Archivio di Settembre, 2014

Israele: quello che la stampa non dice

Lunedì, 22 Settembre, 2014

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di Dan Segre

La commissione parlamentare – creata a Gerusalemme per analizzare le cause e la condotta dei vari responsabili della guerra di Gaza – ha incominciato, come doveroso in ogni libera democrazia, a fare il suo lavoro. In concomitanza, una tregua raggiunta con l’apporto dell’Egitto ha fatto scoppiare sui media locali e esteri la guerra delle chiacchiere, accompagnate dalle solite previsioni per il futuro: chi sarà il prossimo primo ministro? Netanyahu ha annunciato la sua volontà di ripresentarsi: anche se le prossime elezioni sono previste fra due anni, si è già candidato e, come ovvio, vincerà o perderà. La giostra delle inutili speculazione è incominciata, mentre la stampa sembra ignorare tre questioni fondamentali:

La prima chi sarà vivo o morto domani mattina. Mi ricordo che nel 1969 fui invitato ad assistere ad un dibattito fra i massimi esperti del Medio Oriente e dell’Egitto con Nasser dopo che era stato battuto, ma popolarmente rimesso al suo posto dala guerra del 1967. La riunione si teneva nel piccolo anfiteatro dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Fu un tripudio di idee, ipotesi, indagini sociologiche, ecc. Sino al momento in cui un noto professore di Harvard intervenne con questa semplice domanda: e se Nasser morisse? Uno scoppio di ilarità accolse l’ipotesi, specie da parte dei generali e diplomatici. (Come nella risposta di Laplace a Napoleone che gli chiedeva dove mettesse Dio: “ Non è un’ipotesi che mi interessa”). Nasser morì poco tempo dopo e la sua scomparsa cambiò il corso degli avvenimenti nel Medio Oriente.

La seconda questione, qualunque cosa ne pensino gli esperti, riguarda Hamas. Non essendo uno stato ma un movimento di Resistenza, sopravvivere significa vincere.

La terza questione, storicamente e socialmente inspiegabile, sino a quando arabi, palestinesi, antisemiti, liberali di sinistra, continueranno “costituzionalmente” e praticamente a voler distruggere lo stato di Israele opereranno per il suo rafforzamento, sviluppo e successo (per lo meno militare e socioeconomico). Ci è stato solo uomo che comprese questo paradosso. In un discorso tenuto nel 1964 dal tunisino Habib Bourguiba, davanti ai profughi palestinesi a Gerico, disse “Se volete distruggere Israele, fate pace con lui”. L’indomani l’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche. Il resto è storia e commenti.

La guerra d’Indipendenza di Israele ne ha permesso la sopravvivenza fisica. Fu vinta da una popolazione ideologicamente impegnata, con solide strutture pre statali e una percentuale di vittime ( parte reduci dai campi di sterminio) in 18 mesi pari a 5 anni delle perdite della Francia nel primo conflitto mondiale. Poi ci fu la cacciata degli ebrei dai paesi arabi che rinforzò demograficamente Israele (l’aggiunta di un milione di cittadini di lingua araba) distruggendo le élite economiche, finanziarie e culturali e la classe media in Iraq, Egitto, Siria, Libia, in parte in Marocco di cui si vedono oggi le conseguenze. L’ottusità, l’antisemitismo sovietico unito alla stupidità dei partiti comunisti e delle élite europee, portarono in Israele oltre un milione di specialisti, scienziati, educatori “prefatti” alle spese dei paesi di provenienza che hanno trasformato Israele in un centro di high tech mondiale. Se all’inizio di questo secolo molti davano per morta l’avventura sionista con una crescente emigrazione israeliana all’estero (una delle comunità ebraiche più popolosa è quella degli Israeliani installatisi a Berlino), alla fine di questo anno l’immigratorio in Israele è stata più alta grazie alle migliaia di ebrei francesi che cercano sicurezza nello stato ebraico portandosi dietro un bagaglio di cultura, finanza, tecnologia inimmaginabile solo tre anni fa.

La guerra di Gaza non ha diminuito la popolazione israeliana, semmai l’ha aumentata coi riservisti venuti dall’estero. Nelle chiacchere giornalistiche Israele, “stato apartheid”, incomincia a scricchiolare di fronte alle minacce di un boicottaggio economico diplomatico, politico internazionale. Forse, dal momento che i governanti israeliani sono abituati a sprecare le opportunità che gli avvenimenti offrono loro.

Una cosa è certa: la guerra di Gaza oltre a rinforzare la compattezza interna sta facendo prendere coscienza delle vere debolezza israeliane: mercato interno troppo piccolo, ingiustizia sociale, basso livello di educazione scolastica, impedimenti linguistici e soprattutto una smoderata fiducia nella capacità tecnologica militare di sostituire la fantasia e l’inventiva umana.

Dove porterà tutto questo? Impossibile immaginarlo anche a causa degli sconvolgimenti internazionali e del crollo della leadership americana. In fondo, come diceva l’economista Keynes, alla fine saremo tutti morti. È vero, ma la scelta di come vivere dipende solo da noi perché come insegna la “scienza della Kabbalah” tutto dipende dal passaggio volontario, in ciascuno di noi, dell’egoismo all’altruismo. Dall’Ego all’Altro e chissà per quanto tempo ancora dal sostegno dei suoi nemici.

fonte: Il Giornale

data: 9 settembre 2014

Perché serve un partito del Mezzogiorno

Martedì, 16 Settembre, 2014

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di Paolo Savona

Nell’ultimo numero dell’Economist è stato pubblicato – con un titolo ironico molto british –un grafico della crescita monetaria dell’euroarea dal 2007, data di inizio della crisi mondiale originata dalla conduzione sconsiderata della finanza americana; in esso si evidenzia che Stati Uniti, Regno Unito e Giappone hanno costantemente pompato moneta nelle loro economie, mentre la Bce dal 2012 ha ridotto i suoi interventi in coincidenza della decisione del presidente Draghi di svolgere, dopo tante esitazioni, il ruolo indispensabile per una banca centrale di«prestatore di ultima istanza», qualsiasi fosse la dimensione dell’intervento necessario.

È noto che, se il mercato crede a queste dichiarazioni, gli interventi necessari per contrastare la speculazione cessano. La caduta della creazione monetaria europea può essere la conseguenza di questo ben noto effetto, ma altre cause hanno certamente concorso.

Una spiegazione è che Draghi, una volta cessato di creare base monetaria attraverso l’acquisto di titoli pubblici, avrebbe dovuto sostituire questi interventi con altri direttamente collegati alla ripresa produttiva.

Invece è tornato all’interpretazione ridotta del suo Statuto limitandosi a finanziare le banche, invece di passare subito alle decisioni annunciate a luglio, ma avviate solo a settembre.

Le banche hanno utilizzato, consenziente la Bce, i minori finanziamenti ricevuti per acquistare titoli di Stato e hanno lesinato, per timori di ulteriori insolvenze, il credito alle imprese, contribuendo ad aggravare gli effetti delle esitazioni della Bce nel contrastare la recessione deflattiva. I motivi li conosciamo: invece di considerare prioritario l’obiettivo di sospingere crescita e occupazione, l’Unione europea ha privilegiato la stabilità finanziaria degli Stati membri, imponendo vincoli tanto più stringenti quanto più grave era la crisi nazionale. La Bce ha assecondato e tuttora asseconda questa politica suicida.

La recessione produttiva accompagnata da deflazione dei prezzi e aumenti di disoccupazione è una combinazione micidiale per lo sviluppo economico e civile, con effetti più marcati sulle aree arretrate, come il Mezzogiorno d’Italia. Si può fondatamente sostenere che la Bce ha sbagliato politica a causa delle sue previsioni errate di crescita della produzione e dei prezzi e ora deve fronteggiare la situazione con armi spuntate.

In questi casi l’efficacia della politica monetaria a tassi quasi nulli, spesa pubblica in declino e domanda aggregata calante è pressoché nulla. I testi di economia elementare la chiamano «trappola della liquidità» e in essa la Bce è caduta in pieno.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno si può quindi concordare con coloro i quali insistono sugli errori di politica economica dell’Ue e puntano molto su modifiche ai vincoli fiscali (la tanto conclamata flessibilità) e su maggiori investimenti pubblici (da affidare alla Banca europea degli investimenti). Queste decisioni sono improcrastinabili per dare fiato all’economia e impedire una caduta ulteriore della crescita reale, dell’occupazione e dei prezzi che complicherebbero ancor più la ricerca di una soluzione. Ammesso che vengano decise (e le reazioni negative ancora prevalgono), non sarebbero però la soluzione del problema, né europeo né meridionale. Il difetto è nell’architettura istituzionale europea che è afflitta da: 1) una banca centrale con poteri limitati rispetto a quelli delle altre principali banche centrali del mondo e, di fatto, poco indipendente sul piano intellettuale e politico dagli organi europei, con un aggravante sul fronte tedesco; 2) una Commissione dipendente dalla volontà molto divergente tra i membri del Consiglio dei Capi di stato e di governo, l’unico abilitato a decidere la politica economica europea; 3) un Parlamento che è un pallido esempio di democrazia rappresentativa; 4) l’assenza di una volontà di procedere alla necessaria unificazione politica. Queste istituzioni hanno mostrato che non possono funzionare, ma non si riesce a trovare un consenso per cambiarle.

Il Mezzogiorno resta schiacciato da questa bardatura istituzionale. I vincoli di bilancio pubblico, aggravati da una loro estensione più rigida a livello locale, unitamente a un credito che non affluisce più alla produzione, hanno precluso la possibilità di attuare un progetto di completamento della sua infrastrutturazione materiale e immateriale e la concessione di una fiscalità di vantaggio che l’aiuti a uscire dallo stato di grave dualismo in cui è ricaduto.

Che il Mezzogiorno abbia i suoi torti è un dato di fatto, ma essi non giustificano che i gruppi dirigenti nazionali ed europei si ritengano assolti dall’attuare politiche di sviluppo economico e civile. Il Sud deve quindi scrollarsi di dosso la bardatura imposta e recuperare fiducia nelle proprie possibilità indipendenti di riscossa.

Abbiamo speso giorni e giorni in lunghe e interminabili discussioni sul tema, senza nulla ottenere.

Credo ormai che sia indispensabile l’avvio di un movimento civile che porti alla nascita di un partito meridionale e meridionalista, non indipendentista, che rivendichi con forza il rispetto dei principi di libertà e di equità del contratto sociale che ci lega all’Italia e all’Europa. Siamo disposti a discuterne seriamente?

fonte: Il Mattino

data: 15/09/14

Renzi nella trappola manierista, stessi nemici ed errori di Berlusconi

Lunedì, 1 Settembre, 2014

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di Giuliano Ferrara

Renzi oggi ha gli stessi avversari di Berlusconi vent’anni fa. Vero che il gruppo De Benedetti è diviso, come dimostra il malumore di Scalfari contro la buona volontà di Mauro, e questa è quasi nuova. Per quel che conti, il Fogliuzzo, che è troppo piccolo per permettersi divisioni (sarebbe comico), e troppo intimamente plurale o composito per essere omogeneo, ha una direzione renziana oggi come berlusconiana ieri (e oggi), e per il resto ognuno fa ciò che gli dettano coscienza e incoscienza. Ma la Fiat è emigrata, e una certa ambiguità è connaturale alla famiglia proprietaria che resta molto italiana. L’establishment già terzista è blandamente ma sicuramente contro, con qualche controassicurazione, Confindustria confusa, i sindacati confusi: non sono novità, i bazolismi e i classismi fiacchi. Il Pd è diviso tra una maggioranza baldante o di sopravvivenza e un’opposizione velleitaria e malmostosa, con la famiglia politica di Prodi che spiccica a stento prudenti cattiverie. I manettari lo vogliono morto. Il catalogo è questo. Stessi nemici, in contesti diversi, e in contesti diversi forse gli stessi errori dovuti a personalità non troppo dissimili, un consenso popolare notevole ma che si può presto consumare, un’Europa abbagliata dallo sprint del ragazzo ma anche perfida, come dimostra il cono gelato dell’Economist (anche Renzi unfit to lead Italy?).

Io sono sempre di quell’idea lì. Il rischio è il pantano. Le guasconate possono piacere o non piacere, ma non sono il problema. Il problema è l’illusione, nutrita di cautele anche decorose ma letali, che si possa fare alcunché, qui da noi, senza che corra un po’ di sangue, senza che si provi alcun dolore. Luca Ricolfi ha detto non bene, benissimo (la Stampa di sabato scorso). Siamo in crisi nera da declino, ha detto, ma ricchi. E i ricchi scivolano insensibilmente, con le loro guarentigie di reddito e patrimoniali, verso la noncuranza, l’indifferenza, la consolazione. Non è una caratteristica solo italiana. Riguarda l’Europa tutta, che però ha slanci, ritmi e scale dei problemi diversi dai nostri, gli indebitatissimi, i deflazionari antemarcia, i recessivi tecnici apparentemente inguaribili. Da notare: la disoccupazione al nord è sostenibile, l’8 per cento, e diventa disastrosa nel centro-sud, nel sud in particolare (non c’è bisogno di misure d’eccezione?). Da notare: la riduzione della spesa è un balletto, invece dovrebbe essere un’orgia dionisiaca, con la rinuncia al posto dell’edoné. Da notare: tutto quello che piace ed è destinato a piacere, tutto quello che è piacione, è un pannicello caldo. Passo dopo passo, e i mille giorni: ecco la tiritera che riconcilia renzismo e burocrazia, ceto politico e rivoluzione delle aspettative giovanili, inerzia ed energia, consenso ed equilibrio funebre di sistema. Insomma, l’orizzonte o pericolo di un gigantesco Letta bis, molto più divertente ma eguale negli effetti di blandizie e irriformabilità politica, è davanti a noi. Spero non già consolidato, non già alle spalle. Tempo fa parlai, a proposito di certi aspetti caduchi e loffi del renzismo, dei tempi di montaggio di quei film iraniani in cui la mia amica Mancuso dice che “si vede crescere l’erba”. Ecco, non vorrei che fossimo già in moviola.

Sono un patriota, nonostante tutto. Disilluso e lettore di Francesco De Sanctis, che ci spiegò una volta per tutte come l’assenza di una coscienza nazionale e di senso della realtà avessero cacciato la nostra vita e letteratura nel cul di sacco del manierismo, del subiettivismo: “Ci è il poeta, ma non ci è l’uomo”. Non vorrei che tutti gli elogi alle grandi doti di comunicatore, per Renzi oggi come per Berlusconi ieri, alludano a questo, all’artista compiaciuto di sé che prende il posto dello statista. Finché assumeremo insegnanti a derrate, posto che lo si possa fare; finché pagheremo i fornitori della sanità e i suoi consumatori con la fiscalità generale ai ritmi del momento; finché lasceremo che municipalizzate ed enti locali e Regioni facciano il cazzo che gli pare; finché sul mercato del lavoro non vareremo un decreto Ichino, né più né meno; finché non taglieremo la pretesa di mettere le braghe ambientali, umanitarie e solidali all’economia, anche con le sentenze dei pretori d’assalto e dei pm da battaglia; finché non liberalizzeremo tutto quello che fa ricchezza sociale, con il rasoio di Occam; finché non faremo una politica estera ed europea aggressiva e disinibita e un discorso alla nazione sorridente quanto si voglia ma pieno di verità, non ce la caveremo. E Renzi ha già metà del piede nella tagliola. Che in Italia non tarda mai a scattare.

fonte: il foglio 31 agosto 2014

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