Archivio di Maggio, 2012

La Stella Polare è fissa ed è la sola.

Mercoledì, 30 Maggio, 2012

Abbattere la casa costruita sulla roccia minando la credibilità del padre di famiglia?

Lunedì, 28 Maggio, 2012

napoleone_bonaparte.jpg«Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi». Cardinale Ercole Consalvi, grande segretario di Stato di Pio VII, a Napoleone che minacciava di distruggere la Chiesa.

Abruzzo, prima Regione del Mezzogiorno che istituisce Commissione Sussidiarietà

Mercoledì, 23 Maggio, 2012

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Bisogna tornare a credere nella famiglia e nel valore dell’uomo.

Lunedì, 14 Maggio, 2012

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di Vincenzo Bassi (nella foto)*

Nella storia, la famiglia ha costituito e costituisce un anello di congiunzione tra passato e futuro, essendo il luogo principe del patto tra generazioni. Proprio partendo da questo innegabile dato, occorre impostare le future politiche, guardando alla famiglia, per esaltarne il ruolo sociale ed economico svolto all’interno della società.
In effetti, le politiche sulla famiglia spesso si riducono a politiche di emergenza familiare, in quanto si limitano a proporre un modello assistenziale statale strutturato non sul lavoratore in difficoltà, sull’indigente o sull’emarginato, ma sulla famiglia. Si tratta tuttavia di un’impostazione che ha contribuito a considerare (i) la famiglia un malato cronico, e (ii) la sua difesa l’interesse solo di una lobby (cattolica) a discapito di altre emergenze sociali.
Al contrario le politiche familiari si programmano pensando a ciò che comunemente, senza contrapposizioni, si condivide quando si pensa alla famiglia
ovvero: a) da un punto di vista naturale, ogni persona ha un legame con un padre e una madre, senza i quali non sarebbe nata; b) da un punto di vista sociale, la famiglia è il primo luogo in cui ogni persona è stata educata ed ha imparato a rapportarsi con l’altro; c) la vita in famiglia costituisce la prima esperienza concreta di solidarietà; d) per il suo ruolo di ammortizzatore sociale la famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio, riveste una rilevanza costituzionale precisa (art. 29 della Cost.).
Partendo da queste premesse è facile comprendere perché non deve essere la società al servizio della famiglia ma la famiglia deve ritornare ad essere al servizio della società. Come?
Innanzitutto, una politica familiare, se considera la famiglia una risorsa per la società civile, deve aiutare la famiglia stessa a vivere e non sopravvivere. Sarebbe come se le politiche industriali si concentrassero solo sull’assistenza delle imprese in crisi, dimenticando di garantire alle imprese (anche a quelle in crisi) le migliori condizioni per realizzare i propri obiettivi, trovando le idee più competitive, creando nuovi posti di lavoro, e con il lavoro, il benessere per la società. Così facendo, le imprese in crisi falliscono, mentre le altre in generale soffrono. Per la famiglia è lo stesso.
L’obiettivo comune è perciò quello di creare un ambiente in cui le famiglie possano aiutare i loro componenti a trovare la propria realizzazione e il proprio sostegno.
Ovviamente non sono immaginabili interventi normativi che, facendo violenza sulle scelte di ciascun individuo, impongano la famiglia come unica forma di aggregazione sociale. Occorre tuttavia una legislazione che metta in risalto, senza confusioni, l’unicità della famiglia (secondo la definizione costituzionale), e l’importanza del suo ruolo sociale ed economico. Proprio per questa funzione sociale ed economica (sussidiaria alle istituzioni pubbliche) sarebbe doverosa una normativa fiscale che, escludendo da tassazione le somme utilizzate dalla famiglia per il suo sostentamento e sviluppo, riconosca alla famiglia una sua autonoma soggettività tributaria.
Inoltre, poiché le famiglie, come le imprese sociali (oppure, secondo una certa dottrina economica, come le imprese civili), erogano servizi alla persona e sono perciò soggetti che non solo consumano ma anche investono creando valore e ricchezza, si auspicano iniziative di (micro)credito per specifici investimenti familiari (istruzione, salute, assistenza etc.). Una più efficiente gestione finanziaria delle famiglie (possibile soprattutto con l’aiuto delle banche) aiuta infatti una più efficiente gestione delle risorse economiche e dei servizi che, allo stesso modo di una qualsiasi impresa, le famiglie forniscono a favore dei suoi componenti. La migliore capacità di spesa dovrebbe infine stimolare le imprese a fornire alle famiglie, servizi sempre più efficienti ed economici.
Un ruolo strategico in questo contesto deve essere svolto dalle realtà locali. L’attuazione del principio di sussidiarietà impone infatti alle istituzioni (ivi incluse quelle locali), il coinvolgimento della società civile, e quindi delle associazioni familiari, nella programmazione delle politiche sociali e familiari; in quella sede sarebbero auspicabili concrete iniziative di educazione alla bellezza della famiglia (magari quella unita una vita intera).
Solo così si potrà combattere la cultura consumistica contemporanea che ci rappresenta la famiglia come una limitazione alla libertà personale. Ma non solo, l’esperienza delle famiglie aiuterà in modo efficiente e mirato (i) ad affrontare le emergenze sociali, rimuovendo le cause di disagio, (ii) ad individuare i bisogni reali della società civile, e (iii) a prevedere forme di mutua assistenza sociale e familiare (p. es. la costituzione di associazioni al fine di agevolare la concessione di prestiti alle famiglie).
In conclusione quindi valorizzare la famiglia significa perseguire il bene comune, in quanto aiuta la risoluzione delle emergenze sociali promuovendo il benessere della società civile.

* Avvocato - Studio Legale e Tributario Di Tanno & Associati Roma

*Componente Commissione Sussidiarietà Regione Abruzzo

La famiglia: “unità” economica

Mercoledì, 9 Maggio, 2012

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di Flavio Felice*

Il Paese sembra dilaniato da alcune questioni di grande impatto sociale e culturale. La battaglia referendaria della scorsa primavera (anno 2008, ndr) ha scatenato una sorta di “laicistico” spirito di rivalsa. Selezionando il ventaglio delle questioni che andrebbero sotto la categoria “laicità”, vorremmo invitare i lettori alla riflessione sul tema della famiglia. La famiglia tradizionale, quella per intenderci eterosessuale, aperta alla vita. Il forte richiamo a questo tipo d’unione può avvenire sul versante morale, oppure sotto il versante economico-politico: per ragioni professionali propendo per il secondo. In un recente passato è prevalsa un’idea di famiglia che, in fondo, si sarebbe dovuta inverare in qualcosa di più grande, di più Vero. L’analisi marxista (e con essa una certa teologia della liberazione), capovolgendo lo schema struttura-sovrastruttura, ha interpretato anche la famiglia come un prodotto storicamente determinato dai rapporti di produzione ed una tipologia sociale utile (Vera) nella misura in cui si sarebbe mostrata funzionale al progetto rivoluzionario. Di conseguenza, la famiglia ha finito per perdere la sua natura di “unità naturale” morale, politica, ed economica (è evidente sacramentale, ma non è questo il punto); un’“unità” avente valore in sé, a prescindere dal potere coercitivo che via via la avrebbe dovuta legittimare. Un potere coercitivo che, nelle varie fasi della storia dell’umanità, per ragioni d’ordine utilitaristico, le avrebbe assegnato il giusto posto ed il giusto ruolo nello svolgimento necessario della storia. Sotto il profilo economico, lo sfaldamento della famiglia tradizionale è stato analizzato da alcuni studiosi come l’esito del crescente peso assunto al giorno d’oggi da un sistema di sicurezza sociale nel quale “dominano le logiche burocratiche”, che nelle intenzioni di alcuni suoi più radicali sostenitori avrebbe dovuto sostituire la famiglia tradizionale, vista come ostacolo borghese all’inveramento nella “società civile” (hegelianamente intesa), la quale si sarebbe dovuta a sua volta inverare nello Stato. Il peso enorme del welfare state avrebbe dovuto far emergere in tutta la sua fragilità la famiglia tradizionale, fatta di persone in carne ed ossa, con più vizi che virtù. Lo Stato assistenziale, invece, si sarebbe dovuto proporre come un padre di famiglia virtuale, certo insaziabile di tributi, ma nello stesso tempo un padre generoso ed illuminato, l’idealtipo del buon padre di famiglia, quello che non dice mai di no. Il padre virtuale avrebbe dovuto uccidere il padre naturale e con lui l’intera famiglia. Il padre virtuale è asettico e onnipotentemente buono, come asettica e “buonista” la società che da esso si è preteso che scaturisse. La dottrina sociale della Chiesa ha sviluppato il suo pensiero sociale su famiglia e sistema economico, riconoscendo la superiorità morale del sistema imprenditoriale. Accanto a questa consapevolezza, tuttavia, dobbiamo rilevare che lo stesso Giovanni Paolo II ci mette in guardia, dicendo che prima ancora della logica del mercato, c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo e, per l’allocazione di certi beni, non valgono le dinamiche del mercato. Forse ciò significa che in questi casi deve intervenire il padre virtuale? Credo di no! O almeno non necessariamente. Con queste parole il Pontefice ha inteso rimarcare il fatto che la famiglia fa parte di quell’ordito sociale i cui soggetti sono chiamati a rispondere in prima persona, in piena sintonia con il principio di sussidiarietà. Fare della famiglia una “unità” economica, significa in primo luogo invitare le autorità pubbliche a ridimensionare il paternalismo di Stato e a sviluppare il paradigma dell’autogoverno. Le politiche fiscali dovrebbero trattare la famiglia come un’unità sovrana e non come una somma di contribuenti atomizzati. Per questa ragione, dovremmo auspicare l’inserimento del “quoziente familiare” (il carico fiscale andrebbe commisurato al numero dei membri che compongono il nucleo familiare). Credo si tratti di un’elementare forma di giustizia contributiva, una prospettiva politica che aiuti il paese ad uscire dalle secche nelle quali si trova: sempre che a qualcuno interessi ancora uscire dalla palude!

*Professore di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense di Roma

*Componente “Commissione sussidiarietà” della Regione Abruzzo

fonte: acton.org

E’ Roma il cuore dell’Europa.

Lunedì, 7 Maggio, 2012

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di Pigi Colognesi* 

Anno Domini 452. L’impero romano d’Occidente, ufficialmente cristiano, ha da poco subito lo shock della devastazione di Roma a opera dei Visigoti di Alarico e ora si trova di fronte al pericolo ben più grave dell’immane esercito di Attila, gran khan degli Unni. Egli ha saccheggiato gran parte delle terre germaniche e della Gallia.

In verità due città sono sfuggite alla devastazione delle sue orde: Parigi e Orléans. La prima è stata salvata dalla preghiera di una monaca: santa Genoveffa. È lei che ha sostenuto i parigini durante l’assedio e li ha incitati alla preghiera fiduciosa. Sembra che il capo unno abbia risparmiato la città per qualche segno malaugurate che ha colpito la sua vivace superstizione, ma per tutti gli abitanti della città sulla Senna è stata l’invincibile speranza di Genoveffa a fermare i barbari. A Orléans è ancora un santo, Aniano, il vescovo della città, il protagonista: organizza la resistenza e invita a non cedere.

Gli Unni alla fine, per il sopraggiungere dell’esercito romano, devono ritirarsi. Poco dopo vengono sconfitti dalle truppe del generalissimo romano Ezio nella battaglia dei Campi Catalaunici. Ma è una sconfitta non definitiva. Ben presto si riorganizzano e puntano sull’Italia, al cuore dell’impero. Distruggono Aquileia e decine di altre città e si avviano senza incontrare rilevanti ostacoli verso Roma. I romani sono terrorizzati: la fine della civiltà cristiana sembra imminente.

Mentre il popolo prega nelle chiese, i nobili sfoderano il loro presunto realismo: «La religione è bella e buona in tempo di pace, quando tutto procede liscio. Ma in tempi di guerra si deve guardare in faccia alla realtà» dice uno di loro nel romanzo storico di Louis de Vohl Attila, appena pubblicato. È il solito pragmatismo dei fortunati, di quelli che scambiano il realismo con la difesa dei propri interessi e il cristianesimo con una favola che va bene solo fino a quando la realtà non morde con la sua difficile concretezza.

Ma anche a Roma c’è un santo e un grande - sarà chiamato magno - santo: papa Leone. Non ha da opporre ad Attila la forza delle armi, né l’intelligente furbizia della diplomazia o il disincantato scetticismo di chi si arrende. Ha una sicurezza che poggia su una solidità indipendente dai successi immediati o dalla riuscita delle realizzazioni storiche.
È questo il cuore del suo dialogo con lo scoraggiato imperatore Valentiniano III. Il pavido sovrano pensa che non ci sia nulla da fare contro Attila e ritiene che stia per finire la civiltà romana e, con essa, la Chiesa. Ma Leone gli obietta: «Le civiltà vanno e vengono. La Chiesa resta. Se anche Roma venisse rasa al suolo, e, del pari, tutte le città e i villaggi d’Italia, e l’impero stesso, nemmeno allora la Chiesa perirebbe. Nulla di più falso che credere che Chiesa e impero siano congiunti per la vita a per la morte. So che tutti gli imperi della storia sono opera dell’uomo, e quindi perituri come l’uomo; tutti periscono, prima o poi, e ogni volta è la fine di una civiltà, la fine di uno stile di vita, di questa o quella egemonia politica. Cristo è morto per tutta l’umanità, e il nostro dovere è quello di istruire tutti i popoli».
In base a questo autentico realismo Leone trova il coraggio di affrontare personalmente Attila. Non sappiamo come si sia storicamente svolto il colloquio; sta di fatto che dopo aver parlato col vecchio vescovo di Roma Attila ha levato le tende ed è tornato nelle sue terre. Morirà l’anno successivo e il suo gigantesco impero si sfalderà immediatamente. Il realismo di Leone invece durerà e arriverà - carico di insegnamento - a noi oggi.

*fonte: ilsussidiario.net - titolo originale dell’articolo “La politica non salva”.

Raffaele Mattioli, un abruzzese banchiere a Milano. “The fabulous italian banker”.

Martedì, 1 Maggio, 2012

Il quotidiano ”Le Monde” lo definì “Le plus grand banquier italien dépuis Laurent de Medici“.

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