35 decisioni per il bene del mio Paese

21 Novembre, 2011

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Il Governo Monti e la ricetta dell’economia sociale di mercato
 

di Flavio Felice - Fabio G. Angelini

Non sarà di certo passato inosservato il silenzio con cui, nei giorni scorsi, abbiamo accompagnato l’evolversi della complessa situazione politica ed economica che sta interessando il nostro Paese e l’Europa intera. Una scelta questa che, dopo lunghe ed approfondite meditazioni, abbiamo ritenuto essere da un lato la più opportuna in un contesto politico e culturale in cui, troppo spesso, è prevalsa la tendenza ad esaltare le differenze piuttosto che gli elementi di condivisione, ovvero, la ricerca di slogan ed etichette fine a se stesse e, dall’altro, la più rispettosa delle nostre libere istituzioni democratiche.

La prima crisi economica globale – scoppiata in modo dirompente negli USA e poi dipanatasi in tutto il sistema economico globale – era il frutto di un contestuale fallimento del mercato, della regolazione e, ancor prima, della politica colpevole di aver favorito l’espandersi della bolla immobiliare e dei mutui subprime. Oggi però la crisi non riguarda più solo il debito privato, ma anche quello sovrano con tutte le implicazioni che ciò comporta.

Come tutti i fenomeni complessi, le cause vanno ricercate in diversi fattori e circostanze. La debolezza delle istituzioni politiche dell’Unione Europea, la volontà degli speculatori di attaccare la nostra moneta unica, l’inadeguatezza del sistema di governo dell’unione monetaria europea e, in particolare, della nostra Banca Centrale, l’incapacità di alcuni Paesi dell’eurozona di tenere sotto controllo la propria spesa corrente, l’assenza di politiche capaci di promuovere la crescita dell’eurozona, il fallimento delle politiche di austerity, sono tutte concause e parte dei problemi che stiamo vivendo. Del resto, la crisi (purtroppo, ancor prima che economica, di natura culturale) dell’Unione Europea era nota già da tempo. I mercati finanziari non hanno fatto altro che mettercela sotto gli occhi, nero su bianco.

E’ evidente che, in un contesto delicato come questo, al sistema politico europeo spetti un compito gravoso in relazione al quale dovrà dimostrare autorevolezza, fermezza e una straordinaria capacità di guardare ben al di là degli interessi nazionali, da un lato, rafforzando la componente politica e democratica delle istituzioni dell’UE e, dall’altro, ispirando la propria governance ai principi di poliarchia, sussidiarietà e solidarietà.

Il nostro Paese rischia molto, forse non più di altri, ma comunque molto. Nello stesso tempo, il nostro default può innescare un processo tale da portare non solo al fallimento dell’euro, ma dello stesso mercato unico. Di fronte a tali rischi, nelle scorse settimane, non solo ha prevalso il senso di responsabilità delle forze politiche ma le istituzioni democratiche hanno dimostrato di reggere alla prova dei tempi.

I Paesi dell’eurozona sono tutti a vario titolo esposti a grandi turbolenze economiche e finanziarie; tuttavia, l’Italia si trova ad esserlo ancora di più a causa di quei nodi strutturali che, di fronte all’avanzare delle sfide della globalizzazione, sono via via venuti al pettine. Uno su tutti incide sulle nostre prospettive di crescita e sulla stessa fiducia che noi stessi, al pari dei mercati, riponiamo sul nostro futuro: la nostra cultura economica, sin qui incapace di cogliere accanto ai rischi dell’integrazione globale dei mercati, quelle opportunità e quelle sfide che pure sono insite in essa.

Una cultura economica – per il superamento della quale il Centro Studi Tocqueville-Acton ha sin qui cercato e continuerà a dare il suo modesto contributo – che non ci ha sin qui permesso di guardare alla globalizzazione senza tremore e timori, bensì, con rinnovata fiducia in noi stessi e nelle nostre risorse. E’ questo, ma non solo, ciò che ci chiede il mercato. Ma prima ancora, è questo ciò che ci chiedono le future generazioni.

L’Italia non è più, per nostra fortuna, quella del dopo guerra. Nello stesso tempo non è più né quella del boom economico, né quella degli anni ’70. Del pari, il contesto nel quale viviamo è mutato molto più velocemente del nostro sistema economico-imprenditoriale accumulando ritardi tali da determinare, già a partire dalla metà degli anni ’80 e fino ai giorni nostri, una lunga e dispendiosa agonia che ha già richiesto sacrifici e scelte difficili spesso però vanificate dalla rigidità della nostra architettura istituzionale, sociale ed economica. In questi venticinque anni si sono succeduti governi politici della prima repubblica, governi tecnici, governi della seconda repubblica; oggi, quasi vent’anni dopo la più grave crisi politica della nostra storia, torniamo ad un esecutivo non tecnico (poiché dovrà prendere decisioni marcatamente politiche contando sulla fiducia del Parlamento) bensì di tecnici chiamati ad adottare quelle misure necessarie per tranquillizzare i mercati.

E’ evidente che, di fronte a crisi politiche di tale gravità, sia sempre preferibile interpellare il popolo sovrano. Specie quando la posta in gioco è così alta. Tuttavia, crediamo che le condizioni fossero tali da preferire, nel pieno rispetto della costituzione e fino alla normale scadenza della legislatura, la soluzione istituzionale rispetto a quella della competizione elettorale. Ciò, a maggior ragione alla luce della scelta del Presidente Napolitano di affidare l’incarico di guidare il nuovo esecutivo al Prof. Mario Monti con il cui pensiero vantiamo, da tempo, più punti in comune che contrasti.

Se l’esecutivo in carica merita apprezzamento e fiducia, le forze politiche in campo hanno però dimostrato tutta la loro debolezza e mancanza di autorevolezza. Non tanto in occasione degli avvenimenti recenti, in relazione ai quali hanno anche (seppur con un po’ di ritardo) dimostrato senso di responsabilità, quanto nel corso dell’intera stagione della seconda repubblica che, alla prova dei fatti, ha fallito la propria missione al punto da sembrare più che altro una mera appendice della stagione politica precedente. Speriamo che quel senso di responsabilità che abbiamo apprezzato in occasione del voto di fiducia al Governo Monti non venga ben presto sostituito da miopi calcoli elettorali in grado di vanificare gli sforzi di un intero Paese.

Il nostro augurio è che, nei prossimi mesi, si possa voltare pagina sia garantendo il necessario sostegno politico (seppur in chiave dialettica e di confronto costruttivo) all’azione dell’esecutivo, sia riscrivendo a fondo le regole del gioco democratico salvaguardando quelle conquiste che – nel bene e nel male – questa stagione politica ha contribuito ad affermare.

Scendendo, invece, sul piano dei contenuti ci auguriamo che la prospettiva teorica del liberalismo delle regole e dell’economia sociale di mercato che abbiamo ripetutamente proposto nelle nostre analisi e riflessioni possa ispirare l’azione dell’esecutivo Monti.

Riteniamo, infatti, che il superamento di quella cultura economica che ha ostacolato per decenni la crescita del nostro Paese passi attraverso l’avvio di una nuova fase costituente in grado di far emergere una rinnovata costituzione economica (cfr. F. Felice, F.G. Angelini, M. Vatiero) che - recependo (e non rinnegando) i nuovi paradigmi economici e le nuove sfide della globalizzazione (frammentazione del processo produttivo, concorrenza globale, rivoluzione digitale, innovazione tecnologica e produttiva, società dell’informazione, emergenza climatica ed ambientale, emersione delle nuove potenze economiche, grandi flussi migratori, società multietniche e multiculturali, domanda di nuovi diritti, segmentazione della società, diversificazione dei bisogni e delle domande sociali) – sappia dar vita ad un ordine economico che insieme ad un coerente ordine politico e sociale sia in grado di porre al centro la persona e la sfida del suo sviluppo integrale.

Dal punto di vista economico, infatti, sebbene la globalizzazione crei ricchezza e sviluppo ad un ritmo finora sconosciuto, nello stesso tempo, essa crea anche straordinarie e inedite disuguaglianze. Ed è proprio su questo terreno che le istituzioni nazionali, ma anche locali ed internazionali, devono dare dimostrazione di saper dare risposte concrete sapendo affiancare alla giustizia commutativa tipica dei rapporti di mercato quella giusta dose di giustizia sociale in grado di introdurre nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta, quella coesione sociale e quella fiducia senza le quali il mercato stesso “non può pienamente espletare la propria funzione economica” (cfr. Caritas in Veritate, n. 35). E’ questa, secondo noi, la via istituzionale della carità tracciata dalla dottrina sociale della Chiesa di fronte alle sfide della globalizzazione.

La nuova cultura economica che, nei prossimi anni, ciascuno di noi ha il compito di costruire deve essere in grado di liberare energie e risorse per la crescita, superare le resistenze degli interessi corporativi, le aree di privilegio e di rendita che, purtroppo, traggono alimento dalla carenza di un robusto senso delle istituzioni e di un una rigorosa e condivisa etica civile, creando nel contempo stabili condizioni per un benessere diffuso del quale devono poter beneficiare anche coloro che oggi ne sono esclusi. A tal fine, occorre rimuovere i freni e i lacci che la ostacolano, introdurre riforme tese a valorizzare il capitale umano, a promuovere il talento, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere e di rischiare. Nello stesso tempo, occorre conciliare competizione, flessibilità, dinamismo e innovazione, con la salvaguardia di alti livelli di solidarietà e coesione sociale, di tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, di qualità della vita, di sostenibilità ambientale e di qualità dei servizi sociali. In sintesi, occorre mettersi in cammino lungo la strada della centralità della persona, della sussidiarietà e della solidarietà.

Riportando tali indicazioni sul piano della concretezza, parallelamente al processo di revisione della nostra costituzione economica, riteniamo urgente intervenire al più presto adottando decisioni immediate ed incisive nei seguenti settori:

- Formazione e Ricerca
1. Creare le condizioni per la promozione dell’eccellenza nel sistema educativo dell’obbligo affinché tutti gli alunni acquisiscano la padronanza dell’italiano, dell’inglese, della scrittura, della matematica, dell’informatica e delle competenze relazionali di base.
2. Dar vita a sei grandi poli di insegnamento universitario e ricerca (Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Bari) incentrati su altrettanti campus universitari, in grado da fissare le condizioni di eccellenza complessiva del sistema di formazione universitaria e ricerca.
3. Abolire il valore legale dei titoli di studio ed offrire agli Atenei pubblici e privati gli strumenti e le condizioni per dar vita ad un sistema concorrenziale della formazione e della ricerca universitaria votato all’eccellenza, passando dall’attuale sistema di reclutamento per concorso del personale docente a quello della chiamata diretta per merito.
4. Creare le condizioni per realizzare forti e decisi investimenti nella ricerca (pubblica e privata) nei settori del futuro: digitale, salute, energie rinnovabili, turismo, cultura, biotecnologie, nanotecnologie e neuroscienze.

- Infrastrutture fisiche e tecnologiche
5. Dare subito il via al processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione e all’installazione di reti ad altissima velocità di trasmissione dati a disposizione di tutti ed in grado di innovare profondamente le modalità di interazione sia in ambiente di lavoro, sia con la pubblica amministrazione.
6. Realizzare (e potenziare quelle esistenti) le infrastrutture necessarie (porti, aeroporti, strade, poli logistici, ecc…) a far si che l’Italia recuperi il proprio ruolo di snodo centrale nei rapporti economici tra oriente e occidente, favorendo investimenti nei settori della movimentazione delle merci e delle persone (logistica, trasporti e turismo).

- Competitività del sistema imprenditoriale
7. Creare le condizioni per la crescita dimensionale delle nostre imprese, superando l’errato paradigma “piccolo è bello”.
8. Ridurre drasticamente le tempistiche dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e delle grandi imprese a favore delle PMI impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale.
9. Permettere alle PMI con pendenze fiscali ma impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, di fruire di una dilazione dei termini di pagamento delle cartelle esattoriali.
10. Istituire uno statuto fiscale semplificato per le imprese operanti nel settore dei servizi che realizzano un fatturato annuo inferiore a Euro 100.000, per le start-up costituite da giovani imprenditori e per le iniziative di venture capital.
11. Creare delle agenzie di sviluppo locale, composte da soggetti di elevata competenza tecnica ed indipendenza, in grado di accompagnare le micro, piccole e medie imprese nei processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, nonché, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni
12. Istituire un Fondo di garanzia per i giovani neo-imprenditori, gestito dalle agenzie di sviluppo locale, e dei relativi accordi con il sistema bancario

- Concorrenza
13. Promuovere le condizioni affinché si dia vita a mercati pienamente concorrenziali, favorendo la libertà di movimento dei prezzi e facilitando l’ingresso di ogni nuovo attore nei settori del commercio, della distribuzione, del turismo, della cultura, dei trasporti e dei servizi pubblici.
14. La creazione sul territorio, sotto il coordinamento dell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, di una rete autorevole di commissari alla concorrenza e allo sviluppo con il compito di promuovere – mediante strumenti incisivi e connotati di un’ampia discrezionalità tecnica – la concorrenza sia nei confronti dei pubblici poteri, sia dei privati.
15. Nel rispetto dei principi costituzionali in materia di professioni intellettuali, aprire alla concorrenza le professioni regolamentate promuovendo l’eccellenza nei servizi prestati e favorendo un processo di razionalizzazione e riorganizzazione dell’offerta incentivando la creazione di network professionali, società tra professionisti e studi associati.
16. Incentivare la mobilità geografica (incidendo in particolare sul settore dell’edilizia) e la mobilità internazionale (snellendo le relative procedure amministrative).
17. Riformare l’articolo 41 della costituzione adeguandolo al diritto comunitario, nonché, avviare i lavori per l’approvazione di una legge costituzionale volta a disciplinare nel dettaglio il rapporto pubblici poteri – sistema economico (una vera e propria costituzione economica).

- Lavoro e Welfare
18. Riformare il diritto del lavoro in chiave flessibile e dinamica, demandando le decisioni sociali fondamentali alla negoziazione tra le parti, modernizzando le regole di rappresentanza e di finanziamento delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.
19. Ridurre il costo del lavoro per tutte le imprese trasferendo progressivamente la tassazione dal lavoro ai consumi.
20. Innalzare a 67 anni, già a partire dal 2020, l’età pensionabile introducendo – nel periodo compreso tra il 2012 ed il 2020, sistemi di incentivazione per chi scelga di proseguire l’attività oltre l’attuale limite d’età, con benefici di aumenti di pensione.
21. Creare le condizioni per forme di occupazione flessibili (ma non necessariamente precarie), promuovendo le condizioni per un mercato del lavoro più qualificato, dinamico e in grado di valorizzare il merito.
22. Introdurre uno strumento contrattuale a favore di tutti i soggetti in cerca di lavoro, idoneo a considerare tale attività come un investimento per l’intera società, da remunerare equamente sottoforma di “premio al rischio”.
23. Introdurre un efficace sistema di ammortizzatori sociali in grado di tutelare i lavoratori durante i periodi di inoccupazione, trasformando le minacce della precarietà del lavoro in opportunità della flessibilità del lavoro.
24. Creare le condizioni per la creazione di veri e propri poli di eccellenza in ambito sanitario, mediante l’investimento in strutture sanitarie in grado di coniugare l’attività di assistenza con quella di ricerca scientifica superando l’attuale riparto di competenze legislative in materia sanitaria e di ricerca scientifica.

- Istituzioni e Pubblica Amministrazione
25. Promuovere un complessivo ripensamento dell’organizzazione amministrativa del Paese, riducendo ed accorpando gli enti esistenti, affidando funzioni e compiti al mercato e alle professioni (in applicazione dell’art. 118 della Costituzione), favorendo l’aggregazione delle municipalità, procedendo alla soppressione delle province ed introducendo – sul modello delle fondazioni bancarie e nell’ottica della promozione della sussidiarietà orizzontale e del welfare society – le fondazioni di comunità a cui affidare il compito di svolgere, in modo indipendente ed autorevole, funzioni di promozione del welfare sul territorio.
26. Accompagnare il processo di ridimensionamento della sfera pubblica rendendo operativa la mobilità nel pubblico impiego e introducendo dei meccanismi premiali in grado di valorizzare il merito nella pubblica amministrazione, basati sulle valutazioni rese dagli utenti.
27. Ridurre il numero dei parlamentari, procedere alla riforma dei partiti promuovendo al proprio interno elementi di democraticità e di trasparenza, introdurre un serio e rigoroso sistema di accountability in merito alle nomine pubbliche.
28. Riformare la pubblica amministrazione in chiave sussidiaria e poliarchica, favorendo la digitalizzazione dell’attività ed introducendo sistemi di e-democracy finalizzati a migliorare la qualità delle interrelazioni tra cittadini e pubblici poteri, la trasparenza e la partecipazione ai processi decisionali pubblici.
29. Al fine di garantire il mantenimento della logica bipolare e della democrazia dell’alternanza, riformare la legge elettorale adottando un sistema proporzionale alla tedesca con sbarramento al 5%.
30. Revisione e adeguamento del Titolo V della Costituzione al fine di razionalizzare e semplificare il quadro delle competenze legislative tra Stato e Regioni ed il riparto delle funzioni amministrative.

- Debito pubblico
31. Ridurre drasticamente il debito pubblico tagliando i costi della politica, introducendo una tassa su patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro e l’ICI sulla prima casa, tagliando la spesa corrente incrementandola solo in settori specifici (turismo, cultura, infrastrutture), ridimensionando il costo del lavoro nella pubblica amministrazione, razionalizzando ulteriormente l’organizzazione del servizio sanitario nazionale, effettuando dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico e cedendo parte della partecipazioni pubbliche in società (specie in quelle non strategiche).
32. Nell’ottica dell’azzeramento dei cosiddetti privilegi di nascita, reintrodurre la tassa di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.
33. Introdurre, per ogni ente pubblico, un trasparente sistema di accountability della spesa, in grado di evidenziare sprechi e privilegi, rendendo gli elettori sempre più informati e consapevoli.
34. Lotta all’evasione fiscale mediante l’introduzione del cosiddetto sistema di “contrasto di interessi” e l’introduzione di una lotteria (tipo gratta e vinci) associata agli scontrini fiscali.
35. Introdurre in costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, rafforzando i divieto di indebitamento per spese diverse da quelle di investimento e i poteri di controllo e sanzione in capo alla Corte dei Conti.

L’avvio di una nuova fase delle politiche comunitaria, unitamente all’adozione in sede nazionale di tali decisioni politiche – che invitiamo chiunque sia interessato a contestare, a modificare ed integrare – riteniamo possano contribuire ad avviare un duraturo processo di crescita economica, di complessivo ripensamento del nostro sistema produttivo verso attività a maggiore valore aggiunto e, in definitiva, di maggiore benessere per l’intera società.

Non resta dunque che augurare al nuovo esecutivo un sincero buon lavoro manifestando, nel contempo, al Sen. Prof. Monti e ai suoi Ministri la nostra piena disponibilità a contribuire con le nostre (e vostre) proposte alla ricerca di soluzioni in grado uscire dalle paludi della crisi e di perseguire il bene comune.

fonte: Centro Tocqueville-Acton

Mario’s Road Map

14 Novembre, 2011

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TRA EFFICIENZA E SOLIDARIETA’ 

Nuove regole di politica economica 

Un programma complessivo per un nuovo modo di gestire l’economia. Più discipline e regole, più mercato, no a consociativismo e solidarietà assistenziale.

di Mario Monti

In un periodo di così intenso rivolgimento politico e civile, colpisce l’assenza di un dibattito su come dovrà essere organizzata e gestita l’economia dei prossimi anni. Sembra quasi che non venga percepita la necessità di una svolta radicale rispetto al tradizionale metodo di governo dell’economia seguito in Italia. Un metodo che ha dato alterni risultati nel corso del tempo, ma che è comunque figlio di una realtà politica e istituzionale in via di superamento. Un metodo che non appare in grado di promuovere la crescita e l’occupazione in Italia, di fronte all’agilità maggiore che hanno già oggi - e che stanno cercando di accrescere - le economie di diversi Paesi europei, del Nord America, dell’Asia. Se respingiamo l’idea di voler competere con quei Paesi, perché non siamo disposti a inseguire troppo l’efficienza a scapito della solidarietà, senza volerlo prepariamo l’Italia a un futuro di disoccupazione. Se invece abbandoniamo gli obiettivi di solidarietà, rinunciamo a valori che (benché spesso non realizzati in concreto) sono parte importante del nostro patrimonio culturale. Ma non occorre abbandonare quei valori. Basta affidarne l’attuazione a strumenti che non ostacolino troppo l’efficienza del sistema produttivo. In particolare, al mercato e al sistema dei prezzi dobbiamo chiedere l’efficienza; per la ridistribuzione e la solidarietà va usato il sistema fiscale. “Confondere meccanismi diversi, vuol dire fracassare ambedue” (Luigi Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1949). Nell’intento di stimolare riflessioni - e senza alcuna pretesa di completezza - ho provato a elencare (vedi tabella a pagina 2) quelli che a mio parere dovrebbero essere i punti principali di una svolta radicale. Non si tratta certo di un programma specifico di politica economica, ma di uno schema di ragionamento ad esso ben preliminare. Già così molti elementi dello schema non saranno condivisi da tutti. Ma sarebbe utile, per noi cittadini, che su queste cose - non solo su quali alleanze ricercare - le forze politiche prendessero posizione. A livello macroeconomico, la disciplina di bilancio richiede che venga eliminato il disavanzo corrente, salvo oscillazioni legate al ciclo economico, e che lo Stato si indebiti solo a fronte di investimenti. La disciplina monetaria comporta che alla Banca d’Italia vengano attribuiti sia la piena autonomia sulla politica monetaria sia l’obiettivo specifico della stabilità monetaria. E’ questa la tendenza negli altri Paesi, utile ad evitare che - come è avvenuto in passato in Italia - la Banca centrale assuma un ruolo ausiliario rispetto ad altri obiettivi e finisca per deresponsabilizzare governo e Parlamento sulla finanza pubblica. Legato a una piena responsabilizzazione dei pubblici poteri è anche il superamento del consociativismo. I sindacati dei lavoratori (confederali o autonomi) e degli imprenditori (industriali, bancari, eccetera) potranno essere ascoltati, ma non devono partecipare alla formulazione della politica di bilancio, fiscale, finanziaria, eccetera, che è di competenza esclusiva dei pubblici poteri. Dovrebbe invece venire incoraggiata la compartecipazione dei sindacati a livello d’impresa: compartecipazione alla gestione (modello tedesco) e ai risultati. Pubblici poteri meno condizionati dalle parti sociali, meno “protetti” dalla Banca centrale (e, si dovrebbe aggiungere, maggiormente in grado di assumere decisioni responsabili in un sistema istituzionale riformato) avranno più incentivo, e più facilità, ad operare per il superamento dell’improduttività. Cioè degli impieghi improduttivi del lavoro (nel solo settore pubblico: 200 300.000 secondo il ministro per la Funzione pubblica; 500.000 secondo altre stime) e del capitale (solo per il disavanzo pubblico corrente, 1.4 del risparmio privato ogni anno). I mercati in generale devono essere più regolati e, al tempo stesso, più liberi: più intervento pubblico a tutela della concorrenza, meno interferenza pubblica nel fissare prezzi e quantità. Un’economia resa più agile dalla politica economica radicale che stiamo individuando tenderà a una crescita maggiore. Ma perché questa dia pieni frutti in termini di maggiore occupazione, è necessario che il mercato del lavoro sia reso ancora molto più flessibile, con minori vincoli su assunzioni e licenziamenti, più spazio alla contrattazione decentrata e individuale. In caso contrario, la tutela rigida degli occupati andrà sempre più a scapito dei disoccupati e dei giovani che non trovano lavoro. Insieme con i minori vincoli nel mercato del lavoro, per le imprese dovrebbe esserci una drastica riduzione dei sussidi da parte dello Stato e un minor ricorso ai salvataggi a carico, in varie forme, della collettività. Mercati più liberi di operare (ma, ricordiamo, in un quadro di maggiore tutela pubblica della concorrenza) e politiche di bilancio rigorose non comportano affatto la rinuncia alla difesa dei più deboli. Ci può, e a mio parere ci deve, essere solidarietà, ma vera. Cioè quella basata, come ho cercato di mostrare in questa sede il 30 maggio scorso, non sui prezzi politici o sulla spesa sociale in disavanzo (ambedue limitano l’efficienza e comprimono la crescita economica), ma sulla spesa sociale coperta con tasse. (Proprio per questo, bisognerebbe pensarci due volte prima di prospettare ai contribuenti un futuro con una pressione fiscale molto minore, o con una progressività molto ridotta). Elemento di fondo - e, per così dire, di chiusura logica - della svolta radicale è quello di un maggior rispetto dei nostri figli. A questo dovere veniamo gravemente meno oggi, soprattutto perché ci apprestiamo a consegnare loro un’eredità costituita da un attivo impoverito (spendiamo, ad esempio, in stipendi su posti di lavoro improduttivi invece di investire nella tutela dell’ambiente) e da un passivo impressionante (il debito costituito dal cumulo dei disavanzi correnti, a fronte del quale sta in realtà il nulla). Scusandomi per l’esposizione lunga, e tuttavia sommaria, concludo con due osservazioni e una domanda. Che quella qui prospettata si configuri come una svolta radicale - contraria a una visione cristallizzata e rituale dei ruoli del governo e delle parti sociali - mi pare inutile illustrarlo oltre. Che questa svolta sia possibile e quando, non so: ma credo che nell’Italia del prossimo futuro essa potrebbe risultare più fattibile che nell’Italia del passato. Soprattutto se rifletteremo su quali conseguenze avrebbe, a lungo andare, non compiere questa svolta. La domanda, imbarazzante. E’ una svolta di “destra” o di “sinistra”? Più imbarazzante ancora: è “progressista” o no? Sono quesiti ai quali non oso rispondere. Anche perché li considero piuttosto irrilevanti. Mi limiterò a dire che vedo elementi solitamente considerati di “destra” (ad esempio: obiettivo della stabilità monetaria; meno interferenza pubblica su prezzi e quantità; più flessibilità nel mercato del lavoro) accanto a elementi solitamente considerati di “sinistra” (ad esempio: più incisiva tutela antitrust; meno sussidi alle imprese; molta attenzione alla solidarietà sociale). Elementi, gli uni e gli altri, che mi sembrano perfettamente compatibili. Anzi, sono componenti necessarie di una visione moderna dell’economia di mercato. Visione che dovremmo sforzarci di sostituire presto a quella dell’economia corporativa, la quale rischia di sopravvivere non solo al fascismo ma anche alla Prima Repubblica.

fonte:  - Corriere della Sera - 3 settembre 1993

Alta pressione - Perché in Italia è difficile regolare le lobby

12 Novembre, 2011

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dalla prefazione di Mario Sechi 

Il lobbying, se ben fatto, può essere utilissimo: aiuta a scrivere leggi migliori, contribuisce a sentire campane diverse, serve a decrittare tortuosi giri di parole e circolari marziane. I sospetti e le accuse che si concentrano sui lobbisti oggi in Italia derivano dall’assenza di norme generali. A una martellante campagna mediatica in negativo non corrisponde un eguale sforzo di regolazione. Questo libro getta nuova luce sull’attività di lobbying e su coloro che la praticano, e svela quali sono realmente gli ostacoli che impediscono anche al nostro Paese di dotarsi di una legislazione adeguata. Un’analisi chiara che culmina nella formulazione di proposte concrete per assicurare la correttezza delle informazioni disponibili e mantenere la fiducia del pubblico nelle istituzioni. «La creazione di inchieste “seriali” sulle varie P3 e P4 del futuro dimostra la necessità e l’urgenza di un rimedio legislativo per arginare fenomeni di degenerazione e uso improprio sia dello strumento lobbistico sia di quello investigativo»
 

Kasparov

11 Novembre, 2011

kasparov.jpg“Attraverso le decisioni, la strategia diventa realtà e le analisi si trasformano in risultati”. (Kasparov)

Le regole segrete del denaro

3 Novembre, 2011

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di Francesco Carlà 

La Felicità Finanziaria è molto importante. Il regno del denaro non è mai stato democratico: chi ha molto tende a volere di più e a far pagare caro il prestito dei suoi soldi. Del resto tutti vogliono consumare e così abboccano. Per questo risparmiare ed investire non è mai stato così apparentemente difficile in Italia e in tutto l’Occidente. Si vedano i problemi dei debiti sovrani italiani ed europei. Il risparmio è minacciato dal consumo inutile e finanziato, mentre l’investimento è circondato dalla nebbia della comunicazione professionale.

Sarò semplicissimo:

1. C’è tutta un’industria che non desidera che voi possiate risparmiare in tranquillità;

2. C’è tutta un’industria che non apprezza che voi possiate investire in autonomia.

L’industria anti-risparmio ci finanzia qualunque cosa (auto, moto, casa, mobili, vacanze etc etc) purchè non ci salti in mente di risparmiare.

L’industria anti-investimento ci fa sentire incompetenti e a rischio, per convincerci che è meglio affidare i nostri denari ai suoi funzionari.

Ci conviene? Vediamo insieme queste cosette:

1. Risparmiare si può e si deve;
2. Gli automatismi sono vincenti;
3. Il tempo è il nostro alleato;
4. Il rischio è un mito pericoloso;
5. L’indipendenza si riconosce al tatto;
6. Semplice è bello e giusto.

E adesso vediamole una per volta:

1. Risparmiare si può e si deve: ma è proprio così difficile risparmiare oggi?

Orazio, sì proprio quello del Carpe Diem, diceva che la sorgente della felicità sta nel ridurre le esigenze inutili. E se ne intendeva del tema.

La fonte della Felicità Finanziaria, e quindi del risparmio che ne è la prima indispensabile parte, sta nell’individuare e ridurre, o eliminare, i ‘bisogni non gratificanti e inutili’.

Portatevi dietro un taccuino. Scriveteci tutte le spese che fate ogni giorno, e questo per un mese. Poi dopo i trenta giorni rileggete con calma e decidete quali sono i nemici del vostro risparmio. E agite spietatamente.

2. Gli automatismi sono vincenti:

Fate tutto in automatico: risparmio ed investimento.
Come si dice in America: pay yourself first. Decidete qual è la somma che potete destinare al risparmio e all’investimento ogni mese, e automatizzate questo versamento. Praticamente datevi lo stipendio.

3. Il tempo è il nostro alleato:

Se riuscite a darvi una paga da 400 euro di risparmio ogni mese, e investite questi denari al 10% all’anno (al momento con i nostri servizi Premium state andando molto meglio di così), in 5 anni avete messo assieme un capitale di 31.000 euro.

Sempre con questo ritmo, in 10 anni diventano oltre 80.000, mentre in 20 anni esplodono a quota 290.000, euro.

In 30 anni siete quasi milionari: 832.000 euro. E’ il risultato di quella che noi chiamiamo la Maratona dell’Investimento Intelligente. Ovviamente il metodo funziona con qualunque somma riusciate a risparmiare. Non importa quanto piccola e meglio se grande. Nel corso degli anni potete e dovete aumentare il vostro stipendio. Premiatevi. Magari in proporzione a quanto siete stati bravi.

4. Il rischio è un mito pericoloso:

Cosa è rischioso negli investimenti e cosa no? C’è il mito del rischio delle azioni e il mito del non rischio di obbligazioni e immobili. Tutte sciocchezze come hanno imparato a loro spese gli investitori di questi ultimi anni.

Il vero rischio è non fare nulla. Non risparmiare e non investire. E nei piccoli esempi che vi ho fatto sopra, avete anche sicuramente capito perché.

L’altro mito è ‘diversificare’. Warren Buffett, che ha dedicato una vita al risparmio e all’investimento, diventando il secondo uomo più ricco al mondo dopo Gates, e senza aver inventato la Microsoft, una volta ha scritto che ‘La diversificazione è la protezione dall’ignoranza. Ma non ha senso se sapete quello che state facendo.’ Cioè se siete InvestitoriIntelligenti.

Quindi state lontani dal ‘capitale garantito’.

Il capitale non può essere garantito perché viene ridotto anno dopo anno dall’inflazione e messo in pericolo dai default.

L’unica garanzia possibile per il vostro capitale è il risparmio e l’investimento intelligente. Quello che deriva dal sapere come, perché e in cosa state investendo il vostro denaro.

5. L’Indipendenza si riconosce al tatto.

E’ facile riconoscere chi è davvero Indipendente: solo chi guadagna se voi fate profitti può essere davvero interessato a consigliarvi bene.

Chi guadagna in ogni caso, indifferente ai vostri profitti e alle vostre perdite, non è il consigliere adatto a voi.

Con noi non succede, non può succedere.

6. Semplice è bello e giusto.

Visto che era semplice? Solo i metodi semplici di risparmio ed investimento funzionano sul serio. Aggiungete al cocktail la vostra intelligenza e la Felicità Finanziaria è a portata di mano.

Finalmente.

Quali leadership prenderanno i voti dei cattolici italiani?

20 Ottobre, 2011

bimbo_23.jpgL’Emergenza Antropologica: Per una Nuova Alleanza 

di Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti, Giuseppe Vacca

La manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte ad una inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia. Germina sfide che esigono una nuova alleanza fra uomini e donne, credenti e non credenti, religioni e politica. Pertanto riteniamo degne di attenzione e meritevoli di speranza le novità che nel nostro Paese si annunciano in campo religioso e civile.

A noi pare che negli ultimi anni – un periodo storico cominciato con la crisi finanziaria del 2007 e in Italia con il crepuscolo della “seconda Repubblica” – mentre la Chiesa italiana si impegnava sempre più a rimodulare la sua funzione nazionale, un interlocutore come il Partito democratico sia venuto definendo la sua fisionomia originale di “partito di credenti e non credenti”. Sono novità significative che ampliano il campo delle forze che, cooperando responsabilmente, possono concorrere a prospettare soluzioni efficaci della crisi attuale.
Il terreno comune è la definizione della nuova laicità, che nelle parole del segretario del Pd muove dal riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose e nel magistero della Chiesa da una visione positiva della modernità, fondata sull’alleanza di fede e ragione.

Nel suo libro-intervista “Per una buona ragione”, Pier Luigi Bersani afferma che il “confronto con la dottrina sociale della Chiesa” è un tratto distintivo della ispirazione riformistica del Pd e che la presenza in Italia ”della massima autorità spirituale cattolica” può favorire il superamento del bipolarismo etico che in passaggi cruciali della vita del Paese ha condizionato negativamente la politica democratica.

Ribadendo, infine, la “responsabilità autonoma della politica”, Bersani esprime una opzione decisa per una sua visione “che non volendo rinunciare a profonde e impegnative convinzioni etiche e religiose, affida alla responsabilità dei laici la mediazione della scelta concreta delle decisioni politiche”.

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica vi sono due punti della relazione del cardinale Bagnasco alla riunione del Consiglio permanente dei vescovi del 26-29 settembre 2011 che meritano particolare attenzione. Il primo riguarda la critica della “cultura radicale”: essa è rivolta a quelle posizioni che, “muovendo da una concezione individualistica”, rinchiudono “la persona nell’isolamento triste della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da ogni relazione sociale”. Il secondo è la proposta di nuove modalità dell’impegno comune dei cattolici per contrastare quella che in una precedente occasione aveva definito “la catastrofe antropologica”: “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”.

E non è meno significativa la sua giustificazione storica: “A dar coscienza ai cattolici oggi non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori dell’umanizzazione [che] sempre di più richiamano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente”. In altre parole, la “possibilità” di questo nuovo soggetto origina dall’impegno sociale e culturale del laicato, nel quale i cattolici sono “più uniti di quanto taluno vorrebbe credere” grazie alla bussola che li guida: la costruzione di un umanesimo condiviso.

La definizione della nuova laicità e l’assunzione di una responsabilità più avvertita della Chiesa per le sorti dell’Italia esigono uno sviluppo dell’iniziativa politica e culturale volta non solo a interloquire con il mondo cattolico, ma anche a cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa, nell’interesse del Paese.

A tal fine appare dirimente il confronto su due temi fondamentali del magistero di Benedetto XVI che nell’interpretazione prevalente hanno generato confusioni e distorsioni tuttora presenti nel discorso pubblico: il rifiuto del “relativismo etico” e il concetto di “valori non negoziabili”. Per chi dedichi la dovuta attenzione al pensiero di Benedetto XVI non dovrebbero sorgere equivoci in proposito.

La condanna del “relativismo etico” non travolge il pluralismo culturale, ma riguarda solo le visioni nichilistiche della modernità che, seppur praticate da minoranze intellettuali significative, non si ritrovano a fondamento dell’agire democratico in nessun tipo di comunità: locale, nazionale e sovranazionale. Il “relativismo etico” permea, invece, profondamente, i processi di secolarizzazione, nella misura in cui siano dominati dalla mercificazione. Ma non è chi non veda come la lotta contro questa deriva della modernità costituisca l’assillo fondamentale della politica democratica, comunque se ne declinino i principii, da credenti o da non credenti.

D’altro canto, non dovrebbero esserci equivoci neppure sul concetto di “valori non negoziabili” se lo si considera nella sua precisa formulazione. Un concetto che non discrimina credenti e non credenti, e richiama alla responsabilità della coerenza fra i comportamenti e i principii ideali che li ispirano. Un concetto che attiene, appunto, alla sfera dei valori, cioè dei criteri che debbono ispirare l’agire personale e collettivo, ma non nega l’autonomia della mediazione politica. Non si può quindi far risalire a quel concetto la responsabilità di decisioni in cui, per fallimenti della mediazione laica, o per non nobili ragioni di opportunismo, vengano offese la libertà e la dignità della persona umana fin dal suo concepimento.

Ad ogni modo, se nell’approccio alle sfide inedite della biopolitica ci sono stati e si verificano equivoci e cadute di tal genere non solo in scelte opportunistiche del centrodestra, ma anche nel determinismo scientistico del centrosinistra, la riaffermazione del valore della mediazione laica che sembra ispirare “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica” rischiara il terreno del confronto fra credenti e non credenti. Quindi dipenderà dall’iniziativa culturale e politica delle forze in campo se quella “possibilità” acquisterà un segno progressivo o meno nella vicenda italiana.

A tal fine noi riteniamo che il Pd debba promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico.

Tanto sull’uno, quanto sull’altro, la storia dell’Italia unita dimostra che la funzione nazionale assolta o mancata dal cattolicesimo politico è stata determinante e lo sarà anche in futuro.
 

NEOdemocristiano

18 Ottobre, 2011

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Ma lo sviluppo della Lombardia è solo merito dei politici?

2 Ottobre, 2011

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Quando si scriverà la storia dei tanti anni del governo Formigoni in Lombardia, tra i vari aspetti, emergerà che l’azione di governo non è stata solo degli uomini che sono stati eletti dal popolo, dei politici in senso stretto, ma anche di tante intelligenze residenti nei diversi territori della Lombardia che hanno cooperato con i politici rispondendo alla propria responsabilità di farsi parte dirigente. I politici hanno avuto il coraggio di collaborare in spirito di sussidiarietà con quelle intelligenze senza imporre padrinati e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Invece… più si scende giù, meno si sale su.

Bisogna ripensare tutti i Sud del mondo

20 Settembre, 2011

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di Flavio Felice*

Quanti “Sud” esistono nel mondo? Elementare…, tanti quanti sono i “Nord”. Il Nord è sinonimo di sviluppo, di ricchezza, di flessibilità e di dinamismo. Il “Sud” è percepito come sinonimo di pantano civile, di sottosviluppo, di rigidità e di diffusa malavita.
Per questa ed altre ragioni il “Sud” non è soltanto un’area geografica, anche se è un dato che le quote di “Sud” sono molto più diffuse in alcune aree del mondo piuttosto che in altre.
Se vale quanto detto per il “Sud”, deve valere la stessa logica per il “Nord”. Anch’esso non è soltanto un’area geografica, sebbene le quote di sviluppo e di civismo siano molto più diffuse in alcune aree rispetto ad altre. “Nord” e “Sud” assumono la fisionomia di un archetipo complesso della nostra società.
Accanto ovvero all’interno di realtà politiche, economiche e culturali degradate possiamo trovare significativi esempi di vita civile ad altissimo “capitale sociale”; così come in seno a realtà sociali considerate un esempio di efficienza civile, si possono riscontrare preoccupanti derive di profonda disumanità.
Le città del cosiddetto primo mondo: i “Nord”, sono sempre più popolate da una underclass figlia del “supersviluppo”; l’espressione underclass rappresenta la condizione in primo luogo esistenziale di tutti coloro che effettivamente sono “tagliati fuori” dal contesto civile.

ESISTENZA EQUILIBRATA

La loro non è un’emarginazione che nasce necessariamente dalla mancanza di beni materiali, bensì dipende da un vissuto nel quale gli elementi essenziali per un’esistenza equilibrata: il lavoro, la famiglia e la comunità, sono percepiti e vissuti in maniera distorta e perversa.
Ciò che caratterizza la loro vita non è tanto il fatto di non poter contare su un reddito sufficiente per vivere una vita dignitosa, quanto una sorta di disorganizzazione sociale, una povertà nelle relazioni sociali ed affettive, nonché l’incapacità di comportarsi in modo responsabile rispetto all’adozione di determinati valori.
Si tratta di una specie di egoismo sociale di tipo hobbesiano nel quale sono bandite fiducia e cooperazione, mentre l’egoismo e l’isolamento rappresentano la norma.
Sono questi solo alcuni dei temi affrontati da Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate, riprendendo il concetto di “supersviluppo” formulato da Giovanni Poalo II in Sollicitudo rei socialis (1987).
Avendo posto in questi termini il problema dello sviluppo, assumono rilevanza i concetti di “capitale umano” e del suo possibile corollario: il “capitale sociale”, nel quadro di un ordine interno ed internazionale che li promuova mediante il riconoscimento dei diritti inviolabili alla partecipazione politica, economica e culturale.
A tal proposito, può risultare di particolare interesse la riflessione dell’economista peruviano Hernando De Soto: Povertà e terrorismo.
L’altro sentiero
(Rubbettino, 2007); Il mistero del capitale (Garzanti, 2000). De Soto si è prefisso lo scopo di esplorare la sorgente del capitale e di individuare le vie, o correggere le insufficienze, che caratterizzano i progetti atti a combattere la povertà.
La premessa concettuale evidenziata dal De Soto è che i beni vivono vite parallele: da un lato svolgono una funzione fisica (capitale morto): le case servono come dimora, dall’altro esprimono un valore seminale (capitale vivo): si può usare la propria casa come collaterale per prendere in prestito del denaro per finanziare un’impresa.
In tal modo, il capitale presenta una doppia dimensione: una fisica ed una generativa di plusvalore.
Dunque, la formalizzazione del diritto di proprietà, espressione caratterizzante la vicenda storica occidentale, ci consente di evidenziare non solo l’attività di un bene, ma anche la possibilità di essere combinato e suddiviso, sviluppando in tal modo il suo potenziale creativo. In definitiva, ci fa notare De Soto, il sistema formale dei diritti di proprietà è assimilabile ad una centrale idroelettrica: è lì dunque il luogo di nascita del capitale e la ragione per cui il capitalismo ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo.
Risulta molto interessante il modo in cui il nostro autore ha descritto il processo di formalizzazione dei diritti di proprietà posto in essere dalla neonata nazione degli Stati Uniti d’America, che soltanto 150 anni fa era un paese del Terzo Mondo, e che evidenzia il nesso esistente tra la legalizzazione della proprietà e la creazione di capitale vivo.
In seguito ad accurate ricerche sul campo, il nostro autore ha constatato che nelle Filippine, ma la situazione è ancora più grave in altri paesi del Terzo Mondo ed ex comunisti, il 57 per cento degli abitanti delle città ed il 67 per cento della popolazione rurale vivono in case alle quali non è collegato alcun diritto legale di proprietà e, di conseguenza, costituiscono capitale morto.
La tesi di de Soto è che i leader dei paesi del Terzo Mondo e dei paesi ex comunisti non hanno alcun bisogno di diventare clientes delle cancellerie occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali.
“sufficiente che essi comprendano che “nel mezzo dei loro quartieri e baraccopoli ci sono – se non ettari di diamanti – trilioni di dollari, già pronti per essere usati purché riusciranno a svelare il mistero di come le attività si trasformano in capitale vivo”.

SVILUPPO ECONOMICO

Così come l’acqua racchiusa in un lago ha bisogno della centrale idroelettrica per produrre energia fungibile, anche le attività umane hanno bisogno di un “sistema formale di diritti di proprietà” per produrre plusvalore in maniera significativa.
De Soto ha individuato sei effetti della proprietà che svelano il mistero del capitale: fissare il potenziale economico delle attività; integrare informazioni disperse in un unico sistema; rendere le persone responsabili; rendere le attività fungibili; collegare gli individui; tutelare le transazioni.
La proposta del nostro autore, allora, consiste nella formulazione di una concreta agenda di lavoro per avviare un “processo di capitalizzazione” che si traduca in una moderna legislazione sulla proprietà, facendo emergere dalla galassia dell’extralegale le attività di coloro che allo stato attuale, per il diritto, non esistono, in quanto è la legge che fissa il potenziale economico di un bene come dimensione autonoma, un “valore separato” dalle attività materiali e, di conseguenza, consente agli uomini di coglierne il potenziale produttivo: “E’ la legge che connette i beni patrimoniali in circuiti finanziari e d’investimento. Ed è la rappresentazione dei beni patrimoniali fissata in documenti legali della proprietà che dà ad essi il potere di creare plusvalore”.
Lo studio di De Soto, oltre a rappresentare un indispensabile strumento di lavoro in termini di public policy, è una preziosa provocazione che scuote il dibattito sull’effettivo potenziale del microcredito, sulla globalizzazione e sui modelli di sviluppo. Egli propone un’alternativa alle classiche “teorie della dipendenza” che tentano di spiegare la miseria di tutti i “Sud” del mondo a partire da un’idea di sviluppo come un gioco a somma zero, in cui la ricchezza è un dato da distribuire, piuttosto che un processo dinamico di pura creazione di valore.
Una tale concezione dello sviluppo viene limitata da un generico e, sempre in negativo, principio di “sostenibilità”: quando il numero degli uomini sulla terra diventa la cifra della sostenibilità, si coniano termini come “sovrappopolazione” e la barbarie politica, economica e culturale è vicina.
Riflettere sulla formalizzazione del diritto di proprietà privata a partire da un’idea di sviluppo dinamica rappresenta un’opera essenziale per tutti coloro che hanno seriamente a cuore la “promozione” di uno sviluppo stabile e duraturo in tutti “Sud” del mondo, a partire dal nostro Meridione.
Il Centro Studi Tocqueville-Acton, insieme agli amici del “Sudsidiario”, è impegnato nella ricerca accurata e creativa delle vie per elaborare policies orientate allo sviluppo duraturo, in base alle quali, alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, storicizzare – per usare le parole di Giovanni Paolo II – un autentico “capitalismo”, un’”economia d’impresa”, un’”economia di mercato” o, semplicemente, un’”economia libera” (Centesimus annus, n. 42). Ossia, come “sostenere” uno sviluppo economico intensivo, diffuso e duraturo, caratterizzato dall’accumulazione decentrata e diffusa del capitale (in tutte le sue dimensioni), dal ruolo delle organizzazioni sindacali impegnate affinché gli imprenditori perseguano il reinvestimento produttivo dei loro utili e dalla lotta ai monopoli (tanto pubblici quanto privati), favorendo la crescita della concorrenza all’interno di un chiaro quadro normativo.

*Professore ordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense
 

Soluzioni strategiche per la ripresa

28 Agosto, 2011

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di Ettore Gotti Tedeschi

Di fronte a questa emergenza è inutile cercare le responsabilità degli errori commessi: è meglio utilizzare le risorse creative in modo produttivo. È inutile, per esempio, enfatizzare la situazione statunitense come quella di una Nazione in declino o colpita al cuore. Gli Stati Uniti restano infatti il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo e con il pil più alto, che supera di oltre una volta e mezzo quello dell’Europa, di quattro volte quello cinese, di dieci volte quello italiano. Il fatto che sia stato declassato non lo mette a terra, ma probabilmente lo indurrà a essere più umile e disponibile a collaborare con l’Europa.

Non è poi utile sottolineare oltre misura il ruolo economico della Cina. Il grande Paese asiatico ha infatti un pil non molto superiore a quello della sola Germania e deve affrontare una serie di problemi non facili: l’assorbimento delle esportazioni fortemente ridotte, la crescita interna dei consumi e il conseguente innalzamento dei costi di produzione, la minore competitività, i rischi di inflazione. La Cina ha avuto inoltre un ruolo non indifferente nella crescita a debito degli Stati Uniti, finanziando essa stessa gli acquisti americani delle sue esportazioni, fatto che le ha permesso di diventare una vera potenza.

Le grandi economie mondiali dovrebbero smettere di cercare soluzioni individuali contrastanti fra loro, come stanno invece facendo da quando è iniziata la crisi. Ci vorrebbe un vero vertice, con un’agenda precisa, dove discutere finalmente regole compatibili di risanamento. Soprattutto, sarebbe necessario giungere a un consenso comune sul fatto che solo un periodo di austerità, gestito in modo integrato, può essere la vera chiave per tornare a crescere.

Non esistono più Paesi esenti dalla crisi o immuni dalla tentazione di accrescere il proprio debito pubblico per risolvere i problemi che li assillano. Ma tentativi di soluzione individuali possono aggravare la situazione comune e favorire la speculazione. Non sono quindi più opportune — anzi sarebbero nocive — bolle speculative, manovre inflazionistiche per sgonfiare i debiti e le incertezze nel salvataggio dal default di Nazioni vicine.

Esistono invece strategie di crescita, valide soprattutto per Paesi che possono contare su valori economici quali il risparmio delle famiglie, un sistema efficiente di medie imprese e banche forti sul territorio. Questi Paesi, invece di lasciarsi tentare da soluzioni in apparenza facili come quella di usare il denaro delle famiglie per ridurre il debito pubblico, dovrebbero individuare le strade per convogliare parte del risparmio liquido disponibile nel rafforzamento delle medie imprese, senza penalizzare il risparmio stesso.

È una soluzione questa che permetterebbe davvero di produrre crescita e occupazione. Convogliando, per esempio, circa il dieci per cento del risparmio delle famiglie di un Paese sulle medie imprese sane e trainanti — attraverso lo strumento di obbligazioni convertibili a dieci anni con un tasso che copra l’inflazione, collocate dalle banche e possibilmente in base a proposte fatte dalle locali associazioni degli industriali — si potrebbero mettere ingenti capitali a disposizione di alcune decine di migliaia di aziende.

Questa strategia garantirebbe nuove risorse per gli investimenti oggi non ottenibili dalle banche e dai fondi, produrrebbe piani di crescita più aggressivi, rafforzerebbe l’occupazione e offrirebbe persino maggiori garanzie alle banche per i loro finanziamenti. Potrebbe inoltre diventare la base per attrarre e raccogliere altri capitali di rischio, anche internazionali.

Riguardo al debito pubblico, le partecipazioni di Stato, soprattutto quelle strategiche (come energia, difesa, infrastrutture), potrebbero, invece di essere cedute, essere poste a garanzia reale del debito stesso, per renderlo meno oneroso e più attraente per i sottoscrittori internazionali. Di fronte a emergenze gravi, una percentuale del debito pubblico — e non certo quello in mano alle famiglie — potrebbe inoltre venire congelata per un periodo accettabile a un tasso che preservi solo dalla inflazione. In molti Paesi non mancano competenze accademiche e industriali che potrebbero collaborare con i Governi. È forse giunto il momento di istituire degli advisory board permanenti.

fonte: Osservatore Romano del 9 agosto 2011
 

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