Meno Stato e più mercato, dieci riforme “low cost” per modernizzare l’Italia

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Liberalizzazioni, contratti decentrati, taglio delle imposte ma pure dei privilegi: è la ricetta dell’Istituto Bruno Leoni di Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri. Va accolto più che positivamente il dibattito che si è aperto sull’esigenza di riformare il fisco al fine di rivitalizzare l’economia, incentivare il lavoro e gli investimenti, liberare risorse private. Va soprattutto apprezzata l’intenzione di fare leva sulle forze vive della società, dal basso, anziché rincorrere per l’ennesima volta a qualche grande piano statale.
Nelle scorse ore ha fatto bene Silvio Berlusconi a richiamare il “vecchio” progetto delle due aliquote (al 23 e al 33 per cento), né si può dire che sbagli – da parte sua – il ministro Tremonti quando sottolinea l’esigenza di non aggravare ulteriormente la situazione debitoria. Ma l’obiettivo di evitare l’espansione del debito pubblico e quello di dare ossigeno al sistema produttivo non sono incompatibili. Al contrario, si possono sposare perfettamente: ci sono i margini per una riduzione strutturale della spesa pubblica, che sfrondi gli eccessi e bonifichi qualche palude di assistenzialismo (specie al Sud, ma non solo).

In una sua recente pubblicazione (Dopo! Come ripartire dopo la crisi, Ibl Libri), l’Istituto Bruno Leoni ha suggerito talune riforme urgenti e sostanzialmente a costo zero, che possono ridurre il gravame dello Stato sulla libera economia e al tempo stesso evitare di appesantire il debito pubblico, già tanto alto. Da quel lavoro attingiamo per suggerire alcune riforme possibili, e qualche altra ne aggiungiamo, le quali aiutino l’economia ad uscire al meglio dalla crisi senza compromettere i conti pubblici.

FISCO PIÙ SEMPLICE E BUROCRAZIA PIÙ SNELLA
Anzitutto, oltre che troppe, le tasse sono difficili da pagare. Secondo la Banca mondiale (Doing Business, 2009), una media impresa italiana impiega 336 ore per adempiere agli obblighi con il fisco, contro le 76 ore necessarie ad un’azienda irlandese, le 105 ore del Regno Unito o le 131 della Francia. Un fisco più semplice è già un fisco più equo. E non costa nemmeno un euro semplificarlo.

PRIVATIZZARE LO «STATO SPA»
Come scritto nel programma elettorale del Pdl, si riduca il debito pubblico attraverso un ampio programma di dismissioni di imprese, quote societarie e proprietà demaniali. L’azienda «Stato Spa» ha dimensioni mostruose: il Tesoro possiede (in tutto o in parte) colossi come Poste Italiane, Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrovie dello Stato, Cassa depositi e prestiti. Se tale conglomerato fosse privatizzato, destinando le entrate a un ridimensionamento dei titoli del Tesoro da rinnovare (ben 480 miliardi solo nel 2010), si ridurrebbe l’onere degli interessi. Privatizzare permette al contempo di salvare i conti e contenere le tasse. Quanto detto, vale per lo Stato come per le Regioni e gli enti locali: a proposito di federalismo fiscale, evitiamo per il futuro soccorsi statali per gli enti a rischio-bancarotta (come a Roma o a Catania) e imponiamo loro la cessione delle quote societarie detenute.

CONTRATTI LOCALI E SINDACATI RESPONSABILI
Un altro settore in cui operare è quello del diritto del lavoro. Si tratta di trasformare il contratto collettivo in un semplice accordo-quadro, che faccia diventare predominante il livello locale e vada in tal modo incontro alle esigenze del Mezzogiorno, finora penalizzato da intese pensate soprattutto per le grandi industrie del Nord. In più, come suggerisce Fabiana Alias nel libro citato, bisogna spingere i sindacati a guadagnarsi sul campo il favore dei lavoratori, facendo sì che le intese da loro firmate riguardino solo gli iscritti e non abbiano più alcuna valenza erga omnes.

IN PENSIONE PIÙ TARDI
Per salvare i conti previdenziali e al tempo stesso favorire l’inserimento di giovani e donne nel lavoro, è indispensabile alzare l’età pensionabile. Anche in ottemperanza a indicazioni europee, va equiparata la condizione di uomini e donne. È pure indispensabile favorire lo sviluppo – per i giovani – di una previdenza autonoma rispetto al sistema statale, autorizzando gli under 35 a destinare almeno una quota dei loro contributi obbligatori verso fondi pensione privati, più remunerativi della previdenza pubblica.

LIBERALIZZARE I TRASPORTI
Nel sistema dei trasporti, si liberalizzino aeroporti e rete ferroviaria. Gli scali aerei vanno ceduti e bisogna introdurre meccanismi trasparenti di allocazione degli slot: considerata la saturazione dei principali aeroporti europei, Malpensa verrebbe presa «d’assalto» dalle compagnie aeree asiatiche, sempre in cerca di nuovi approdi. Nel trasporto su ferro, la separazione proprietaria di Rfi da Trenitalia faciliterebbe l’accesso al mercato di nuovi operatori italiani e stranieri, così da favorire la concorrenza e ridurre i prezzi.

TRIBUNALI PIÙ EFFICIENTI
In merito alla giustizia, quel grave handicap (anche per l’economia) rappresentato dalla lentezza dei processi potrebbe essere superato introducendo meccanismi premiali e competitivi, che migliorino l’efficacia del lavoro di magistrati e cancellieri. In un capitolo di Dopo!, Serena Sileoni suggerisce di estendere a livello nazionale le buone regole adottate dal Tribunale di Torino, dove si è avuto un significativo smaltimento del lavoro arretrato: è bastato portare un serio metodo di lavoro aziendale per ridurre in 4 anni di quasi un quarto (il 23,6%) i tempi processuali.

STOP AI PRIVILEGI DELLE CASTE, PIÙ OCCASIONI PER I GIOVANI
Urge una compiuta liberalizzazione delle professioni. Qui si tratta di portare a termine quello che a suo tempo Bersani non ha voluto o saputo fare. C’è infatti bisogno di disboscare i privilegi delle troppe caste e – soprattutto in tempo di crisi occupazionale – di dare vere opportunità a quei giovani che di frequente vedono sbarrata la strada del lavoro. Non è solo una questione di notai, avvocati e farmacisti: è l’insieme del lavoro autonomo che va affrancato dalle logiche corporative. S’inizi bloccando la dannosa controriforma della professione legale in discussione al Senato, che esclude i giovani dall’accesso alla professione e non permette lo sviluppo in Italia di grandi studi professionali di livello europeo.
Una considerazione, per concludere. Come insegna il proverbio della moglie ubriaca e della botte piena, ogni scelta è politicamente dolorosa, anche quelle a costo zero per lo Stato. Ma se permettiamo al presente di mangiare il futuro, l’Italia rischia di finire senza moglie e senza vino.

fonte: Il Giornale, 10 gennaio 2010

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