Condannato, e poi?

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di Davide Giacalone 

L’ultimo dei problemi è quello che riguarda la persona di Silvio Berlusconi. Anzi, hanno trovato il modo di farlo passare da protagonista assoluto della seconda Repubblica a soggetto dotato di senso dello Stato. A statista che esclude di sfuggire alla legge e alle sentenze. Prodigi della faziosità e della persecuzione, che nelle pagine di storia faranno scomparire nel nulla quanti lo contrastarono e gli consegneranno capitoli che saranno a lungo oggetto di ricerca e riflessione. No, il problema non è lui e non è suo. Il problema è nostro ed è collettivo.
Mi sono sbagliato, circa la sentenza della Cassazione, prevedendola di segno opposto. La prevedevo diversa per ragioni di diritto, giacché mi sembrava stridesse sia il reato che il processo. Non credo i giudici della cassazione siano stati teleguidati, la cosa è più grave: non avevano guida. Sono stati ragionieri del procedimento, senza neanche provare a essere almeno contabili della giustizia. Prevedevo l’opposto anche per ragioni più generali. Lo sbigottimento delle persone assennate e l’euforia degli sfasciacarrozze certificano l’opportunità che fosse diversa. L’annaspare nel vuoto di un Quirinale le cui parole suonano tardive, vane, vuote, riconsegna lo spessore del problema. Giorgio Napolitano ha detto che i magistrati vanno rispettati, ma la giustizia finalmente riformata. Alla storia passerà come l’epitaffio di una sconfitta. Oltre che come una sollecitazione che sollecita più o meno il contrario.
I supremi giudici non dovevano tenere conto di tutto questo e di nulla che non fosse il rispetto della procedura. Pregherei i sostenitori di questa tesi di documentarsi sulla giurisprudenza e poi guardarsi allo specchio. Il resto lo lascio al loro senso estetico.
Ora, a danno irrimediabile, il problema non è Berlusconi, ma la nostra democrazia. Affetta da mali profondi. Una parte dell’elettorato è convinta che l’altra parte sia moralmente malata o intellettualmente minorata. Una parte della politica e della cultura pensa di potere vincere solo impedendo all’altra d’esistere. Pur di non sbloccare il gioco al massacro sono venti anni che non si fa nulla di quel che tutte le persone ragionevoli considerano necessario e urgente. Il conflitto d’interesse s’è fatto valere non in modo da impedire a chi ha potere economico di farlo troppo valere in politica, ma per far fuori il politico usando la sua funzione economica. Si è scaricata sulla giustizia la vita politica e sulla vita politica la giustizia, così minando sia la democrazia che lo Stato di diritto. S’è confusa la stabilità con l’immobilità, tanto che ora ci si chiede come potrà andare avanti il governo, avendo smesso di chiedersi cosa è in grado di fare. Tanto è inutile. (A proposito di cose inutili: forse Enrico Letta avrebbe dimostrato di avere un qualche spessore personale e un pizzico di coraggio politico correndo a rendere visita al leader politico che per primo propose il governo che ora lui presiede, e avrebbe evitato di dover dire qualche cosa sul processo anticipando il problema e parlandogli di governo. Ma, come fu noto a Don Abbondio, se il coraggio non ce l’hai no te lo dai).
E ora, come ne usciamo? Per farlo in modo dignitoso esistono due strade: la prima consiste nel tornare subito al voto, chiedendo agli elettori di riregolare i rapporti di forza, fosse anche per confermarli; la seconda consiste in un’iniziativa politica della sinistra, che nel prolungare la vita grama del governo, offra l’immediata e profonda riforma della giustizia, ivi compresa la necessaria e civile separazione delle carriere. Lo so, non lo faranno. Non ne sono capaci. Non hanno testa né coraggio bastevoli. Le terze vie sono infinite, ma portano tutte verso l’autodistruzione di chi si crede troppo furbo per essere anche intelligente.

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