europea e suona esotica alle orecchie degli economisti occidentali”. Di tutte questo, invece, sarà necessario tenerne conto per ragioni strategiche e geo-politiche.

Per quanto concerne nello specifico la finanza islamica, possiamo affermare che si tratta di un fenomeno che ha avuto uno sviluppo vertiginoso e che gli esperti pensano sia destinato a proseguire con forza anche in futuro.
Questo fenomeno è fatto di aspetti di natura economica e finanziaria ma soprattutto di tipo morale.

Certamente rimane centrale il problema del livello e delle modalità di integrazione della finanza islamica nel mondo finanziario tradizionale. Questo per almeno tre ordini di motivi: le conseguenze dei principi religiosi e della interpretazione della legge islamica in rapporto al condizionamento del mondo finanziario; la necessità di standardizzare i prodotti rendendoli concorrenziali nei riguardi di quelli tradizionali; il rischio di perdere l’identità originale. Le attività finanziarie esigono certezze e chiare regole del gioco.
La finanza islamica assume caratteristiche variabili da un caso all’altro, e questo non facilita lo sviluppo delle transazioni, e rappresenta un freno alla mobilità e soprattutto alla liquidabilità degli investimenti della clientela.

Sappiamo ad ogni modo che l’Islam rappresenta uno stile di vita e che non esiste nell’Islam una differenza tra lo Stato, le sue regole, l’economia e la religione: tutto è din-wa-dunya, niente può essere scisso dal Corano. Anche la finanza islamica è basata sul Corano, sui suoi principi e sulle sue prescrizioni. Quindi per ragionare di finanza islamica è necessario liberarsi dall’assioma, tipico della finanza occidentale, secondo cui religione, etica ed economia viaggiano su binari separati. Il pensiero occidentale è in massima parte laico.  L’economia ed i sistemici economici islamici, come detto, sono modellati secondo la Shari’ah, la legge islamica che regola, oltre la religione, ogni aspetto della vita, comprese le questioni economiche. E’ impossibile comprendere l’economia islamica senza delineare l’”ambiente intangibile” islamico, cioè un ambiente dominato dall’ideologia, frutto diretto della religione. Intangibile non vi è dubbio, ma con una importanza che è necessario tenere presente per non essere costretti ad incorrere in errori di prospettiva.
Il Corano detta tutte le regole e le leggi che caratterizzano la vita dell’uomo virtuoso, che per conformarsi al libro sacro, deve osservarne tutti i comportamenti, ivi compresi quelli economici. I fedeli mussulmani, dunque, devono ottemperare nel loro agire, in qualsiasi situazione della vita alle regole coraniche.

Le basi dell’economia islamica si possono sintetizzare in un richiamo costante alla giustizia, alle pari opportunità ed alla ripartizione della ricchezza facendone partecipi i poveri i malati e gli orfani. I principi chiave sono la giustizia e l’equità. Vi è un certo imbarazzo, invece, tra gli stessi economisti islamici nel dover spiegare per quali ragioni alcuni paesi arabi, nei quali vige l’economia islamica, siano caratterizzati da una forte disuguaglianza in termini di reddito tra gli abitanti. Di solito si attribuisce queste disuguaglianze ad un imperfetta aderenza al Corano e si propone una interpretazione dei movimenti “puristi” che predicano il ritorno alle origini della religione.
In campo islamico la ricchezza e lo sviluppo puntano a raggiungere il “giusto rendimento” derivante dallo sviluppo economico, per il miglioramento della società. Il concetto di società e di welfare, in questo contesto è riferito alla Ummah, la nazione mussulmana, ovvero la comunità dei credenti.

Sappiamo che l’Islam incoraggia l’uomo ad utilizzare tutte le risorse che Dio ha messo a sua disposizione; uno scarso utilizzo corrisponderebbe ad un comportamento ingrato nei confronti del Creatore. La ricchezza, ed il profitto che ne consegue, non rappresentano, però un fine, ma solo un mezzo per raggiungere gli scopi alti e puri che la Shari’ah propone all’uomo.
Studiando la finanza islamica è opinione diffusa, ma inesatta, che la religione coranica proibisca il tasso di interesse e che dia origine, da un punto di vista religioso, ad una prohibition driven finance. In pratica ad una finanza basata sulle proibizioni, di tipo interest free. Vi è una critica posta alla finanza islamica che trae origine dalla forma di alcune strutture contrattuali che sembrano dei sotterfugi contabili per contravvenire alle proibizioni e attenersi alle prescrizioni. Qualcuno afferma che si tratta solo di una finanza “di apparenza” o non contenga invece una “sostanza” e, in questa seconda ipotesi, come si spieghino termini come “mark up” oppure “cost plus” che sembrano un sostituto del tasso di interesse mascherato sotto altro nome.

La risposta è da ricercare nel contesto identificato come “situazione di intensità culturale”. In pratica un legame tra comportamenti economici, intenzione e predisposizione mentale, che spiegano quelli che, ad una prima analisi, sembrano solo comportamenti di facciata. Nel diritto mussulmano vige il concetto di “intenzione”, da formularsi mentalmente o espressamente e che vincola il fedele nei propri comportamenti.
I concetti base di cui occuparsi volendo approfondire l’analisi si riferiscono: alle regole relative alla validità dei contratti e al rapporto tra finanza coranica e il tasso di interesse; al concetto di gharar e quindi alla mancanza di conoscenza relativa ad un elemento essenziale della transazione che invalida il contratto; allo schema fondamentale della finanza islamica che è la condivisione dei profitti e delle perdite.
La condivisione dei profitti e delle perdite rappresenta uno dei cardini dell’impianto economico islamico. Si narra che Il Profeta abbia in modo espresso spiegato che si ha diritto al guadagno solo se si è pronti alla condivisione del rischio. In pratica profitto e rischio sono legati. La partecipazione che lega il profitto alle perdite rappresenta il punto focale che distingue un affare lecito (halal) da uno illecito (haram).
Possiamo concludere dicendo che la finanza islamica è di tipo reale e quindi basata sulle combinazioni produttive. Essa si rivolge alla creazione di asset reali. Essa tende a “raccomandare ” più che a proibire.  L’intenzione è quella di tendere a creare un mondo più equo e più solidale.

I concetti fondamentali dell’economia e della finanza islamica ci pongono, comunque, di fronte a riflessioni  importanti. Tariq Ramadan - intellettuale e professore di Studi Islamici a Oxford - scrive che:” si presuppone che il mercato sia in grado di autoregolarsi attraverso l’equilibrio delle forze in libera competizione tra loro, nel tentativo di guadagnare di più, più in fretta e prima degli altri. Si tratta di una illusione stravagante, pari a quella di esigere il rispetto dei diritti democratici in una società che si veda imposto il coprifuoco militare. Bisogna dunque impegnarsi in una ridefinizione dei termini e degli obiettivi alla luce delle finalità superiori: ridefinire l’essenza del benessere, della libertà e della solidarietà intermini diversi da quelli quantificabili e legati alla produttività. Il concetto di sviluppo deve essere integrato in una riflessione più ampia sulla dignità dell’uomo, sul suo equilibrio e sulla sua autonomia di essere e di soggetto”.

* Centro Studi Internazionali Roma

Soldi e politica

Mercoledì, 8 Febbraio, 2012

davide_giacalone.jpg 

di Davide Giacalone
Una volta esistevano i partiti e mancavano i finanziamenti, ora esistono i finanziamenti e mancano i partiti. Una volta, quando i partiti erano partiti, avevano solo debiti, oggi, che i partiti sono comitati elettorali o aggregazioni personali, hanno attività finanziarie. Oggi come ieri ci sono ladruncoli e ladroni. Proviamo a parlarne seriamente, senza ipocrisia. Partendo da qui: a. non esiste democrazia senza politica; b. non esiste politica senza partiti; c. non esistono partiti senza soldi. Finanziare la politica e i partiti è cosa buona. Vediamo quel che è successo e come si può fare.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto nel 1974, all’indomani, tanto per cambiare, di alcuni scandali. Avrebbe dovuto far fronte a tutti i bisogni, ma era troppo basso, quindi continuarono ad esserci anche gli altri finanziamenti. Quali? Semplice: i comunisti e i socialisti filocomunisti prendevano finanziamenti dall’Unione Sovietica e tangenti sul commercio estero verso e dai Paesi dell’est, i partiti governativi prendevano soldi dalle società delle partecipazioni statali. Riassunto brutale, ma veritiero (il Pci percepiva soldi anche dagli appalti pubblici, per il tramite delle cooperative). Si assumeva, com’è giusto, che il finanziamento della politica è un interesse del sistema democratico, ma lo si mascherava. Molto ipocrita, non c’è dubbio. Nel 1989 gli uni e gli altri, partiti di governo e comunisti, votarono l’amnistia per tutti i reati di finanziamento illecito.

Il tempo intercorso dal 1989 al 1991 diede materia all’operazione Mani Pulite, salvo il fatto che il Pci fu consapevolmente salvato. Nel 1992 i partiti di governo vinsero le elezioni, nel 1994 erano scomparsi dalla scheda elettorale. Pagarono il prezzo di un errore politico e furono cancellati con un colpo giudiziario. Da quel passato sopravvissero solo gli allora comunisti e gli allora fascisti. Il peggio, insomma. Nel 1993, intanto, un referendum cancellò il finanziamento pubblico.

All’alba del 1994 nasce Forza Italia e prendono corpo i non-partiti, molti dei quali sono stati, nel tempo, denominati ricorrendo alla botanica o al nome dei fondatori-padroni. Il finanziamento tornò, sotto forma di rimborsi elettorali, ma fu esageratamente generoso. Quel che non fu concesso ai partiti veri fu concesso ai non-partiti. Bel risultato. Così che si arriva ad oggi, con la Lega che investe in Tanzania i soldi che avanzano e la Margherita che riesce a far sparire milioni senza che nessuno se ne accorga. Una nota umana: gli amministratori dei vecchi partiti, qualche volta pluricondannati in sede penale, erano persone oneste, cui, proprio per questo, gli altri si affidavano; gli amministratori odierni non rispondono più a una collettività e sono selezionati in base all’amicizia.

Tramontata l’era ideologica, tenuta in vita dalla guerra fredda, i partiti sono conglomerati di idee e interessi. Non hanno più bisogno di una struttura organizzativa pesante, riproducente i livelli dello stato sociale (circoli politici, ricreativi, cooperative ecc.), ma, semmai, raccolgono realtà a loro volta autonome e autosufficienti (circoli culturali, rappresentanze locali, aggregazioni specifiche, ecc.). Il finanziamento deve cambiare: pochi soldi per le strutture centrali, il resto autofinanziamento. Siccome finanziare la politica è un gesto socialmente utile, deve essere fiscalmente favorito: su quel che dono non pago le tasse. Il che comporta trasferimenti formalizzati e bilanci pubblici. Chi raccoglie molti soldi è segno che è molto apprezzato. Chi si finanzia illecitamente viola il rapporto con i cittadini. Se ci liberiamo dalle ipocrisie, se non partiamo dal pregiudizio suicida che tutto è zozzo, creiamo un ambiente nel quale la condanna civile sarà assi più pesante di quella (dovuta) penale.

fonte: davidegiacalone.it
 

Politica e social network

Martedì, 7 Febbraio, 2012

obama_facebook_2.jpg 

di Luca De Biase

La struttura di un medium influenza il senso generale dei messsaggi che trasmette.

Un medium del tutto finanziato dalla pubblicità, governato da un centro che pensa al pubblico come a un insieme di target, caratterizzato da una profonda scarsità di spazio, fondato su un palinsesto il cui successo si valuta in base alla sua capacità di aderire perfettamente all’agenda quotidiana del suo target, tanto costoso da non poter essere utilizzato da chiunque ma soltanto da poche enormi centrali produttive, è compatibile con un mondo di significati che si sovrappone a una visione del mondo nella quale non esistono persone ma soltanto spettatori, consumatori, elettori.

Un medium nel quale la piattaforma è standard, le applicazioni sono finanziate dalla pubblicità e dal commercio, i produttori di contenuti sono prevalentemente donatori perché le persone lo usano per esprimersi e connettersi, per coltivare relazioni, nel quale nessuno è target e al massimo tutti partecipano a diverse comunità, nel quale il tempo e lo spazio sono fondamentalmente ampi e destrutturati, essendo definiti più dal tempo delle persone dallo spazio che loro stesse creano piuttosto che dallo spazio e dal tempo del medium, che tutti possono utilizzare a basso costo, è compatibile con un mondo di significati nel quale c’è molto scambio di idee e poca gerarchia, nel quale ogni piccolo o grande gruppo si fa vedere più per quello che dà che per quello che pretende.

Insomma, tra la televisione e i media sociali ci sono differenze strutturali fondamentali che influiscono sul senso generale dei messaggi che diffondono. La prima è più ordinata e ha una qualità più controllata. I secondi sono più liberi e meno qualitativamente omogenei. La visione del mondo sottostante alla prima è compatibile con un’idea di società nella quale un centro decisionale offre tutte le soluzioni. La visione del mondo sottostante alla seconda è compatibile con un’idea di società nella quale la complessità della società è più ricca di idee e di diversità. Nella prima le decisioni scendono dall’alto, nella seconda emergono dal basso.

Ebbene. Un partito come il Pd, che per molti motivi è penalizzato e minoritario nel mondo della televisione, potrebbe invece essere valorizzato nel mondo dei media sociali. Perché la sua struttura organizzativa, la sua visione del mondo, le diversità che contiene, lo stesso orientamento ideologico, appaiono più compatibili con la struttura dei media sociali.

Il problema è: come proporre delle istanze nel contesto dei media sociali, come influire sull’agenda delle persone che si esprimono e si connettono liberamente, come offrire una soluzione politica attraverso questi media sociali?

Di certo, per riuscire occorre anche un messaggio credibile e convincente. Ma non è di questo che stiamo parlando. Qui stiamo parlando del modo di concepire i media sociali da parte di un soggetto politico. E stiamo dicendo che in questo contesto, i problemi di comunicazione politica si riassumono in una condizione inequivocabile: nei media sociali c’è un forte collegamento tra l’identità e la credibilità, tra il ruolo sociale e la capacità di convincere, tra il metodo e l’obiettivo.

In televisione vince la strategia della disattenzione e il messaggio ripetivo urlato con violenza e subito passivamente. In rete può prevalere la strategia dell’attenzione, la cura per le istanze di molti, il messaggio formato dall’insieme paritario di chi offre quello che dice e di chi si dispone attivamente ad ascoltare.

Un partito che voglia cambiare la visione del mondo prevalente, influire sull’agenda, cambiare le valutazioni sul progetto di società da costruire, dovrebbe rifiutare la centralità della televisione e tener conto delle opportunità offerte dai media sociali.

Per coglierle poi, dovrebbe sperimentare, usare con competenza tutte le piattaforme utilizzabili, imparare, orientarsi al servizio. Tentare di fare in modo che la rete adotti le sue idee piuttosto che imporle. Cercare in ogni modo di accompagnare l’emergere di un’agenda piuttosto che stabilirla a priori. E cercare una coerenza non nelle singole soluzioni legislative ma nel metodo con il quale vengono definite. Per prendersi poi le responsabilità che competono agli aspiranti leader in modo molto chiaro.

Il tutto non è facile. Ma parte da un cambio di paradigma. Secondo me.

 fonte: blog.debiase.com

powered by wordpress - progettazione pop minds