Mille e una notte di trame

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di Geminello Alvi

Lo scarso pregio delle più varie teorie del complotto, che pure dilagano dopo l’11 settembre, è scoraggiante. Ormai il barbiere sotto casa volentieri ci spiega che l’aereo sul Pentagono non sarebbe caduto o che le due torri le ha fatte cadere la Cia; e intanto il no global, vicino di posto in treno, con discrezione rispiega che Bin Laden sarebbe in un ospedale americano in Arabia. Un genere, quello della letteratura complottista che ha creato libri ingenui o abietti, e talora però anche idee, ne risulta umiliato. Dilagano libruzzi o notiziole pescate anonime nei siti alternativi, subito smentite. Un peccato. Anche perché niente meglio del Medio Oriente e dei suoi serragli da secoli genera complotti e teorie dei complotti vari come favole delle Mille e una notte . E da essi potrebbe pur sempre impararsi qualcosa. Come verificheremo nel nostro tentativo di parlare di una cosa di cui molto si disserta, ma poco si sa.

Apprenderemo che il padre della spia Kim Philby sarebbe stato più bravo di Lawrence d’Arabia…, e da chi Gheddafi voleva proteggere gli ebrei…, e di Diana principessa martire, sempre secondo le teorie del complotto, dell’amore arabo.

Ma in così tanti intrighi ci terremo a qualche ordine, e quindi partiremo dalle teorie dei complotti che si attribuiscono a Bush. Quelli odierni, come le sciocchezze sui Cruise caduti invece dell’aereo sul Pentagono sono di nessun pregio. E dire che sarebbe bastato rileggersi America’s Secret Establishment, an introduction to the Order of Skull & Bones del professore inglese Anthony Sutton per avere un bel complotto attribuito ai Bush almeno da tre generazioni. Una pietra miliare nella letteratura complottista, il libro studiava una setta di studenti di Yale e faceva d’essa un filtro delle élites americane da un secolo. E fin qui qualcosa d’interessante, giacché Club e consorterie pesano tra le élites anglofone. Ma poi Sutton perdeva la testa, attribuendo al nonno di Bush, ai Whitney e agli Harriman, ogni nefandezza occorsa al mondo durante il secolo trascorso  . Anche l’erudito Carroll Quigley , professore tra l’altro di Bill Clinton, nel 1966 complicò non poco la questione. Nel libro Tragedy and Hope accennò all’esistenza di un network anglofono internazionale, creato dall’imperialista Cecil Rhodes che riuniva banchieri e governanti delle due sponde dell’Oceano.

In effetti la politica estera americana in Europa fu negli anni Venti l’affare, disastroso per il mondo, di una élite di banchieri anglofoni. E ancora più curiosamente fu proprio Quigley che raccomandò Clinton a una borsa di studio Rhodes a Oxford. E tuttavia, se s’ammettono più complotti in concorrenza e non uno solo, la tesi del complotto di Yale sostenuta da Sutton ne è dissolta per logica. Il libro di Quigley fu peraltro saccheggiato da dilettanti .

Ma The Naked Capitalist e ancor più None Dare Call it Conspiracy resero milioni ai loro autori . Ma tra una sfilata e l’altra in molti distribuiscono i loro dubbi complottistici, e vedono una complicità totale tra Israele e insiders americani, come siano tutt’uno. A torto. Costoro non soltanto dimenticano che George W. Bush era appunto il candidato «arabo» delle ultime elezioni, contro Gore che schierava un vicepresidente ebreo. Ma neppure badano al fatto che esiste anche il filone dei libri sui complotti antisionisti . Ed è non meno vario degli altri. Si prendano, ad esempio, ] John Loftus e Mark Aarons The Secret War against the Jews , St. Martins Press, 1994 . Libro con molti dei difetti dei libri sui complotti, per cui il particolare si estende con paranoia al generale. Ma è un altro punto fermo della letteratura sui complotti; a cui si deve perlomeno l’invenzione dell’anti Lawrence d’Arabia ovvero di H. St. John Philby . Il quale meriterebbe una fama maggiore di suo figlio Kim.

John Kilby fu l’eccentrico inglese convertito all’Islam che comprò una schiava per i suoi piaceri, fu l’arabista che scrisse Arabia of Wahabis nel 1928 e colui sulla cui tomba a Beirut quando morì fu scritto «il più grande degli esploratori arabi». Ma fu anche consigliere adrenalitico di re Abdul Aziz Ibn Saud che s’impadronì dell’Arabia, il rivale dei re di Iraq e di Giordania favoriti da Lawrence d’Arabia. Ma se, malgrado una certa pigrizia, Lawrence agì per dover patrio e amore d’un giovane arabo, Philby agì per eccesso d’adrenalina e un movente più terreno: il denaro. Almeno secondo i teorici del complotto antisionista, i quali avrebbero avuto accesso agli archivi americani e intervistato ex agenti segreti. A dir loro Philby sarebbe stato il ganglio di un complotto che avrebbe coinvolto Hitler, Ibn Saud e Allen Dulles. Ma anche questo libro sui complotti patisce qualche logico difetto . Ibn Saud sottomise l’Arabia prima dell’arrivo al potere di Hitler e il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 in quantità commerciali, e solo un anno dopo, troppo tardi, ne iniziò l’esportazione. Inoltre i banchieri inglesi di Londra amici del banchiere centrale tedesco Schacht non avrebbero avuto bisogno di Ibn Saud per aiutare Hitler.

Ma ecco i nostri lettori arabi, come i militanti di sinistra, pronti a saltare sulle loro seggiole, e dirci che se complotto ci fu esso fu all’opposto quello sionista. E qui invero s’aprirebbero altri labirinti sterminati di complotti pretesi. Perché se in Occidente le teorie dei complotti sono in tempi normali la passione di pochi, in Medio Oriente sono il cibo quotidiano di molti . Si tratta di un mondo nel quale la democrazia, com’è concepita in Occidente, è più rara e nel quale non mancano Stati retti come sceiccati da élites più attente ai complotti. Ed infine all’occasione tutti possono dubitare di qualunque verità . Di qui il gran successo nelle nazioni arabe del libro di una complicata personalità, di Roger Garaudy : Les Mythes fondateurs de la politique israélienne . E la persuasione araba che gli ebrei ispirino la politica estera degli anglofoni almeno da quando nel 1917 fu spedita la nota Balfour con cui il governo inglese favoriva insediamenti ebraici in Palestina. Ma ancora a mitigare i fervori complottisti sarà forse il caso di rammentare che a disapprovare la nota fu proprio un membro ebreo di quel governo.

Ma le teorie dei complotti in Medio Oriente sono assai più mobili che da noi. E per taluni arabi più benevoli, se non sono gli ebrei a usare coi loro complotti l’Occidente, è esso a usare gli ebrei. E sarebbe questa, secondo Daniel Pipes, autorevole commentatore di fatti del Medio Oriente, la tesi di Gheddafi , per cui la creazione di Israele è «una grande cospirazione contro gli ebrei» ; che avrebbe anche avvisato: gli europei «vogliono sbarazzarsi di voi ebrei e gettarvi in Palestina, perché gli arabi un giorno vi eliminino». Per evitarlo dovevano lasciare la Palestina e tornare ai loro Paesi. Ma per qualunque teoria di un complotto c’e n’é sempre una opposta e dopo l’11 settembre commentatori americani rumoreggiano di un complotto arabo, e vedono ovunque a Washington i corrotti dall’oro saudita.

Ma come completare una rassegna sulle teorie dei complotti senza la principessa Diana? In un sondaggio buona parte dei palestinesi si dice persuasa ch’ella sia stata uccisa; e per alcuni giornali prima di morire già s’era convertita all’Islam. Ed ecco quindi una Diana martire dell’amore arabo, riconquista islamica certa dell’Occidente negata dalla viltà di un complotto. Giudizi che, sempre secondo Pipes, riflettono forse il fatto che alle arabe non è facile maritarsi fuori della fede o con qualcuno di grado sociale inferiore. E in effetti il più palese difetto delle teorie dei complotti è nel fatto che i loro autori o chi presta loro fede vi proiettano i propri odi contorti, filtrandovi il mondo. Di qui il senso di paranoia che emanano. E tuttavia v’è in esse un pregio, che è però più complicato da dire.

Solo incrociando senza avversioni teorie avverse, se ne può ricavare qualche verità, peraltro delicata, e facile a sciuparsi. Ma sono rari quelli senza preconcette avversioni, e la letteratura sui complotti resta per i pochi . Agli altri, e a chi vi ricerca materia per i propri odi o slogan per le sfilate, e quindi agli intellettuali italiani di destra e di sinistra, io sospetto faccia solo del male “.

Cordiali saluti

fonte:  IL CORRIERE DELLA SERA del 10 febbraio 2003 

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