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	<title>Gabriele Rossi - Relazioni e Lobbying</title>
	<link>http://www.gabrielerossilobbying.com</link>
	<description>Sistema di Relazioni</description>
	<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 08:44:50 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>
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		<title>La politica fiscale e quella monetaria devono mutare indirizzo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 08:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Business]]></category>

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di Gerald P. O’Driscoll, Jr.*
Una politica di riduzione dei tassi d’interesse sarebbe la risposta da manuale delle autorità monetarie alle situazioni di debolezza dell’economia causate da una domanda aggregata insufficiente. Per giustificare tale strategia, di solito si citano i diversi modi in cui la moneta può influenzare l’attività economica, non da ultimo stimolando gli investimenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/08/casa-bianca.jpg" title="casa-bianca.jpg"><img width="593" src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/08/casa-bianca.jpg" alt="casa-bianca.jpg" height="340" style="width: 358px; height: 210px" /></a></em></p>
<p><em>di Gerald P. O’Driscoll, Jr.*</em></p>
<p><strong>Una politica di riduzione dei tassi d’interesse sarebbe la risposta da manuale delle autorità monetarie alle situazioni di debolezza dell’economia causate da una domanda aggregata insufficiente</strong>. Per giustificare tale strategia, di solito si citano i diversi modi in cui <strong>la moneta può influenzare l’attività economica</strong>, non da ultimo stimolando gli investimenti, disincentivando il risparmio, assecondando le spese destinate ai consumi e mettendo gli individui in condizione di alleggerire l’onere dei propri debiti per il tramite di un rifinanziamento. Per quanto tutti questi effetti siano plausibili dal punto di vista teorico, la risposta da manuale non è quella giusta - nella situazione attuale.</p>
<p>In primo luogo, <strong>la crisi e la debolezza dell’economia americana non sono state causate dall’inadeguatezza della domanda effettiva</strong> – come nella teoria di Keynes – <strong>bensì dal ciclo (come spiegato da Hayek) di espansione e crollo del valore degli asset. </strong>In secondo luogo, la tesi da manuale a favore di tassi d’interesse ridotti ritiene che tale politica presenti solo benefici e non comporti alcun costo. <strong>In realtà una politica economica o monetaria che non presenti costi non può esistere.</strong></p>
<p><strong>Il ciclo di espansione e crollo dei valori immobiliari è stato un classico esempio di bolla speculativa degli asset</strong>, analoga ai numerosi casi che si sono verificati nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo. <strong><em>I “soldi facili” che operavano per il tramite di un credito estremamente poco costoso hanno fatto apparire gli investimenti di lungo periodo più allettanti di quanto non sarebbe avvenuto in condizioni di tassi d’interesse elevati.</em></strong></p>
<p>Nella maggior parte dei casi, un’espansione degli investimenti va ad alimentare settori economici altrimenti contraddistinti da valori fondamentali sani. <strong>Quando inizia ad affluire il credito a buon mercato, tuttavia, i fondamentali vengono gettati alle ortiche e la situazione diventa (per usare un’espressione all’antica) una mania</strong>. L’insostenibile non può essere sostenuto e inevitabilmente l’espansione si chiude con una crisi.</p>
<p>In uno scenario siffatto il crollo della domanda è una conseguenza, piuttosto che la causa del crollo dell’attività economica. <strong><em>Qualsiasi politica mirante a venire alle prese con una crisi deve capire bene quali siano le cause e quali gli effetti.</em></strong></p>
<p><strong>Quando i prezzi delle case hanno raggiunto il picco per poi crollare, vi sono state ripercussioni nell’intero sistema finanziario, che hanno poi interessato l’economia più in generale.</strong> I titoli garantiti da ipoteche (mortgage-related securities) hanno perso di credibilità, assestando un grave colpo al bilancio degli istituti finanziari che li avevano acquistati. Una volta che questo fenomeno si è fatto evidente, i<strong>l prezzo dei titoli emessi da questi stessi istituti (prevalentemente, ma non esclusivamente finanziari) è crollato a sua volta</strong>. Il credito si è essiccato e l’economia è entrata in crisi, con la conseguenza che il mercato azionario è andato a picco.</p>
<p><strong>Il panico finanziario e la grande recessione che ne è conseguita hanno rappresentato un classico esempio di recessione “da crisi di bilancio”. </strong>Mano a mano che lo stato patrimoniale di imprese e società perdeva valore, la domanda è crollata. <strong>Si è prodotta anche una crisi di liquidità</strong>, essenzialmente imperniata sul fallimento di Lehman Brothers, ma la “forza motrice” della crisi è stato il crollo dei bilanci societari, la precarietà del valore del loro capitale e, in molti casi, <strong>l’insolvenza</strong>.</p>
<p><strong><em>Altri fattori che hanno avuto significative ripercussioni sono la riduzione del valore delle case</em></strong>, dei portafogli azionari degli investitori e dei conti pensionistici integrativi, insieme all’incertezza relativa ai piani pensionistici più in generale. <strong>La soluzione consiste nel ripristinare la solidità dei bilanci</strong>. <strong>Per le società finanziarie, questo significa trovare capitali. Per consumatori e imprese, la via da seguire consiste nel risparmiare una percentuale maggiore di un reddito diminuito rispetto al passato.</strong></p>
<p><strong>Ciò nonostante, le politiche pubbliche hanno cercato quasi esclusivamente di stimolare la spesa, senza darsi troppo pensiero delle cause che hanno fatto sì che la spesa</strong> – e il consumo in particolare – <strong>si sia ridotta</strong>. Finché lo stato patrimoniale di imprese e famiglie non riacquisterà la dovuta solidità, l’aumento della spesa non potrà essere sostenuto.</p>
<p>La spesa occasionale e le agevolazioni fiscali sono sempre accorgimenti di dubbio valore, particolarmente in una situazione come l’attuale, in cui gli attori economici sono orientati a risparmiare di più e spendere di meno. <strong>I crediti fiscali una tantum a favore delle famiglie, ad esempio, non hanno fatto altro che anticipare nel tempo le vendite future.</strong> Com’era prevedibile, questi espedienti fiscali non hanno fatto aumentare i consumi futuri, bensì li hanno depressi.</p>
<p><strong>A essere scarsa non è la liquidità ma il risparmio.</strong> La Federal Reserve può fornire la prima, ma non il secondo. La politica fiscale e quella monetaria devono mutare indirizzo: la Fed ha fatto il grosso del lavoro e ha risposto più che adeguatamente ai problemi di liquidità. A questo punto non ha più molto da offrire.</p>
<p>La decisione della Federal Reserve di orientarsi verso una politica di espansione monetaria (quantitative easing) simile a quella seguita dal Giappone rappresenta un passo falso della banca centrale americana. Si aggiunga che il fatto che il valore dei tassi d’interesse abbia raggiunto i minimi storici (a questo proposito la Banca dei Regolamenti Internazionali, ossia la “banca delle banche centrali”, ha lanciato un allarme nella sua relazione annuale per il 2009-2010)<strong> avrà inevitabilmente l’effetto di distorcere l’attività economica, esattamente com’è avvenuto durante il boom della casa. </strong>Gonfiando artificialmente il prezzo degli asset, il ridotto livello dei tassi d’interesse rallenterà il processo di consolidamento dello stato patrimoniale di famiglie e imprese, oltre a penalizzare il risparmio, con l’effetto di prolungare ulteriormente il risanamento dei bilanci.</p>
<p><strong>In ambito fiscale, le scelte politiche dovrebbero essere orientate verso gli investimenti produttivi (da distinguere da una ripresa della speculazione finanziaria), abbandonando l’obiettivo di stimolare il consumo</strong>. Ciò significa astenersi dall’imporre aumenti delle imposte sul reddito e nuovi e costosi mandati di spesa a carico di famiglie e imprese. In particolare, è il caso di rinnovare i tagli alle imposte attuati dall’Amministrazione Bush. A dispetto delle acrobazie verbali di questa Amministrazione, la “scadenza” dei tagli comporterebbe un sostanzioso aumento dell’aliquota marginale delle imposte in un periodo di debolezza economica. Ciò ostacolerebbe ulteriormente il risparmio e l’accumulazione di capitale, disincentivando la crescita delle imprese e l’assunzione di nuovi lavoratori. <strong>Il Segretario del Tesoro Tim Geithner si sta riproponendo di ripetere l’errore di Herbert Hoover, che nel 1932 convinse il Congresso ad aumentare le tasse.</strong></p>
<p>I mercati sanno sopportare molti colpi, ma la ripresa può essere ostacolata da politiche inadeguate. Al momento attuale, purtroppo, la nostra politica fiscale e la nostra politica monetaria sono sulla strada sbagliata.<br />
<em>* Gerald O’Driscoll è senior fellow presso il Cato Institute. Precedentemente è stato Vice-presidente della Federal Reserve Bank di Dallas e successivamente Vice-presidente di Citigroup. Con Mario J. Rizzo ha pubblicato The Economics of Time and Ignorance (Routledge, 1996).</em><br />
<em>Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal del 16 agosto 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione</em></p>
<p><em>fonte: IBL</em></p>
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		<title>A Dio, Sir Francis</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 21:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
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‎&#8221;E mi auguro invece che Berlusconi capisca di dover collaborare con Giuliano Amato, se vuole costruire un vero bipolarismo europeo.&#8221; Francesco Cossiga, cfr. Cossiga: &#8220;Caro Sergio resta con la sinistra&#8221;, intervista a cura di Stefano Marroni, La Repubblica, 12-5-2000
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/08/berlusconi_cossiga.jpg" title="berlusconi_cossiga.jpg"><img src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/08/berlusconi_cossiga.jpg" alt="berlusconi_cossiga.jpg" /></a> </p>
<h3 align="left">‎&#8221;E mi auguro invece che Berlusconi capisca di dover collaborare con Giuliano Amato, se vuole costruire un vero bipolarismo europeo.&#8221; <em>Francesco Cossiga, cfr. </em><a href="http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/cantonig299.htm"><font size="2"><font color="#000000"><font face="Verdana"><em>Cossiga: &#8220;Caro Sergio resta con la sinistra&#8221;</em>, intervista a cura di Stefano Marroni, <em>La Repubblica</em>, 12-5-2000</font></font></font></a></h3>
<p>ROMA (ITALPRESS) - &#8220;Scompare con Francesco Cossiga l&#8217;ultimo maestro del cattolicesimo liberale in quella che fu la grande storia della democrazia cristiana. Autentico, per quanto isolato, spirito &#8216;whig&#8217; della politica italiana Cossiga insegno&#8217; a molti, prima ancora che diventassero un&#8217;effimera moda, i principi della filosofia politica liberale, che purtroppo ancora stentano ad affermarsi davvero nel nostro Paese&#8221;. Lo afferma in una nota l&#8217;onorevole <strong>Ferdinando Adornato</strong>.&#8221;Sir Francis, cosi&#8217; come pretendeva che io lo chiamassi in omaggio al comune amore per la cultura anglosassone, ha sempre vissuto fino all&#8217;ultimo con appassionato dolore l&#8217;arretratezza ideologica della nostra classe politica, dagli anni della caduta della prima repubblica a quelli attuali del fallimento della seconda. Ma Sir Francis non muore davvero: perche&#8217; i suoi insegnamenti e la sua ironia sosterranno sempre quanti continueranno a credere e combattere per i tre concetti chiave del pensiero liberale, il primato della persona, il senso dello Stato, l&#8217;amore per la nazione&#8221;.﻿</p>
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		<title>Le promesse della cattiva politica mancano innanzitutto di sano realismo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 09:21:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Zibaldone]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;E sempre la penuria d&#8217;idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell&#8217;affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell&#8217;investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. (&#8230;) questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d&#8217;Achille dei miraggi europei, (&#8230;) mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe (&#8230;) per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>&#8220;E sempre la penuria d&#8217;idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell&#8217;affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell&#8217;investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. (&#8230;) questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d&#8217;Achille dei miraggi europei, (&#8230;) mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe (&#8230;) per far fronte ai problemi (&#8230;) che soffocano l&#8217;apertura di speranza (&#8230;)&#8221;.</em></strong></p>
<p>fonte: <em>Joaquìn Navarro-Valls</em>  <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/10/07/la-leadership-di-obama-alla-prova-dei.html">la Repubblica</a></p>
<div class="vvqbox vvqyoutube" style="width:425px;height:355px;">
<p id="vvq4c83fd03dbf25"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=WL2x6aEDgEM">http://www.youtube.com/watch?v=WL2&#215;6aEDgEM</a></p>
</div>
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		<title>L&#8217;Italia dell&#8217;eterno rimpallo fra supermoralisti e “praticoni”</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 20:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
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di Alberto Mingardi 
Fatta salva l’esigenza (per la verità, poco avvertita da chi i giornali li scrive e evidentemente anche da chi li legge) di accertare i fatti prima di emettere un giudizio, il quadro che emerge dalle inchieste di Firenze e di Milano è sconfortante. Sconfortanti le accuse, sconfortanti le dinamiche d’interazione fra magistratura e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/bivio_stradale.jpg" title="bivio_stradale.jpg"><img width="297" src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/bivio_stradale.jpg" alt="bivio_stradale.jpg" height="231" style="width: 292px; height: 231px" /></a> </em></p>
<p><em>di Alberto Mingardi</em> </p>
<p><strong>Fatta salva l’esigenza</strong> (per la verità, poco avvertita da chi i giornali li scrive e evidentemente anche da chi li legge) <strong>di accertare i fatti prima di emettere un giudizio</strong>, il quadro che emerge dalle inchieste di Firenze e di Milano è sconfortante. Sconfortanti le accuse, sconfortanti le dinamiche d’interazione fra magistratura e media, sconfortante la risposta della politica. <strong>Guido Bertolaso</strong> è l’unico ad uscirne paradossalmente ferito ma bene, senza svicolare dal confronto, senza scrollarsi di dosso le sue responsabilità.</p>
<p>Il problema, a monte, è che vicende come quelle venute alla luce in questi giorni riattivano riflessi condizionati, nell’opinione pubblica e nella “classe dirigente” del Paese. Se non da che mondo è mondo almeno da che l’Italia è l’Italia, <strong>le persone “che contano” costruiscono la propria identità sulla presunzione di essere meglio del resto di noi</strong>. Gli scandali, i latrocini, la corruzione che segnano tutta la storia d’Italia dall’unificazione ad oggi raccontano questo <strong>eterno rimpallo fra moralisti e “praticoni”</strong>. La <strong>prassi dell’uso dello Stato ai propri fini</strong>, la teoria di un “senso dello Stato” artificiale e posticcio. Ci sono culture politiche in Italia che fanno della propria impotenza un senso di distinzione. <strong>Perennemente tese verso il rinnovamento del Paese, si rallegrano segretamente della sua incapacità di rinnovarsi.</strong> <strong>Corruzione e moralismo sono elementi costitutivi dell’Italia</strong> così com’è, e del dibattito pubblico. La convinzione di essere “un’altra Italia” è utilissima ad evitarsi la fatica di impegnarsi davvero in quella che c’è. Certi che il meno peggio sia nemico del bene, i “migliori” non sono mai scesi dall’Aventino.</p>
<p><strong>C’è un altro pezzo di classe dirigente, che costruisce identità non sull’avere un’idea del Paese ma proprio sul non avercela </strong>– condizione apparentemente indispensabile, <strong>per “gestirlo”, il Paese</strong>. Siamo sempre al <strong>“governare gli italiani non è impossibile, è inutile”</strong>. Sottinteso: e allora tanto vale godersi la festa. Il risultato della perversa amalgama di queste due culture è l’Italia che abbiamo sotto gli occhi. <strong>Un Paese in cui le leggi sono scritte dai francescani ma vengono applicate dai casalesi</strong>, dove tutto è peccato però si fa ampio ricorso alla confessione. E proprio <strong>per la tensione fra queste due culture, anziché “semplificare” regole e norme, abbiamo imparato ad aggirarle</strong>. Con la corruzione – o allargando a dismisura il concetto di “emergenza”, è dopotutto un dettaglio. Qual è il grande non detto, in questa situazione? È l’economia di relazione, che s’innerva in questa attività di <strong>lobby spiccia e laterale</strong>, fatta di escort e proiezioni di ricatti, di appalti in famiglia e società eterodirette dal Palazzo.</p>
<p>Ciò che è anomalo non è il fatto che le classi dirigenti si parlino, che alti giudici diano del tu a degli imprenditori, che esistano robusti circuiti relazionali. È così in tutto il mondo: <strong>ovunque la parte “che conta” della società fa le stesse scuole, legge gli stessi giornali e gli stessi libri, condivide una storia.</strong> La “porta girevole” esiste e ruota a velocità ancora più veloce nei Paesi anglosassoni, dove è piuttosto comune che <strong>fra accademia, finanza, impresa, grandi fondazioni e politica si trovino a ricoprire posizioni intercambiabili. Quello che è intrinsecamente diverso è il modo in cui i conflitti d’interesse trovano soluzione.</strong></p>
<p>E questo modo così diverso non passa attraverso l’iper-regolazione dei comportamenti, o attraverso la moltiplicazione dei codici etici. <strong>Passa per un’idea diversa del rapporto fra Stato e mercato</strong>. Per una linea divisoria  limpida, chiara, che non impedisce che le stesse persone possano trovarsi talvolta di qua e talvolta di là, ma cambia il paesaggio morale in cui si muovono.</p>
<p><strong>L’“a Fra’, che te serve” c’è dappertutto</strong> – quello che cambia è ciò che può restituire, in cambio, il politico, dall’altra parte della scrivania. <strong>Ci sono più lobbisti a Washington che a Roma</strong>. Ma il <strong>lobbying a Washington è un’attività trasparente, un gioco con regole chiare, che avviene sotto gli occhi di tutti e che richiede qualche sforzo in più rispetto al “presentarti quella persona”.</strong> Per Kennedy, il buon lobbista era quello capace di spiegare in dieci minuti un problema che il suo staff ci avrebbe messo ore e ore per comprendere. <strong><em>Spiegare un problema:</em></strong> non semplicemente stornare numeri di telefono, veder gente e fare cose.</p>
<p>Le relazioni esistono dappertutto, e ovunque sono importanti. Ma non sono, non possono essere, l’unico appiglio su cui costruire una carriera. Quanti perfetti cretini conosciamo, che in Italia occupano una posizione apicale soltanto perché testimoniano il potere relazionale di un altro essere umano? Potere relazionale la cui più sfacciata e muscolare manifestazione è sempre imporre un generale idiota. Fregandosene di come andrà poi la guerra. <strong>Questa opacità diffusa, questo lobbismo d’accatto, non sono solo l’habitat naturale dei praticoni. Sono anche il risultato delle prediche dei moralisti.</strong> I <strong>moralisti vogliono che lo Stato sia tutto, e la società nulla</strong>. Che l’interesse personale sia dichiarato illegale a norma di legge, per fare degli italiani un popolo di santi. Sono i moralisti che hanno costruito le alcove dei peccatori. Se lo Stato può fare tutto, perché dovrebbe limitare gli “aiutini”?</p>
<p><strong>Ripensare la nostra cultura pubblica</strong> non significa lamentarsi che le mezze stagioni non ci sono può, invocare sanzioni per i partiti che si tengono in pancia i corruttori, o nuove regole. <strong>L’unica cosa che servirebbe davvero è la separazione fra Stato ed economia.</strong> Ma lo spirito dei tempi soffia in tutt’altra direzione.</p>
<p><em>fonte: Il Riformista</em></p>
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		<title>Parole e volgarità</title>
		<link>http://www.gabrielerossilobbying.com/2010/07/27/parole-e-volgarita/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 07:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Zibaldone]]></category>

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Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento della lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo. Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/parole.jpg" title="parole.jpg"><img width="607" src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/parole.jpg" alt="parole.jpg" height="260" style="width: 524px; height: 248px" /></a> <a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/chittaro.png" title="chittaro.png"></a></p>
<p>Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle <strong>accademie della Crusca e dei Lincei</strong> sull’insegnamento della <strong>lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo.</strong> Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.</p>
<p>Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. <strong>Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. </strong>Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.</p>
<p><strong>Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani.</strong> L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità. <strong>La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato.</strong> È la tentazione, strisciante, del populismo. <strong>Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni</strong>, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte<strong> si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti</strong>, dall’altra <strong>si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.</strong></p>
<p>Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei <strong>Kennedy</strong>, dei <strong>Clinton</strong> e degli <strong>Obama</strong>) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma <strong>perderà qualunque aura</strong>: <strong>cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità.</strong> Uno degli <strong>elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio</strong>. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.</p>
<p>Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. <strong>È vero che la fantasia ormai scarseggia</strong>; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi <strong>Eros e Priapo di Gadda</strong>. Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che <strong>richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens.</strong> E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.</p>
<p><em>autore: Cesare Segre</em></p>
<p><em>fonte: Corriere della sera</em></p>
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		<title>Claudio Risè: La società non può fare a meno del padre</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 07:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Zibaldone]]></category>

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		<description><![CDATA[I padri italiani sono i più negligenti d&#8217;Europa, con meno di mezz&#8217;ora al giorno dedicati ai propri figli. Così stabilisce una recente ricerca condotta su un campione europeo: sono dati che certamente devono far riflettere sulle motivazioni di questo poco interesse.
Per avere una visione oggettiva del fenomeno ci siamo rivolti a Claudio Risé, psicoanalista, scrittore, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/il_padre.jpg" title="il_padre.jpg"><img src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/il_padre.jpg" alt="il_padre.jpg" /></a></em><em><strong>I padri italiani sono i più negligenti d&#8217;Europa, con meno di mezz&#8217;ora al giorno dedicati ai propri figli.</strong> Così stabilisce una recente ricerca condotta su un campione europeo: sono dati che certamente devono far riflettere sulle motivazioni di questo poco interesse.<br />
Per avere una visione oggettiva del fenomeno ci siamo rivolti a <strong>Claudio Risé, psicoanalista, scrittore, docente universitario</strong> che con gli uomini italiani dialoga tutte le settimane dalle colonne di <strong>Psiche lui</strong>, la popolare pagina di <strong>Io Donna</strong>, il supplemento settimanale del <strong>&#8220;Corriere della Sera&#8221;</strong>.<br />
Risé è stato il primo in Italia a introdurre il tema della crisi del maschile, visto in chiave psicanalitica. Il suo ultimo libro sui maschi: <strong>Essere uomini (Red edizioni)</strong>, è oggi alla terza edizione. E sta per uscire presso l&#8217;editore Frassinelli un nuovo saggio (scritto con la moglie, il medico Moidi Paregger): <strong>Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile.</strong></em></p>
<p><em>Professor Risé, è vero che i padri italiani sono così negligenti? E perché?</em></p>
<p>«Ci sono molte ragioni, in parte psicologiche, in parte economiche. Dal punto di vista psicologico <strong>l&#8217;Italia, paese mediterraneo, è in gran parte sotto l&#8217;influsso dell&#8217;Archetipo della Grande Madre</strong>, una forza dell&#8217;inconscio collettivo (e quindi condizionante la cultura dominante), che tende ad estendere nell&#8217;educazione dei figli il potere della madre rispetto a quello del padre. In questa configurazione psicologica gli stessi maschi adulti tendono a viversi più come figli delle loro compagne, cui quindi rivolgono continue richieste di conferma affettiva, piuttosto che come mariti, e padri dei propri bimbi, con cui spesso si sentono in concorrenza. Ci sono però altri aspetti. <strong>Da una parte l&#8217;Italia è probabilmente il più &#8220;americanizzato&#8221; dei paesi europei,</strong> e dunque quello dove <strong>i padri sentono più fortemente, come negli USA, l&#8217;imperativo di fornire la maggior quantità possibile di reddito monetario alla famiglia</strong>.<br />
Quindi lavorano molto, ed hanno poco tempo di stare coi figli. D&#8217;altro lato, <strong>nel caso di famiglie di separati, l&#8217;Italia applica una legislazione particolarmente punitiva nei confronti dei padri,</strong> che possono passare pochissimo tempo coi figli, anche quando desidererebbero farlo. Anche in questa bizzarria, che vede la madre come destinatario privilegiato dell&#8217;affidamento dei figli, anche già adolescenti, vediamo, dal punto di vista dell&#8217;inconscio collettivo, un effetto del potere esercitato, anche sulla prassi giudiziaria, dall&#8217;Archetipo della Grande Madre cui ho accennato prima».</p>
<p><em>Ma i  padri non hanno responsabilità nell&#8217;assenza nei confronti dei figli?</em></p>
<p>«<strong>I padri italiani, come quelli di tutto l&#8217;Occidente, hanno da un certo periodo storico (l&#8217;industrializzazione) in poi messo in secondo piano la famiglia, per impegnarsi totalmente nel lavoro e nella carriera.</strong> Nel paese che è un po&#8217; il pesce pilota dell&#8217;Occidente, gli Stati Uniti, il tempo libero dei dipendenti maschi é diminuito del 20% dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Oggi il tempo per crescere i figli i padri non ce l&#8217;hanno più. <strong>D&#8217;altra parte solo oggi si riscopre che la funzione educativa del padre è importante.</strong> Per molti decenni, tutto ciò che si riferiva al padre è stato definito con aggettivi dispregiativi che tendono a svalutare il mondo dei comportamenti paterni: paternalista, patriarcale. <strong>Per almeno cinquant&#8217;anni è come se il padre nel mondo occidentale contemporaneo fosse diventato d&#8217;impiccio: l&#8217;uomo adulto è stato apprezzato come funzionario aziendale, o come consumatore, ma non doveva pretendere di &#8220;fare il padre&#8221;</strong>».</p>
<p><em>Quali sono stati gli effetti di questa situazione?</em></p>
<p>«<strong>Simbolicamente il padre è colui che, con la sua presenza e la sua azione, costruisce un ponte tra i figli che crescono, e la società in cui devono entrare.</strong> Mentre nella famiglia la madre esprime innanzitutto il mondo degli affetti e dei bisogni. <strong>Il padre è l&#8217;&#8221;iniziatore&#8221; alle norme</strong>, <strong>alla disciplina che dobbiamo esercitare su noi stessi, e all&#8217;autorità che dobbiamo riconoscere alla società.</strong> Tutti <strong>valori fortemente contestati per molto tempo, a favore di quelli dell&#8217;appagamento immediato e del piacere.<br />
Il risultato è che  oggi, in una situazione di assenza paterna, si fatica a rispettare norme valide per tutti, ogni piccolo sforzo viene considerato enorme e l&#8217;autorità viene vissuta, come un  sopruso</strong>».</p>
<p><em>C&#8217;è anche un aspetto religioso, nel &#8220;mestiere del padre&#8221;?</em></p>
<p>«Certo. <strong>Il padre che svolge correttamente la propria funzione attiva nell&#8217;individuo giovane, nel figlio (o nell&#8217;allievo che lo vive come padre), la capacità di relazione con la dimensione sovrapersonale, trascendente</strong>. E&#8217; <strong>coltivando questo aspetto psichico che l&#8217;individuo viene messo in grado di sviluppare la relazione con Dio</strong>».</p>
<p><em>La tendenza è al peggioramento, o qualcosa sta cambiando?</em></p>
<p>«Come sempre nelle situazioni estreme, nelle quali <strong>la stessa vitalità del gruppo umano è a rischio </strong>(<strong>la difficoltà a riprodursi del maschio occidentale è ormai attorno al 45%</strong>), l&#8217;istinto di conservazione sviluppa forti controreazioni. Tutta la società si è accorta che non può fare a meno del padre, e questi stessi sondaggi, preoccupati per la sua assenza, lo rivelano. <strong>Ma soprattutto, il comportamento e la sensibilità degli uomini-padri va riscoprendo il significato  della loro funzione educativa.<br />
Nelle separazioni, sfortunatamente in aumento, i mariti che chiedono l&#8217;affidamento dei figli sono sempre più numerosi.</strong> Anche a livello sociale la pratica dell&#8217;affidamento congiunto si diffonde, ed è pronta una legge che propone di farne la  prassi generalmente seguita. Dalla mia pratica di psicoanalista, e dal mio impegno per una nuova coscienza maschile, credo di poter dire che <strong>è in netto aumento, nei giovani uomini, la consapevolezza dei valori della famiglia, degli affetti, e dell&#8217;educazione dei figli, rispetto a quelli dell&#8217;edonismo e dei cosiddetti &#8220;simboli di status&#8221;,</strong> in pratica indotti dalla società dei consumi. Insomma: il padre torna a casa. E la società si è accorta che non può fare a meno di lui».</p>
<p><em>fonte: L&#8217;Eco di Bergamo<br />
autore: Massimo Centini</em></p>
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		<title>Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 06:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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È disponibile online l’Annale 2010 del Centro Studi Tocqueville-Acton: &#8220;Le regole della libertà. Studi sull&#8217;economia sociale di mercato&#8221;. 
Viviamo tempi difficili, una crisi nella quale siamo talmente immersi che può capitarci di non coglierne i reali contorni. Con l’Annale 2010: “Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato nelle democrazie contemporanee”, il Centro Studi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/flavio.jpg" title="flavio.jpg"><img src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/flavio.jpg" alt="flavio.jpg" /></a> </em></strong></p>
<p><strong><em>È disponibile online l’Annale 2010 del Centro Studi Tocqueville-Acton: &#8220;Le regole della libertà. Studi sull&#8217;economia sociale di mercato&#8221;. </em></strong></p>
<p>Viviamo tempi difficili, una crisi nella quale siamo talmente immersi che può capitarci di non coglierne i reali contorni. Con l’Annale 2010: <strong>“Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato nelle democrazie contemporanee”</strong>, il <strong>Centro Studi Tocqueville-Acton</strong> intende iniziare una riflessione sulle scienze sociali, assumendo come prospettiva teorica l’ordoliberalismo, ovvero quel liberalismo delle regole che sin dalla metà degli Anni Trenta seppe raccogliere intorno ai circoli e all’Università di Friburgo personalità eminenti della resistenza al nazismo. Senza alcun improprio e ridicolo paragone, facciamo nostro uno dei tanti appelli di <strong>Luigi Sturzo</strong>: <strong>“la battaglia per la libertà non ha mai fine”.</strong> Per questa ragione, crediamo che anche nel migliore dei mondi possibili (supponiamo che il nostro lo sia) sia indispensabile <strong>tenere alta la guardia contro i tentativi di abbattere le istituzioni liberali</strong>. Certo, una demolizione che si realizza un po’ alla volta, magari anche con il concorso del sorriso accattivante di qualche bel volto a tutti noto e per questo motivo particolarmente rassicurante. Ebbene, il Centro Studi Tocqueville-Acton, con il presente Annale 2010, offre la propria riflessione sul tema delle “Regole della libertà”, aggredendo le problematiche tipiche dell’ordine sociale sotto il profilo epistemologico, filosofico, economico, storiografico, politologico e giuridico. Ancora, oltre ad una sezione antologica, quest’anno dedicata ad un saggio di <strong>Wilhelm Röpke</strong>: Presupposti e limiti del mercato, da molti considerato il suo testamento spirituale, al saggio recensione del 1943 di <strong>Luigi Einaudi</strong> all’opera di Röpke: La crisi sociale del nostro tempo (1943), e alla recensione di un classico del pensiero liberale: The Road to Serfdom di <strong>Friedrich A. von Hayek</strong>, scritta dal filosofo statunitense <strong>Jude P. Dougherty</strong>, il Centro Studi Tocqueville-Acton intende dedicare una sezione specifica allo studio del pensiero sociale cristiano, prestando particolare attenzione al <strong>Magistero sociale della Chiesa cattolica.</strong></p>
<p><strong><em>nella foto, </em><a href="http://www.cattolici-liberali.com/organizzazione/Direzione.aspx#cics"><em>Flavio Felice</em></a><em>, Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton</em></strong></p>
<p><em><a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/Annali/Annale2010.aspx">clicca qui per scaricare l&#8217;Annale 2010</a></em></p>
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		<title>Dipendenza energetica dell&#8217;Europa e dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 09:05:53 +0000</pubDate>
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		<title>La pubblicità</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:01:08 +0000</pubDate>
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		<title>Ecco cosa non va giù ai supermoralisti</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 13:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabriele</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Business]]></category>

		<category><![CDATA[Zibaldone]]></category>

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di Bruno Mastroianni*
Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.
A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/bruno_mastroianni.jpg" title="bruno_mastroianni.jpg"><img src="http://www.gabrielerossilobbying.com/wp-content/uploads/2010/07/bruno_mastroianni.jpg" alt="bruno_mastroianni.jpg" /></a> </em></p>
<p><em>di Bruno Mastroianni*</em></p>
<p><strong>Non è Ratzinger l’obiettivo.</strong> Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. <strong>La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.</strong></p>
<p>A certi orecchi suona insopportabile questa <strong>voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali</strong>, a <strong>interpellare l’uomo su ciò che veramente conta</strong>, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra.</p>
<p>E <strong>suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri.</strong> Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal <strong>peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto.</strong> Eppure <strong>la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione</strong>, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che <strong>il suo destino è nelle mani di qualcun Altro.</strong></p>
<p><strong><em>Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede.</em></strong></p>
<p>I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per <strong>l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.</strong></p>
<p><em>*Docente di Media Relations presso la Facoltà di Comunicazione della <a href="http://www.pusc.it/csi/">PUSC</a> </em></p>
<p><em>fonte: brunomastroianni.blogspot.com</em><br />
 </p>
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