“Quando bevi dalla fontana, non dimenticarti mai della sorgente”. A Dio, Maestro.

4 Febbraio, 2012

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2 febbraio 2012. Nella Clinica dell’Università di Navarra (Spagna), è venuto a mancare il prof. Alfonso Nieto, uno dei fautori della nascita degli studi universitari di giornalismo in Europa, e promotore della prima – e per il momento unica –, Facoltà di comunicazione istituzionale della Chiesa cattolica.

Nato in Asturias (Spagna) nel 1932, è stato professore Ordinario di Economia della comunicazione all’Università Complutense di Madrid. Dal 1969 al 1974 ha ricoperto l’incarico di Presidente dell’Istituto di Giornalismo, poi Facoltà di Comunicazione, dell’Università di Navarra, della quale successivamente è diventato Rettore (1979-1991). I suoi studi sull’economia della comunicazione gli sono valsi il riconoscimento della comunità accademica internazionale. Ha ricevuto, ad esempio, l’honor award del “Journal of Media Economics”.

Ispirato da un’antica aspirazione di San Josemaría Escrivá – la formazione universitaria dei professionisti dell’informazione – ha contribuito in maniera decisiva a renderla realtà nel panorama accademico spagnolo. Trenta anni dopo, ancora una volta in anticipo rispetto al suo tempo, intuì che i professionisti che si fanno carico delle sfide della comunicazione nelle istituzioni della Chiesa hanno bisogno di un’adeguata preparazione universitaria.

Joaquín Navarro-Valls, portavoce di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI nei primi anni dell’attuale pontificato, ha detto di lui:

“Il professor Nieto è stato uno dei più efficaci promotori dell’accreditamento in ambito universitario del giornalismo professionale. Negli anni ’60, la sua intuizione lo portò ad essere pioniere nella promozione delle Facoltà di Giornalismo in Europa. Qualche anno più tardi, in anticipo rispetto al suo tempo, promosse la professionalizzazione, a livello universitario, di chi accetta e realizza responsabilità comunicative in istituzioni e strutture della Chiesa. Naturalmente, le sue idee non furono soltanto delle stimabili intuizioni, e nelle due dimensioni menzionate, le seppe convertire in concrete realizzazioni, di alcune delle quali sono testimone ammirato e grato”.

Come nel caso della nascita della Facoltà di comunicazione istituzionale dell’Università della Santa Croce, che prepara direttori di comunicazione delle diocesi e di altre istituzioni ecclesiastiche. A questo proposito, un suo collega della Facoltà, il prof. Juan Manuel Mora ha ricordato: “Alfonso aveva intelligenza creativa, passione per la comunicazione e amore per la Chiesa. Da questo insieme di qualità nacque la Facoltà”.

Il 9 aprile del 2008, insieme al Cardinale Camillo Ruini, è stato insignito del dottorato honoris causa in Comunicazione istituzionale dall’Università della Santa Croce, della quale è stato anche un attivo professore fino a qualche mese prima della sua morte.
Don Luis Romera, Rettore della Santa Croce, ha ricordato il suo esempio di passione universitaria, il tatto, l’ampiezza di orizzonti e il buon umore, insieme alla “testimonianza di una autentica vita cristiana”.

Differenza tra democrazia e popolarismo

2 Febbraio, 2012

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di Flavio Felice*

La differenza è di specie, oltre che di grado. La democrazia indica la rete istituzionale che consente il governo diffuso, poi quanto sia diffuso e in che modo sia diffuso dipende dalla specie democratica adottata. Il popolarismo è una specie di democrazia che fa leva sull’elemento poliarchico, sulla pluralità dei centri di potere e sul coordinamento dei centri d’interesse. Un coordinamento che è ottenuto attraverso gli strumenti della democrazia e dell’economia di mercato. E’ questa la grande differenza tra il popolarismo sturziano e il popolarismo corporativista di un certo mondo cattolico. Quest’ultimo tenta di risolvere il tema della coordinazione mediante istituzioni corporative (vedi CNEL) ed attribuiscono allo “Stato” la funzione di omogeneizzatore degli interessi e delle istanze sociali. In breve, valgono le parole di Luigi Sturzo: «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo». E’ chiaro che i principi che sorreggono l’idea democratica tipica della forma “popolare” sono i principi di poliarchia e di sussidiarietà. La sussidiarietà ci dice come articolare le istituzioni democratiche affinché la società assuma i caratteri poliarchici.

* Ordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense.

Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni politiche europee e italiane

31 Gennaio, 2012

maria_cristina_antonucci.jpgIl termine lobby viene usato nel linguaggio dei media italiani per indicare fenomeni oscuri e trame segrete nell’orientamento delle decisioni politiche. In realtà, il lobbying, ove previsto e regolato da norme, consente, in molti sistemi politici democratici, l’attività di relazione con il decisore pubblico in termini trasparenti e conformi alle leggi. Nel sistema politico europeo e italiano la regolazione del lobbying sembra individuare percorsi peculiari. Da un lato Commissione e Parlamento europeo hanno identificato una policy regolativa minimale e volontaria, basata sulla trasparenza e sulla collaborazione, per le lobbies di Bruxelles e Strasburgo. Dall’altro lato, le istituzioni politiche italiane, forti di una tradizionale assenza di regolazione che sembra incontrarsi con l’attuale fase di deregulation globale, non hanno disciplinato, nonostante molti disegni di legge presentati in materia, un fenomeno dotato di un’importanza e un’autonomia crescente nella pressure politics nazionale. In questo senso appare interessante, in termini di sussidiarietà, l’intervento di alcune Regioni italiane che hanno stabilito una disciplina regionale per i gruppi di pressione. Questo volume mette in luce tali percorsi regolativi del lobbying e ne traccia caratteri, modalità e obiettivi.

  • Titolo: Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni politiche europee e italiane
  • Autore: Maria Cristina Antonucci
  • Editore: Carocci
  • Data di Pubblicazione: Gennaio 2012
  • ISBN: 9788843062898
  • Dettagli: p. 174
  • “Falsi poveri, evasori e lobbisti” sentenzia L’infedele

    24 Gennaio, 2012

    lerner_debenedetti.jpgAncora una volta non si perde l’occasione per generalizzare. E generalizzare significa banalizzare, ed è proprio ciò di cui non abbiamo bisogno. Ieri (16/01/12) in prima serata L’Infedele - la trasmissione di Gad Lerner (nella foto* con l’ing. Carlo De Benedetti) titolava così “Falsi poveri, evasori, lobbisti”. Non intendo dilungarmi troppo sul giusto risentimento, anche molto garbato, e sul dispiacere che tanti professionisti del lobbying registrano ogni qual volta i media accomunano i lobbisti ai malfattori, ai corruttori, agli evasori adesso, e chissà a cos’altro nel prossimo futuro. A fronte di migliaia di professionisti, ci sarà pure qualche mela marcia, come in tante altre categorie professionali. Ma in Italia è di moda criminalizzare interi settori per responsabilità di pochi e tacere sui tanti buoni esempi e azioni che vengono quotidianamente compiuti. Fra l’altro, la nostra Associazione “Il Chiostro” è impegnata da tempo per avere una legislazione ad hoc. Ma sembra che interessi poco.
    Verrebbe da pensare che c’è una lobby che non vuole la trasparenza delle lobby!!!
    Ci dispiace che anche La7 sia caduta nella trappola mediatica ad effetto banalizzante. Ci dispiace ancor di più che non si senta la necessità di dar voce ai tanti lobbisti per bene che operano in questo Paese. Confidiamo nel futuro.

    fonte: Associazione Il Chiostro per la trasparenza delle lobby
    * la foto è tratta dal sito Dagospia

    Infliggere un colpo secco al debito pubblico

    23 Gennaio, 2012

    capro_espiatorio.gif“Sul fronte del debito dobbiamo dargli un colpo secco, portandolo sotto la totalità del prodotto interno lordo, quindi allineandolo a quello degli altri grandi europei (dove cresce). Possiamo riuscirci senza allungare le mani sul patrimonio dei privati, quindi senza porre irrisolvibili problemi di equità e tenuta politica. Possiamo riuscirci lavorando sul patrimonio pubblico. Ci sono diversi possibili approcci, discussi in circoli chiusi, mentre sarebbe bene ne parlasse la politica tutta, ove abbia ancora voglia d’esistere: si prende il patrimonio alienabile, composto da mattoni e partecipazioni, si aggiungono concessioni e crediti, li si mettono in un veicolo finanziario, s’incarica chi lo dirigerà di venderlo al meglio (non certo in una botta, perché equivarrebbe a svenderlo e regalarlo, che di regali se ne sono già fatti troppi), intanto si quota la società e, se necessario, si chiede agli italiani con maggiore liquidità di acquisire una parte delle quote. Non sarebbe una patrimoniale, perché i soldi non verrebbero buttati via nel servizio ad un debito (con questi tassi e con questa recessione) insostenibile, ma impiegati in un fondo che restituirà i soldi a chi ce li ha messi. Un valore stimabile fra i 400 e i 600 miliardi (a seconda delle formule), che farebbero scendere di trenta punti il debito, portandolo al 90% sul pil“.  

    fonte: davidegiacalone.it

    It’s a Pig’s World?

    20 Gennaio, 2012

    Comunicare

    13 Gennaio, 2012

    facebook.jpg“I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità.” BXVI

    Chiarezza

    12 Gennaio, 2012

    Quel che il nuovo governo promette è molto, ma non basta a ridare slancio all’economia e alla società italiane.

    9 Gennaio, 2012

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    di Robi Ronza

    Intrecciandosi con la crisi internazionale e dentro di essa con la crisi dell’euro, il logoramento e poi la caduta del quarto governo Berlusconi, che era entrato in carica l’8 maggio 2008, ha fatto del 2011 che ora si conclude un anno particolarmente difficile per l’Italia. “Chi promette una rivoluzione e poi non la fa ne muore”: questo celebre detto bene si attaglia a Berlusconi, il quale non ha fatto la “rivoluzione” liberale che aveva promesso e di cui l’Italia aveva ed ha urgente bisogno per liberarsi del fardello lasciatogli in eredità della guerra fredda: il coacervo di garanzie neo-corporative di élite ma soprattutto di massa grazie alle quali si scongiurò il rischio di scontri sociali devastanti negli anni in cui la vicina Repubblica faceva parte della zona-cuscinetto tra l’area d’influenza americana e l’area d’influenza sovietica; una costosa macchina che oggi non è più sostenibile e che anzi blocca lo sviluppo. Annunciando tale rivoluzione ma poi non facendola Berlusconi ha deluso chi la sperava e viceversa stimolato indirettamente la reazione di chi la temeva. Riportandolo al governo nella primavera del 2008 la maggioranza degli elettori gli aveva comunque offerto un’ultima occasione, ma anche questa è stata sprecata. Delusa, molta della gente che aveva votato per lui ha cominciato a non sopportare più le sue intemperanze personali. Ciò tuttavia, vale la pena di sottolinearlo, è stato l’effetto e non la causa della delusione. La terza più importante economia della zona dell’euro è entrata così nella tempesta avendo al timone un governo logorato, il cui discredito è stato esteso alla scala internazionale grazie a una campagna efficacemente orchestrata da autorevoli organi di stampa occidentali che – dal New York Times a Le Monde, da Suddeutsche Zeitung a El Pais, da The Economist a Der Spiegel – sono poi in fin dei conti l’edizione in lingue diverse dello stesso giornale, espressione del medesimo “ordine costituito” e della medesima cultura. Se il problema è, come è, la crisi del debito sovrano e la fragilità di una moneta priva degli strumenti di difesa di cui le altre grandi monete da sempre dispongono, tutti i maggiori Paesi della zona dell’euro hanno proporzionalmente le stesse responsabilità: dunque nell’ordine le responsabilità della Germania e della Francia vengono prima di quelle dell’Italia. La situazione di cui si diceva ha consentito però a Merkel e a Sarkozy di fare quanto più possibile della vicina Repubblica il capro espiatorio di responsabilità che prima di essere dell’Italia sono loro.
    Si è arrivati così, a metà dello scorso novembre, alle dimissioni del quarto governo Berlusconi e all’insediamento di un nuovo governo indicato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Presieduto da Mario Monti, economista nominato ad hoc senatore a vita alla vigilia del suo incarico, tale nuovo governo è stato votato dal Parlamento a larga maggioranza. Pertanto è democraticamente legittimo. Dire che in Italia la democrazia è sospesa non è esatto. Essendo tutto composto, salvo Monti, di esperti (soprattutto professori universitari e grandi manager) che non sono parlamentari, lo si definisce un governo “tecnico”. Anche qui però ciò in fondo non è esatto: nel momento infatti in cui il Parlamento l’ha votato è perciò stesso un governo tanto politico quanto qualsiasi governo precedente. Nondimeno resta un governo anomalo, fondato soprattutto come è sulla decisione del presidente della Repubblica e su un sostegno internazionale per il momento più presunto che dimostrato dai fatti. In prima battuta, con un provvedimento detto “salva Italia”, Monti aveva aumentato le imposte e l’età di pensione. Ieri, nel corso di una conferenza stampa (o forse sarebbe più esatto dire di una…lezione ex cathedra) trasmessa in diretta televisiva e durata quasi tre ore, dopo aver garantito che con ciò i conti pubblici sono stati messi sulla via del risanamento e che non saranno richiesti ulteriori sacrifici, il nuovo premier ha annunciato prossimi venturi provvedimenti intesi a rendere ora possibile la ripresa dell’economia italiana. Dicendo che il governo ci sta ancora lavorando, non ha però annunciato niente di preciso limitandosi a dire a grandi linee che il futuro pacchetto “cresci Italia” consisterà di liberalizzazioni in tema di prestazioni professionali, riforma del mercato del lavoro, avvio o riavvio di grandi opere infrastrutturali. Colpisce che in questo elenco di priorità non rientrino né la riforma generale dell’amministrazione dello Stato né quella del sistema fiscale, senza le quali la spesa pubblica non può venire riqualificata e quindi ridotta. Colpisce anche la totale mancanza di un disegno di politica estera, a meno che per politica estera s’intenda il continuo riferimento all’Unione Europea come una specie di “grande fratello” dell’Italia più che qualcosa cui Roma partecipa alla pari con gli altri governi degli Stati membri. Speriamo che i fatti ci smentiscano, ma per il momento tutto ciò che il governo Monti promette ci sembra di certo necessario, ma nient’affatto sufficiente a ridare slancio all’economia e alla società italiane.

    fonte: Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano 29 dicembre 2011

    Itaca di Costantinos Kavafis

    9 Gennaio, 2012
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