Categoria ‘Zibaldone’
Martedì, 27 Luglio, 2010
Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento della lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo. Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.
Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.
Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani. L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità. La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato. È la tentazione, strisciante, del populismo. Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.
Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità. Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.
Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. È vero che la fantasia ormai scarseggia; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi Eros e Priapo di Gadda. Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens. E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.
autore: Cesare Segre
fonte: Corriere della sera
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Lunedì, 26 Luglio, 2010
I padri italiani sono i più negligenti d’Europa, con meno di mezz’ora al giorno dedicati ai propri figli. Così stabilisce una recente ricerca condotta su un campione europeo: sono dati che certamente devono far riflettere sulle motivazioni di questo poco interesse.
Per avere una visione oggettiva del fenomeno ci siamo rivolti a Claudio Risé, psicoanalista, scrittore, docente universitario che con gli uomini italiani dialoga tutte le settimane dalle colonne di Psiche lui, la popolare pagina di Io Donna, il supplemento settimanale del “Corriere della Sera”.
Risé è stato il primo in Italia a introdurre il tema della crisi del maschile, visto in chiave psicanalitica. Il suo ultimo libro sui maschi: Essere uomini (Red edizioni), è oggi alla terza edizione. E sta per uscire presso l’editore Frassinelli un nuovo saggio (scritto con la moglie, il medico Moidi Paregger): Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile.
Professor Risé, è vero che i padri italiani sono così negligenti? E perché?
«Ci sono molte ragioni, in parte psicologiche, in parte economiche. Dal punto di vista psicologico l’Italia, paese mediterraneo, è in gran parte sotto l’influsso dell’Archetipo della Grande Madre, una forza dell’inconscio collettivo (e quindi condizionante la cultura dominante), che tende ad estendere nell’educazione dei figli il potere della madre rispetto a quello del padre. In questa configurazione psicologica gli stessi maschi adulti tendono a viversi più come figli delle loro compagne, cui quindi rivolgono continue richieste di conferma affettiva, piuttosto che come mariti, e padri dei propri bimbi, con cui spesso si sentono in concorrenza. Ci sono però altri aspetti. Da una parte l’Italia è probabilmente il più “americanizzato” dei paesi europei, e dunque quello dove i padri sentono più fortemente, come negli USA, l’imperativo di fornire la maggior quantità possibile di reddito monetario alla famiglia.
Quindi lavorano molto, ed hanno poco tempo di stare coi figli. D’altro lato, nel caso di famiglie di separati, l’Italia applica una legislazione particolarmente punitiva nei confronti dei padri, che possono passare pochissimo tempo coi figli, anche quando desidererebbero farlo. Anche in questa bizzarria, che vede la madre come destinatario privilegiato dell’affidamento dei figli, anche già adolescenti, vediamo, dal punto di vista dell’inconscio collettivo, un effetto del potere esercitato, anche sulla prassi giudiziaria, dall’Archetipo della Grande Madre cui ho accennato prima».
Ma i padri non hanno responsabilità nell’assenza nei confronti dei figli?
«I padri italiani, come quelli di tutto l’Occidente, hanno da un certo periodo storico (l’industrializzazione) in poi messo in secondo piano la famiglia, per impegnarsi totalmente nel lavoro e nella carriera. Nel paese che è un po’ il pesce pilota dell’Occidente, gli Stati Uniti, il tempo libero dei dipendenti maschi é diminuito del 20% dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Oggi il tempo per crescere i figli i padri non ce l’hanno più. D’altra parte solo oggi si riscopre che la funzione educativa del padre è importante. Per molti decenni, tutto ciò che si riferiva al padre è stato definito con aggettivi dispregiativi che tendono a svalutare il mondo dei comportamenti paterni: paternalista, patriarcale. Per almeno cinquant’anni è come se il padre nel mondo occidentale contemporaneo fosse diventato d’impiccio: l’uomo adulto è stato apprezzato come funzionario aziendale, o come consumatore, ma non doveva pretendere di “fare il padre”».
Quali sono stati gli effetti di questa situazione?
«Simbolicamente il padre è colui che, con la sua presenza e la sua azione, costruisce un ponte tra i figli che crescono, e la società in cui devono entrare. Mentre nella famiglia la madre esprime innanzitutto il mondo degli affetti e dei bisogni. Il padre è l’”iniziatore” alle norme, alla disciplina che dobbiamo esercitare su noi stessi, e all’autorità che dobbiamo riconoscere alla società. Tutti valori fortemente contestati per molto tempo, a favore di quelli dell’appagamento immediato e del piacere.
Il risultato è che oggi, in una situazione di assenza paterna, si fatica a rispettare norme valide per tutti, ogni piccolo sforzo viene considerato enorme e l’autorità viene vissuta, come un sopruso».
C’è anche un aspetto religioso, nel “mestiere del padre”?
«Certo. Il padre che svolge correttamente la propria funzione attiva nell’individuo giovane, nel figlio (o nell’allievo che lo vive come padre), la capacità di relazione con la dimensione sovrapersonale, trascendente. E’ coltivando questo aspetto psichico che l’individuo viene messo in grado di sviluppare la relazione con Dio».
La tendenza è al peggioramento, o qualcosa sta cambiando?
«Come sempre nelle situazioni estreme, nelle quali la stessa vitalità del gruppo umano è a rischio (la difficoltà a riprodursi del maschio occidentale è ormai attorno al 45%), l’istinto di conservazione sviluppa forti controreazioni. Tutta la società si è accorta che non può fare a meno del padre, e questi stessi sondaggi, preoccupati per la sua assenza, lo rivelano. Ma soprattutto, il comportamento e la sensibilità degli uomini-padri va riscoprendo il significato della loro funzione educativa.
Nelle separazioni, sfortunatamente in aumento, i mariti che chiedono l’affidamento dei figli sono sempre più numerosi. Anche a livello sociale la pratica dell’affidamento congiunto si diffonde, ed è pronta una legge che propone di farne la prassi generalmente seguita. Dalla mia pratica di psicoanalista, e dal mio impegno per una nuova coscienza maschile, credo di poter dire che è in netto aumento, nei giovani uomini, la consapevolezza dei valori della famiglia, degli affetti, e dell’educazione dei figli, rispetto a quelli dell’edonismo e dei cosiddetti “simboli di status”, in pratica indotti dalla società dei consumi. Insomma: il padre torna a casa. E la società si è accorta che non può fare a meno di lui».
fonte: L’Eco di Bergamo
autore: Massimo Centini
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Domenica, 18 Luglio, 2010
di Bruno Mastroianni*
Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.
A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali, a interpellare l’uomo su ciò che veramente conta, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra.
E suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri. Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto. Eppure la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che il suo destino è nelle mani di qualcun Altro.
Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede.
I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.
*Docente di Media Relations presso la Facoltà di Comunicazione della PUSC
fonte: brunomastroianni.blogspot.com
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Giovedì, 8 Luglio, 2010
di Carlo Lottieri
Può anche darsi, come sostiene Gianfranco Fini, che la Padania non esista e che pure essa rientri in quel gruppo di entità che il principe di Metternich definiva semplici «espressioni geografiche». Ma se il dibattito sul federalismo si fermasse a tale livello e pretendesse di basare le proprie linee-guida unicamente sulla storia, sarebbe molto alto il rischio di perdere tempo. La questione cruciale è infatti un’altra e ci chiede di comprendere quale possa essere il migliore assetto istituzionale per aiutare il Paese nel suo insieme a reggere di fronte alla crisi e ad offrire un futuro alle giovani generazioni.
Mentre il federalismo “in costruzione”- vero o falso che sia - è basato solo per ragioni di Realpolitik sulle attuali venti regioni (e perfino sulla difesa delle province), può essere interessante confrontare questo schema con quello di un’Italia macroregionale. Tanto più che proprio dalla Germania giungono ipotesi di accorpamenti dei Länder.
In Italia l’ipotesi di dar vita a tre macroregioni (Nord, Centro e Sud) non è nuova, dato che era al centro della proposta di Gianfranco Miglio, quando fu senatore della Lega e anche in seguito. Tale progetto può trovare varie giustificazioni: a partire dallo squilibrato rapporto che esiste tra mícro-regioni come il Molise o la Valle d’Aosta ed realtà di bel altre dimensioni come la Lombardia e la Campania.
In Miglio, però, l’idea centrale era strategica. Egli era infatti persuaso che soltanto creando contro-poteri basati su vaste realtà economiche e territoriali sarebbe stato possibile contrastare lo Stato centrale e avviare un autentico processo di federalizzazione. Lo studioso di Como, che dalla sua abitazione amava gettare il suo sguardo sul territorio svizzero, era perfettamente consapevole che una vera federazione ha solo da guadagnare da giurisdizioni di piccole dimensioni e, di conseguenza, dall’alta concorrenza istituzionale che ne deriva. Se le entità federate sono numerose e di modesta entità, per le imprese e per le famiglie è molto facile sottrarsi a governanti esosi e impiccioni, e questo favorisce in linea di massima il prevalere di una buona amministrazione. Ma Miglio puntò sull’idea di tre realtà corpose che corrispondessero alle tre aree in cui effettivamente si divide il Paese con l’obiettivo di creare blocchi sociali ed elettorali assai corposi. Tanto più che si può benissimo compensare questo federalismo a pochissimi attori (le tre macro-regioni, più eventualmente le due isole) con un sistema istituzionale e fiscale che conferisca il massimo di libertà, responsabilità e autonomia a tutti i comuni.
Un progetto autenticamente federale dovrebbe rovesciare la piramide attuale e, in particolare, affidare ai municipi la massima libertà di tassare: decidendo l’entità del prelievo e, se fosse possibile, anche le stesse modalità. Ovviamente bisognerebbe stabilire che ai comuni resti solo una quota percentuale delle risorse raccolte, poiché il resto dovrebbe essere destinato alle macro-regioni e allo Stato centrale. Una riforma di questo tipo creerebbe il massimo di responsabilizzazione a livello locale, poiché sarebbero appunto i sindaci a mettere le mani nelle tasche della gente (e quindi essi potrebbero sentire il fiato sul collo dei cittadini). Ne deriverebbe, in modo molto naturale, un vero processo di riduzione del prelievo tributario e una corsa tra comuni a chi riesce a tassare meno e a dare, al contempo, i servizi migliori. Per giunta, con la costituzione di ampie macro-regioni lo Stato italiano - per la prima volta nella sua storia - dovrebbe confrontarsi con realtà forti, articolate, rappresentative di decine di milioni di persone. La Repubblica attuale, fossilizzata sulla burocrazia romana e su ministeri tanto onerosi quanto inefficienti, verrebbe costantemente incalzata da organismi legittimati a rappresentare aree tanto vaste quanto sostanzialmente coerenti. È chiaro che in questo quadro la dialettica Nord - Sud, che comunque è già nelle cose stesse, verrebbe ancor più alla luce, ma anche il Centro finirebbe per avere un ruolo peculiare, proprio in funzione mediatrice ed equilibratrice. Chi avesse il coraggio di esaltare il ruolo dei mille campanili e - al tempo stesso - di riconoscere come dato essenziale con cui fare i conti quella “disunità d’Italia” che le tre macro-regioni in qualche modo certificherebbero farebbe un bel servizio al Paese. Soprattutto, come si è detto, se si avesse il coraggio di obbligare la periferia a finanziarsi da sé, facendo sì che siano i primi cittadini a chiedere direttamente alla loro popolazione le risorse di cui hanno bisogno. Purtroppo ci si sta muovendo in tutt’altra direzione. Quanti invocano il federalismo puntano in genere a vedere affluire più risorse alle regioni, senza però che le stesse abbiano un vero ruolo nella determinazione e nella raccolta delle imposte. Soprattutto nessuno sembra aver capito l’esigenza di indirizzarsi verso quella competizione fiscale che invece è indispensabile se si vogliono avere amministrazioni meno costose e meglio gestite. Non è comunque un caso che in Germania si pensi a ridurre il numero degli Stati federati e che in Italia da vent’anni si provi, con fatica, a costruire una struttura federale. Questi due Paesi sono accomunati dal fatto di aver costruito la loro unità molto tardi, solo intorno a metà Ottocento, e proprio per questo continuano a essere caratterizzati da forti differenze interne. Ma proprio per gestire al meglio questa complessità bisognerebbe avere il coraggio di optare per un federalismo vero. In definitiva, anche quanto sta succedendo a Pomigliano d’Arco è emblematico, poiché ci parla di un mondo industriale che è pronto a investire nel Mezzogiorno solo se si prenderà atto che Salerno non è Treviso, che Caltanissetta non è Varese. L’Italia è profondamente divisa e quindi esige soluzioni all’altezza della situazione. Non ammetterlo è da irresponsabili.
fonte: IBL
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Mercoledì, 23 Giugno, 2010
Una catena di blackout colpirebbero New York, Los Angeles, Washington e più di 100 altre città americane. Avremmo incidenti tra metropolitane. I gasdotti esploderebbero. Gli stabilimenti chimici sprigionerebbero nuvole di cloro tossico. Le banche perderebbero tutti i loro dati. I satelliti andrebbero fuori orbita. Tutti i networks del Pentagono subirebbero un brusco arresto, paralizzando il più potente apparato militare al mondo. Sembrerebbe l’inizio del film Die Hard, in cui un gruppo di cyber terroristi tentano di inscenare quello che chiamano fire sale: il sistematico blocco delle comunicazioni nazionali e delle infrastrutture dei servizi.
Secondo Richard Clarke, l’ex consigliere alla sicurezza informatica della Casa Bianca, questo è uno scenario realistico che, come spiega nel suo libro Cyber War: The Next Threat to National Security and What to Do About It, potrebbe mettere in ginocchio l’America in 15 minuti. “Gli Stati Uniti stanno preparando una offensiva nella guerra informatica ma, al tempo stesso, la politica del paese rende impossibile difendersi efficacemente da questi attacchi“. Gli States avranno anche inventato la Rete, ma ad oggi almeno 30 nazioni sono in grado di scatenare una guerra informatica capace di mettere in seria crisi i sistemi economici, militari e finanziari degli altri paesi.
Ironia della sorte, proprio gli Usa sono lo stato maggiormente esposto al rischio di cyber attacchi, rispetto a Russia, Cina e persino Corea del Nord, perché queste ultime hanno sempre fatto molto meno affidamento su Internet, sviluppando, al contempo, una miglior deterrente informatico. Per evitare che tutto ciò venga interpretato come la fantasia di un allarmista, c’è da dire che “lo zar dell’antiterrorismo” (così viene soprannominato Clarke) già nel 2004 ci aveva visto giusto sulla mancanza di preparazione americana nei confronti di Al-Qaeda nel libro Against All Enemies. E a finire nel mirino è proprio l’espansione di Internet, perché ora i computer dominano quasi ogni aspetto del settore produttivo americano e questo ha portato ad un pericoloso livello di dipendenza dalle macchine.
Nel nuovo libro Clarke usa le sue conoscenze specifiche in campo di politiche per la sicurezza per creare un credibile quanto apocalittico quadro della minaccia con la quale gli Stati Uniti potrebbero trovarsi faccia a faccia. Le parole di Clarke fanno seguito all’avvertimento di Michael McConnell, ex direttore della National Intelligence, che testimoniando davanti al Congresso ha detto: “Se oggi fossimo in presenza di una Cyber war, gli Stati Uniti avrebbero perso. Questo non perché non abbiamo persone di talento o una tecnologia all’avanguardia, ma perché semplicemente siamo i più dipendenti dalla Rete e dunque i più vulnerabili. Inoltre, a livello nazionale, non abbiamo compiuto i passi necessari per la comprensione e la protezione cyberspazio”.
Di opposto parere il Coordinatore della Casa Bianca sulla Cybersecurity, Howard Schmidt, che in una recente intervista ha respinto il concetto di una guerra cibernetica, sostenendo che gli Stati Uniti possono difendersi: “Come possiamo fronteggiare una massiccia cyber intrusione o un attacco di quelle dimensioni? Siamo molto più preparati ora che in passato”. Infine, è da notare la recente presa di posizione di James Lewis, uno dei maggiori esperti governativi di sicurezza, che vede la Cyber war come un evento improbabile in quanto le capacità degli Stati Uniti nell’individuazione degli attaccanti e nella adeguata ritorsione giocano un ruolo equivalente a quello svolto dal deterrente nucleare all’epoca dell’equilibrio del terrore di passata memoria.
Resta comunque memorabile la considerazione fatta da Bruce Schneier nel 2007: “La Cyber war non è certamente un mito. Ma voi non l’avete ancora vista, nonostante gli attacchi contro l’Estonia. La Cyber war è guerra nel cyberspazio. E la guerra implica la morte e la distruzione di massa. Quando la vedrete, non avrete dubbi”. Come affrontare quella che per gli Usa potrebbe rivelarsi una sorta di nuova Pearl Harbour? Clarke ha riferito che un gruppo di 30 esperti di ciberspazio riuniti nel 2009 giunse alla conclusione che le infrastrutture critiche dovessero essere separate dall’open-to-anyone caratteristico di Internet. Gli esperti si dissero favorevoli a un maggiore interesse nella ricerca e sviluppo degli studi cibernetici e conferire maggiore “resistenza” ai sistemi perché rispondessero nel modo migliore a un evenutale attacco.
fonte: loccidentale.it
autore: Alma Pantaleo
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Martedì, 22 Giugno, 2010
di Federico Eichberg*
Manca meno di un anno al 17 marzo 2011 giorno della ricorrenza dei 150 anni dall’Unità d’Italia. Proviamo ad andare con la fantasia a quel giorno ed immaginiamoci cosa proveremmo dinanzi all’ennesima celebrazione “edile” ed “evocativa”, fatta di targhe, lapidi, musei, monumenti di varia natura. Suonerebbe inopportuno e quasi beffardo soffermarsi su celebrazioni retrospettive della narrazione nazionale in un momento in cui più profonde appaiono le lacerazioni del “tessuto nazionale”, in un momento di imbarbarimento e consunzione dei rapporti sociali. In cui forte è la frustrazione di dover constatare che siamo in piena dis-unità, in una nazione segnata da fratture, in cui ad una storia comune non corrisponde l’idea di un futuro da costruire insieme (“memoria e progetto: una nazione non è altro che la somma di questi due fattori”, ricorda Alessandro Campi) . In cui echeggia, sinistro, un clima da <rompete le righe> e <ciascun pei fatti suoi>.
Proviamo ad immaginare cosa rappresenterebbe al contrario una celebrazione non retrospettiva ma prospettiva. Una celebrazione performativa. I 150 anni come occasione per una sorta di nuovo patto fra governanti e governati, fra giovani ed anziani, fra Meridione e Settentrione, fra italiani “nativi” e neoitaliani immigrati. Un nuovo inizio in cui tutti comprendono che dare il meglio di sé conviene a tutti, che rinunciare a qualcosa a favore del bene comune, in uno sforzo simmetrico, rende più alta la qualità della vita. Un impegno al di là delle fazioni politiche, dei regionalismi, degli egoismi settoriali, delle età anagrafiche. L’Italia odierna ha infatti bisogno di una iniezione di passione civile, di cultura della convivenza e del rispetto delle regole. Di fare finalmente ciò che è evidente e condiviso.
Superare la “rimozione dei fenomeni”
Bisogna superare le italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi. Dirsi con chiarezza che esiste una crisi di legame e di missione in Italia, una introflessione, uno sfilacciamento della sfiducia sociale (abbiamo sentito nei diversi rapporti degli istituti di ricerca succedersi espressioni come «poltiglia di massa», «società a coriandoli» e «mucillagine sociale» in cui si fa una quotidiana «disarmante esperienza del peggio»). Pennellate forti ma efficaci vengono da un editoriale di Galli della Loggia dal titolo “La cultura come risorsa” del 22 luglio 2008 “Il fatto che da 15 anni (…) non cresca il reddito medio è in un certo senso solo la conseguenza ultima di qualcosa di più profondo. L’inerzia italiana non è nella sostanza economica. È piuttosto il venir meno di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde. È un lento ripiegare su noi stessi, un’incertezza che ci ha fatto deporre progressivamente ogni ambizione, ogni progetto. È l’invecchiamento di una popolazione che da anni non cresce; la consapevolezza deprimente che da anni siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla d’importante così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono. È la sensazione che il Paese non ha più né un baricentro né una meta. E la sensazione che, nel frattempo le differenze sociali, culturali e quindi geografiche fra le varie parti della penisola si stanno appesantendo, che tutti i legami vanno allentandosi: tra le persone come all’interno delle famiglie e con le istituzioni. È la percezione impalpabile che ci stiamo allontanando pian piano dal centro della corrente: come se la storia contrastata ma viva, fertile e felice della Prima Repubblica fosse giunta al capolinea, e non riuscisse a cominciarne nessun’altra”.
Un Paese che non apre gli occhi dinanzi a ciò è un paese ipocrita; un Paese destinato a sentirsi dire addio dai propri figli, desiderosi di vivere altrove, in società trasparenti, con senso civico e consapevoli della necessità di uno sforzo collettivo.
Occorre non rassegnarsi al paradosso odierno per cui non è il giovane che con il proprio lavoro paga la pensione al nonno ma il nonno che con i soldi della propria pensione rende meno disagiata la vita del nipote alla ricerca infinita del primo impiego. Tornano alla mente le parole del maestro Gino Lizio, la sua struggente lettera dal titolo “Intellettuali di Napoli, vi scongiuro di indignarvi” con cui invitava ad “… una reazione all’indifferenza, alla assuefazione, alla pigrizia mentale” ed invocava “una sana inquietudine”.
Non ci si deve rassegnare a quell’Italia che ci consegnano le rilevazioni impietose degli istituti di ricerca, progressivamente trasformatasi nel “Bel Paese del Mal Essere”, con l’80% delle persone che si dicono “sfiduciati e preoccupati”, il 63% che ritiene che i propri figli saranno meno ricchi di noi ed il 72% meno sicuri; il Paese (che era) del sorriso divenuto l’ultimo paese dell’UE per spinta verso il futuro e fiducia negli altri al punto che 7 italiani su 10 ritengono che «gli altri se ne avessero l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede» e il 54% degli italiani ritiene inutile fare progetti per sè e la propria famiglia (dati Eurodap, Censis, Gallup-Doxa, Demos). Come risultato di questo furto del futuro l’Italia è oggi l’ultimo paese dell’UE per tasso di sviluppo demografico (1,29 per donna) insieme alla Germania e dietro la Spagna (1,36). La popolazione italiana è la più vecchia d’Europa, la seconda più vecchia al Mondo dopo il Giappone (dati Osservatorio su popolazione sviluppo, Berlino).
In tale scenario si fanno strada due “vie di fuga”: da un lato cresce vertiginosamente l’emigrazione giovanile (più di 3 milioni di giovani italiani – perlopiù laureati - si sono trasferiti all’estero negli ultimi 15 anni) in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20% e gli stipendi sono i terzultimi dei paesi OCSE; dall’altro crescono fenomeni di fuga alternativa con impennate nell’ultimo quinquennio di consumo di cocaina (+30%) eroina (+20%), droghe sintetiche (+193%), droghe etniche (+300%) , oltreché di alcool.
Questa ricerca di fuga, questa assenza di spinta verso il futuro e di “capitale sociale” condiviso è il risultato di politiche scellerate condotte abbastanza simmetricamente, negli ultimi anni, dalle due fazioni politiche. Una parte consistente del centrodestra ha indebolito negli ultimi 15 anni lo Stato minando il senso delle istituzioni con i continui attacchi (di volta in volta giustizia/magistratura, Quirinale, fisco e, da una specifica componente, istituzioni “romane”, tricolore, Costituzione, inno); il centrosinistra lo ha indebolito con una riforma scellerata dello Stato (riforma del titolo V della costituzione) che ha frammentato le responsabilità e le ha rese disomogenee ai centri di costo, con una paralizzante visione iperconcertativa delle decisioni attraverso l’onnipresenza del sindacato, dell’ambientalismo, ecc…
Sintesi, sul piano etico, di questo contributo tristemente bipartisan alla crisi del nostro paese è la tenaglia di culture in cui l’Italia si trova schiacciata: si potrebbe dire, semplificando che l’Italia è vittima al contempo della cultura del ’68 (anno in cui i movimenti di piazza introducono un’etica contraria al merito, all’autorità, alla disciplina ed all’appartenenza identitaria) e della cultura del ’78 (anno in cui nasce la TV commerciale, simbolicamente, veicolo di un’etica appiattita sul presente, sul successo vistoso ed urlato, sull’ostentazione, sull’esigenza di apparire, sulla tracotanza che prescinde le regole). Queste culture hanno “fiaccato” il nostro Paese proprio in quelle sue caratteristiche di garbo, di cultura civica, di ricercatezza che ne avevano costituito per secoli il tratto dominante, condannandolo invece ad una omologazione al peggio.
Una nuova narrativa nazionale
Riconoscendo questa situazione, ma anche consapevoli delle energie interiori che il popolo italiano ha, lavoriamo per un 150° anniversario che sia realmente un nuovo inizio. “Dobbiamo creare una mobilitazione come se fossimo in guerra, per cui tutti fanno meglio, lavorano di più, studiano di più, inventano di più. Non ci sono più margini per i chiacchieroni, i fannulloni, i ritardatari, i cinici” ricorda il sociologo Alberoni. E aggiunge Piero Ottone: “Se vogliamo indicare il punto di partenza di una rinascita nazionale, non c’è dubbio che esso sia, lo dicono le persone di buona volontà in Italia e fuori, il ritorno al senso morale; la risalita etica, la sferzata che restituisca al Paese stima e fiducia in se stesso, e lo aiuti a uscire dalla sua profonda depressione. Si dirà che il senso etico è come il coraggio: chi non lo ha non può darselo. Forse è così. Ma anche il senso etico, come il coraggio, è contagioso. L’ufficiale che per primo si lancia contro il nemico è sempre stato, attraverso la storia, il simbolo del buon esempio: i soldati lo seguiranno”.
Sarebbe bello in quest’anno progressivamente il formarsi di un’opinione condivisa: prima fra centri di studi, istituti di ricerca e mondo accademico, poi fra rappresentanze sociali e produttive, infine fra poteri locali e centrali. È necessario che tutti comprendano che riforme condivise possono segnare un nuovo inizio, e dissipare la nebbia verso il futuro, a cominciare dalla «sensazione di una politica prigioniera dei propri riti e della propria impotenza – ricorda Massimo Franco - assorbita da questioni marginali, e condannata a perdere di vista scelte strategiche per l’economia del Paese». Ecco, proprio la politica potrebbe cominciare adottando alcune soluzioni semplici e radicali, che vanno attuate complessivamente nei rispettivi ambiti, operando finalmente (con le parole sempre di Alberoni) “una razionalizzazione su cui tutti sono d’accordo, che consideriamo ovvia ma non facciamo”.
Potrebbe appunto cominciare la politica votando in forma bipartisan proposte che entrambi gli schieramenti hanno avanzato per anni lasciandole lettera morta: la riduzione del numero di parlamentari, consiglieri e assessori regionali e comunali e relativi stipendi, il dimezzamento ex lege dei rimborsi elettorali sulla base della media UE, l’obbligo di pubblicità e trasparenza dei bilanci dei partiti, la differenziazione dei compiti delle due Camere (inserendo la rappresentatività delle Regioni), l’ abolizione delle province (all’inizio erano solo 59; oggi sono più di 110), la Riforma dei Regolamenti parlamentari, con incremento delle opportunità di convocare commissioni in sede legislativa e corsie ‘preferenziali’ per i disegni di legge di provenienza governativa.
Una politica che chiede a se’ stessa assume l’autorevolezza per chiedere alle altre componenti istituzionali e sociali: alla Pubblica amministrazione, per esempio, di applicare forme di contratto di lavoro atipiche, la riduzione dei distacchi sindacali, l’incremento della potestà disciplinare in capo ai dirigenti; è in grado di chiedere alle Regioni ex lege di provvedere autonomamente allo smaltimento dei rifiuti prodotti nel proprio territorio attraverso la realizzazione di uno o più termovalorizzatori; di proporre alle imprese - a fronte di un auspicata riduzione delle aliquote - un forte impegno nel campo della ricerca, nelle neoassunzioni di under 30 e negli investimenti nel Mezzogiorno; di fare un patto con le famiglie che preveda in cambio di una fiscalità ad hoc con il quoziente familiare, un impegno straordinario nella sfida educativa; di far sì che parta dal servizio radiotelevisivo e comunicativo-pubblicitario una “Rivoluzione dignitaria” attraverso una ridefinizione dei palinsesti TV, degli standard e dei modelli culturali proposti.
È il momento di soluzioni e non di duelli, di un grande sforzo corale, di un clima politico diverso per una seconda grande metamorfosi del Sistema Italia. Per una ricorrenza dei 150 anni realmente performativa.
*Direttore Relazioni Internazionali Fondazione Farefuturo
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Lunedì, 21 Giugno, 2010
di Federico Roggero*
Qualche settimana fa è stato ammesso il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 3 novembre 2009, che aveva condannato l’Italia per aver consentito l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Si tratta dell’ultimo caso in cui è venuta in questione la cosiddetta “laicità” dello Stato, che la Corte costituzionale, desumendola dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, ritiene costitutiva della stessa “forma” del nostro ordinamento e che storicamente ha caratterizzato le realtà politiche dell’Occidente dettando oggi anche i rapporti con le confessioni diverse dalla cattolica e con forme di ateismo dichiarato (come nel caso della ricorrente che si è rivolta alla Corte di Strasburgo). Non va però dimenticato che, oltre che come “aconfessionalità”, la laicità è in gioco soprattutto quando le istituzioni si trovano di fronte a scelte morali gravi, come, ad esempio, per restare alle questioni più recenti, in materia di aborto, eutanasia, fecondazione assistita, sperimentazione su embrioni: anche e soprattutto in questi casi si pone un problema di “laicità” ma invocarla, come viene fatto, nel significato di “neutralità” o “indifferenza”, o comunque nel senso restrittivo di “aconfessionalità”, dello Stato nasconde solo una mistificazione. Vera neutralità, sulle questioni religiose e morali, non può infatti esistere, perché non è possibile dare risposte indifferenti ai problemi morali: di fronte ad un “caso morale” nessuna scelta è indifferente o neutrale, ma incarna sempre una precisa opzione per un sistema di valori o per un altro, per una visione dell’uomo o per un’altra. “Laico” non è lo Stato che non sceglie (che non può esistere), ma quello che sceglie liberamente, senza cioè alcuna soggezione ad un’autorità religiosa, dopo aver ponderato le opzioni offerte dalle differenti “visioni dell’uomo” rappresentate al suo interno. D’altra parte è proprio del pensiero cristiano, che ha profondamente influenzato la nostra storia culturale, il riconoscimento della legittimazione originaria del potere temporale in quanto fondata direttamente sulla legge naturale (“Date a Cesare quel che è di Cesare”) e perciò comportante la sua piena indipendenza dalla gerarchia ecclesiastica; la quale è investita invece della auctoritas per indagare il bene morale (“e a Dio quel che è di Dio”) – cioè una certa “visione dell’uomo” – e della missione di additarlo agli uomini del reggimento politico affinché liberamente lo traducano in precetti giuridici. Per la nostra tradizione cattolica, in altri termini, lo Stato è “laico” necessariamente, perché trae da sé stesso, e non dall’autorità religiosa, il proprio diritto ad esistere e ad operare; anche se è consapevole della necessità, per bene operare, di tradurre in norme valori morali, vera fonte dei diritti soggettivi. Il modello di Stato “indifferente” alla morale, o fautore di un’etica indipendente da quella “religiosa” prende corpo, nella prima età moderna, negli scritti di Machiavelli, teorizzatore della “ragion di Stato”, ma soprattutto negli Stati che aderiscono alla Riforma, in dipendenza dalla idea della sola fides come pegno della salvezza e della conseguente svalutazione del diritto naturale come via per raggiungerla. E’ un cammino di separazione fra la politica – fra ogni aspetto della vita umana – e la morale seguito specialmente dai filosofi giusrazionalisti ed illuministi dei secoli XVII e XVIII: in altre parole, una secolarizzazione, apertamente ostile al fondamento realista e metafisico della morale cristiana, che si è realizzata specialmente fuori dall’Italia, dove però ha condotto a giustificare l’assolutismo (come nel caso della mostruosa costruzione del Leviatano di Hobbes) e all’asservimento delle Chiese ai “principi devoti”, cioè alla soggezione dell’autorità religiosa a quella temporale; e che è stata poi importata da noi dagli Illuministi e si è diffusa con il Positivismo del sec. XIX. Sorge allora anche oggi il sospetto che l’invocazione della “laicità” dello Stato, nel senso distorto che al termine danno i mistificatori, cioè di separazione fra politica e morale, di secolarizzazione, sia fatta in realtà con preciso intento discriminatorio per escludere dal dibattito i portatori di un certo sistema di valori e di una certa “visione dell’uomo”, che sono quelli della tradizione cattolica. Se però si tratta, specie nel contesto multiculturale in cui siamo inseriti, e perciò nella comprensenza di diverse “visioni dell’uomo”, di un dibattito sui valori che devono essere seguiti affinché, con pieno diritto e anche responsabilità, gli uomini delle istituzioni compiano le scelte in vista del bene comune – in questo si risolve, in ultima analisi, la vera “laicità” dello Stato –, è solo antidemocratico, e non “laico” – anzi è biecamente “etico” – escludere dal dibattito i portatori di un determinato sistema di valori, tanto più se si tratta di quello cui si sono largamente conformati la nostra società e i nostri costumi per secoli. Adoperarsi per fermare l’oltraggio alla nostra identità, anche culturale, della rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici – e, ad essere conseguenti, bisognerebbe allora abbattere anche tutte le chiese che affacciano su pubbliche piazze – è senz’altro un merito delle nostre istituzioni. Ma le stesse dovrebbero più spesso ricordarsi – o non fingere di dimenticare – che la partita della “laicità” dello Stato si gioca nel libero confronto di quelle “forze intellettuali e morali” che davvero, come scriveva Paul Hazard, “dirigono e governano la vita”: da questo confronto i cattolici, cittadini come gli altri, non devono essere esclusi.
*Docente di storia del diritto medievale e moderno – Università di Teramo
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Lunedì, 14 Giugno, 2010
di Ernesto Galli Della Loggia
Ieri l’altro (24/4/10) il vescovo di Bruges; giovedì quello di Kildare e Leighlin, ultimo di tre prelati irlandesi; subito prima il vescovo di Augsburg, il vescovo norvegese Muller e monsignor John Magee, ex segretario di vari Papi. In modo impressionante si susseguono a raffica le dimissioni di alti dignitari della Chiesa cattolica, colpevoli più o meno confessi, nella maggioranza dei casi, di abusi sessuali nei confronti di minori.
Insomma, l’opera di pulizia auspicata con parole di fuoco da Benedetto XVI quando era ancora il cardinale Ratzinger (e quando su questi temi — mi sembra importante notarlo— l’opinione pubblica non si faceva sentire) va avanti con decisione senza guardare in faccia a nessuno. Si tratta di un’importante opera di disciplinamento e in certo senso di autoriforma della Chiesa, dietro la quale si intravedono però fenomeni più ampi e significativi che non rendono troppo azzardato parlare di una vera svolta storica.
Per la prima volta, infatti, la Chiesa cattolica si spoglia di sua spontanea volontà di ogni funzione di intermediazione — e per ciò stesso, inevitabilmente, di «protezione» — nei confronti dei propri membri. Si priva di ogni attribuzione e volontà di giudizio nel merito, di decisione sua propria ed autonoma nei loro riguardi. Lo fa, per giunta, non in seguito a provvedimenti giudiziari emanati da una qualche autorità civile di cui le è giocoforza prendere atto, ma per l’appunto in via preliminare. Qualunque membro del clero, non importa il suo grado, abbia avuto comportamenti sessuali illeciti ha l’obbligo, per così dire, dell’autodenuncia e di affrontare quindi le conseguenze dei propri atti davanti alla giustizia laica. Allo stesso modo, sembra di capire, qualunque istanza gerarchica cattolica venga a conoscenza di atti sessuali illeciti commessi da un membro del clero ha l’obbligo d’ora in avanti della denuncia immediata all’autorità civile. In nessun modo, insomma, il peccato fa più da schermo al reato.
Non so quanti precedenti ci siano di un indirizzo del genere: certo pochissimi, forse nessuno. Come si sa, infatti, la Chiesa cattolica si è sempre considerata una societas perfecta, un’organizzazione che non riconosceva per principio alcuna istanza umana a lei sovraordinata, a cominciare dallo Stato. Nella sua ottica essa poteva sì rinunciare, quando fosse il caso, alle più svariate prerogative, competenze, diritti o che altro, ma sempre o per via pattizia (cioè concordataria), o perché costrettavi a forza dallo Stato. Con l’esplodere del problema della pedofilia si ha, invece, nei fatti, un cambiamento di rotta quanto mai significativo: che è la prova indubbia dell’estrema risolutezza con cui il Papa ha deciso di affrontare la questione non indietreggiando di fronte alle conseguenze.
Tale mutamento di rotta a sua volta ne implica, mi sembra, un altro ancora. E cioè che in questa circostanza la Chiesa ha finito per fare rapidamente proprio, senza riserve o scostamenti di sorta, il punto di vista affermatosi (peraltro recentemente e a fatica, ricordiamocelo) nella società laica occidentale. Non voglio certo dire che la Chiesa ha avuto bisogno del giudizio della società laica per considerare l’abuso sessuale sui minori un peccato gravissimo (forse il più grave stando alla lettera del Vangelo). Ma esso era tale anche dieci, venti o trenta anni fa quando tuttavia veniva quasi sempre coperto. Se oggi non è più così, non può più essere così, se oggi da quella gravità la Chiesa ha tratto le nuove e drastiche conseguenze che sono sotto i nostri occhi, con tutta evidenza ciò è accaduto solo perché il giudizio della società sugli abusi pedofili è anch’esso nel frattempo mutato. Cosicché, mentre su ogni altro uso della sessualità o pratiche connesse, essa ha adottato, e tuttora adotta, un suo proprio metro di giudizio, più o meno diverso rispetto a quello comunemente accettato, in questo caso vediamo invece che si conforma al punto di vista della società.
Si tratta beninteso del punto di vista della società occidentale, non molto condiviso, come si sa, da altre società come quelle islamiche o afro-asiatiche. Il che mi sembra indicativo di un ultimo dato di rilievo contenuto in questa vicenda. Vale a dire che il Cristianesimo romano e la sua Chiesa, pur a dispetto di ogni loro eventuale opinione o affermazione contraria (pur volendosi «cattolici» e cioè universali), mantengono comunque, però, un legame ineludibile con l’area di civiltà nel cui ambito geografico hanno messo le loro prime radici, che poi hanno modellato in modo decisivo, ma dalla quale, alla fine, non possono non essere anch’essi modellati. Forse è vero, insomma, che il futuro dell’Occidente si avvia a non essere più un futuro cristiano; ma ciò nonostante, in un modo o nell’altro e chissà ancora per quanto tempo, il Cristianesimo continuerà ad essere essenzialmente occidentale.
fonte: Corriere della sera, 26 aprile 2010
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Lunedì, 31 Maggio, 2010
“Il problema vero è che anche la classe imprenditoriale si guarda intorno e non si affida più alla politica per chiedere supporto, perché i politici non hanno idee e non hanno denaro. A questo punto non resta che fare da soli; sarà una disperazione, però è l’unica strada. Se si sta prendendo coscienza di questo, forse significa che qualcosa sta cambiando”.
fonte: Corriere di Vicenza - 31 maggio 2010
L’iniziativa privata è il vero valore dell’economia.
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Venerdì, 28 Maggio, 2010
di Susanna Tamaro
Viviamo in tempi di assolute certezze e di pochi dubbi. Tempi in cui non sembra esserci spazio per le inquietudini, le malinconie, i sentimenti più sottilmente umani che sono alla base di tanta letteratura che ci ha formato e fatto crescere. Alla cultura si è sostituita l’informazione, la denuncia, il consumo, la polemica. Niente sedimenta, tutto scorre. E così mi sono trovata a riflettere sul significato e l’origine della parola ‘cultura’. Etimologicamente, alla base della parola, c’è la radice indoeuropea kwel, il cui significato è quello di produrre un movimento circolare. Nel passaggio al latino è diventato ‘colere’, coltivare. Coltivare, appunto.
Quest’anno, per la prima volta, non ho coltivato i campi davanti a casa perché, ormai, anche per chi è coltivatore diretto, lavorare la terra è diventata un’impresa totalmente fallimentare. Il periodo natalizio è stato contrassegnato prima da neve e ghiaccio, poi da piogge torrenziali che hanno dilavato la terra, tracciando solchi grandi quasi come trincee sui terreni in pendenza. Se avessi seminato, ho pensato con sollievo, i fragili steli sarebbero stati trascinati a valle, lasciando, al tempo della crescita, il desolato spettacolo di grandi zone spoglie senza vegetazione. Ma questo sollievo è stato di breve durata, perché, in realtà, vedere i campi incolti suscita in me un dolore e una tristezza difficilmente cancellabili. E’ un fenomeno in sempre maggior espansione, purtroppo, basta avere lo sguardo un po’ attento per rendersi conto della modificazione del paesaggio: soprattutto nelle zone collinari e montane, dove una volta si stendevano vasti campi di orzo e di grano, ora non ci sono che le sagome scure di rovi o brulli pascoli disseminati di pecore. Una sofferenza ancora più grande provoca in me la frutta lasciata a marcire sugli alberi. La natura ci offre i suoi doni e noi voltiamo la testa dall’altra parte. No grazie, siete troppi, non sappiamo che farcene. Succede sempre più spesso. Dalle mie parti con gli ulivi, i ciliegi, al sud con gli aranci, i mandarini, perché ormai per un coltivatore - in balia di folli leggi di mercato europee e senza più l’aiuto di una grande famiglia in grado di collaborare alla raccolta - il prezzo del prodotto finale è troppo basso per riuscire a rientrare nelle spese. Ne sono testimonianza indiretta anche i tristi fatti di Rosarno, dove nonostante la grande offerta di manodopera in nero, come ha testimoniato il vicepresidente di Confagricoltura della provincia di Reggio Calabria, quest’anno verranno lasciati marcire sugli alberi ottocentomila quintali di agrumi.
C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questo rifiutare i frutti, nel non poter più coltivare i campi. In un mondo in cui il cibo è un problema per milioni di persone, fa male al cuore vedere un tale inconcepibile spreco, ma il turbamento più profondo viene dalla consapevolezza che si sia incrinato il rapporto primario dell’uomo con la sua natura e con la natura che lo circonda. La civiltà, così come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Le tribù dei cacciatori nomadi non avevano un’idea precisa del tempo. Cacciavano, consumavano - dato che non si poteva conservare – e tornavano a cacciare. L’irrompere dell’agricoltura ha portato la concezione della circolarità del tempo, kwel, e la consapevolezza che il lavoro è la via per renderlo produttivo. Per coltivare la terra, bisogna conoscere il passato, vedere il presente e immaginare il futuro, sapendo che ogni nostro gesto potrà produrre nuova vita, nuova fertilità. Per rendere fecondo il terreno, è necessario sapere osservare con molta attenzione, saper ascoltare, sapere leggere i legami chiari tra le cose e intuire quelli meno chiari, bisogna essere curiosi, provare, sperimentare, sforzarsi, consapevoli che l’impegno non sempre sarà ripagato dal successo. Si deve soprattutto amare e credere nella vita, perché non si coltiva solo nutrimento, ma qualcosa di molto più grande, che è l’idea di un futuro in cui le generazioni si susseguono.
Col tempo, poi, questa capacità si è espansa in altri campi del vivere umano. Dall’idea di coltivare la terra si è passati all’idea di coltivare la propria interiorità, i propri talenti, i rapporti. La ‘cultura’ della mente - la cultura che nasce dai libri, dall’arte, dalla spiritualità e che ha creato la straordinaria ricchezza della nostra civiltà -
non richiede attitudini molto diverse dalla ‘coltura’ del campi: senso del passato, del presente e del futuro, saper creare legami, essere spinti a crearne sempre di nuovi sulla base di un’insaziabile curiosità e coltivare il dubbio come costante fattore di crescita.
Guardandomi intorno, mi domando: siamo ancora una società che conserva al suo interno il senso profondo del coltivare o stiamo in qualche modo progredendo/regredendo verso una nuova forma di nomadismo tribale, dove l’idea del tempo e della costruzione del tempo è totalmente assente? Si catturano immagini, opinioni, polemiche, indignazioni, le si consumano, e subito, con un’ansia bulimica, si riparte alla ricerca di altre immagini, altre opinioni, altre polemiche, altre indignazioni da consumare. In una tale frenetica frantumazione del pensiero, il sapere non potrà che essere superficiale e privo di radici; e se è privo di radici, è incapace di assorbire il nutrimento, che, nell’ambito della cultura, significa riuscire a cogliere connessioni profonde, conoscere il passato ed essere aperti e vigili nel presente senza avere pregiudizi, vuol dire vivere la curiosità e il desiderio della scoperta come forze fondanti dell’essere umano. Una persona che coltiva - e che si coltiva - non è mai manipolabile ed è sempre lontana dalle ottuse tempeste dei fanatismi.
La nuova tribalità verso cui ci spinge il mondo contemporaneo rischia, alla fine, di essere vittima delle stesse rigidità delle tribalità primitive. Al posto del dubbio, si professano unicamente certezze, destinate a scontrarsi di continuo con altre certezze di segno opposto, senza possibilità di vero dialogo. E l’assenza di dialogo è spesso presagio di tempi oscuri. Anche se può sembrare arcaico e lontano, il mondo naturale che ci circonda è lo specchio della società degli uomini e una società come la nostra che, per le sue leggi economiche, costringe ad abbandonare i campi in balia dei rovi e la frutta a marcire sugli alberi, è una società che ha smesso da tempo di coltivare il senso della vita e culla dentro di sé il germe dell’autodistruzione.
fonte: Corriere della sera, 27 gennaio 2010
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