Archivio di Ottobre, 2013

Niente cambia perché tutto cambi

Martedì, 15 Ottobre, 2013

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di Luca De Biase 

La politica politicante ha impedito a una giornata storica di esserlo fino in fondo. E il sistema di ricatti personalistici che ha bloccato il paese per molto tempo non è scomparso. Il voto di ieri non ha cambiato il quadro. Ma il contesto di significati nel quale si inserisce, invece, è effettivamente trasformato. Si è aperta la strada per una stagione nuova. Non è cambiata la forma, ma è cambiata la sostanza.

Stefano Rodotà scrive oggi un pezzo importante sulla Repubblica (non trovo il testo online). La sua proposta è quella di scrivere un’agenda di riforma che parta dalla legge elettorale e arrivi al ricentramento delle attività politiche nell’alveo delle istituzioni: «La politica non è morta ma rischia di essere coltivata fuori dai luoghi istituzionali» scrive. Ed è proprio vero. Salvo il “rischia” che appare piuttosto certo e verificato: la politica fatta in tv con istituzioni trasformate in luoghi usati per svolgere attività private non è un rischio ma una realtà, in molti casi, in Italia. E giustamente Rodotà sostiene che è ripartendo dalle istituzioni come luogo della politica che si possono affrontare i temi che contano: lavoro, diritti, beni comuni, rete di telecomunicazioni, rete idrica, diritto d’autore e pubblico dominio, eguaglianza sociale.

Le istituzioni sono il bene civico essenziale. La costituzione garantisce la repubblica, la cosa di tutti noi. E solo a partire dal rispetto di ciò che abbiamo in comune possiamo dividerci a discutere sulle scelte alternative che le diverse opinioni conducono a proporre.

I personalismi privatizzano la politica, snaturandola in profondità. Aprono la strada alla legittimazione della corruzione, dell’evasione fiscale, dell’illegalità. Abbattono la credibilità delle istituzioni riducendo al lumicino quello che i cittadini hanno in comune costringendoli a rintanarsi nelle opposte fazioni, che diventano mondi separati che vivono nello stesso territorio. Il risultato è il blocco delle decisioni, l’immutabilità.

L’innovazione parte da un contesto di regole accettate e rispettate da tutti perché è questo che consente di progettare un’agenda per tutti i cittadini e che tutte le fazioni si impegnano a portare avanti. Il ciclo elettorale è troppo corto per consentire la realizzazione di progetti di ampio respiro, che hanno bisogno di tempo. Solo un progetto di lungo termine può avviare il paese a superare la sua crisi. E il solo progetto di lungo termine che si può realizzare è un progetto che viene rispettato da tutte le fazioni, in modo che sia portato avanti indipendentemente dal ciclo elettorale.

L’agenda digitale è parte integrante di questo progetto. Alcune sue componenti sono essenziali per l’uscita dalla crisi:
1. la filiera delle startup innovative con la sua capacità di generare crescita, occupazione e innovazione;
2. l’istruzione, la ricerca, l’alfabetizzazione digitale viste come investimento fondamentale nell’economia della conoscenza;
3. la modernizzazione della pubblica amministrazione come alimento della cittadinanza e facilitatore dell’efficienza;
4. la rete digitale come bene comune sul quale sviluppare le visioni, capacità, iniziative sociali e culturali;
5. il pubblico dominio come default della conoscenza che viene generata dalla popolazione e il diritto d’autore che supera la sua configurazione di feticcio della vecchia industria culturale e diventa elemento dell’ecosistema della conoscenza
.

E così via. L’agenda digitale è uno schema adatto a sostenere un progetto di paese più sensato. Dalla crisi non si esce tornando come prima, ma trasformandosi. L’agenda digitale aiuta a definire alcuni passaggi. Che si inseriscono in un disegno ancora più grande: le parole usate nella strategia “Destinazione Italia” aiutano a vederne i contorni.

C’è un tempo per ricostrure. È arrivato. Forse.

 fonte: blog.debiase

data: 13 ottobre 2013

Città, libertà, pluralità e scambio

Mercoledì, 2 Ottobre, 2013

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di Stefano Moroni

Si considerano spesso le città soprattutto come insiemi di edifici e spazi. Ma le città sono, prima di ogni altra cosa, concentrazioni di persone, relazioni e attività; nodi di reti più ampie di scambio.
Uno sguardo solo architettonico, ma anche solo urbanistico, sulle città rischia dunque di perderne il senso vero, profondo. Rischia di portare tutta l’attenzione sull’involucro, sulla carrozzeria, lasciando in secondo piano il motore e il combustibile.
Storicamente le città sono state il luogo della libertà, dell’incontro con la diversità, del mercato. La gente si trasferì nelle città, decretandone il successo, proprio per trovare tutto ciò.
Oggi molti vorrebbero invece diminuire la libertà dei cittadini, contenere e ingabbiare il mercato urbano e l’imprenditorialità, contrastare la pluralità e la diversità delle esperienze e delle culture. In tal modo si finirà per condannare a morte le nostre città e la nostra società più in generale.
Purtroppo gli approcci urbanistici razionalistici e dirigistici che tanta parte hanno avuto nel novecento mantengono ancora in gran parte inalterata la loro influenza sui nostri modi di pensare alla città, impedendoci di esplorare soluzioni più aperte e radicali. Personalmente, penso a soluzioni innovative che non dovrebbero certo fare a meno dello stato e del diritto; anzi, immagino alternative istituzionali che riportino il diritto in primo piano dopo che la dilagante discrezionalità amministrativa ha fatto di tutto perché quest’ultimo perdesse il rispetto dei cittadini (come ho cercato di mostrare nel libro La città del liberalismo attivo, 2007). Come osservava nell’ottocento Frederic Bastiat, ogni società ha ovviamente bisogno, per poter esistere, del rispetto di alcune regole di base, ma, proseguiva Bastiat, l’unico modo perché le regole siano rispettate è di renderle rispettabili.
Erroneamente, oggi attribuiamo spesso a mancanza di regole quello che è invece dovuto soprattutto a sovrabbondanza di regole sbagliate e incontrollabili. E ciò sembra vero sia quando parliamo dell’attuale crisi economica sia quando parliamo di situazioni di degrado e vulnerabilità urbana. Non si tratta dunque di aggiungere nuove regole alla marea scomposta di quelle esistenti (in campo economico-finanziario come in campo urbanistico), ma di sostituire (troppe) regole inadatte con altre (poche) più opportune. Allo stesso modo attribuiamo spesso al mercato ciò che è invece dovuto a comportamenti di aperta truffa, inaccettabili proprio se prendiamo sul serio l’idea di concorrenza.
Se torniamo a pensare alle città come il luogo per eccellenza della libertà, del pluralismo e dello scambio, potremo peraltro ridare alle nostre città un ruolo significativo entro uno spazio di relazioni più ampio, internazionale. Quanto già osservava Bastiat (Sophismes Economiques, 1846) sembra ancora incompreso da molti: “Entrando in una grande città… dico a me stesso: ecco un gran numero di persone che sarebbero tutte morte in breve tempo se beni e provviste di ogni tipo smettessero di arrivare e circolare in essa … Come può accadere che ogni giorno si trovi quel che serve…? Qual è l’ingegnoso e segreto potere che governa la strabiliante regolarità di relazioni così complicate, una regolarità in cui ciascuno pone implicitamente la sua fiducia…? Quel potere è il principio di libertà nelle transazioni”.
Una più accesa competizione tra città e territori potrebbe essere un bene per tutti. Non un misconoscimento di certe identità locali, ma una loro valorizzazione dinamica in un contesto più allargato.
Un ingrediente aggiuntivo di una strategia di questo tipo potrebbe essere rappresentato dalla concessione di un maggior spazio a forme locali di auto-organizzazione, ad esempio a comunità contrattuali private, di quartiere, che si dotino autonomamente di regole e servizi entrando tra loro in concorrenza per fornire ‘pacchetti’ più appetibili (come sostengo nel libro, scritto con Grazia Brunetta, Libertà e istituzioni nella città volontaria, 2008). Favorire l’auto-organizzazione di quartiere (ad esempio prevedendo sconti sui prelievi fiscali a chi autonomamente si occupa di certi servizi e infrastrutture) potrebbe contribuire a rigenerare e vivificare intere parti di città.
Tutto quanto sin qui sostenuto mi sembra plausibile sia che riflettiamo sulle città in situazioni ordinarie, sia che ci chiediamo come intervenire in situazioni straordinarie, ad esempio quando gravi calamità hanno distrutto luoghi e relazioni. Situazioni gravi e difficili dovrebbero più che mai costringere a rimettere in discussione i nostri modi tradizionali (e spesso obsoleti) di ragionare, per aprirci a opportunità nuove. Anche in questo caso non si tratta tanto di introdurre novità progettuali, ma, prima di tutto, di esplorare innovazioni istituzionali, regolative e organizzative. Ovviamente, in situazioni di grave emergenza avere di nuovo case disponibili diventa prioritario, ma la prospettiva più generale entro cui si collocano anche le azioni più urgenti può fare la differenza.

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