Categoria ‘Business’

Le regole segrete del denaro

Giovedì, 3 Novembre, 2011

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di Francesco Carlà 

La Felicità Finanziaria è molto importante. Il regno del denaro non è mai stato democratico: chi ha molto tende a volere di più e a far pagare caro il prestito dei suoi soldi. Del resto tutti vogliono consumare e così abboccano. Per questo risparmiare ed investire non è mai stato così apparentemente difficile in Italia e in tutto l’Occidente. Si vedano i problemi dei debiti sovrani italiani ed europei. Il risparmio è minacciato dal consumo inutile e finanziato, mentre l’investimento è circondato dalla nebbia della comunicazione professionale.

Sarò semplicissimo:

1. C’è tutta un’industria che non desidera che voi possiate risparmiare in tranquillità;

2. C’è tutta un’industria che non apprezza che voi possiate investire in autonomia.

L’industria anti-risparmio ci finanzia qualunque cosa (auto, moto, casa, mobili, vacanze etc etc) purchè non ci salti in mente di risparmiare.

L’industria anti-investimento ci fa sentire incompetenti e a rischio, per convincerci che è meglio affidare i nostri denari ai suoi funzionari.

Ci conviene? Vediamo insieme queste cosette:

1. Risparmiare si può e si deve;
2. Gli automatismi sono vincenti;
3. Il tempo è il nostro alleato;
4. Il rischio è un mito pericoloso;
5. L’indipendenza si riconosce al tatto;
6. Semplice è bello e giusto.

E adesso vediamole una per volta:

1. Risparmiare si può e si deve: ma è proprio così difficile risparmiare oggi?

Orazio, sì proprio quello del Carpe Diem, diceva che la sorgente della felicità sta nel ridurre le esigenze inutili. E se ne intendeva del tema.

La fonte della Felicità Finanziaria, e quindi del risparmio che ne è la prima indispensabile parte, sta nell’individuare e ridurre, o eliminare, i ‘bisogni non gratificanti e inutili’.

Portatevi dietro un taccuino. Scriveteci tutte le spese che fate ogni giorno, e questo per un mese. Poi dopo i trenta giorni rileggete con calma e decidete quali sono i nemici del vostro risparmio. E agite spietatamente.

2. Gli automatismi sono vincenti:

Fate tutto in automatico: risparmio ed investimento.
Come si dice in America: pay yourself first. Decidete qual è la somma che potete destinare al risparmio e all’investimento ogni mese, e automatizzate questo versamento. Praticamente datevi lo stipendio.

3. Il tempo è il nostro alleato:

Se riuscite a darvi una paga da 400 euro di risparmio ogni mese, e investite questi denari al 10% all’anno (al momento con i nostri servizi Premium state andando molto meglio di così), in 5 anni avete messo assieme un capitale di 31.000 euro.

Sempre con questo ritmo, in 10 anni diventano oltre 80.000, mentre in 20 anni esplodono a quota 290.000, euro.

In 30 anni siete quasi milionari: 832.000 euro. E’ il risultato di quella che noi chiamiamo la Maratona dell’Investimento Intelligente. Ovviamente il metodo funziona con qualunque somma riusciate a risparmiare. Non importa quanto piccola e meglio se grande. Nel corso degli anni potete e dovete aumentare il vostro stipendio. Premiatevi. Magari in proporzione a quanto siete stati bravi.

4. Il rischio è un mito pericoloso:

Cosa è rischioso negli investimenti e cosa no? C’è il mito del rischio delle azioni e il mito del non rischio di obbligazioni e immobili. Tutte sciocchezze come hanno imparato a loro spese gli investitori di questi ultimi anni.

Il vero rischio è non fare nulla. Non risparmiare e non investire. E nei piccoli esempi che vi ho fatto sopra, avete anche sicuramente capito perché.

L’altro mito è ‘diversificare’. Warren Buffett, che ha dedicato una vita al risparmio e all’investimento, diventando il secondo uomo più ricco al mondo dopo Gates, e senza aver inventato la Microsoft, una volta ha scritto che ‘La diversificazione è la protezione dall’ignoranza. Ma non ha senso se sapete quello che state facendo.’ Cioè se siete InvestitoriIntelligenti.

Quindi state lontani dal ‘capitale garantito’.

Il capitale non può essere garantito perché viene ridotto anno dopo anno dall’inflazione e messo in pericolo dai default.

L’unica garanzia possibile per il vostro capitale è il risparmio e l’investimento intelligente. Quello che deriva dal sapere come, perché e in cosa state investendo il vostro denaro.

5. L’Indipendenza si riconosce al tatto.

E’ facile riconoscere chi è davvero Indipendente: solo chi guadagna se voi fate profitti può essere davvero interessato a consigliarvi bene.

Chi guadagna in ogni caso, indifferente ai vostri profitti e alle vostre perdite, non è il consigliere adatto a voi.

Con noi non succede, non può succedere.

6. Semplice è bello e giusto.

Visto che era semplice? Solo i metodi semplici di risparmio ed investimento funzionano sul serio. Aggiungete al cocktail la vostra intelligenza e la Felicità Finanziaria è a portata di mano.

Finalmente.

Ma lo sviluppo della Lombardia è solo merito dei politici?

Domenica, 2 Ottobre, 2011

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Quando si scriverà la storia dei tanti anni del governo Formigoni in Lombardia, tra i vari aspetti, emergerà che l’azione di governo non è stata solo degli uomini che sono stati eletti dal popolo, dei politici in senso stretto, ma anche di tante intelligenze residenti nei diversi territori della Lombardia che hanno cooperato con i politici rispondendo alla propria responsabilità di farsi parte dirigente. I politici hanno avuto il coraggio di collaborare in spirito di sussidiarietà con quelle intelligenze senza imporre padrinati e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Invece… più si scende giù, meno si sale su.

Soluzioni strategiche per la ripresa

Domenica, 28 Agosto, 2011

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di Ettore Gotti Tedeschi

Di fronte a questa emergenza è inutile cercare le responsabilità degli errori commessi: è meglio utilizzare le risorse creative in modo produttivo. È inutile, per esempio, enfatizzare la situazione statunitense come quella di una Nazione in declino o colpita al cuore. Gli Stati Uniti restano infatti il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo e con il pil più alto, che supera di oltre una volta e mezzo quello dell’Europa, di quattro volte quello cinese, di dieci volte quello italiano. Il fatto che sia stato declassato non lo mette a terra, ma probabilmente lo indurrà a essere più umile e disponibile a collaborare con l’Europa.

Non è poi utile sottolineare oltre misura il ruolo economico della Cina. Il grande Paese asiatico ha infatti un pil non molto superiore a quello della sola Germania e deve affrontare una serie di problemi non facili: l’assorbimento delle esportazioni fortemente ridotte, la crescita interna dei consumi e il conseguente innalzamento dei costi di produzione, la minore competitività, i rischi di inflazione. La Cina ha avuto inoltre un ruolo non indifferente nella crescita a debito degli Stati Uniti, finanziando essa stessa gli acquisti americani delle sue esportazioni, fatto che le ha permesso di diventare una vera potenza.

Le grandi economie mondiali dovrebbero smettere di cercare soluzioni individuali contrastanti fra loro, come stanno invece facendo da quando è iniziata la crisi. Ci vorrebbe un vero vertice, con un’agenda precisa, dove discutere finalmente regole compatibili di risanamento. Soprattutto, sarebbe necessario giungere a un consenso comune sul fatto che solo un periodo di austerità, gestito in modo integrato, può essere la vera chiave per tornare a crescere.

Non esistono più Paesi esenti dalla crisi o immuni dalla tentazione di accrescere il proprio debito pubblico per risolvere i problemi che li assillano. Ma tentativi di soluzione individuali possono aggravare la situazione comune e favorire la speculazione. Non sono quindi più opportune — anzi sarebbero nocive — bolle speculative, manovre inflazionistiche per sgonfiare i debiti e le incertezze nel salvataggio dal default di Nazioni vicine.

Esistono invece strategie di crescita, valide soprattutto per Paesi che possono contare su valori economici quali il risparmio delle famiglie, un sistema efficiente di medie imprese e banche forti sul territorio. Questi Paesi, invece di lasciarsi tentare da soluzioni in apparenza facili come quella di usare il denaro delle famiglie per ridurre il debito pubblico, dovrebbero individuare le strade per convogliare parte del risparmio liquido disponibile nel rafforzamento delle medie imprese, senza penalizzare il risparmio stesso.

È una soluzione questa che permetterebbe davvero di produrre crescita e occupazione. Convogliando, per esempio, circa il dieci per cento del risparmio delle famiglie di un Paese sulle medie imprese sane e trainanti — attraverso lo strumento di obbligazioni convertibili a dieci anni con un tasso che copra l’inflazione, collocate dalle banche e possibilmente in base a proposte fatte dalle locali associazioni degli industriali — si potrebbero mettere ingenti capitali a disposizione di alcune decine di migliaia di aziende.

Questa strategia garantirebbe nuove risorse per gli investimenti oggi non ottenibili dalle banche e dai fondi, produrrebbe piani di crescita più aggressivi, rafforzerebbe l’occupazione e offrirebbe persino maggiori garanzie alle banche per i loro finanziamenti. Potrebbe inoltre diventare la base per attrarre e raccogliere altri capitali di rischio, anche internazionali.

Riguardo al debito pubblico, le partecipazioni di Stato, soprattutto quelle strategiche (come energia, difesa, infrastrutture), potrebbero, invece di essere cedute, essere poste a garanzia reale del debito stesso, per renderlo meno oneroso e più attraente per i sottoscrittori internazionali. Di fronte a emergenze gravi, una percentuale del debito pubblico — e non certo quello in mano alle famiglie — potrebbe inoltre venire congelata per un periodo accettabile a un tasso che preservi solo dalla inflazione. In molti Paesi non mancano competenze accademiche e industriali che potrebbero collaborare con i Governi. È forse giunto il momento di istituire degli advisory board permanenti.

fonte: Osservatore Romano del 9 agosto 2011
 

Per rilanciare la crescita, risvegliamo le passioni

Sabato, 20 Agosto, 2011

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di Luigino Bruni

In questi giorni si susseguono segnali di allarme per gli attacchi speculativi, alternati ad altri di distensione e di ottimismo. In realtà, dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave, e dobbiamo attrezzarci come Paese e come Europa per affrontare una fase che potrebbe rilevarsi non meno difficile e lunga di quella dell’autunno del 2009. Infatti, la crisi che stiamo vivendo in questi giorni è molto più di un fenomeno di contagio (delle crisi greca e/o portoghese): è una crisi di fragilità strutturale dell’Italia e dell’Europa. Il malato è grave: non si tratta ancora di una malattia mortale, ma neanche di una semplice influenza stagionale: è un secondo mini-infarto che se non produce un cambiamento degli stili di vita può portare a conseguenze fatali. Nell’intervallo tra le due crisi il “paziente Italia” ha continuato a comportarsi di fatto come prima, tranne per qualche passeggiatina pomeridiana o alcune pillole, senza aver però dato un segnale forte di inversione di tendenza.

Sono almeno tre gli elementi per proporre una diagnosi, e per proporre una possibile terapia. Il primo elemento per una corretta diagnosi ha a che fare con la demografia. Non capiremo mai bene che cosa sta avvenendo se non partiamo da un dato strutturale e di lungo periodo: l’Italia, come e più degli altri Paesi europei, negli ultimi anni ha radicalmente abbassato il rapporto tra la popolazione attiva e quella in pensione, parallelamente ad un forte aumento dell’aspettativa di vita. Tutto l’impianto dello Stato sociale si fondava su un’attesa di vita molto più bassa (e su più giovani che lavoravano), che consentiva alla generazione giovane di sostenere l’onere delle pensioni. Inoltre, la famiglia, che è stata il vero centro del nostro Stato sociale (molto più dello Stato o del mercato), non riesce più a svolgere le sue funzioni di cura e accudimento. Se allora non facciamo presto non solo una riforma delle pensioni ma un nuovo patto intergenerazionale il debito pubblico non potrà essere ridotto.

Il debito pubblico è, infatti, il secondo elemento della diagnosi: la speculazione colpisce l’Italia perché l’enorme debito pubblico rende indispensabile la sottoscrizione periodica dei titoli di stato, pena il default. Da qui la richiesta, in momenti di fragilità anche della politica, di rendimenti sempre crescenti per i nostri titoli. E’ il debito pubblico la vera spada di Damocle della crisi di questi giorni.

Il terzo elemento riguarda l’Europa, cioè l’assenza di una realtà politica dietro l’euro. Il progetto dei padri fondatori dell’Europa era soprattutto un progetto politico. La storia ci dice che una moneta è forte quando è sorretta da e esprime un potere politico: le incertezze nella gestione della crisi greca è un segnale importante, poiché dice che oltre agli interessi economici in questa Europa dell’euro c’è troppo poco: le forze dei mercati finanziari lo sanno, e colpiscono le fiancate più fragili di questa compagine. Senza un nuovo patto politico, una costituzione europea e istituzioni forti (e agili: occorre ridurre anche i costi della burocrazia europea), l’euro non reggerà a lungo.

La terapia che oggi tutti propongono è il rilancio della crescita economica. Va però ricordato che l’insufficiente crescita economica è anche una conseguenza dei primi due elementi, cioè di un Paese invecchiato e indebitato che non trova le risorse per crescere. La crescita economica richiede molti ingredienti, tutti co-essenziali: investimenti pubblici (soprattutto in istruzione e ricerca), creatività, innovazione e, soprattutto, entusiasmo e passioni nei cittadini. Oggi in Italia mancano certamente risorse per gli investimenti pubblici, ma manca ancor di più l’entusiasmo e il desiderio di vita. Per capire che cosa sia questo entusiasmo, è sufficiente fare un giro in Asia, in Medioriente o in Africa: nel mio ultimo viaggio in Kenya più della miseria materiale, mi ha colpito vedere giovani studiare la sera ammucchiati sotto i lampioni delle strade: è questa fame di vita e di futuro che domani può sconfiggere la fame di cibo e dar vita a sviluppo e benessere. Se oggi l’Italia e l’Europa non ritrovano questo entusiasmo, nessuna finanziaria potrà rilanciare la crescita; anche perché i nostri politici e l’opinione pubblica sistematicamente dimenticano la più grande lezione delle scienze sociali del Novecento: la crescita e lo sviluppo di un Paese non dipendono principalmente dall’azione dei governi ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche. Certo, tra questi agenti economici c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e debbono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto si e ci raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi costi).

La soluzione alla crisi economica si trova fuori della sfera economica: si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano anche la vita economica. Non si va a lavorare tutte le mattine per ridurre il debito pubblico, ma per realizzare dei progetti, dei sogni. Siamo anche capaci di fare grandi sacrifici solo se dietro ad essi intravvediamo un progetto collettivo grande capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l’entusiasmo. Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente: perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Ma perché questo gioco funzioni c’è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell’arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. In particolare sono convinto che oggi c’è un estremo bisogno di una sorta di giubileo, nel significato biblico del termine: una stagione di perdono reciproco, di riconciliazione e di pace, per dimenticare le cattiverie e gli avvelenamenti reciproci di cui siamo stati capaci in questi venti anni sia nella classe politica che nel Paese, e guardare avanti assieme. Oggi l’Italia è in uno stato sociale molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani. Ma possiamo uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica.

fonte: “Avvenire” del 24 luglio 2011

Intervista a Mario Baldassarri: “Le riforme strutturali per uscire dalla crisi”

Martedì, 9 Agosto, 2011

C’è o no oggi, in Italia, l’urgenza di un partito di cattolici liberali?

Mercoledì, 20 Luglio, 2011

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Alla luce delle ultime iniziative, volte al superamento della diaspora dei cattolici in politica, pubblichiamo un articolo di Dario Antiseri, tratto dal numero 1 della nuova rivista “Libertas. Cattolici per la libertà”. E’ questo un contributo del Centro Studio Tocqueville-Acton alla comune riflessione.

La diaspora dei cattolici nelle diverse formazioni politiche ha posto fine alla loro incidenza nella vita politica.

E pensare che il mondo cattolico nel dopoguerra ha salvato (con l’aiuto degli Americani) il Paese: è stato un presidio della libertà e con ciò dello sviluppo economico.

Il popolo cattolico sparso nelle 25.000 parrocchie, attivo nelle tante sedi e iniziative della Caritas, generosamente presente nel vasto universo del volontariato non ha e non trova, ai nostri giorni, una rappresentanza politica. È diffusa l’idea che non ci siano le condizioni o, addirittura, che non ci sia affatto bisogno di un partito dei cattolici. I cattolici, si è detto e si continua a ripetere, dovrebbero dare testimonianza dei valori in cui credono in tutte le formazioni in cui si trovano a militare. Nobile intenzione, indubbiamente; una meritevole proposta morale. Solo che, nella quasi totalità dei casi, gli esiti di questa posizione si sono risolti e si risolvono in una completa serie di disfatte politiche. Tu cattolico sei in una Commissione, in un partito; fai presente soluzioni in linea con i tuoi valori; la maggioranza, però, vota – per convinzione, opportunismo, vigliaccheria, bassi interessi – per soluzioni in contrasto con i tuoi valori; tu hai testimoniato, ma inutilmente; hai salvato l’anima, ma quello che tu reputi “il sale della terra” non ha neppure l’effetto dell’acqua calda.

La persona è sacra e inviolabile dal concepimento all’ultimo istante della vita. L’anno scorso ci sono stati in Italia aborti in un numero equivalente ai cittadini di una città come Bergamo. Sacro l’embrione, inviolabile il feto. Ma la persona sta anche sui banchi di scuola e nelle aule dell’Università. Del “buono-scuola”, strumento di libertà di scelta da parte delle famiglie, non si parla più. Si ha quasi paura di parlarne. Eppure esso costituirebbe l’introduzione nel sistema formativo italiano di quelle linee di competizione in grado di aiutare sia quel grande patrimonio costituito dalla scuola di Stato sia le scuole non statali a sollevarsi dalla non brillante situazione in cui si trovano. E quali aiuti ha avuto la famiglia (nidi, asili) – della quale da tante parti ci si è proposti come paladini? È stata fatta una riforma dell’Università: se ne è parlato e discusso per mesi e mesi, una questione di fondamentale importanza per il futuro del Paese, ma il mondo cattolico è rimasto sostanzialmente taciturno. Che fine ha fatto quella grande scuola che è stata la FUCI? E che ne è dell’AIMC e dell’UCIIM?. Ininfluenti nell’ambito mediatico – sempre meno edificante – e poco ascoltati, nonostante tanti nobili e generosi sforzi, in quello della più ampia informazione, le tante iniziative di gruppi, centri e associazioni non riescono ad andare al di là del livello del “prepolitico” – gli altri hanno in mano “il politico”, fanno cioè politica, noi ci affaccendiamo nel “prepolitico” e proponiamo “ascari” per altri eserciti. E, intanto, sulle nostre strade muoiono ogni anno circa 6.000 persone e 250.000 sono i feriti, di cui 20.000 restano seriamente handicappati: un vero bollettino di guerra. E se drammatica, come più volte denunciato da esponenti radicali, è la situazione delle “persone” nelle nostre carceri, mai un partito si è preso cura di ascoltare coloro che forse meglio degli altri ne conoscono i problemi, cioè i cappellani delle carceri. E ci accorgiamo dei Rom solo quando ci troviamo a piangere sui loro piccoli morti bruciati o annegati. Nel frattempo la classe politica si occupa di “altro”. Predica il merito e pratica la più squallida logica della corte – di una corte abbastanza affollata da servi in livrea e clarinetti “ben remunerati”.

Siamo tutt’altro che disfattisti. Proprio per questo non ce la sentiamo di restare nelle retrovie. Non ci sono più le condizioni per cui tutti i cattolici si sentano chiamati a militare in un unico partito, ma quello che sosteniamo come possibile – e di cui si avverte l’urgenza e la mancanza – è un significativo partito di cattolici liberali che si situi nella grande tradizione di quel cattolicesimo liberale che va da Tocqueville a don Sturzo. Protagonisti e non ascari – devoti peccatori ben distinti dagli atei devoti; laici perché cattolici; capaci da laici perché cattolici di una azione politica cristianamente ispirata «a difesa – come voleva don Sturzo – della libertà per tutti e sempre». C’è o no oggi, in Italia, l’urgenza di un partito di cattolici liberali?
 

Pippo Corigliano oggi 24 giugno a Pescara Auditorium Petruzzi ore 18

Martedì, 21 Giugno, 2011

Manifesto in favore delle piccole imprese

Sabato, 11 Giugno, 2011

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di Ferruccio De Bortoli
La cultura d’impresa nel nostro Paese è vaso di coccio fra eredità storico-culturali, spinte corporative e resistenze sindacali. Ha più nemici che amici, più sospetti che apprezzamenti. Altrove la si insegna a scuola, da noi è confinata in angoli residui del dibattito pubblico. Competizione e attitudine al rischio, nei Paesi con una democrazia di mercato più evoluta, sono componenti irrinunciabili del progresso, da noi conservano inspiegabili valenze negative. La tradizione giuridica italiana ha seminato l’idea che la tutela dell’interesse pubblico e dei diritti soggettivi si ottenga più facilmente limitando l’attività delle imprese anziché favorendola. Il valore immateriale dell’imprenditorialità è ancora percepito come modesto o secondario: si guardi soltanto alla tormentata storia della legislazione fallimentare. Il non fare finisce per avere uno spessore giuridico ed etico superiore al fare.
Qualche esempio. L’opporsi alla realizzazione di un’opera necessaria è di frequente valutato come espressione di un’idealità positiva (ambientale); il promuovere un’autostrada, un ponte o una galleria è, al contrario, il sintomo della prevalenza di interessi ed egoismi, generalmente percepiti come negativi. Una comunità scopre il valore sociale di un’impresa quando questa lascia il territorio o ristruttura, ma è raro che si ponga il problema di come attrarla, con le infrastrutture per esempio. Un posto di lavoro è prezioso specie nel momento in cui si rischia di perderlo, ma nessuno manifesta per i tanti posti di lavoro che non si creano per colpa delle rigidità normative. Se non è blasfemo il parallelo, si può dire che l’embrione del lavoro non ha alcuna dignità. Se muore non importa nulla a nessuno.
Nel vissuto quotidiano poi, è ancora radicata la convinzione che si possa avere lo stesso livello di benessere senza la vista di un capannone, di una centrale elettrica o di una via di comunicazione. Amiamo la modernità che non ha costi, nemmeno estetici, e riteniamo che l’energia elettrica esista in natura al pari dell’acqua. Se tutto questo accade, al netto di una voluta drammatizzazione, la spiegazione è una sola, desolante: l’impresa non è al centro delle preoccupazioni del Paese e non è vissuta come tale nel linguaggio della quotidianità.

La parola impresa ha sempre bisogno di un avversativo (sociale, aperta, solidale) come se non esprimesse in sé alcun valore assoluto. Sia la cultura marxista sia, in parte, quella cattolica hanno a lungo scambiato uffici e fabbriche come luoghi di contraddizioni sociali, se non di sfruttamento. Assai raramente i centri produzione, materiale e non, sono stati descritti come cellule sociali insostituibili, nelle quali non solo si crea il benessere, ma si impara ad essere cittadini.
In un mondo globale un Paese senza una cultura d’impresa condivisa è destinato a un ruolo subalterno, al di là della propria produttività. L’Italia dimostra di avere consapevolezza della centralità dell’impresa nei suoi distretti, salvo poi perderla nei (troppi) livelli della sua rappresentanza politica. È forte a Pordenone o a Varese, debole in qualsiasi commissione parlamentare o tavolo concertativo romano.
Forse, è venuto il tempo di scrivere un manifesto dell’impresa, e cominciare dalle piccole unità che sono il 90 per cento del totale. Un manifesto della piccola impresa per promuovere imprenditorialità e attitudine al rischio. La piccola è giovane: l’età media dei microimprenditori è intorno ai 35 anni. E uno su cinque è una donna. Una nuova azienda ogni tre, in città come Milano, ha come titolare un immigrato. Le Pmi non sono soltanto la spina dorsale dell’economia, ma anche i laboratori all’interno dei quali si sperimenta la società multietnica che verrà (Elogio civile della piccola impresa, Il Sole-24 Ore, 11 marzo 2005). Lì si formano identità e cittadinanza. Dal successo delle Pmi, e dal loro sentirsi parte integrante di una società che li rispetta e li valorizza, dipende in gran parte la qualità della nostra futura convivenza civile. Non solo il nostro benessere.

La piccola impresa è sempre di più luogo di integrazione e costruzione delle appartenenze: svolge un compito civile che in altri momenti storici non le era richiesto. E soltanto per questa ragione dovrebbe ricevere più attenzione e cure. La piccola non chiede sussidi, ma attenzione e rispetto. Se la società la metterà al centro delle proprie attenzioni, ogni posto di lavoro sarà anche la molecola di una identità nazionale più forte e l’invisibile mattone di una cultura di mercato e dell’impresa più diffusa e condivisa. Con la piccola, i lavoratori spesso diventano imprenditori. Nelle microaziende, specialmente nelle fasi di start up, si apprezza di più quanto sia irrilevante e anacronistico il conflitto fra capitale e lavoro. L’innovazione è esigenza quotidiana, vitale. Il rischio è congenito. E fuori c’è il mercato, il mondo con le sue insidie e le sue opportunità, non le relazioni, le protezioni o le amicizie come avviene a volte per gruppi più grandi e non solo a controllo pubblico.
Un Paese che avesse a cuore di più le proprie piccole imprese non le aggredirebbe con il fisco, la burocrazia, il difficile accesso al credito, i costi indiretti degli straordinari. Non richiederebbe loro un insieme di adempimenti di varia natura che sfiorano i dieci milioni di giornate l’anno. Non le costringerebbe a dedicare quattro giornate l’anno di un addetto per rispettare la sola normativa della privacy. Un Paese più moderno ed evoluto limiterebbe adempimenti e autorizzazioni, semplificherebbe i controlli almeno sulle aziende certificate. E soprattutto non lascerebbe nulla di intentato nel creare un ambiente favorevole alla libera iniziativa imprenditoriale. Un manifesto per le piccole imprese dovrebbe essere sottoscritto e fatto proprio dalla politica e dalla classe dirigente italiana per dimostrare, a se stessi e agli altri, di avere un’affinità per valori come competizione e mercato almeno pari a quella che storicamente hanno per equità e solidarietà. Il cammino non è facile né breve, certo è necessario.

fonte: Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2006

Facebook e i Signori Grigi. Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo

Giovedì, 26 Maggio, 2011

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Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende?

C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo.

In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente.

Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.

La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo dello sfruttamento capitalistico nell’era dell’economia immateriale. È di ieri un terzetto di notizie che viene direttamente da Palo Alto, la sede di Facebook.

1) Il signor Mark Zuckerberg (27 anni, nella foto sopra) si è comprato la prima casa come si deve: una villa da sette milioni di euro. Non quell’appartamentino da nerd in cui ha vissuto fin adesso.

2) Il signor Mark Zuckerberg ha deciso di competere con Google per l’acquisto di Skype.

3) (ed è la notizia più interessante) Il signor Mark Zuckerberg sta pensando di pagare dieci centesimi di dollaro a chi guarda – fino in fondo – degli spot su Facebook: il pagamento avverrà in crediti virtuali che però diventeranno l’unica moneta disponibile su Facebook per comprare gadget, applicazioni, etc… e magari in futuro varranno come moneta valida per tutto internet e, perché no, anche per il mondo reale.

È un’iniziativa win-win, dicono la maggior parte dei siti in Italia, da Repubblica.it ai vari blog di smanettoni. Ossia tutti ci guadagnano: l’utente guadagna fruendo del suo contenuto culturale, l’azienda sa che il consumatore ha visto lo spot fino in fondo. Siamo contenti anche noi? Sorrideremo anche noi ai nuovi capitalisti che siedono al posto d’onore con Barack Obama alla prima apparizione del presidente americano per la campagna elettorale 2012?

Facebook è un congegno strano: sta compiendo in maniera cristallina quello che il capitalismo non era mai riuscito a fare. Mettere a profitto ogni singola attività umana – come direbbero i Signori Grigi: il tempo. Perché perdere tempo a chiacchierare, oziare, guardare video, scambiare foto, commentare le notizie del mondo, farsi i fatti degli altri, vivere insomma, perché farlo altrove quando lo puoi fare meglio qui? Perché si chiama tempo perso se invece ci si può guadagnare sopra?

Ed ecco, se ci pensate, ogni volta che postate un video, cambiate uno status, invitate un amico, insomma ogni volta che svolgete una piccola azione su Facebook, le quotazioni virtuali a Palo Alto aumentano di un’anticchia, uno zero virgola zero zero zero uno.

Ma, come si dice, le gocce nel mare. Quello che circa mezzo miliardo e passa di persone (bambini e vecchi compresi) producono, alle volte per sei, otto, dieci ore della loro vita, non è altro che quello che potremmo definire pluslavoro cognitivo e relazionale: che non gli viene retribuito. Il plusvalore generato da questi più di 600 milioni di “amici” secondo l’ultima proiezione del New York Times di qualche mese fa corrisponderebbe a 50 miliardi di dollari. È comprensibile che Mark Zuckerberg si senta abbastanza sicuro dell’investimento per comprarsi la sua villa da vip; come è comprensibile che decida di monetizzare esplicitamente questo pluslavoro cognitivo e relazionale, e di distribuire qualche spicciolo a coloro che sono disposti a farlo per bene. Hai cinque minuti per guardare un video pubblicitario fino in fondo? Ecco il tuo soldino. Effettivamente sembra proprio una situazione win-win. La pubblicità non finanzia più le aziende, ma i consumatori. Pare quasi Keynes in salsa Paypal.

Cosa allora fa storcere il naso? Immaginate una scena di questo tipo. Immaginate che un giorno vi chiami un amico un po’ di giù di corda e vi chieda se vi va di farvi una chiacchierata. Vi vedete, un giro al parco, una birra. Alla fine della serata, questo vostro amico vi sorride e vi dice: “Grazie. Mi sei stato di grande aiuto. Scusami, ma visto che ci sono, un podcast con la registrazione di questa nostra bella conversazione amicale lo posso mettere su e-bay e venderlo?”.

Questo è Facebook, come è stato fin adesso. Così, se voi alla proposta del vostro amico ci pensate un po’ su e replicate: “Va bene, ma magari un centesimo per ogni utente che se lo scarica me lo versi?” avete capito il senso del nuovo Facebook.

Che è un pochino diverso dall’idea di una redistribuzione equa degli utili, attenzione. Perché uno potrebbe dire, facciamo due calcoli approssimativi. 50.000.000.000 di dollari che sono prodotti da 500.000.000 di utenti: fanno cento dollari a capoccia, e potrebbe proporre invece della nuova funzionalità Facebook: facciamo che ve tenete 50 e mi date il resto, e io lo continuo a usare come voglio?

Nel mondo che ci aspetta si sta profilando uno scenario talmente limpido che non l’avevamo immaginato. Ieri uno sciopero di quattro ore chiedeva per l’ennesima volta una serie di tutele per chi vive in una società in cui il mondo del lavoro si sta trasformando molto in fretta. Le parole nuove sono precariato, lavoro atipico, terziario avanzato, reddito di cittadinanza… Nello stesso giorno il signor Mark Zuckerberg inaugurava il suo nuovo sistema di welfare del futuro: il reddito di consumo. Pensaci, lavoratore del 2020: quanto tempo affettivo, relazionale, ozioso della tua vita sei disposto a passare su Facebook? Quanto tempo della tua vita puoi dedicare a vedere spot?

E se un giorno ti pagheranno anche per scrivere soltanto Mi piace o per mandare un poke o per invitare più amici possibile o per fare la corte a una vecchia fiamma del liceo? Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?

autore: Christian Raimo

fonte: Doppiozero

ICT per l’energia: Smart Grid (anche per case intelligenti)

Mercoledì, 9 Marzo, 2011

wwwborgosantandreanet.jpgdi Maurizio Dècina*  

Il rispetto per l’ambiente è una priorità ineludibile per uno sviluppo sostenibile del pianeta che ha assunto livelli di massima rilevanza nazionali e internazionali. La tecnologia ICT mette a disposizione strumenti che abilitano e affiancano le trasformazioni in atto e quelle attese nei processi di produzione, distribuzione, stoccaggio e utilizzo delle risorse (energia, aria, acqua, ambiente). I temi rilevanti per l’energia del futuro sono: risparmio energetico, riduzione delle emissioni di gas serra, ricorso a fonti di energia rinnovabili e distribuite, erogazione flessibile dell’energia e gestione intelligente dell’energia negli edifici, nei trasporti, nei sistemi industriali.

La strategia 20-20-20 approvata dall’EU nel 2008 impegna l’Unione entro il 2020 a raggiungere i seguenti stringenti obiettivi:
• riduzione delle emissioni di gas serra del 20%,
aumento dell’efficienza energetica del 20%,
• aumento del consumo di energia da fonti rinnovabili del 20%.

L’ICT è a sua volta sia un settore industriale soggetto all’applicazione dei requisiti illustrati (Green ICT, ovvero: Green IT e Green Telco), sia uno strumento importante per poter rispettare questi requisiti in tutti gli altri settori industriali, dai trasporti all’agricoltura (ICT for Green). Senza azioni di contrasto (business as usual) la tendenza mondiale è quella di un rilevante aumento dell’emissione di CO2, sia in generale, sia del settore ICT specifico. Le riduzioni dovranno riguardare complessivamente il 40% del valore atteso al 2020 (circa 22 GtCO2e, tonnellate di CO2 equivalenti, su 52). Le riduzioni abilitate dall’ICT negli altri settori sono pari ad un terzo del fabbisogno (circa 8 GtCO2e) e sono 5 volte superiori alle emissioni inerziali del settore ICT nel 2020 (circa 1,4 GtCO2e).

I settori dell’energia, degli edifici, dei trasporti e dei sistemi industriali sono responsabili di oltre il 75% delle emissioni di gas serra, e in particolare il settore della distribuzione dell’energia contribuisce per ben il 30% delle emissioni. Le riduzioni abilitate dall’ICT in questi settori sono molto importanti: e si ripartiscono così:
• 27% - energia intelligente (Smart Grid),
• 28% - edifici intelligenti,
• 28% - trasporti intelligenti (Electric Vehicle),
• 17% - motori intelligenti.

L’ICT abilita la riduzione dell’impatto ambientale realizzando il monitoraggio e il controllo dei sistemi a rete, quali appunto la distribuzione di energia, le abitazioni e gli edifici, i trasporti, le utilities e i sistemi di produzione industriale. Ma le modalità con cui si esplica l’ICT for Green comprendono anche gli altri importanti aspetti di de-materializzazione (informazione digitale) e di introduzione di servizi di comunicazione evoluta che siano sostitutivi degli spostamenti (telepresenza).

Particolare rilevanza assumono i sistemi ICT nella realizzazione delle Smart Grid e cioè delle future reti di distribuzione dell’energia che impiegano sofisticate tecniche di monitoraggio e controllo elettronico per consentire il miglioramento della qualità dell’energia, la riduzione delle emissioni di gas serra, la generazione diffusa e discontinua dell’energia (tramite energie rinnovabili per le abitazioni, gli edifici e le fabbriche), e un comportamento proattivo da parte degli utenti della rete di energia, consentendo loro di essere sia consumatori che erogatori di energia, e permettendo il diffondersi di tecniche di tariffazione dinamica e di forniture su domanda.

Le reti di distribuzione dell’energia subiranno nei prossimi decenni una rivoluzione epocale paragonabile a quella che si è verificata nell’informatica nel passaggio dai sistemi centralizzati, del tipo mainframe, ai sistemi completamente distribuiti e “autonomici”, del tipo peer-to-peer. La rivoluzione delle Smart Grid è abilitata dalla tecnologia ICT che contribuisce ai vari aspetti della loro realizzazione, tra cui:
• I contatori intelligenti, gli Smart Meters, che costituiscono i punti terminali verso gli utilizzatori/ produttori di energia, ed assumono la valenza di veri e propri “portali intelligenti” nella rete informativa delle Smart Grid.
• I sistemi di monitoraggio, comunicazione e controllo che vanno impiegati ai vari livelli delle Smart Grid (la casa, l’edificio, il comprensorio, l’area) per la generazione e il consumo dell’energia, compresa la gestione dei veicoli elettrici.
• I sistemi di gestione e amministrazione delle Smart Grid, compresi i sistemi di tariffazione dinamica e i pagamenti.
In Italia l’Enel ha praticamente completato il proprio sistema di telelettura dei contatori, iniziato pioneristicamente all’inizio del secolo, ed è oggi protagonista in Europa per lo sviluppo degli standard degli Smart Meter. La realizzazione delle Smart Grid, così come quella del Public Cloud, richiede infatti enormi sforzi di normalizzazione e standard adeguati di interoperabilità e sicurezza informatica per sistemi ICT di grande complessità. Negli Stati Uniti il Governo Federale ha stanziato 7 miliardi di US$ per lo stimolo nazionale alle Smart Grid nel 2010, mentre le iniziative di standardizzazione si svolgono sotto l’egida del NIST (National Institute of Standards and Technology) e coinvolgono sia l’IE TF (Internet Engineering Task Force) che l’IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers).

Nel 2010 l’IEEE ha lanciato un programma integrato sulle Smart Grid coinvolgendo tutte le branche dell’ingegneria elettrica ed elettronica, dal signal processing, al power control, al networking, al software engineering. Uno degli aspetti affrontati è quello dell’educazione dei nuovi ingegneri alla progettazione e alla gestione delle Smart Grid, un settore che si prospetta in forte evoluzione nei prossimi venti-trenta anni e che richiede esperti con conoscenze in energetica, informatica, comunicazioni, automatica, ed elettronica.

*Professore di telecomunicazioni Politecnico di Milano 

fonte: ITC4Executive

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