Ugo La Malfa

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di Davide Giacalone

Ugo La Malfa è nato nel 1903, ricorrendo il centenario sono imminenti le celebrazioni, organizzate dalla fondazione che porta il suo nome. Già diversi quotidiani hanno anticipato il ricordo. Celebrazioni più che giuste, ed occasione per ricordare un uomo cui l’Italia deve molto. Moltissimo. Per chi lo ha conosciuto ed amato, però, vi è qualche cosa di scomodo nel pensare che possa essere celebrato.

Fu, totalmente e sempre, un uomo politico. Ogni suo pensiero, ogni sua azione vivevano nella battaglia politica. Ciascuna sua pagina merita di essere riletta (letta, nella maggioranza dei casi) e meditata, ma nessuna sua pagina si presta ad un uso esclusivo e detemporalizzato. Un esercizio del genere può essere tentato solo da chi non lo comprese e non lo comprende.

La semplificazione giornalistica lo dipinse come un pessimista, egli fu l’esatto contrario. Ugo La Malfa credeva nel dovere, delle forze e degli uomini politici, di compiere ogni sforzo per sanare le piaghe e superare le tare che la storia d’Italia ci lasciava (ed ancora ci lascia) in eredità. Fu sempre convinto che quel risultato poteva essere conseguito, che dipendeva dalla forza morale e dalle convinzioni politiche dei protagonisti, fu, quindi, un ottimista: mai rassegnato, mai pago, mai domo. Non per questo smarrì il senso della realtà, ed il severo giudizio che le forze politiche più forti meritavano.

Ci sono due cose che la sua memoria non merita. Non merita il tentativo di strattonarlo da una parte o dall’altra, di un mondo politico che non si potrebbe immaginare a lui più estraneo. Non merita di essere ridotto a tabernacolo, da venerare con acritica devozione. Irrise i repubblicani (lui, che veniva dall’esperienza amendoliana, dal Partito d’Azione, dalla Concentrazione con Ferruccio Parri) che accendevano lumini sotto l’effige di Mazzini o di Cattaneo.

Uomo di solidissima cultura, pensatore appassionato e sofferente per le sorti della Repubblica, escluse in maniera decisa che la ricerca culturale, in politica, potesse vivere compiacendosi di se stessa, della sua presunta altezza e purezza. La politica era l’opposto: la capacità di far vivere i principi e la cultura nella concretezza, e nella contraddittorietà, del quotidiano, del conflitto fra idee ed interessi diversi. Laico, fino in fondo, sapeva che il giusto ed il bene sono asintoti cui tendere, non verità da far adottare agli altri.

Strana, la sorte dei laici in un paese cattolico: mentre gli altri affermano l’esistenza di dogmi, salvo poi discostarsene nella vita e nelle scelte politiche (e personali), indulgentemente perdonandosi perché, si sa, il mondo è imperfetto, il laico sostiene le proprie convinzioni con forza e determinazione, talora in modo caparbio, proprio perché sa che dalla coerenza discende la ricerca di un mondo migliore. L’adattabilità, la malleabilità morale dei dogmatici fa sembrare arcigni e granitici i laici coerenti. Ugo La Malfa fu, in tal senso, un esempio sommo: una morale ferrea, scevra da ogni moralismo.

Ecco, a me pare che ricordarne questa o quella battaglia, questo o quell’aspetto della vita di statista, sia assai riduttivo. In quest’Italia devastata dal moralismo senza morale, in questa politica che non ha tradito, ma più direttamente dimenticato la cultura, la passione, la coerenza, la figura di Ugo La Malfa è ancora, e per me sempre, una guida imprescindibile. Ad un patto, però, che si abbia il suo coraggio del nuovo, della sfida, delle idee che vivono fuori e sopra gli schieramenti, tendendo ad imporsi, e non ad accodarsi.

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