Orizzonte radioso

18 Maggio, 2013

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di Davide Giacalone 

C’è un orizzonte radioso, davanti a noi, se solo si solleva la testa dalla palta in cui ci dibattiamo. Ad averne consapevolezza c’è anche la chiave per far uscire l’Europa dall’asfissia cui è stata ridotta. Passiamo il tempo a dipingerci come ridotti in miseria e destinati al decadimento, sicché non vediamo non solo le opportunità che ci sono, ma anche la realtà della nostra forza nazionale. Anzi, peggio: se provi a parlarne ti riempiono d’insulti, considerando il disastro l’unica verità accettabile. Eppure quell’orizzonte c’è.

I dati del primo trimestre 2013 segnalano un calo delle nostre esportazioni, dello 0,7%. Brutta cosa, perché quello è il nostro forte. Ma se si guarda dentro si scopre che le esportazioni al di fuori dell’Unione europea sono cresciute del 5%. Siamo forti e sappiamo correre. Paghiamo la recessione europea, certo, ma la pagano di più i tedeschi, che pure l’hanno provocata: le loro esportazioni calano dell’1,2%, e segnatamente dello 0,2 al di fuori dell’Ue. Li abbiamo battuti. E ci siamo riusciti partendo da condizioni di enorme svantaggio, perché le nostre imprese non trovano credito e quando lo trovano lo pagano assai più dei concorrenti tedeschi (che è la colpa più grande dei nostri governi, incapaci di far valere la negazione del mercato europeo che questo comporta, incapaci di dire che se la Germania rifiuta il sistema bancario europeo allora non possono valere gli altri vincoli che ci vengono imposti).

Tutti si sono messi a parlare dell’Abeconomics, che sarebbe quella impostata dal nuovo capo del governo giapponese, Shinzo Abe: stampando denaro ha strappato il suo Paese dalla stagnazione-recessione e gli sta consentendo di crescere più del 3%. In Giappone, però, il debito pubblico è al 240% sul pil, posseduto per la grandissima parte dai cittadini giapponesi. Era l’Italia degli anni 70-80, con un debito assai inferiore. Non è solo il Giappone, però, a muoversi: il mercato interno cinese è divenuto sempre più ricco e sempre più propenso a consumi di qualità, mentre la convenienza produttiva dell’oriente diminuisce, crescendo il costo del lavoro, e molte aziende statunitensi rientrano in patria. Per noi sono due fortune. La Cina non deve essere vista, con un ritardo decennale (come i loro piani) d’analisi, come il concorrente per la merce di scarso valore e basso costo, anche grazie a dumping sociale, ma un mercato in cui espandersi. In cui “made in Italy” è sinonimo di roba buona e preziosa. Il rimpatrio statunitense ci riconsegna un mercato crescente per i nostri prodotti a maggiore valore aggiunto, anche di ricerca, tecnologia e innovazione. Senza dimenticare che nelle nostre esportazioni sono incorporati anche semilavorati che ancora importiamo in condizioni di convenienza (questa quota di valore era pari al 20,8% nel 2000 ed è giunta al 27,1 nel 2011).

A ciò aggiungete che i francesi si sono finalmente accorti che mettersi sotto l’ala tedesca, come ciecamente e colpevolmente fecero, non significa ripararsi, ma farsi soffocare. Si sono accorti che se loro salvano le loro banche questo gli pesa sul debito pubblico, mentre i tedeschi fanno la stesa cosa contabilizzandola in modo diverso e, quindi, sfuggendo ai costi che il mercato impone. Hanno capito che non c’è una sola ragione al mondo per rassegnarsi alla recessione economica, propiziata dalla regressione politica. Quindi si creano le condizioni per rompere l’assedio dell’ottusità e dell’egoismo.

Però, attenti a due cose. Primo, che nessuno pensi di usare quest’ultima condizione per ridare flusso alla spesa pubblica improduttiva, che, invece, va tagliata, tagliata e ritagliata, al fine di far scendere l’intollerabile pressione burofiscale e recuperare risorse per gli investimenti. Secondo, se non ci sbrighiamo a capire e far valere la nostra forza va a finire che anziché occupare noi i mercati che crescono, con i nostri prodotti e le nostre idee, sarà la loro ricchezza finanziaria, con la liquidità, a occupare il nostro sistema produttivo. L’Italia senza sistema industriale è meno di una meta turistica, al più un giardino per anziani. Abbiamo il dovere di difendere le nostre aziende, piantando duramente la grana del sistema bancario europeo. Invece che praticare l’eutanasia tributaria.

L’orizzonte è radioso, ma noi ce ne stiamo girati dall’altra parte. Per vederlo si devono gettare le bende nere del nostro fazioso e deficiente dibattito interno. Abbiamo già pagato prezzi enormi all’incapacità di capire e difendere gli interessi nazionali, dileggiandosi ciascuno nel vedere l’avversario interno cotto alla brace dell’ostilità esterna, sogghignando nel mentre i tizzoni ci arrostivano le terga.

fonte: davidegiacalone.it

L’uomo che da settembre in poi tutti dovremo ringraziare.

30 Aprile, 2013

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Un salto quantico: dal monetarista Grilli al keynesiano Saccomanni. Il ministero dell’Economia del governo Letta segna una drastica discontinuità con la linea filo-germanica del gabinetto Monti perchè il direttore generale della Banca d’Italia che si trasferisce da via Nazionale e via XX Settembre, pur rappresentando agli occhi dell’Ecofin una garanzia sul fronte del rigore contabile, ha tuttavia un orientamento molto più morbido, molto più aperto al sociale, molto più attento alle esigenze della crescita di quanto abbia dimostrato di avere il suo predecessore.

Un’impostazione assorbita negli anni di master all’università di Princeton, nel New Jersey. Non si sa se Grilli tornerà indietro al suo precedente incarico di direttore generale del Tesoro: la cosa appare francamente alquanto improbabile. E se accadesse creerebbe forse qualche tensione da gestire con molta cura e fermezza da parte del neo-ministro…

Daltronde, Saccomanni – bocconiano doc e giovane repubblicano, area politica nella quale ha sempre gravitato durante la “Prima Repubblica” per poi spostarsi su posizioni vicine al Pd – è stato uno degli uomini più fidati di Mario Draghi, che l’avrebbe anche apprezzato al vertice della Banca d’Italia dopo la sua uscita se non fosse intervenuto l’ostracismo di Tremonti (che aveva promesso quella poltrona a Grilli) e farlo propendere per segnalare a Napolitano e Berlusconi la candidatura alternativa ma legittimista e qualificatissima dell’attuale governatore, Ignazio Visco.

Facile prevedere una “linea diretta” tra il neo-ministro e la Bce, dunque, dove con Draghi si è cominciata a respirare da mesi un’aria nuova, di incoraggiamento alle misure idonee a far ripartire la macchina imballata dell’economia europea, contrastata sotto la vernice di un buon rapporto formale dalla Bundesbank e dall’ala oltranzista del governo tedesco.

Membro del Consiglio di Amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) e supplente del Governatore nel Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea, il 71enne Saccomanni ha iniziato la sua carriera in Banca d’Italia nel giugno 1967 e dal 1970 al 1975 è stato distaccato presso il Fondo Monetario Internazionale. Un periodo chiave per impostare una serie di solide relazioni con gli Stati Uniti, che in questo governo affiorano a vantaggio di parecchi ministri, a cominciare dal premier.

C’è chi dice che Berlusconi fosse perplesso sul fatto che al ministero-chiave fosse insediato un altro tecnico, per di più simpatizzante del Pd, ma la sponsorship di Draghi sarebbe stata risolutiva anche stavolta.
La sua uscita dalla Banca d’Italia scopre una poltrona chiave, che toccherà ora a Ignazio Visco coprire con un’altra nomina di pari peso e, in più, la presidenza dell’Ivass, il neonato istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, che ha sostituito l’Isvap.

 autore: Sergio Luciano

fonte: panorama.it

Nuovo governo, apologia ratzingeriana del compromesso.

27 Aprile, 2013

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di Antonio Socci 

C’è un documento “rivoluzionario” che vale la pena rileggere oggi perché illumina l’attualità politica. Dovrebbero meditarlo tanto i sostenitori del nascente governo Letta, quanto i suoi rabbiosi oppositori.
E’ un formidabile elogio filosofico e teologico del compromesso come moralità della politica. Ed è una bocciatura senza appello di massimalismi, utopismi, fondamentalismi, ideologie e giacobinismi di tutte le epoche e le latitudini (che possono essere atei o religiosi, di sinistra come di destra).
Questo discorso – particolarmente prezioso in giorni nei quali si confonde, deprecandolo, il compromesso con l’inciucio - porta la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Fu pronunciato il 26 novembre 1981, durante una messa per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn.
Il testo è stato poi inserito nel libro “Chiesa, ecumenismo e politica” (edizioni paoline) col titolo “Aspetti biblici del tema fede e politica”.
Ratzinger iniziava spiegando che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana… questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale”.
Una simile affermazione
– che è tipicamente cristiana perché in epoca precristiana il potere tendeva a divinizzarsi, a porsi come assoluto – è la base della vera laicità. Perché afferma che non ci si deve aspettare la felicità e il Bene Assoluto dalla politica.
“La fede cristiana” aggiungeva il cardinale “ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione”.
Così la politica è chiamata al buon governo delle cose umane, secondo criteri di realismo, gradualismo e razionalità, nella direzione della libertà e della dignità umana.
Con la consapevole accettazione dell’imperfezione che caratterizza ogni realizzazione terrena.
Invece il desiderio di felicità o di Bene Assoluto che riempie il cuore umano è un desiderio infinito che la politica deve servire, ma che non può appagare.
Si deve cercare altrove.
Ogni volta che la politica è stata investita da un’attesa messianica di palingenesi, di purificazione, di redenzione, di liberazione, ha partorito ideologie e sistemi totalitari che – dopo aver promesso il paradiso in terra - hanno costruito inferni.
Infatti Ratzinger osservava – in quel discorso – che “quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade, insorge il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”.
Essendo stato il cristianesimo a portare la laicizzazione dello Stato e della politica, poi, con la scristianizzazione, sono rispuntate le ideologie e i totalitarismi.
E tramontate le ideologie sistematiche e totalitarie del Novecento, un’analoga tentazione – di messianismo politico - continua a permanere oggi nei fondamentalismi, negli utopismi moralisti e giacobini, nei fanatismi manichei che vedono in una parte politica il Bene assoluto e nella parte avversa il Male assoluto.
Ratzinger ha un giudizio netto: “una simile politica, che fa del Regno di Dio un prodotto della politica… è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
E qui il cardinale sottolinea l’importanza della presenza dei cristiani per proteggere la laicità dello stato dai fanatismi, dai messianismi politici.
Dice: “la fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana… il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. La rinuncia alle speranze mitiche propria della società non tirannica non è rassegnazione, ma lealtà che mantiene l’uomo nella speranza”.
A questo punto Ratzinger introduce un tema che illumina l’attualità. Oggi infatti in Italia sono sostanzialmente tre politici cattolici, cioè Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro a condurre in porto questa svolta che – se ha successo – può farci uscire dalla guerra civile permanente e portare a una pacificazione storica, a una stagione di ragionevolezza, realismo, bene comune e prosperità.
E anche a un salutare rinnovamento generazionale.
Sono tre giovani politici dai percorsi diversi, ma accomunati dalla fede cattolica e politicamente da un’originaria ispirazione degasperiana.
Anche nel dopoguerra del resto fu la classe politica cattolica, guidata da De Gasperi, a portarci fuori dall’incubo delle ideologie totalitarie e dei loro miti che avevano provocato rovine.
Perché tanto ieri che oggi proprio dei politici cattolici hanno questa funzione storica?
Ratzinger spiega: “Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”.
Ed ecco la splendida apologia ratzingeriana della razionalità e del compromesso:
“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Ratzinger conclude:
“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.
Sono considerazioni autorevoli da prendere come bussola. Oggi che, ancora una volta nella storia di questo Paese, proprio dei politici cattolici stanno provando a “smilitarizzare” la politica, a sminarla dai fondamentalismi, a laicizzarla, a mostrare che il compromesso (se non viene svilito) ha una profonda moralità.
Come nel dopoguerra, si trovano a fianco i riformisti, i liberali e i socialisti. Tutti deprecati dai massimalisti.
E’ il caso di portare a compimento questa svolta con un certo orgoglio, non “alla vergognosa”, se conveniamo – con Ratzinger – che è davvero morale il realismo della razionalità e del compromesso, non l’utopismo, né il giacobinismo, né il massimalismo, né l’integralismo.
Dietro alle tentazioni ideologiche che, nelle diverse forme, hanno bisogno del Nemico e pretendono di mettere sulla scena della politica lo scontro fra il Bene Assoluto e il Male assoluto, sta sempre una forma di gnosticismo, come ha spiegato un grande filosofo, Erich Voegelin, autore del “Mito del mondo nuovo”.
Il cristianesimo ci libera da questo pericolo sempre incombente. Ma – ovviamente – “ciò non significa” conclude Ratzinger “che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio”.
Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l’orizzonte e l’ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata.
Se non diventa un compromesso al ribasso. Se i protagonisti saranno capaci di far fronte alla grandezza della responsabilità.

fonte:  “Libero”, 27 aprile 2013

In Italia è finito il gioco delle sedie

9 Aprile, 2013

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Ho come la sensazione che in Italia è finito il gioco delle sedie. Il gioco in cui le varie parti politiche fanno a scambio di ruoli. E nessuno si assume veramente la responsabilità di governare il Paese.

Il dodicesimo cammello…

3 Aprile, 2013

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di Paolo Venturi* 

… in una storia (araba) ormai nota e recuperata recentemente da illustri economisti italiani come L. Becchetti e S. Zamagni si racconta:

“di un cammelliere che lasciò alla sua morte un testamento per dividere i suoi beni tra i tre figli. Il cammelliere aveva 11 cammelli e nel suo lascito testamentario stabilì di assegnare metà dei suoi beni al primo figlio, un quarto al secondo figlio e un sesto al terzo figlio. Quando giunse il momento di dividere l’eredità iniziarono i problemi. La metà di undici cammelli fa cinque cammelli e mezzo. Il primogenito pretendeva di “arrotondare” il lascito paterno esigendo il se­sto cammello. Gli altri fratelli si oppo­nevano sostenendo che era già stato troppo privilegiato dalla volontà del pa­dre. Inizio così un conflitto tra di loro.

Un giorno un cammelliere molto meno ricco si trovò a passare da quelle parti e, vedendo i tre figli litigare, decise di donare il suo unico cammello per aggiun­gerlo al monte ereditario. Grazie a que­sto aiuto adesso fu possibile acconten­tare le pretese dei tre eredi. Al primo an­darono 6 cammelli (la metà di 12), al se­condo 3 cammelli (un quarto di 12) e al terzo 2 cammelli (un sesto di 12).  Tutti si ritrovarono concordi perché nessuno di loro stava pretendendo più del dovu­to nella nuova situazione. Il totale ades­so faceva esattamente undici cammelli. Il donatore di passaggio potè così ri­prendersi il dodicesimo cammello”.

Quest’antica storia ci fa capire meglio che affidarsi unicamente alla sola efficienza non ci aiuta a raggiungere la giustizia sociale. Perseguire la “giustizia” significa lasciar spazio al dono e alla sua fertilità di generare valore e ricchezza. Il cammelliere che ha donato il suo unico cammello si è trovato alla fine più ricco… (di gratitudine) e ha permesso che si trovasse un punto di incontro capace di ripristinare un accordo (mercato).

Ecco perché è indispensabile sostenere i soggetti dell’economia sociale: producono, insieme a beni e servizi, anche relazioni più ricche in quanto capaci di promuovere al contempo valore economico e giustizia sociale.

La storia dei cammelli ci aiuta a pensare in modo diverso a questa crisi. Chi porterà il dodicesimo cammello? Continuare a pensare che la società e l’economia si risollevino solo per un istinto primordiale generato dall’efficienza di un sistema (austerity), penalizzando o disincentivando quei soggetti che per loro natura e per le loro motivazioni sono da sempre portatori del “principio del dono” nell’economia (come le Cooperative Sociali e le Organizzazioni Non Profit), non aiuterà a ritrovare il percorso della crescita e dello sviluppo. La Giustizia chiede il dono per potersi affermare; il Mercato, anche.

* Paolo Venturi

Dirigo AICCON, Centro Studi promosso dall’Università di Bologna, insieme a Organizzazioni del Terzo Settore e al movimento cooperativo. Collaboro come esperto e ricercatore a progetti di sviluppo sui temi dell’economia sociale e del non profit, anche se la mia prima passione è stata il fundraising (sono stato co-fondatore dell’ASSIF). Appassionato di Impresa Sociale e Innovazione mi ritengo un manager prestato alla ricerca, accanito tifoso milanista e padre di due bellissime bambine. @paoloventuri100

fonte: vita.it

Buona Pasqua!

31 Marzo, 2013

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“Non parlare mai contro ma sempre pro”.

29 Marzo, 2013

Memorandum dei Presidenti di Regione per l’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani

27 Marzo, 2013

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E’ indispensabile ricostituire un rapporto di leale collaborazione istituzionale, fondato sulla partecipazione reale delle Regioni e degli Enti locali al governo del Paese che consenta una vera inversione di marcia rispetto al passato. Un’esigenza ancora più urgente vista la gravità della crisi economica.
Occorre realizzare un cambiamento di approccio nelle relazioni interistituzionali, ridando voce alle Regioni, riformando le sedi di concertazione con il Governo e rivedendo il patto di stabilità interno.
Si ritengono fondamentali le seguenti cinque tematiche da cui partire per il confronto:

1. Sanità

Va ribadita la posizione unanime già rappresentata all’attuale Governo:
1.1. Fondo Sanitario Nazionale 2013: è indispensabile ricostituire almeno il finanziamento del FSN 2012 ossia eliminare il taglio di un miliardo in valore assoluto ( FSN 2013: 106.824 mln; FSN 2012: 107.880 mln)
1.2.Patto per la salute: occorre procedere ad un lavoro di confronto per una vera “spending Review” che non porti a tagli lineari, ma che si basi su un percorso di verifica dei costi reali, di contrasto agli sprechi, con la definizione dei costi standard. Diversamente non ci sarebbero le condizioni per un nuovo Patto per la Salute e ci si troverebbe in una situazione di default in tutte le Regioni, con una ricaduta diretta e grave sul prelievo fiscale.

2. Crescita

E’ fondamentale un allentamento dei vincoli europei e nazionali in modo da consentire l’attivazione di investimenti sui territori:
2.1 rifinanziamento ammortizzatori sociali in deroga;
2.2 fondi europei (rilancio del Mezzogiorno e cofinanziamento fuori patto di stabilità);
2.3 pagamenti alle imprese e accesso al credito;
2.4 aspetti relativi alla finanza regionale e locale;
2.5 trasporto pubblico locale: fondo unico e capacità di indebitamento;

2.6 politiche attive del lavoro e apertura del mercato.

3. IMU, TARES, IRAP, IVA

E’ indispensabile rivedere il sistema di tassazione indiretta e sulle imprese per non arrivare ad una emergenza sociale

4. Riforme istituzionali

E’ opportuno pervenire ad una “Convenzione” con la partecipazione di Regioni ed Enti locali che consenta di realizzare le riforme istituzionali indispensabili per il Paese:
4.1. Senato federale;
4.2 riduzione del numero dei parlamentari;
4.3 nuova governance locale.
5. Riforma della concertazione Governo Regioni
In relazione a questo riassetto istituzionale va rivisto il sistema delle conferenze: Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Unificata.

Roma, 26 marzo 2013

L’economia italiana: questa strada o eutanasia.

18 Marzo, 2013

Fare impresa non è fare da soli.

18 Marzo, 2013
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