Fondi sovrani e finanza islamica

10 Febbraio, 2012

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di Domenico Di Pietro*

La scena finanziaria internazionale con le sue attuali “turbolenze”, vede al centro dell’attenzione da qualche tempo, due fenomeni importanti: i Fondi Sovrani e la finanza islamica. Tecnicamente siamo di fronte a due temi diversi che però a ben guardare possono avere punti contatto dal punto di vista filosofico-religioso e quindi per quanto concerne l’ispirazione delle linee strategiche e operative.
Tra i punti di contatto gli studiosi evidenziano la relazione fra mondo arabo e mondo islamico che molto spesso possono coincidere ma frequentemente sono realtà che non hanno nulla da condividere.

Gli studi e le analisi devono avere il compito di fare chiarezza descrivendo con puntualità le caratteristiche funzionali e strutturali dei fondi sovrani in modo particolare di quelli facenti riferimento a Stati arabi e quelli del variegato complesso di attività finanziarie ispirate alla legge islamica anch’esse localizzate in paesi arabi ma, specie recentemente, anche in altre aree dove risiedono comunità islamiche di origine varia.

Per quanto concerne i Fondi Sovrani, che rappresentano veicoli di investimento di proprietà di governi, creati per gestire e amministrare le disponibilità finanziarie generate da surplus della bilancia dei pagamenti e dalla vendita di materie prime, i dubbi anche di natura politica non sono svaniti del tutto specie perché molti dei Fondi fanno capo a paesi con regimi non sempre democratici e spesso ispirati a obiettivi non completamente in linea con quelli dei paesi dove si svolge la maggior parte dell’attività finanziaria mondiale.
In risposta ai dubbi da parte dei Governi e delle autorità di vigilanza, i manager dei fondi sovrani tengono sempre ovviamente a precisare che i loro i investimenti non sono speculativi e rispondono a logiche di lungo periodo tendendo a massimizzare il valore di portafoglio tramite una corretta ed efficiente diversificazione.
 
Alcuni dei più importanti Fondi Sovrani sono di proprietà di governi arabi le cui strutture legali e commerciali si richiamano in modo esplicito all’Islam. Questa coincidenza tra vita economica e struttura dello Stato richiama alla possibilità che i Fondi Sovrani arabi di cultura islamica vogliano gestire le società acquisite secondo i principi della Sharia’ah, la legge Islamica.

Su questo tema e sulla “capacità di adattamento” - come ha scritto Giorgio Vercellin docente di Storia ed Istituzioni del Vicino Oriente alla Cà Foscari di Venezia - :“nonostante la pretesa di essere legge rivelata da Dio, la Sharia’ah si è storicamente sviluppata ed evoluta adattandosi alle diverse realtà, anche perché essa era al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno di ciò che oggi chiamiamo sistema giuridico”. In base, comunque, al Protocollo di Santiago, la risposta alle varie preoccupazioni dei Governi dovrebbe essere negativa. Come scrive e rileva Federica Miglietta - ricercatrice universitaria ed esperta di Finanza islamica -“l’islam è un modus vivendi, compenetrazione tra religione e vita sociale ed economica: l’homo oeconomicus (islamicus), per essere sintetici, agisce sempre secondo la Shari’ah. Per questa ragione, nei paesi islamici esiste una economia religiosa che non ha precedenti nella storia europea e suona esotica alle orecchie degli economisti occidentali”. Di tutte questo, invece, sarà necessario tenerne conto per ragioni strategiche e geo-politiche.

Per quanto concerne nello specifico la finanza islamica, possiamo affermare che si tratta di un fenomeno che ha avuto uno sviluppo vertiginoso e che gli esperti pensano sia destinato a proseguire con forza anche in futuro.
Questo fenomeno è fatto di aspetti di natura economica e finanziaria ma soprattutto di tipo morale.

Certamente rimane centrale il problema del livello e delle modalità di integrazione della finanza islamica nel mondo finanziario tradizionale. Questo per almeno tre ordini di motivi: le conseguenze dei principi religiosi e della interpretazione della legge islamica in rapporto al condizionamento del mondo finanziario; la necessità di standardizzare i prodotti rendendoli concorrenziali nei riguardi di quelli tradizionali; il rischio di perdere l’identità originale. Le attività finanziarie esigono certezze e chiare regole del gioco.
La finanza islamica assume caratteristiche variabili da un caso all’altro, e questo non facilita lo sviluppo delle transazioni, e rappresenta un freno alla mobilità e soprattutto alla liquidabilità degli investimenti della clientela.

Sappiamo ad ogni modo che l’Islam rappresenta uno stile di vita e che non esiste nell’Islam una differenza tra lo Stato, le sue regole, l’economia e la religione: tutto è din-wa-dunya, niente può essere scisso dal Corano. Anche la finanza islamica è basata sul Corano, sui suoi principi e sulle sue prescrizioni. Quindi per ragionare di finanza islamica è necessario liberarsi dall’assioma, tipico della finanza occidentale, secondo cui religione, etica ed economia viaggiano su binari separati. Il pensiero occidentale è in massima parte laico.  L’economia ed i sistemici economici islamici, come detto, sono modellati secondo la Shari’ah, la legge islamica che regola, oltre la religione, ogni aspetto della vita, comprese le questioni economiche. E’ impossibile comprendere l’economia islamica senza delineare l’”ambiente intangibile” islamico, cioè un ambiente dominato dall’ideologia, frutto diretto della religione. Intangibile non vi è dubbio, ma con una importanza che è necessario tenere presente per non essere costretti ad incorrere in errori di prospettiva.
Il Corano detta tutte le regole e le leggi che caratterizzano la vita dell’uomo virtuoso, che per conformarsi al libro sacro, deve osservarne tutti i comportamenti, ivi compresi quelli economici. I fedeli mussulmani, dunque, devono ottemperare nel loro agire, in qualsiasi situazione della vita alle regole coraniche.

Le basi dell’economia islamica si possono sintetizzare in un richiamo costante alla giustizia, alle pari opportunità ed alla ripartizione della ricchezza facendone partecipi i poveri i malati e gli orfani. I principi chiave sono la giustizia e l’equità. Vi è un certo imbarazzo, invece, tra gli stessi economisti islamici nel dover spiegare per quali ragioni alcuni paesi arabi, nei quali vige l’economia islamica, siano caratterizzati da una forte disuguaglianza in termini di reddito tra gli abitanti. Di solito si attribuisce queste disuguaglianze ad un imperfetta aderenza al Corano e si propone una interpretazione dei movimenti “puristi” che predicano il ritorno alle origini della religione.
In campo islamico la ricchezza e lo sviluppo puntano a raggiungere il “giusto rendimento” derivante dallo sviluppo economico, per il miglioramento della società. Il concetto di società e di welfare, in questo contesto è riferito alla Ummah, la nazione mussulmana, ovvero la comunità dei credenti.

Sappiamo che l’Islam incoraggia l’uomo ad utilizzare tutte le risorse che Dio ha messo a sua disposizione; uno scarso utilizzo corrisponderebbe ad un comportamento ingrato nei confronti del Creatore. La ricchezza, ed il profitto che ne consegue, non rappresentano, però un fine, ma solo un mezzo per raggiungere gli scopi alti e puri che la Shari’ah propone all’uomo.
Studiando la finanza islamica è opinione diffusa, ma inesatta, che la religione coranica proibisca il tasso di interesse e che dia origine, da un punto di vista religioso, ad una prohibition driven finance. In pratica ad una finanza basata sulle proibizioni, di tipo interest free. Vi è una critica posta alla finanza islamica che trae origine dalla forma di alcune strutture contrattuali che sembrano dei sotterfugi contabili per contravvenire alle proibizioni e attenersi alle prescrizioni. Qualcuno afferma che si tratta solo di una finanza “di apparenza” o non contenga invece una “sostanza” e, in questa seconda ipotesi, come si spieghino termini come “mark up” oppure “cost plus” che sembrano un sostituto del tasso di interesse mascherato sotto altro nome.

La risposta è da ricercare nel contesto identificato come “situazione di intensità culturale”. In pratica un legame tra comportamenti economici, intenzione e predisposizione mentale, che spiegano quelli che, ad una prima analisi, sembrano solo comportamenti di facciata. Nel diritto mussulmano vige il concetto di “intenzione”, da formularsi mentalmente o espressamente e che vincola il fedele nei propri comportamenti.
I concetti base di cui occuparsi volendo approfondire l’analisi si riferiscono: alle regole relative alla validità dei contratti e al rapporto tra finanza coranica e il tasso di interesse; al concetto di gharar e quindi alla mancanza di conoscenza relativa ad un elemento essenziale della transazione che invalida il contratto; allo schema fondamentale della finanza islamica che è la condivisione dei profitti e delle perdite.
La condivisione dei profitti e delle perdite rappresenta uno dei cardini dell’impianto economico islamico. Si narra che Il Profeta abbia in modo espresso spiegato che si ha diritto al guadagno solo se si è pronti alla condivisione del rischio. In pratica profitto e rischio sono legati. La partecipazione che lega il profitto alle perdite rappresenta il punto focale che distingue un affare lecito (halal) da uno illecito (haram).
Possiamo concludere dicendo che la finanza islamica è di tipo reale e quindi basata sulle combinazioni produttive. Essa si rivolge alla creazione di asset reali. Essa tende a “raccomandare ” più che a proibire.  L’intenzione è quella di tendere a creare un mondo più equo e più solidale.

I concetti fondamentali dell’economia e della finanza islamica ci pongono, comunque, di fronte a riflessioni  importanti. Tariq Ramadan - intellettuale e professore di Studi Islamici a Oxford - scrive che:” si presuppone che il mercato sia in grado di autoregolarsi attraverso l’equilibrio delle forze in libera competizione tra loro, nel tentativo di guadagnare di più, più in fretta e prima degli altri. Si tratta di una illusione stravagante, pari a quella di esigere il rispetto dei diritti democratici in una società che si veda imposto il coprifuoco militare. Bisogna dunque impegnarsi in una ridefinizione dei termini e degli obiettivi alla luce delle finalità superiori: ridefinire l’essenza del benessere, della libertà e della solidarietà intermini diversi da quelli quantificabili e legati alla produttività. Il concetto di sviluppo deve essere integrato in una riflessione più ampia sulla dignità dell’uomo, sul suo equilibrio e sulla sua autonomia di essere e di soggetto”.

* Centro Studi Internazionali Roma

Soldi e politica

8 Febbraio, 2012

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di Davide Giacalone
Una volta esistevano i partiti e mancavano i finanziamenti, ora esistono i finanziamenti e mancano i partiti. Una volta, quando i partiti erano partiti, avevano solo debiti, oggi, che i partiti sono comitati elettorali o aggregazioni personali, hanno attività finanziarie. Oggi come ieri ci sono ladruncoli e ladroni. Proviamo a parlarne seriamente, senza ipocrisia. Partendo da qui: a. non esiste democrazia senza politica; b. non esiste politica senza partiti; c. non esistono partiti senza soldi. Finanziare la politica e i partiti è cosa buona. Vediamo quel che è successo e come si può fare.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto nel 1974, all’indomani, tanto per cambiare, di alcuni scandali. Avrebbe dovuto far fronte a tutti i bisogni, ma era troppo basso, quindi continuarono ad esserci anche gli altri finanziamenti. Quali? Semplice: i comunisti e i socialisti filocomunisti prendevano finanziamenti dall’Unione Sovietica e tangenti sul commercio estero verso e dai Paesi dell’est, i partiti governativi prendevano soldi dalle società delle partecipazioni statali. Riassunto brutale, ma veritiero (il Pci percepiva soldi anche dagli appalti pubblici, per il tramite delle cooperative). Si assumeva, com’è giusto, che il finanziamento della politica è un interesse del sistema democratico, ma lo si mascherava. Molto ipocrita, non c’è dubbio. Nel 1989 gli uni e gli altri, partiti di governo e comunisti, votarono l’amnistia per tutti i reati di finanziamento illecito.

Il tempo intercorso dal 1989 al 1991 diede materia all’operazione Mani Pulite, salvo il fatto che il Pci fu consapevolmente salvato. Nel 1992 i partiti di governo vinsero le elezioni, nel 1994 erano scomparsi dalla scheda elettorale. Pagarono il prezzo di un errore politico e furono cancellati con un colpo giudiziario. Da quel passato sopravvissero solo gli allora comunisti e gli allora fascisti. Il peggio, insomma. Nel 1993, intanto, un referendum cancellò il finanziamento pubblico.

All’alba del 1994 nasce Forza Italia e prendono corpo i non-partiti, molti dei quali sono stati, nel tempo, denominati ricorrendo alla botanica o al nome dei fondatori-padroni. Il finanziamento tornò, sotto forma di rimborsi elettorali, ma fu esageratamente generoso. Quel che non fu concesso ai partiti veri fu concesso ai non-partiti. Bel risultato. Così che si arriva ad oggi, con la Lega che investe in Tanzania i soldi che avanzano e la Margherita che riesce a far sparire milioni senza che nessuno se ne accorga. Una nota umana: gli amministratori dei vecchi partiti, qualche volta pluricondannati in sede penale, erano persone oneste, cui, proprio per questo, gli altri si affidavano; gli amministratori odierni non rispondono più a una collettività e sono selezionati in base all’amicizia.

Tramontata l’era ideologica, tenuta in vita dalla guerra fredda, i partiti sono conglomerati di idee e interessi. Non hanno più bisogno di una struttura organizzativa pesante, riproducente i livelli dello stato sociale (circoli politici, ricreativi, cooperative ecc.), ma, semmai, raccolgono realtà a loro volta autonome e autosufficienti (circoli culturali, rappresentanze locali, aggregazioni specifiche, ecc.). Il finanziamento deve cambiare: pochi soldi per le strutture centrali, il resto autofinanziamento. Siccome finanziare la politica è un gesto socialmente utile, deve essere fiscalmente favorito: su quel che dono non pago le tasse. Il che comporta trasferimenti formalizzati e bilanci pubblici. Chi raccoglie molti soldi è segno che è molto apprezzato. Chi si finanzia illecitamente viola il rapporto con i cittadini. Se ci liberiamo dalle ipocrisie, se non partiamo dal pregiudizio suicida che tutto è zozzo, creiamo un ambiente nel quale la condanna civile sarà assi più pesante di quella (dovuta) penale.

fonte: davidegiacalone.it
 

Politica e social network

7 Febbraio, 2012

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di Luca De Biase

La struttura di un medium influenza il senso generale dei messsaggi che trasmette.

Un medium del tutto finanziato dalla pubblicità, governato da un centro che pensa al pubblico come a un insieme di target, caratterizzato da una profonda scarsità di spazio, fondato su un palinsesto il cui successo si valuta in base alla sua capacità di aderire perfettamente all’agenda quotidiana del suo target, tanto costoso da non poter essere utilizzato da chiunque ma soltanto da poche enormi centrali produttive, è compatibile con un mondo di significati che si sovrappone a una visione del mondo nella quale non esistono persone ma soltanto spettatori, consumatori, elettori.

Un medium nel quale la piattaforma è standard, le applicazioni sono finanziate dalla pubblicità e dal commercio, i produttori di contenuti sono prevalentemente donatori perché le persone lo usano per esprimersi e connettersi, per coltivare relazioni, nel quale nessuno è target e al massimo tutti partecipano a diverse comunità, nel quale il tempo e lo spazio sono fondamentalmente ampi e destrutturati, essendo definiti più dal tempo delle persone dallo spazio che loro stesse creano piuttosto che dallo spazio e dal tempo del medium, che tutti possono utilizzare a basso costo, è compatibile con un mondo di significati nel quale c’è molto scambio di idee e poca gerarchia, nel quale ogni piccolo o grande gruppo si fa vedere più per quello che dà che per quello che pretende.

Insomma, tra la televisione e i media sociali ci sono differenze strutturali fondamentali che influiscono sul senso generale dei messaggi che diffondono. La prima è più ordinata e ha una qualità più controllata. I secondi sono più liberi e meno qualitativamente omogenei. La visione del mondo sottostante alla prima è compatibile con un’idea di società nella quale un centro decisionale offre tutte le soluzioni. La visione del mondo sottostante alla seconda è compatibile con un’idea di società nella quale la complessità della società è più ricca di idee e di diversità. Nella prima le decisioni scendono dall’alto, nella seconda emergono dal basso.

Ebbene. Un partito come il Pd, che per molti motivi è penalizzato e minoritario nel mondo della televisione, potrebbe invece essere valorizzato nel mondo dei media sociali. Perché la sua struttura organizzativa, la sua visione del mondo, le diversità che contiene, lo stesso orientamento ideologico, appaiono più compatibili con la struttura dei media sociali.

Il problema è: come proporre delle istanze nel contesto dei media sociali, come influire sull’agenda delle persone che si esprimono e si connettono liberamente, come offrire una soluzione politica attraverso questi media sociali?

Di certo, per riuscire occorre anche un messaggio credibile e convincente. Ma non è di questo che stiamo parlando. Qui stiamo parlando del modo di concepire i media sociali da parte di un soggetto politico. E stiamo dicendo che in questo contesto, i problemi di comunicazione politica si riassumono in una condizione inequivocabile: nei media sociali c’è un forte collegamento tra l’identità e la credibilità, tra il ruolo sociale e la capacità di convincere, tra il metodo e l’obiettivo.

In televisione vince la strategia della disattenzione e il messaggio ripetivo urlato con violenza e subito passivamente. In rete può prevalere la strategia dell’attenzione, la cura per le istanze di molti, il messaggio formato dall’insieme paritario di chi offre quello che dice e di chi si dispone attivamente ad ascoltare.

Un partito che voglia cambiare la visione del mondo prevalente, influire sull’agenda, cambiare le valutazioni sul progetto di società da costruire, dovrebbe rifiutare la centralità della televisione e tener conto delle opportunità offerte dai media sociali.

Per coglierle poi, dovrebbe sperimentare, usare con competenza tutte le piattaforme utilizzabili, imparare, orientarsi al servizio. Tentare di fare in modo che la rete adotti le sue idee piuttosto che imporle. Cercare in ogni modo di accompagnare l’emergere di un’agenda piuttosto che stabilirla a priori. E cercare una coerenza non nelle singole soluzioni legislative ma nel metodo con il quale vengono definite. Per prendersi poi le responsabilità che competono agli aspiranti leader in modo molto chiaro.

Il tutto non è facile. Ma parte da un cambio di paradigma. Secondo me.

 fonte: blog.debiase.com

“Quando bevi dalla fontana, non dimenticarti mai della sorgente”. A Dio, Maestro.

4 Febbraio, 2012

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2 febbraio 2012. Nella Clinica dell’Università di Navarra (Spagna), è venuto a mancare il prof. Alfonso Nieto, uno dei fautori della nascita degli studi universitari di giornalismo in Europa, e promotore della prima – e per il momento unica –, Facoltà di comunicazione istituzionale della Chiesa cattolica.

Nato in Asturias (Spagna) nel 1932, è stato professore Ordinario di Economia della comunicazione all’Università Complutense di Madrid. Dal 1969 al 1974 ha ricoperto l’incarico di Presidente dell’Istituto di Giornalismo, poi Facoltà di Comunicazione, dell’Università di Navarra, della quale successivamente è diventato Rettore (1979-1991). I suoi studi sull’economia della comunicazione gli sono valsi il riconoscimento della comunità accademica internazionale. Ha ricevuto, ad esempio, l’honor award del “Journal of Media Economics”.

Ispirato da un’antica aspirazione di San Josemaría Escrivá – la formazione universitaria dei professionisti dell’informazione – ha contribuito in maniera decisiva a renderla realtà nel panorama accademico spagnolo. Trenta anni dopo, ancora una volta in anticipo rispetto al suo tempo, intuì che i professionisti che si fanno carico delle sfide della comunicazione nelle istituzioni della Chiesa hanno bisogno di un’adeguata preparazione universitaria.

Joaquín Navarro-Valls, portavoce di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI nei primi anni dell’attuale pontificato, ha detto di lui:

“Il professor Nieto è stato uno dei più efficaci promotori dell’accreditamento in ambito universitario del giornalismo professionale. Negli anni ’60, la sua intuizione lo portò ad essere pioniere nella promozione delle Facoltà di Giornalismo in Europa. Qualche anno più tardi, in anticipo rispetto al suo tempo, promosse la professionalizzazione, a livello universitario, di chi accetta e realizza responsabilità comunicative in istituzioni e strutture della Chiesa. Naturalmente, le sue idee non furono soltanto delle stimabili intuizioni, e nelle due dimensioni menzionate, le seppe convertire in concrete realizzazioni, di alcune delle quali sono testimone ammirato e grato”.

Come nel caso della nascita della Facoltà di comunicazione istituzionale dell’Università della Santa Croce, che prepara direttori di comunicazione delle diocesi e di altre istituzioni ecclesiastiche. A questo proposito, un suo collega della Facoltà, il prof. Juan Manuel Mora ha ricordato: “Alfonso aveva intelligenza creativa, passione per la comunicazione e amore per la Chiesa. Da questo insieme di qualità nacque la Facoltà”.

Il 9 aprile del 2008, insieme al Cardinale Camillo Ruini, è stato insignito del dottorato honoris causa in Comunicazione istituzionale dall’Università della Santa Croce, della quale è stato anche un attivo professore fino a qualche mese prima della sua morte.
Don Luis Romera, Rettore della Santa Croce, ha ricordato il suo esempio di passione universitaria, il tatto, l’ampiezza di orizzonti e il buon umore, insieme alla “testimonianza di una autentica vita cristiana”.

Differenza tra democrazia e popolarismo

2 Febbraio, 2012

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di Flavio Felice*

La differenza è di specie, oltre che di grado. La democrazia indica la rete istituzionale che consente il governo diffuso, poi quanto sia diffuso e in che modo sia diffuso dipende dalla specie democratica adottata. Il popolarismo è una specie di democrazia che fa leva sull’elemento poliarchico, sulla pluralità dei centri di potere e sul coordinamento dei centri d’interesse. Un coordinamento che è ottenuto attraverso gli strumenti della democrazia e dell’economia di mercato. E’ questa la grande differenza tra il popolarismo sturziano e il popolarismo corporativista di un certo mondo cattolico. Quest’ultimo tenta di risolvere il tema della coordinazione mediante istituzioni corporative (vedi CNEL) ed attribuiscono allo “Stato” la funzione di omogeneizzatore degli interessi e delle istanze sociali. In breve, valgono le parole di Luigi Sturzo: «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo». E’ chiaro che i principi che sorreggono l’idea democratica tipica della forma “popolare” sono i principi di poliarchia e di sussidiarietà. La sussidiarietà ci dice come articolare le istituzioni democratiche affinché la società assuma i caratteri poliarchici.

* Ordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense.

Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni politiche europee e italiane

31 Gennaio, 2012

maria_cristina_antonucci.jpgIl termine lobby viene usato nel linguaggio dei media italiani per indicare fenomeni oscuri e trame segrete nell’orientamento delle decisioni politiche. In realtà, il lobbying, ove previsto e regolato da norme, consente, in molti sistemi politici democratici, l’attività di relazione con il decisore pubblico in termini trasparenti e conformi alle leggi. Nel sistema politico europeo e italiano la regolazione del lobbying sembra individuare percorsi peculiari. Da un lato Commissione e Parlamento europeo hanno identificato una policy regolativa minimale e volontaria, basata sulla trasparenza e sulla collaborazione, per le lobbies di Bruxelles e Strasburgo. Dall’altro lato, le istituzioni politiche italiane, forti di una tradizionale assenza di regolazione che sembra incontrarsi con l’attuale fase di deregulation globale, non hanno disciplinato, nonostante molti disegni di legge presentati in materia, un fenomeno dotato di un’importanza e un’autonomia crescente nella pressure politics nazionale. In questo senso appare interessante, in termini di sussidiarietà, l’intervento di alcune Regioni italiane che hanno stabilito una disciplina regionale per i gruppi di pressione. Questo volume mette in luce tali percorsi regolativi del lobbying e ne traccia caratteri, modalità e obiettivi.

  • Titolo: Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbying nelle istituzioni politiche europee e italiane
  • Autore: Maria Cristina Antonucci
  • Editore: Carocci
  • Data di Pubblicazione: Gennaio 2012
  • ISBN: 9788843062898
  • Dettagli: p. 174
  • “Falsi poveri, evasori e lobbisti” sentenzia L’infedele

    24 Gennaio, 2012

    lerner_debenedetti.jpgAncora una volta non si perde l’occasione per generalizzare. E generalizzare significa banalizzare, ed è proprio ciò di cui non abbiamo bisogno. Ieri (16/01/12) in prima serata L’Infedele - la trasmissione di Gad Lerner (nella foto* con l’ing. Carlo De Benedetti) titolava così “Falsi poveri, evasori, lobbisti”. Non intendo dilungarmi troppo sul giusto risentimento, anche molto garbato, e sul dispiacere che tanti professionisti del lobbying registrano ogni qual volta i media accomunano i lobbisti ai malfattori, ai corruttori, agli evasori adesso, e chissà a cos’altro nel prossimo futuro. A fronte di migliaia di professionisti, ci sarà pure qualche mela marcia, come in tante altre categorie professionali. Ma in Italia è di moda criminalizzare interi settori per responsabilità di pochi e tacere sui tanti buoni esempi e azioni che vengono quotidianamente compiuti. Fra l’altro, la nostra Associazione “Il Chiostro” è impegnata da tempo per avere una legislazione ad hoc. Ma sembra che interessi poco.
    Verrebbe da pensare che c’è una lobby che non vuole la trasparenza delle lobby!!!
    Ci dispiace che anche La7 sia caduta nella trappola mediatica ad effetto banalizzante. Ci dispiace ancor di più che non si senta la necessità di dar voce ai tanti lobbisti per bene che operano in questo Paese. Confidiamo nel futuro.

    fonte: Associazione Il Chiostro per la trasparenza delle lobby
    * la foto è tratta dal sito Dagospia

    Infliggere un colpo secco al debito pubblico

    23 Gennaio, 2012

    capro_espiatorio.gif“Sul fronte del debito dobbiamo dargli un colpo secco, portandolo sotto la totalità del prodotto interno lordo, quindi allineandolo a quello degli altri grandi europei (dove cresce). Possiamo riuscirci senza allungare le mani sul patrimonio dei privati, quindi senza porre irrisolvibili problemi di equità e tenuta politica. Possiamo riuscirci lavorando sul patrimonio pubblico. Ci sono diversi possibili approcci, discussi in circoli chiusi, mentre sarebbe bene ne parlasse la politica tutta, ove abbia ancora voglia d’esistere: si prende il patrimonio alienabile, composto da mattoni e partecipazioni, si aggiungono concessioni e crediti, li si mettono in un veicolo finanziario, s’incarica chi lo dirigerà di venderlo al meglio (non certo in una botta, perché equivarrebbe a svenderlo e regalarlo, che di regali se ne sono già fatti troppi), intanto si quota la società e, se necessario, si chiede agli italiani con maggiore liquidità di acquisire una parte delle quote. Non sarebbe una patrimoniale, perché i soldi non verrebbero buttati via nel servizio ad un debito (con questi tassi e con questa recessione) insostenibile, ma impiegati in un fondo che restituirà i soldi a chi ce li ha messi. Un valore stimabile fra i 400 e i 600 miliardi (a seconda delle formule), che farebbero scendere di trenta punti il debito, portandolo al 90% sul pil“.  

    fonte: davidegiacalone.it

    It’s a Pig’s World?

    20 Gennaio, 2012

    Comunicare

    13 Gennaio, 2012

    facebook.jpg“I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità.” BXVI

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