A confronto i programmi di Legnini e Marsilio sulla sanità.

8 Febbraio, 2019

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La politica sanitaria regionale che ambo i candidati propongono è incentrata alla realizzazione del diritto alla salute inteso non in senso assoluto ma relativo, trovando un chiaro limite nel rispetto dell’equilibrio di bilancio (art.81 della Costituzione). Quest’ultimo viene richiamato esplicitamente e reiterato più volte in entrambi i programmi, anche se con toni differenti. Ad esempio, scorrendo il programma del centrosinistra si legge: “Non intendiamo tornare a fare deficit e debito, ma garantire sempre l’equilibrio di bilancio. Libera dai vincoli del Piano di Rientro, la nuova Amministrazione regionale potrà operare disponendo di risorse finanziare aggiuntive con cui avviare mirate ed equilibrate politiche espansive del livello di cura sanitaria offerto ai cittadini abruzzesi”; quello di centrodestra afferma: “La Regione è ben lungi dal cogliere l’obiettivo di un reale risanamento, al di là del maquillage sui numeri. […] Occorre rivedere l’ancoraggio provinciale della Asl, garantendo l’erogazione dei servizi sulla base del numero degli abitanti e delle caratteristiche del territorio. Dovrà […] essere presidiata la gestione economica-finanziaria con obiettivi di riduzione della mobilità passiva e con piani di rientro tagliati sulla misura dei diversi territori”.

Al di là dei contenuti declamatori, i programmi individuano le seguenti aree di intervento:

1. Politiche di gestione del personale delle ASL:

Nel corso del Commissariamento e del biennio successivo all’uscita dalla gestione commissariale, la Regione è stata costretta ad adottare una serie di misure volte al contenimento della spesa per il personale – quali, ad esempio, il blocco parziale al 50% del turnover; il blocco dei rinnovi contrattuali; l’obbligo di effettuare gli accantonamenti relativi ai rinnovi contrattuali nei bilanci sanitari al fine di tener conto di tutti i fattori produttivi ancorché non aventi ancora un’esigenza di copertura finanziaria  – che hanno creato una consistente carenza di personale.

Da qui nasce l’esigenza, riconosciuta da ambo i candidati, di implementare una politica sanitaria volta a confermare e migliorare le performance raggiunte nell’erogazione dei LEA (punteggio griglia LEA 2017 pari a 2021 ) nonché al contenimento dei tempi delle liste d’attesa, alla realizzazione di un’efficace assistenza territoriale, non realizzabile senza un piano di ampliamento degli organici del personale. 

Sulle carenze organiche delle quattro ASL il programma del candidato di centrodestra Marco Marsilio è piuttosto preciso: 700 unità mancanti nella ASL dell’Aquila; 500 in quella di Teramo; 300 in quella di Pescara e 650 in quella di Chieti.

2. Riorganizzazione rete emergenza-urgenza

Entrambi i programmi mirano ad una riorganizzazione della rete emergenza-urgenza. Quello di centrodestra, in particolare, manifesta la volontà di procedere ad una riorganizzazione secondo modelli avanzati (es. Lombardia), con centrale unica 118, numero unico di emergenza e rete diffusa a livello territoriale.

3. Continuità assistenziale e la medicina territoriale

La politica sanitaria regionale proposta dal programma di centrosinistra si propone gli obiettivi di razionalizzare l’offerta ospedaliera in una logica di rete integrata e di mantenere una forte continuità ospedale-territorio. Gli strumenti individuati per raggiungere questi obiettivi consistono nel consolidare la collaborazione tra Comuni e Asl per sviluppare meglio PUA (Punti Unici di Accesso) effettivamente diffusi sul territorio ed integrati anche attraverso un sistema informativo socio-sanitario integrato.

La politica sanitaria regionale proposta dal programma di centrodestra mira a rafforzare la medicina territoriale attraverso: la reintroduzione della figura del MMG con presenza quotidiana nei territori marginali; diffusione di servizi di prossimità e le App dedicate che permettano ai cittadini di prenotare, pagare e gestire servizi sanitari risparmiando disagi ed offrendo un servizio più efficiente.

4. La governance delle aziende sanitarie locali

Come è noto, i moderni processi amministrativi di contenimento della spesa mirano a favorire le grandi concentrazioni, perché dall’accentramento di alcune funzioni derivano quelle economie di scala e di scopo in grado di generare notevoli risparmi pur garantendo la qualità del SSR. 

Il programma di centrosinistra punta a concentrare in un’unica struttura le funzioni di programmazione, di decisione sugli investimenti e degli acquisti, assorbendo le funzioni attualmente svolte dall’Agenzia Sanitaria Regionale. L’obiettivo è quello di creare un unico livello decisionale ed operativo per garantire virtuosi processi di contenimento della spesa. Il programma mira, in particolare, a ridurre le attività non sanitarie in capo alle singole ASL potenziando l’esercizio di quelle sanitarie così da garantire comunque la prossimità territoriale resa possibile dall’articolazione provinciale delle ASL abruzzesi.

Quello di centrodestra propone di realizzare una sola Azienda Sanitaria Regionale competente per i distretti sanitari, gli ambulatori, l’assistenza domiciliare, la prevenzione, la riabilitazione, la lungodegenza, il sistema unico di regionale di prenotazione, il trasporto infermi.

5. Il project financing per l’edilizia sanitaria

Entrambi i programmi individuano la possibilità di ricorrere alla finanza di progetto per realizzare alcuni “servizi core” – introduzione di tecnologie avanzate, assicurazione di servizi e di forniture di evoluta composizione, costruzione di nuovi ospedali – solo nel caso in cui non fosse possibile ricorrere a finanziamenti aggiuntivi da parte del governo nazionale e solo dopo attenta verifica di rigorosi parametri costi-benefici. In altri termini, viene ribadito il primato dell’intervento pubblico poiché il project financing viene percepito come uno strumento di finanziamento rischioso che pone a carico delle future gestioni oneri, rischi e gravami.

6. La gestione delle liste di attesa

Secondo il Tribunale dei diritti del malato l’Abruzzo è tra le regioni, insieme al Lazio, alla Campania e alla Calabria, in cui si registrano i maggiori disagi.

La gestione delle liste d’attesa è una sfida complessa che coinvolge i diversi versanti della domanda e dell’offerta delle prestazioni, i modelli organizzativi, le aspettative dei cittadini e il divario tra fabbisogno e risorse a disposizione.

È una sfida che entrambi i candidati intendono affrontare migliorando il sistema di governo dell’offerta di prestazioni.

Il programma di centrosinistra include: misure volte a realizzare una gestione più efficace degli accessi con l’intento di integrare in maniera più efficace l’offerta pubblica e privata accreditata; interventi volti a favorire la de-ospedalizzazione, la medicina del territorio e la valorizzazione dei piccoli ospedali; introduzione di meccanismi di compensazione per i cittadini che, a causa del mancato rispetto dei tempi massimi di attesa, si trovino costretti a ricorre a prestazioni private.

Il programma di centrodestra prevede di dividere le liste per esami diagnostici da quelle per i ricoveri. I primi dovranno essere classificati in categorie a seconda dell’urgenza dei medesimi con tempi di attesa definiti e rispettati. Inoltre, dovranno essere individuati i tempi massimi di attesa per prenotazioni di visite specialistiche o per diagnostica strumentale, oltrepassati i quali si dà la possibilità di una non onerosa scelta presso strutture convenzionate. 

7. L’innovazione tecnologica

Ambo i programmi riconoscono l’importanza dell’adeguamento tecnologico come leva per migliorare la qualità dei servizi erogati.

Entrambi lo fanno col duplice obiettivo di garantire cure pubbliche di qualità agli utenti e di aumentare l’attrattività del SSR. Infatti, un SSR in grado di offrire strumenti diagnostici tecnologicamente all’avanguardia garantisce congiuntamente l’innalzamento dei LEA e l’acquisizione di risorse finanziare provenienti da altri sistemi sanitari regionali attraverso la mobilità attiva.

8.  Il servizio regionale per l’emergenza-urgenza

Entrambi i programmi mirano a potenziare i Dipartimenti di Emergenza e ad implementare il Sistema di Emergenza Territoriale 118 per garantire il presidio della sanità anche nelle aree interne.

9. Il rapporto tra il sistema sanitario regionale e le università abruzzesi

Obiettivo comune è quello di potenziare e ampliare le convenzioni tra le ASL e mondo accademico, incentivando i giovani ricercatori a rimanere nel territorio.

10.  Il coordinamento del servizio sanitario pubblico con l’attività degli erogatori privati

Ambo i programmi si ispirano al principio della sussidiarietà orizzontale e vedono la sanità pubblica e privata in un rapporto collaborativo, di complementarietà ed integrazione.

Si vuole potenziare un rapporto di integrazione basato su regole certe e vincolanti che risultino idonee, da un lato, a tutelare la qualità e la quantità delle prestazioni richieste e, dall’altro, a consentire tempi certi dei pagamenti. Un sistema, questo, che deve fondarsi su un diverso e rinnovato scenario regolamentare.

11.  Misure volte a contenere la spesa farmaceutica e valutare l’appropriatezza

Solo nel programma di centrodestra del candidato presidente Marco Marsilio vengono elencate le seguenti misure di contenimento della spesa farmaceutica e di valutazione dell’appropriatezza: promozione di progetti di aderenza terapeutica, anche attraverso la telemedicina per migliorare l’efficacia delle cure e ridurre le spese soprattutto dei farmaci oncologici ed anticoagulanti ad alto costo e a somministrazione domiciliare per migliorare l’aderenza a tali terapie, attraverso la valorizzazione delle nuove tecnologie; vera attuazione del fascicolo sanitario elettronico regionale, al fine di permettere ai MMG e agli operatori ospedalieri la consultazione di tutta la storia clinica e strumentale del paziente con riduzione degli esami ripetuti inutilmente; contenimento della spesa farmaceutica con protocolli e misure già applicate con successo in altre regioni.

***

Complessivamente, i due programmi non si differenziano sistematicamente individuando ampie e simili aree di intervento prioritarie da inserire nel quadro di profonde revisioni organizzative e funzionali. È evidente che queste ultime dovranno essere valutate sulla base di una precisa definizione ex ante delle risorse economiche da destinare al SSR.

autore: Floriana Nicolai 

Mille e una notte di trame

8 Novembre, 2018

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di Geminello Alvi

Lo scarso pregio delle più varie teorie del complotto, che pure dilagano dopo l’11 settembre, è scoraggiante. Ormai il barbiere sotto casa volentieri ci spiega che l’aereo sul Pentagono non sarebbe caduto o che le due torri le ha fatte cadere la Cia; e intanto il no global, vicino di posto in treno, con discrezione rispiega che Bin Laden sarebbe in un ospedale americano in Arabia. Un genere, quello della letteratura complottista che ha creato libri ingenui o abietti, e talora però anche idee, ne risulta umiliato. Dilagano libruzzi o notiziole pescate anonime nei siti alternativi, subito smentite. Un peccato. Anche perché niente meglio del Medio Oriente e dei suoi serragli da secoli genera complotti e teorie dei complotti vari come favole delle Mille e una notte . E da essi potrebbe pur sempre impararsi qualcosa. Come verificheremo nel nostro tentativo di parlare di una cosa di cui molto si disserta, ma poco si sa.

Apprenderemo che il padre della spia Kim Philby sarebbe stato più bravo di Lawrence d’Arabia…, e da chi Gheddafi voleva proteggere gli ebrei…, e di Diana principessa martire, sempre secondo le teorie del complotto, dell’amore arabo.

Ma in così tanti intrighi ci terremo a qualche ordine, e quindi partiremo dalle teorie dei complotti che si attribuiscono a Bush. Quelli odierni, come le sciocchezze sui Cruise caduti invece dell’aereo sul Pentagono sono di nessun pregio. E dire che sarebbe bastato rileggersi America’s Secret Establishment, an introduction to the Order of Skull & Bones del professore inglese Anthony Sutton per avere un bel complotto attribuito ai Bush almeno da tre generazioni. Una pietra miliare nella letteratura complottista, il libro studiava una setta di studenti di Yale e faceva d’essa un filtro delle élites americane da un secolo. E fin qui qualcosa d’interessante, giacché Club e consorterie pesano tra le élites anglofone. Ma poi Sutton perdeva la testa, attribuendo al nonno di Bush, ai Whitney e agli Harriman, ogni nefandezza occorsa al mondo durante il secolo trascorso  . Anche l’erudito Carroll Quigley , professore tra l’altro di Bill Clinton, nel 1966 complicò non poco la questione. Nel libro Tragedy and Hope accennò all’esistenza di un network anglofono internazionale, creato dall’imperialista Cecil Rhodes che riuniva banchieri e governanti delle due sponde dell’Oceano.

In effetti la politica estera americana in Europa fu negli anni Venti l’affare, disastroso per il mondo, di una élite di banchieri anglofoni. E ancora più curiosamente fu proprio Quigley che raccomandò Clinton a una borsa di studio Rhodes a Oxford. E tuttavia, se s’ammettono più complotti in concorrenza e non uno solo, la tesi del complotto di Yale sostenuta da Sutton ne è dissolta per logica. Il libro di Quigley fu peraltro saccheggiato da dilettanti .

Ma The Naked Capitalist e ancor più None Dare Call it Conspiracy resero milioni ai loro autori . Ma tra una sfilata e l’altra in molti distribuiscono i loro dubbi complottistici, e vedono una complicità totale tra Israele e insiders americani, come siano tutt’uno. A torto. Costoro non soltanto dimenticano che George W. Bush era appunto il candidato «arabo» delle ultime elezioni, contro Gore che schierava un vicepresidente ebreo. Ma neppure badano al fatto che esiste anche il filone dei libri sui complotti antisionisti . Ed è non meno vario degli altri. Si prendano, ad esempio, ] John Loftus e Mark Aarons The Secret War against the Jews , St. Martins Press, 1994 . Libro con molti dei difetti dei libri sui complotti, per cui il particolare si estende con paranoia al generale. Ma è un altro punto fermo della letteratura sui complotti; a cui si deve perlomeno l’invenzione dell’anti Lawrence d’Arabia ovvero di H. St. John Philby . Il quale meriterebbe una fama maggiore di suo figlio Kim.

John Kilby fu l’eccentrico inglese convertito all’Islam che comprò una schiava per i suoi piaceri, fu l’arabista che scrisse Arabia of Wahabis nel 1928 e colui sulla cui tomba a Beirut quando morì fu scritto «il più grande degli esploratori arabi». Ma fu anche consigliere adrenalitico di re Abdul Aziz Ibn Saud che s’impadronì dell’Arabia, il rivale dei re di Iraq e di Giordania favoriti da Lawrence d’Arabia. Ma se, malgrado una certa pigrizia, Lawrence agì per dover patrio e amore d’un giovane arabo, Philby agì per eccesso d’adrenalina e un movente più terreno: il denaro. Almeno secondo i teorici del complotto antisionista, i quali avrebbero avuto accesso agli archivi americani e intervistato ex agenti segreti. A dir loro Philby sarebbe stato il ganglio di un complotto che avrebbe coinvolto Hitler, Ibn Saud e Allen Dulles. Ma anche questo libro sui complotti patisce qualche logico difetto . Ibn Saud sottomise l’Arabia prima dell’arrivo al potere di Hitler e il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 in quantità commerciali, e solo un anno dopo, troppo tardi, ne iniziò l’esportazione. Inoltre i banchieri inglesi di Londra amici del banchiere centrale tedesco Schacht non avrebbero avuto bisogno di Ibn Saud per aiutare Hitler.

Ma ecco i nostri lettori arabi, come i militanti di sinistra, pronti a saltare sulle loro seggiole, e dirci che se complotto ci fu esso fu all’opposto quello sionista. E qui invero s’aprirebbero altri labirinti sterminati di complotti pretesi. Perché se in Occidente le teorie dei complotti sono in tempi normali la passione di pochi, in Medio Oriente sono il cibo quotidiano di molti . Si tratta di un mondo nel quale la democrazia, com’è concepita in Occidente, è più rara e nel quale non mancano Stati retti come sceiccati da élites più attente ai complotti. Ed infine all’occasione tutti possono dubitare di qualunque verità . Di qui il gran successo nelle nazioni arabe del libro di una complicata personalità, di Roger Garaudy : Les Mythes fondateurs de la politique israélienne . E la persuasione araba che gli ebrei ispirino la politica estera degli anglofoni almeno da quando nel 1917 fu spedita la nota Balfour con cui il governo inglese favoriva insediamenti ebraici in Palestina. Ma ancora a mitigare i fervori complottisti sarà forse il caso di rammentare che a disapprovare la nota fu proprio un membro ebreo di quel governo.

Ma le teorie dei complotti in Medio Oriente sono assai più mobili che da noi. E per taluni arabi più benevoli, se non sono gli ebrei a usare coi loro complotti l’Occidente, è esso a usare gli ebrei. E sarebbe questa, secondo Daniel Pipes, autorevole commentatore di fatti del Medio Oriente, la tesi di Gheddafi , per cui la creazione di Israele è «una grande cospirazione contro gli ebrei» ; che avrebbe anche avvisato: gli europei «vogliono sbarazzarsi di voi ebrei e gettarvi in Palestina, perché gli arabi un giorno vi eliminino». Per evitarlo dovevano lasciare la Palestina e tornare ai loro Paesi. Ma per qualunque teoria di un complotto c’e n’é sempre una opposta e dopo l’11 settembre commentatori americani rumoreggiano di un complotto arabo, e vedono ovunque a Washington i corrotti dall’oro saudita.

Ma come completare una rassegna sulle teorie dei complotti senza la principessa Diana? In un sondaggio buona parte dei palestinesi si dice persuasa ch’ella sia stata uccisa; e per alcuni giornali prima di morire già s’era convertita all’Islam. Ed ecco quindi una Diana martire dell’amore arabo, riconquista islamica certa dell’Occidente negata dalla viltà di un complotto. Giudizi che, sempre secondo Pipes, riflettono forse il fatto che alle arabe non è facile maritarsi fuori della fede o con qualcuno di grado sociale inferiore. E in effetti il più palese difetto delle teorie dei complotti è nel fatto che i loro autori o chi presta loro fede vi proiettano i propri odi contorti, filtrandovi il mondo. Di qui il senso di paranoia che emanano. E tuttavia v’è in esse un pregio, che è però più complicato da dire.

Solo incrociando senza avversioni teorie avverse, se ne può ricavare qualche verità, peraltro delicata, e facile a sciuparsi. Ma sono rari quelli senza preconcette avversioni, e la letteratura sui complotti resta per i pochi . Agli altri, e a chi vi ricerca materia per i propri odi o slogan per le sfilate, e quindi agli intellettuali italiani di destra e di sinistra, io sospetto faccia solo del male “.

Cordiali saluti

fonte:  IL CORRIERE DELLA SERA del 10 febbraio 2003 

Law firm & PR: le attività di lobbying, il ruolo degli esperti legali e della comunicazione

11 Ottobre, 2018

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Sono molti gli avvocati e gli studi legali che offrono la loro consulenza a soggetti pubblici e privati al fine di sostenere in termini giuridici le attività di rappresentanza di interessi di parte. Se all’estero spesso la figura del lobbista coincide con quella dell’avvocato, in Italia il ruolo della consulenza degli studi legali nelle attività di relazioni istituzionali è centrale ma, gli stessi studi legali che all’estero offrono questo tipo di servizio con dipartimenti specializzati, nel nostro Paese si limitano a un’assistenza esterna fatta di pareri, di analisi e monitoraggio legislativo in materia prevalentemente amministrativa e antitrust.

Sebbene in Italia non esista ancora un quadro normativo di riferimento che detti le regole, ne riconosca il ruolo e la legittimi, l’attività di public affairs e di lobbying esiste e ha un ruolo importante nelle dinamiche democratiche e rappresentative del nostro Paese. Comunicare con le istituzioni, relazionarsi con esse attraverso la presentazione delle proprie richieste, sta diventando un elemento strategico molto importante per numerosi settori di attività, sottoposti ad una sempre più crescente regolamentazione.

Monitorare l’evoluzione del contesto legislativo e regolamentare in cui si opera diventa indispensabile al fine di valutare quali decisioni possano rappresentare un’opportunità oppure ostacolare il raggiungimento dei propri obiettivi.

Il lobbying rientra nell’ambito delle relazioni pubbliche e in maniera più specifica delle relazioni istituzionali. L’attività di lobbying è realizzata da soggetti pubblici e privati profit e no profit, allo scopo di influenzare il processo decisionale pubblico, attraverso sistemi di relazione diretta con i decisori pubblici o attraverso gruppi e associazioni che si ritiene possano influenzare a loro volta tali decisori.

Associazioni di categoria, organismi di rappresentanza di professioni e attività regolamentate, sindacati, associazioni ambientaliste e le grandi aziende, sono i principali gruppi di pressione presenti in Italia.

Le law firm sono spesso chiamate a intervenire nella predisposizione di alcuni strumenti utili all’argomentazione della posizione che l’organizzazione vuole rappresentare: position paper , playbook , dossier, testi tecnici quali proposte di legge, emendamenti e interrogazioni parlamentari, sono i documenti indispensabili e la base sulla quale si cercherà poi di costruire il consenso.

Una volta individuati gli argomenti di persuasione i lobbisti utilizzano due metodi operativi per convincere i decisori pubblici: la relazione diretta e la relazione indiretta.

Nella relazione diretta con il decisore, il lobbista, proponendo una solida argomentazione, rappresenterà gli interessi di parte e cercherà quindi di far convergere questi con l’interesse generale che il decisore persegue, fornendogli altresì strumenti di analisi del problema e competenze che possano aiutarlo a costruirsi una comprensione maggiore del tema e quindi a una migliore e più completa redazione normativa.

Lo scopo delle relazioni indirette è invece quello di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché questa influisca favorevolmente sulla scelta del decisore, talvolta arrivando a coinvolgere direttamente cittadini e associazioni attraverso una mobilitazione civile che parta dal basso

(il cosiddetto Grass root lobbying).

I principali strumenti di comunicazione utilizzati per influenzare opinione pubblica e decisori sono tre: le media relations (invio di comunicati stampa, dichiarazioni, realizzazione e pubblicazione di ricerche e indagini a sostegno della tesi proposta), gli eventi (organizzazione e partecipazione a convegni e dibattiti) e la pubblicità istituzionale. A questi va aggiunto anche l’uso strategico dei social media, strumenti formidabili di adesione e coinvolgimento.

Se per le attività di relazione indiretta è necessario collaborare con professionisti della comunicazione, per quanto concerne la rappresentanza diretta, l’expertise giuridica assicurata da un avvocato può fare la differenza in termini di credibilità e capacità di lettura dei testi normativi.

Esistono già anche nel nostro Paese studi legali che hanno scelto di offrire un servizio di consulenza alternativo agli studi di public affairs ma il fenomeno non ha ancora assunto dimensioni degne di nota. La costituzione di dipartimenti, anche specializzati in materie specifiche, a sostegno delle attività di lobbying, offre nuove opportunità e sfide alla figura professionale dell’avvocato che, se adeguatamente inserita nelle dinamiche istituzionali, è in grado di rappresentare al meglio le istanze dei propri “assistiti” davanti al legislatore e ai decisori pubblici.

Come può essere strutturato, quindi, un dipartimento di public affairs all’interno di uno studio legale? In linea generale possiamo dire che un team dedicato a queste attività dovrà sempre comprendere un analista, esperto del tema in discussione e un advocate ovvero chi ha concretamente il compito di rappresentare e trattare la posizione dell’organizzazione con il decisore pubblico. Le due figure, secondo le competenze tecniche e le capacità di comunicazione e persuasione dei singoli professionisti, possono anche coincidere nella stessa persona.

Se si guarda ai dipartimenti di Public Policy and Government affairs di alcune grandi law firm statunitensi si evince come le competenze messe in campo non sono solamente legali ma includono la capacità di comprensione profonda dei meccanismi istituzionali della Casa Bianca e del Congresso, le abilità nella costruzione delle strategie di comunicazione ed una expertise specifica anche nell’ambito del crisis management.

I professionisti coinvolti hanno solitamente alle spalle un’esperienza interna alle istituzioni, conoscono le dinamiche della politica e del consenso e godono di una solida reputazione e di credibilità negli ambienti in cui operano.

Autore: Marianna Valletta, esperta in comunicazione e marketing per gli studi legali

Fonte:  Diritto 24

 

Il Presidente della Repubblica è il simbolo dell’unità nazionale.

28 Maggio, 2018

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La politica e la comunicazione politica non sono due cose diverse. Non lo trascurerei nel riflettere su ciò che sta accadendo. Quello che conta infatti, al netto delle esultanze o delle accuse incrociate, è come sarà percepito ciò che ha fatto Mattarella nella mente degli elettori. Purtroppo bisogna dirselo, nella mente di chi ha eletto M5S e Lega risulterà un gigantesco “come volevasi dimostrare”: il potere istituzionale ha posto il veto al governo del cambiamento. Un come volevasi dimostrare che nelle prossime ore si nutrirà del dibattito binario pro/contro Mattarella.

Se il dibattito sarà impostato così, favorirà soltanto l’acuirsi di quella percezione. Le relazioni di potere, non ce lo ricordiamo mai abbastanza, si costruiscono nella mente delle persone, e il luogo dove si costruiscono le percezioni è la comunicazione, che ha un peso politico cruciale. Aver ceduto ormai da anni a affrontare ogni questione come in un conflitto pro/contro sta favorendo chi in quel duello è capace di essere più brutale, diretto, elementare. Annunciare con fierezza e trasporto emotivo il proprio “stare col Presidente” non è altro che alimento per l’opposizione binaria di cui si nutre il consenso. Ci vuole qualcosa di più, come quando in una disputa si è in un angolo, e bisogna trovare una via per divincolarsi dalla discussione così come è stata impostata da chi la conduce. Mi chiedo chi oggi in Italia abbia la forza politica e la pazienza comunicativa (perché di pazienza si tratta) di farlo.

Bruno Mastroianni

Fondazione Banco di Napoli, commissariamento? Non proprio.

6 Aprile, 2018

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Negli ultimi mesi il presidente della Fondazione Banco di Napoli Daniele Marrama (alla mia sinistra nella foto) è stato infangato in ogni modo.

È stato detto:

a) che l’investimento in BRS era illecito;

b) che sarebbe automaticamente decaduto dalla carica di Presidente della Fondazione per incompatibilità evidente con la presidenza delle banche;
c) che avrebbe fatto avere contributi a realtà nelle quali avrebbe avuto interessi personali…
La relazione ispettiva del MEF ha smentito tutte queste nefandezze.

Gli ispettori non hanno rilevato alcuna grave irregolarità.

Tanto è vero che quello che è stato disposto dal MEF non è uno scioglimento ex art. 11 comma 1 del decreto legislativo n. 153 del 1999 ma una sospensione ex art. 11 comma 9.

L’unico fine della sospensione è superare il momento di impasse del Consiglio Generale.

27 marzo 2018, a Mosca siglato Accordo di Collaborazione tra il Sindaco dell’Aquila e Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca

30 Marzo, 2018

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di Gabriele Rossi

Il 12 ottobre dello scorso anno, proposi al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi di valutare la fattibilità di un Agreement di Collaborazione tra il Comune dell’Aquila e la città di Mosca nella persona di Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca. 

In qualità di componente della Commissione “Cabina di Regia per l’Aquila Smart City” (cfr. Decreto n.93 del 01.03.2018 del Comune di L’Aquila), il 26 marzo scorso, ho accompagnato il sindaco Biondi a Mosca dove il 27 marzo ha siglato l’Accordo con il ministro Cheremin (al centro nella foto presso il Palazzo del Governo della Città di Mosca).

Cliccare qui per rassegna stampa. 

La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge

15 Febbraio, 2018

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(nella foto, al centro Gianni Chiodi, Presidente Emerito Regione Abruzzo, Commissario alla Sanità e alla Ricostruzione Terremoto L’Aquila. Candidato alla Camera nelle elezioni del 4 marzo Collegio L’Aquila-Teramo)

I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione contro l’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.

di Leonardo Becchetti

fonte: La Repubblica

Decision-maker poco informati sul GDPR - Gabriele Rossi, Adriatic Area Manager CREASYS

9 Novembre, 2017

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Il report Risk:Value di NTT Security mette in evidenza come molti decision-maker non siano consapevoli delle implicazioni del General Data Protection Regulation.

Uno su cinque ammette di non sapere a quali normative è soggetta la propria organizzazione.

Il sondaggio, condotto tra 1.350 dirigenti non dell’ambito IT in 11 paesi, rivela che solo quattro intervistati su dieci (40%) a livello globale ritengono che la loro organizzazione sarà soggetta al GDPR. Il dato forse più preoccupante è che uno su cinque (19%) ammette di non sapere a quali normative è soggetta l’organizzazione. Nel Regno Unito, solo il 39% degli intervistati attualmente considera la GDPR un problema di conformità e il 20% ammette di non saperne niente, mentre al di fuori dell’Europa il livello di consapevolezza è perfino inferiore. Appena un quarto dei decision-maker aziendali negli Stati Uniti, il 26% in Australia e il 29% a Hong Kong ritiene di essere soggetto a GDPR, sebbene queste norme saranno applicabili a qualsiasi azienda che tratta dati di cittadini europei.

Il GDPR già attualmente in vigore, sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018, il tempo rimasto per garantire la conformità ai nuovi rigorosi requisiti sulla protezione dei dati è ormai meno di un anno. Sono previste sanzioni fino a 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato annuo globale.

Analizzando la maturità di trattamento dei dati, componente chiave del GDPR, il report Risk:Value rivela anche che un terzo degli intervistati non sa dove siano archiviati i dati dell’azienda, mentre appena il 47% afferma che tutti i dati critici sono archiviati in modo sicuro. Di quelli che sanno dove sono archiviati i dati, meno della metà (45%) si definisce “completamente consapevole” del modo in cui i nuovi requisiti normativi avranno effetto sull’archiviazione dei dati nella loro organizzazione. Il maggior livello di conoscenza e consapevolezza in tal senso è stato registrato tra le organizzazioni nel settore bancario e dei servizi finanziari, e in quello delle tecnologie e dei servizi informatici.

• Un intervistato su otto ritiene che la scarsa sicurezza delle informazioni rappresenti il “singolo rischio di maggiore entità” per l’organizzazione. Il rischio segnalato più di frequente è “l’acquisizione di quote di mercato da parte dei concorrenti” (28%). In base al report Risk:Value, il 57% dei decision-maker ritiene che prima o poi una violazione dei dati sarà inevitabile.

• L’impatto di una violazione sarà duplice: secondo gli intervistati, una violazione avrà effetto sulla capacità di business a lungo termine, oltre a causare perdite finanziarie a breve termine. Più della metà (55%) cita la perdita di fiducia dei clienti, i danni per la reputazione (51%) e le perdite finanziarie (43%), mentre il 13% ammette che sarebbe interessato da perdite di personale e il 9% dalle dimissioni di dirigenti senior.

• Il costo stimato per la ripresa, in media, è aumentato da 907.000 dollari nel 2015 a 1,35 miliardi di dollari nel 2017.

• L’impatto stimato sulle entrate è diminuito del 12,51% nel 2015

Solo poco più della metà (56%) dei decision-maker dichiara che impedire gli attacchi per la sicurezza rappresenta un elemento regolarmente all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione. Questo suggerisce che resta ancora molto da fare perché la sicurezza venga presa sul serio ai livelli più alti dell’organizzazione.

Gli intervistati stimano che in media solo il 15% del budget IT in azienda viene speso per la sicurezza delle informazioni, benché questo valore sia aumentato rispetto al 13% nel 2015 e al 10% nel 2014. Molti indicano che la spesa per la sicurezza è inferiore a quella per le attività di ricerca e sviluppo (31%), vendita (28%) e marketing (27%).

L’esigenza di promuovere una cultura della sicurezza

• Il 56% dei decision-maker aziendali dichiara che la propria organizzazione ha definito un criterio formale per la sicurezza delle informazioni, un dato in aumento rispetto al 52% del 2015. Poco più di un quarto (27%) ha avviato l’implementazione di un criterio di questo tipo, mentre l’1% non ha alcun criterio o prevede di implementarne uno.

• Tuttavia, mentre la grande maggioranza (79%) dichiara che il criterio per la sicurezza è stato comunicato attivamente all’interno dell’organizzazione, solo una minoranza (39%) afferma che i dipendenti ne sono completamente consapevoli. La Germania e l’Austria (85%) sono sopra la media per quanto riguarda la comunicazione del criterio, insieme agli Stati Uniti (84%) e al Regno Unito (83%).

• La percentuale di intervistati con un criterio ufficiale per le informazioni è distribuita in modo non uniforme rispetto ai paesi. In Svezia il dato è appena del 30%, mentre nel Regno Unito il 72% dichiara di avere un criterio ufficiale. Relativamente ai settori, quello sanitario è in prima posizione, con il 69% delle aziende che afferma di avere definito un criterio ufficiale per la sicurezza delle informazioni, seguito a breve distanza dal settore finanziario (66%).

• Meno della metà (48%) delle organizzazioni ha un piano di risposta agli incidenti, anche se il 31% ne sta implementando uno. Tuttavia, solo il 47% dei decision-maker intervistati sa con precisione che cosa prevede il piano di risposta agli incidenti.

fonte: techfromthenet.it

L’Italia e l’incapacità di chiudere i progetti

23 Marzo, 2017

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di Paolo Bricco

 Un Paese senza. Un Paese senza cultura e disciplina di Governo. Un Paese senza buonsenso. Un Paese senza la capacità di progettare qualcosa – non importa che sia il gasdotto Tap o la riforma della pubblica amministrazione - e poi di realizzarlo. Magari di correggerlo. Ma di attuarlo rispettando gli impegni presi. L’Italia assomiglia alla variante ancora più irrazionale, gonfia e parossistica del profilo complesso e irrisolto raccontato – con pietosa laicità – da Alberto Arbasino nel suo saggio del 1980. Quarant’anni dopo, non c’è più solo l’Italia demagogica e dissipatrice, zoppicante e inconcludente della crisi delle scuole, delle fabbriche e dei partiti. A quella radice, si è aggiunto una sorta di cupio dissolvi – un desiderio di automortificazione – della sua anima più profonda.

Il Trans Atlantic Pipeline, collocato nel limbo da un prefetto che chiede chiarimenti e domanda delucidazioni, stempera e sopisce, è un’opera da 40 miliardi di euro. Questo può anche non importare. Tap è un’opera con una rilevante importanza geopolitica: il gas azero estratto nel Mar Caspio nel giacimento di Shah Deniz consente – consentirebbe, consentirà, forse – al nostro Paese di ridurre la dipendenza dal gas russo e di non essere troppo deboli di fronte all’alleanza sull’energia di Mosca e di Berlino. Anche questo può non importare. Il problema è, però, identitario. E di reputazione. Firmi accordi. Ti impegni come Paese. Lo fai non solo con i partner internazionali. Lo fai anche con te stesso. E, poi, sulla spiaggia di Melendugno, blocchi tutto. Lo stesso senso di rallentamento dei muscoli e di ottundimento dei sensi è percepibile nel corpo italiano, sospeso fra guizzi di vitalità adolescenziale e lentezze da invecchiamento precoce, osservando il distacco critico che si fa inerzia militante nella pubblica amministrazione. La riforma Madia. Il codice degli appalti. Tutto è perfettibile. Ma, per i grandi mandarini della pubblica amministrazione che hanno in mano il Paese, nulla va bene. Continuiamo così. Facciamoci del male.

fonte: Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2017 

Telecom Italia accelera la strategia ‘quadruple play’ cominciando a produrre contenuti premium. L’ad Cattaneo al Cda: presto il varo di una società che accorperà le attività TimVision e produzione di contenuti esclusivi in banda ultralarga

3 Gennaio, 2017

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Telecom Italia,  a poche settimane dal lancio del  servizio di video on demand Studio+ in collaborazione con Vivendi,  accelera la strategia “quadruple play” diventando protagonista nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga attraverso l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di Timvision.

La nuova societa’, informa una nota, avra’ come missione presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, al consiglio di amministrazione individua in Timvision lo strumento per assicurare al gruppo Tim la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in Iptv.

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IL COMUNICATO DI TELECOM ITALIA

TIM: nasce una nuova società per accelerare la strategia “QUADRUPLE PLAY” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga

16/12/2016 – 17:15

Il Consiglio di Amministrazione riunitosi sotto la presidenza di Giuseppe Recchi ha deliberato di accelerare la strategia “quadruple play” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga e l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di TIMvision.

La nuova società avrà come missione quella di presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’Amministratore Delegato, Flavio Cattaneo, al Consiglio di Amministrazione individua in TIMvision lo strumento per assicurare al gruppo TIM la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in IPTV.

Il Piano Strategico 2017-2019 che sarà presentato a febbraio conterrà indicazioni sullo sviluppo di questo nuovo business del gruppo. (AGI)

fonte: Prima Comunicazione 

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