E se non avevamo un Piano Nazionale Maxiemergenze?

13 Marzo, 2020

israele_quarto_8.jpg

 

In Italia tra ospedali pubblici e privati ci sono solo 5.090 posti letto per terapia intensiva, 8 ogni centomila abitanti (dati dell’Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale), ma rischiano di non bastare. Il problema non è il Covid-19 in sé, ma la sua rapida diffusione. Se tutti gli italiani lo prendessero nello stesso momento, il sistema collasserebbe.

Per cominciare a pensare al dopo.

 

1) Non abbiamo un’organizzazione adatta alle maxiemergenze, la regionalizzazione della sanità andrebbe ripensata, almeno in parte.

 

 

2) Come si dimensiona un sistema? Se lo si fa sui valori medi le emergenze sono a volte critiche, se lo si fa sui picchi si rischia di avere risorse inutilizzate nelle situazioni normali. Anche in questo caso, a mio parere, un sistema maggiormente centralizzato ottimizzerebbe meglio le risorse.

Abruzzo, ancora maglia nera per la spesa farmaceutica.

14 Ottobre, 2019

gabriele_rossi_enlanbs_roma_1.jpg

di Gabriele Rossi (Manager Creasys Sanità)

L’Abruzzo è una delle regioni italiane dove il Servizio Sanitario Regionale registra le peggiori performance. Relativamente alla spesa farmaceutica ospedaliera, la Regione Abruzzo, dopo essere risultata all’11° posto nel 2017, nel periodo gen.-sett. 2018 è risalita nella graduatoria negativa al 6° posto, con un’incidenza dell’8,60% nel 2017 e del 9,99% nel periodo gen.-sett. 2018 sulla quota del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) riservato alla Regione Abruzzo (FSR) rispetto al tetto di spesa fissato dalla normativa vigente del 6,89%. Relativamente alla spesa farmaceutica convenzionata (territoriale), la Regione è risultata al primo posto, con un’incidenza del 9% nel 2017 e dell’8,69% nel periodo gen.-sett.2018 sulla quota di FSN riservato all’Abruzzo (FSR) rispetto al tetto di spesa fissato dalla normativa vigente del 7,96%.

A fronte di questa performance negativa, il tema del contenimento della spesa farmaceutica ha assunto particolare rilievo sia al livello regionale che aziendale. In particolare, la Regione ha dato attuazione ad una serie di misure volte a contenere la spesa farmaceutica entro i limiti programmati (si veda da ultima la D.G.R. 230/2019) mentre le singole ASL hanno adottato, autonomamente l’una dalle altre, vari interventi finalizzati a contenerla.

Tuttavia, tali interventi non solo si sono svolti in maniera fortemente destrutturata e in un quadro di carenza di coordinamento interaziendale, ma hanno anche scontato i limiti derivanti dall’assenza di un sistema di governance del SSR.

In questo contesto di interventi singolarmente validi, ma destrutturati diviene essenziale favorire l’adozione di un sistema di governance del SSR, o se si vuole di una “cabina di regia” regionale, capace di adottare un approccio integrato che vada ad individuare ed incidere sulle determinanti della spesa farmaceutica ponendola su una traiettoria discendente e che consenta di intervenire prima che si realizzino le condizioni che impongono l’adozione dei piani di rientro.

Il valore aggiunto di Creasys Sanità

La leva di Creasys Sanità in Abruzzo è la consolidata consulenza specialistica in ambito di management sanitario e, potenzialmente, la realizzazione di progetti per il contenimento della spesa farmaceutica basati sulle metodologie di Business Process Analysis (BPA) e Business Process Reengineering (BPR), incentrate sulla spiccata contestualizzazione delle analisi effettuate alla realtà strutturale ed operativa del cliente. Siamo, infatti, convinti che il grande cambiamento che si intende apportare a livello delle singole ASL non può derivare dalla semplice trasposizione di modelli già operativi in regioni maggiormente virtuose, che proprio per questo motivo sono in grado di applicare al meglio tali modelli.

In altri termini, rispetto ai big player, il nostro vantaggio competitivo è l’essere una cosiddetta “boutique” con professionisti molto vicini al cliente: abbiamo sperimentato in questi anni quanto questa formula sia vincente in termini di riconoscimento, fiducia, collaborazione, stima professionale e risultati tangibili e misurabili.

Come funziona (bene) un ospedale tutto digitale: l’eccellenza è in Israele

8 Settembre, 2019

sergio_pillon.jpg

Abbiamo il piacere di riprendere l’interessante articolo scritto dal professore Sergio Pillon (nella foto) in merito all’evento sul medicale Med in Israel, il quale ha avuto luogo dal 6 al 9 marzo 2017 a Tel Aviv. Potete trovare a fine pagina il link all’articolo pubblicato su Agenda Digitale.

Israele è all’avanguardia nell’utilizzo degli strumenti digitali in ambito sanitario. Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare via web, tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato in un vero big data sanitario.

Si è tenuto ai primi di marzo (2017) l’evento Med in Israel, che si tiene a Tel Aviv ogni due anni ed ha come sottotitolo “il battito cardiaco dell’innovazione in medicina”.

Alla fine degli anni ’90, Israele aveva più di 200 aziende legate alle scienze della vita. Oggi ci sono oltre 1300 aziende attive e nel 2015 le esportazioni del settore hanno raggiunto la cifra di 8 miliardi di dollari, in crescita costante dal 2008. Esiste una ricchissima pipeline di startup nel settore, fortemente supportate dai business angels e dal governo. Il settore più rappresentato nelle scienze della vita è quello dei dispositivi medici (oltre il 60% delle aziende), che integra le tecnologie nel campo dell’elettronica, delle comunicazioni e elettro-ottica.  Erano coinvolti più di 500 esportatori di dispositivi medici, impiegati in una grande varietà di applicazioni sanitarie, cardiovascolari e vascolari periferiche, neurologia e malattie degenerative, medicina d’urgenza, terapia intensiva e riabilitazione, malattie respiratorie e gestione delle vie aeree, oncologia, ginecologia, ortopedia e medicina dello Sport, gastroenterologia, controllo delle infezioni, oftalmologia, terapia del dolore, terapia delle ferite difficili, patologia orale e dentale, dermatologia e medicina estetica.

Non c’è nessun altro paese al mondo con una tale concentrazione di aziende del settore della scienza della vita. La caratteristica che ho trovato realmente innovativa è la strettissima cooperazione tra il sistema sanitario pubblico e le aziende. Israele ha un sistema sanitario con molte similitudini con quello Italiano ma le aziende sono profondamente radicate nelle istituzioni accademiche, di ricerca, nazionali internazionali. Sono anche strettamente collegate alle aziende sanitarie operative, per supportarle per esplorare l’innovazione per rispondere sfide odierne: abbassare i costi complessivi dell’assistenza sanitaria, soddisfare le esigenze in continua evoluzione in un mondo con un costante invecchiamento della popolazione. Naturalmente l’attenzione alla sicurezza è sempre centrale e il concetto di “security by design” è evidente e sempre presente e cybermed è stata una delle relazioni più interessanti.

Il padiglione centrale era riservato al Clalit,  una delle “mutue” israeliane, che festeggia gli oltre 100 anni di attività. In Israele il cittadino o il lavoratore, come accade in Italia, è assistito per l’assistenza di base (i nostri LEA) da un sistema sanitario nazionale ma, a differenza dell’Italia, il cittadino può scegliere tra quattro diversi fornitori e il Clalit è il maggiore. Il Clalit ha medici di medicina generale, centri diagnostici e specialistici territoriali, spesso integrati in strutture multispecialistiche, ma soprattutto la Digital Health è l’asse portante del sistema per i 4.4 milioni di assistiti, 14 ospedali pubblici, 9,638 medici, 11,081 infermieri, 100 centri odontoiatrici,1,503 poliambulatori, 48 poliambulatori pediatrici e 384,408 sessioni di telemedicina.

Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare l’appuntamento via web, tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato, dall’ambulatorio all’ospedale, fino agli eventi amministrativi, in un vero big data sanitario. Dal punto di vista del paziente se ha semplicemente bisogno del rinnovo della prescrizione dei farmaci abituali, il medico, alla ricezione della richiesta sul proprio PC di studio ha contemporaneamente aperta la cartella del paziente e apponendo il dito sul lettore di impronte digitali, produce tutte le ricette necessarie che vengono caricate nel sistema e viene generato il messaggio per il paziente, informandolo che può recarsi in una qualsiasi farmacia del Clalit per ritirare i farmaci ove siano disponibili (sì, esiste anche la disponibilità del farmaco in tempo reale). Contemporaneamente viene alimentato un Big data sanitario che consente al responsabile del centro diagnostico ed al medico di valutare le proprie performance e quelle degli operatori in termini di qualità del servizio (ci sono indicatori che tracciano anche il tempo di contatto con il singolo paziente, indicatori che in presenza di determinate patologie o terapie verificano se sono stati eseguiti i controlli necessari, generando dei reminder per il medico…)  indicatori di efficienza e controllo della spesa, con continui raffronti tra gli i centri considerati analoghi per tipologia di pazienti e territorio. Tutti i pazienti del Clalit possono scaricare un’app che consente di usufruire dei servizi via smartphone e la televisita è uno strumento di routine al di fuori dell’orario di apertura degli ambulatori del pediatra, del medico di medicina generale e h24 per il teleconsulto dermatologico.

Per la parte ospedaliera sono andato a visitare il Rabin Medical Center,  un centro ospedaliero che per dimensioni potrebbe essere considerato forse analogo al Policlinico Gemelli di Roma, nato dalla fusione di due ospedali, il Beilinson e l’Hasharon hospital. Alcuni numeri/anno che possono dare l’idea delle dimensioni della struttura: circa 9.000 parti, 150 trapianti, (cuore, polmone, fegato e reni), quasi il 70% di tutti i trapianti in Israele hanno luogo presso RMC.

Oltre 6.000 interventi tra cardiologia interventistica e cardiochirurgia, 24.000 pazienti sottoposti a indagini genetiche, il 15% dei malati di cancro in Israele viene seguito qui, oltre 8.000 vittime di incidenti stradali all’anno trattate, 35.000 interventi chirurgici, 650.000 visite ambulatoriali ed oltre 100.000 ricoveri l’anno. Tutti questi pazienti sono seguiti da 4.500 persone, dei quali circa 1.000 medici e 2.000 infermieri, per 1.300 posti letto e 40 dipartimenti.

Naturalmente i numeri sono anche legati all’organizzazione del sistema e per un medico il più impressionante è il numero di ricoveri rispetto ai posti letto, che mostra una grandissima efficienza del sistema. Il Rabin Medical Center dispone di otto (8!) informatici interni, naturalmente moltissimi servizi sono in outsourcing e i più innovativi sono realizzati anche attraverso partnership con aziende e/o startup. Il servizio informatico del Rabin ha coordinato la realizzazione di ALMA (Advanced Live Management Analytics), un sistema di analisi in tempo reale di tutti i dati del sistema ospedaliero, integrati con il fascicolo sanitario elettronico del paziente; ALMA è la vera “anima” dell’ospedale.

La mission di ALMA è di migliorare l’assistenza sanitaria e l’erogazione dei servizi con l’uso di dati in tempo reale elaborati attraverso algoritmi proprietari, presentando i dati in una modalità che li rende facilmente utilizzabili dai decision makers, facilitando l’eccellenza operativa e clinica (big data sanitario in real time).

A giudizio del Rabin Medical Center i prodotti IT ospedalieri tradizionali non sono adeguati alle esigenze moderne dell’ospedale. Gli EMR (cartelle cliniche elettroniche) comunemente sul mercato sono sistemi su larga scala che mostrano le informazioni presenti solo in viste specifiche per paziente. Molta inefficienza operativa viene nascosta perché manca la presentazione dei dati per tutto il “sistema ospedale” in grado di supportare le esigenze operative dell’ambiente ospedaliero nell’insieme. Negli EMR tradizionali non esiste una modalità per ottenere una visione interdipartimentale di informazioni cliniche e operative.

Un esempio personale: in un ospedale romano dei più moderni ho avuto mio suocero ricoverato. Il collega ha richiesto un esame particolare, dopo due giorni non era in cartella, lo ha richiesto ancora senza successo, poi mi ha proposto di farlo privatamente, dopo la dimissione. Solo al ritiro della copia della cartella ho capito l’arcano: ogni volta il giorno successivo la risposta del laboratorio era un foglio con scritto al posto della risposta “provetta errata”. L’infermiere evidentemente non metteva il foglio in cartella, semplicemente indicava che l’esame andava ripetuto, ed i suoi colleghi hanno ricevuto la risposta “provetta errata” e non l’hanno inserita in cartella. Solo nella stampa automatica della cartella è emerso l’arcano, perché i dati di laboratorio sono stampati automaticamente dal database del laboratorio…

ALMA attinge le informazioni da tutti i sistemi dell’ospedale, li integra con il fascicolo sanitario elettronico e li presenta in formato grafico chiaro e semplice. Il cruscotto è aggiornato in tempo reale e presenta le informazioni più aggiornate per i gestori, che siano amministrativi o clinici. Il contenuto del “cruscotto”, visibile con un semplice browser web, è basato sul ruolo dell’utente (medico, infermiere, coordinatore, direttore,…) e può essere personalizzato in base alle preferenze dell’utente stesso. Le viste vanno da quella del top management, con le colonnine di allarme, ad esempio occupazione dei letti in un reparto superiore al 100% o inferiore all’80%, liste di attesa che superano un valore preimpostato, pronto soccorso sovraccarico, costi oltre il budget per dispositivi, carenza in magazzino ecc, fino alla vista del singolo medico/infermiere di reparto. Ad esempio nell’incontro che abbiamo avuto cliccando sulla vista del ginecologo è apparso che tre pazienti avevano una emoglobina inferiore ad 8, due avrebbero partorito in mattinata, una era in attesa da due giorni di un esame ecc. Cliccando sulla colonnina che evidenzia il problema si apre un foglio dati che porta alla vista dei pazienti in questione e della loro cartella clinica, sempre che l’utente loggato abbia privilegi sufficienti per poter vedere la cartella.

Impressionante anche la presentazione dei dati di laboratorio: cliccando sull’emoglobina delle pazienti citate prima abbiamo visto il grafico del valore durante l’intera gravidanza e, se presente, anche dei controlli precedenti, non solo i valori rilevato durante il ricovero! Cambia completamente l’approccio e si risolve anche il problema che io da giovane medico definivo “la sfortuna del letto n.15”. Infatti spesso la visita alla mattina inizia dal letto n.1, e passano anche due ore prima che si arrivi in fondo. Se poi si arriva in fondo quando stanno per servire il pranzo le azioni che potevano essere compiute la mattina passano al pomeriggio ed a volte alla mattina successiva. Con un approccio per rilevanza dei problemi e non per cartella anche la gestione clinica cambia. I risultati sono arrivati, anche in campi inaspettati. Mi hanno riferito ad esempio un crollo delle infezioni ospedaliere, la riduzione dei tempi di degenza ma soprattutto una “gara” tra i primari a vedere implementato il sistema nel proprio reparto, visti i miglioramenti gestionali e la qualità della clinica  Con miglioramenti amministrativi che preferiscono mantenere riservati.

Nella presentazione di ALMA la conclusione degli sviluppatori merita di essere trascritta integralmente “Unique Clinician – IT Collaboration Leading physicians, nurses and administrators took part in creating the content of ALMA, and based it on state of the art international standards. Thus, it supports the operational, clinical and administrative needs of all hospitals including large academic, tertiary medical centers. ALMA was proudly developed by Clalit in Israel.”

Il punto chiave è una collaborazione definita come “unica” tra clinici ed IT, ma anche tra gli amministratori, il personale amministrativo, i clinici (medici ed infermieri) e l’IT, realizzando un sistema che tutti vorremmo sia come operatori sanitari sia come pazienti.

fonte: Portale Agenda Digitale

autore: Sergio Pillon 

Mille e una notte di trame

8 Novembre, 2018

botticelli-sandro-la-calunnia-1495-particolare.jpg

di Geminello Alvi

Lo scarso pregio delle più varie teorie del complotto, che pure dilagano dopo l’11 settembre, è scoraggiante. Ormai il barbiere sotto casa volentieri ci spiega che l’aereo sul Pentagono non sarebbe caduto o che le due torri le ha fatte cadere la Cia; e intanto il no global, vicino di posto in treno, con discrezione rispiega che Bin Laden sarebbe in un ospedale americano in Arabia. Un genere, quello della letteratura complottista che ha creato libri ingenui o abietti, e talora però anche idee, ne risulta umiliato. Dilagano libruzzi o notiziole pescate anonime nei siti alternativi, subito smentite. Un peccato. Anche perché niente meglio del Medio Oriente e dei suoi serragli da secoli genera complotti e teorie dei complotti vari come favole delle Mille e una notte . E da essi potrebbe pur sempre impararsi qualcosa. Come verificheremo nel nostro tentativo di parlare di una cosa di cui molto si disserta, ma poco si sa.

Apprenderemo che il padre della spia Kim Philby sarebbe stato più bravo di Lawrence d’Arabia…, e da chi Gheddafi voleva proteggere gli ebrei…, e di Diana principessa martire, sempre secondo le teorie del complotto, dell’amore arabo.

Ma in così tanti intrighi ci terremo a qualche ordine, e quindi partiremo dalle teorie dei complotti che si attribuiscono a Bush. Quelli odierni, come le sciocchezze sui Cruise caduti invece dell’aereo sul Pentagono sono di nessun pregio. E dire che sarebbe bastato rileggersi America’s Secret Establishment, an introduction to the Order of Skull & Bones del professore inglese Anthony Sutton per avere un bel complotto attribuito ai Bush almeno da tre generazioni. Una pietra miliare nella letteratura complottista, il libro studiava una setta di studenti di Yale e faceva d’essa un filtro delle élites americane da un secolo. E fin qui qualcosa d’interessante, giacché Club e consorterie pesano tra le élites anglofone. Ma poi Sutton perdeva la testa, attribuendo al nonno di Bush, ai Whitney e agli Harriman, ogni nefandezza occorsa al mondo durante il secolo trascorso  . Anche l’erudito Carroll Quigley , professore tra l’altro di Bill Clinton, nel 1966 complicò non poco la questione. Nel libro Tragedy and Hope accennò all’esistenza di un network anglofono internazionale, creato dall’imperialista Cecil Rhodes che riuniva banchieri e governanti delle due sponde dell’Oceano.

In effetti la politica estera americana in Europa fu negli anni Venti l’affare, disastroso per il mondo, di una élite di banchieri anglofoni. E ancora più curiosamente fu proprio Quigley che raccomandò Clinton a una borsa di studio Rhodes a Oxford. E tuttavia, se s’ammettono più complotti in concorrenza e non uno solo, la tesi del complotto di Yale sostenuta da Sutton ne è dissolta per logica. Il libro di Quigley fu peraltro saccheggiato da dilettanti .

Ma The Naked Capitalist e ancor più None Dare Call it Conspiracy resero milioni ai loro autori . Ma tra una sfilata e l’altra in molti distribuiscono i loro dubbi complottistici, e vedono una complicità totale tra Israele e insiders americani, come siano tutt’uno. A torto. Costoro non soltanto dimenticano che George W. Bush era appunto il candidato «arabo» delle ultime elezioni, contro Gore che schierava un vicepresidente ebreo. Ma neppure badano al fatto che esiste anche il filone dei libri sui complotti antisionisti . Ed è non meno vario degli altri. Si prendano, ad esempio, ] John Loftus e Mark Aarons The Secret War against the Jews , St. Martins Press, 1994 . Libro con molti dei difetti dei libri sui complotti, per cui il particolare si estende con paranoia al generale. Ma è un altro punto fermo della letteratura sui complotti; a cui si deve perlomeno l’invenzione dell’anti Lawrence d’Arabia ovvero di H. St. John Philby . Il quale meriterebbe una fama maggiore di suo figlio Kim.

John Kilby fu l’eccentrico inglese convertito all’Islam che comprò una schiava per i suoi piaceri, fu l’arabista che scrisse Arabia of Wahabis nel 1928 e colui sulla cui tomba a Beirut quando morì fu scritto «il più grande degli esploratori arabi». Ma fu anche consigliere adrenalitico di re Abdul Aziz Ibn Saud che s’impadronì dell’Arabia, il rivale dei re di Iraq e di Giordania favoriti da Lawrence d’Arabia. Ma se, malgrado una certa pigrizia, Lawrence agì per dover patrio e amore d’un giovane arabo, Philby agì per eccesso d’adrenalina e un movente più terreno: il denaro. Almeno secondo i teorici del complotto antisionista, i quali avrebbero avuto accesso agli archivi americani e intervistato ex agenti segreti. A dir loro Philby sarebbe stato il ganglio di un complotto che avrebbe coinvolto Hitler, Ibn Saud e Allen Dulles. Ma anche questo libro sui complotti patisce qualche logico difetto . Ibn Saud sottomise l’Arabia prima dell’arrivo al potere di Hitler e il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 in quantità commerciali, e solo un anno dopo, troppo tardi, ne iniziò l’esportazione. Inoltre i banchieri inglesi di Londra amici del banchiere centrale tedesco Schacht non avrebbero avuto bisogno di Ibn Saud per aiutare Hitler.

Ma ecco i nostri lettori arabi, come i militanti di sinistra, pronti a saltare sulle loro seggiole, e dirci che se complotto ci fu esso fu all’opposto quello sionista. E qui invero s’aprirebbero altri labirinti sterminati di complotti pretesi. Perché se in Occidente le teorie dei complotti sono in tempi normali la passione di pochi, in Medio Oriente sono il cibo quotidiano di molti . Si tratta di un mondo nel quale la democrazia, com’è concepita in Occidente, è più rara e nel quale non mancano Stati retti come sceiccati da élites più attente ai complotti. Ed infine all’occasione tutti possono dubitare di qualunque verità . Di qui il gran successo nelle nazioni arabe del libro di una complicata personalità, di Roger Garaudy : Les Mythes fondateurs de la politique israélienne . E la persuasione araba che gli ebrei ispirino la politica estera degli anglofoni almeno da quando nel 1917 fu spedita la nota Balfour con cui il governo inglese favoriva insediamenti ebraici in Palestina. Ma ancora a mitigare i fervori complottisti sarà forse il caso di rammentare che a disapprovare la nota fu proprio un membro ebreo di quel governo.

Ma le teorie dei complotti in Medio Oriente sono assai più mobili che da noi. E per taluni arabi più benevoli, se non sono gli ebrei a usare coi loro complotti l’Occidente, è esso a usare gli ebrei. E sarebbe questa, secondo Daniel Pipes, autorevole commentatore di fatti del Medio Oriente, la tesi di Gheddafi , per cui la creazione di Israele è «una grande cospirazione contro gli ebrei» ; che avrebbe anche avvisato: gli europei «vogliono sbarazzarsi di voi ebrei e gettarvi in Palestina, perché gli arabi un giorno vi eliminino». Per evitarlo dovevano lasciare la Palestina e tornare ai loro Paesi. Ma per qualunque teoria di un complotto c’e n’é sempre una opposta e dopo l’11 settembre commentatori americani rumoreggiano di un complotto arabo, e vedono ovunque a Washington i corrotti dall’oro saudita.

Ma come completare una rassegna sulle teorie dei complotti senza la principessa Diana? In un sondaggio buona parte dei palestinesi si dice persuasa ch’ella sia stata uccisa; e per alcuni giornali prima di morire già s’era convertita all’Islam. Ed ecco quindi una Diana martire dell’amore arabo, riconquista islamica certa dell’Occidente negata dalla viltà di un complotto. Giudizi che, sempre secondo Pipes, riflettono forse il fatto che alle arabe non è facile maritarsi fuori della fede o con qualcuno di grado sociale inferiore. E in effetti il più palese difetto delle teorie dei complotti è nel fatto che i loro autori o chi presta loro fede vi proiettano i propri odi contorti, filtrandovi il mondo. Di qui il senso di paranoia che emanano. E tuttavia v’è in esse un pregio, che è però più complicato da dire.

Solo incrociando senza avversioni teorie avverse, se ne può ricavare qualche verità, peraltro delicata, e facile a sciuparsi. Ma sono rari quelli senza preconcette avversioni, e la letteratura sui complotti resta per i pochi . Agli altri, e a chi vi ricerca materia per i propri odi o slogan per le sfilate, e quindi agli intellettuali italiani di destra e di sinistra, io sospetto faccia solo del male “.

Cordiali saluti

fonte:  IL CORRIERE DELLA SERA del 10 febbraio 2003 

Law firm & PR: le attività di lobbying, il ruolo degli esperti legali e della comunicazione

11 Ottobre, 2018

influence-lobbying.jpg

Sono molti gli avvocati e gli studi legali che offrono la loro consulenza a soggetti pubblici e privati al fine di sostenere in termini giuridici le attività di rappresentanza di interessi di parte. Se all’estero spesso la figura del lobbista coincide con quella dell’avvocato, in Italia il ruolo della consulenza degli studi legali nelle attività di relazioni istituzionali è centrale ma, gli stessi studi legali che all’estero offrono questo tipo di servizio con dipartimenti specializzati, nel nostro Paese si limitano a un’assistenza esterna fatta di pareri, di analisi e monitoraggio legislativo in materia prevalentemente amministrativa e antitrust.

Sebbene in Italia non esista ancora un quadro normativo di riferimento che detti le regole, ne riconosca il ruolo e la legittimi, l’attività di public affairs e di lobbying esiste e ha un ruolo importante nelle dinamiche democratiche e rappresentative del nostro Paese. Comunicare con le istituzioni, relazionarsi con esse attraverso la presentazione delle proprie richieste, sta diventando un elemento strategico molto importante per numerosi settori di attività, sottoposti ad una sempre più crescente regolamentazione.

Monitorare l’evoluzione del contesto legislativo e regolamentare in cui si opera diventa indispensabile al fine di valutare quali decisioni possano rappresentare un’opportunità oppure ostacolare il raggiungimento dei propri obiettivi.

Il lobbying rientra nell’ambito delle relazioni pubbliche e in maniera più specifica delle relazioni istituzionali. L’attività di lobbying è realizzata da soggetti pubblici e privati profit e no profit, allo scopo di influenzare il processo decisionale pubblico, attraverso sistemi di relazione diretta con i decisori pubblici o attraverso gruppi e associazioni che si ritiene possano influenzare a loro volta tali decisori.

Associazioni di categoria, organismi di rappresentanza di professioni e attività regolamentate, sindacati, associazioni ambientaliste e le grandi aziende, sono i principali gruppi di pressione presenti in Italia.

Le law firm sono spesso chiamate a intervenire nella predisposizione di alcuni strumenti utili all’argomentazione della posizione che l’organizzazione vuole rappresentare: position paper , playbook , dossier, testi tecnici quali proposte di legge, emendamenti e interrogazioni parlamentari, sono i documenti indispensabili e la base sulla quale si cercherà poi di costruire il consenso.

Una volta individuati gli argomenti di persuasione i lobbisti utilizzano due metodi operativi per convincere i decisori pubblici: la relazione diretta e la relazione indiretta.

Nella relazione diretta con il decisore, il lobbista, proponendo una solida argomentazione, rappresenterà gli interessi di parte e cercherà quindi di far convergere questi con l’interesse generale che il decisore persegue, fornendogli altresì strumenti di analisi del problema e competenze che possano aiutarlo a costruirsi una comprensione maggiore del tema e quindi a una migliore e più completa redazione normativa.

Lo scopo delle relazioni indirette è invece quello di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché questa influisca favorevolmente sulla scelta del decisore, talvolta arrivando a coinvolgere direttamente cittadini e associazioni attraverso una mobilitazione civile che parta dal basso

(il cosiddetto Grass root lobbying).

I principali strumenti di comunicazione utilizzati per influenzare opinione pubblica e decisori sono tre: le media relations (invio di comunicati stampa, dichiarazioni, realizzazione e pubblicazione di ricerche e indagini a sostegno della tesi proposta), gli eventi (organizzazione e partecipazione a convegni e dibattiti) e la pubblicità istituzionale. A questi va aggiunto anche l’uso strategico dei social media, strumenti formidabili di adesione e coinvolgimento.

Se per le attività di relazione indiretta è necessario collaborare con professionisti della comunicazione, per quanto concerne la rappresentanza diretta, l’expertise giuridica assicurata da un avvocato può fare la differenza in termini di credibilità e capacità di lettura dei testi normativi.

Esistono già anche nel nostro Paese studi legali che hanno scelto di offrire un servizio di consulenza alternativo agli studi di public affairs ma il fenomeno non ha ancora assunto dimensioni degne di nota. La costituzione di dipartimenti, anche specializzati in materie specifiche, a sostegno delle attività di lobbying, offre nuove opportunità e sfide alla figura professionale dell’avvocato che, se adeguatamente inserita nelle dinamiche istituzionali, è in grado di rappresentare al meglio le istanze dei propri “assistiti” davanti al legislatore e ai decisori pubblici.

Come può essere strutturato, quindi, un dipartimento di public affairs all’interno di uno studio legale? In linea generale possiamo dire che un team dedicato a queste attività dovrà sempre comprendere un analista, esperto del tema in discussione e un advocate ovvero chi ha concretamente il compito di rappresentare e trattare la posizione dell’organizzazione con il decisore pubblico. Le due figure, secondo le competenze tecniche e le capacità di comunicazione e persuasione dei singoli professionisti, possono anche coincidere nella stessa persona.

Se si guarda ai dipartimenti di Public Policy and Government affairs di alcune grandi law firm statunitensi si evince come le competenze messe in campo non sono solamente legali ma includono la capacità di comprensione profonda dei meccanismi istituzionali della Casa Bianca e del Congresso, le abilità nella costruzione delle strategie di comunicazione ed una expertise specifica anche nell’ambito del crisis management.

I professionisti coinvolti hanno solitamente alle spalle un’esperienza interna alle istituzioni, conoscono le dinamiche della politica e del consenso e godono di una solida reputazione e di credibilità negli ambienti in cui operano.

Autore: Marianna Valletta, esperta in comunicazione e marketing per gli studi legali

Fonte:  Diritto 24

 

Fondazione Banco di Napoli, commissariamento? Non proprio.

6 Aprile, 2018

gabriele_daniele.jpg

Negli ultimi mesi il presidente della Fondazione Banco di Napoli Daniele Marrama (alla mia sinistra nella foto) è stato infangato in ogni modo.

È stato detto:

a) che l’investimento in BRS era illecito;

b) che sarebbe automaticamente decaduto dalla carica di Presidente della Fondazione per incompatibilità evidente con la presidenza delle banche;
c) che avrebbe fatto avere contributi a realtà nelle quali avrebbe avuto interessi personali…
La relazione ispettiva del MEF ha smentito tutte queste nefandezze.

Gli ispettori non hanno rilevato alcuna grave irregolarità.

Tanto è vero che quello che è stato disposto dal MEF non è uno scioglimento ex art. 11 comma 1 del decreto legislativo n. 153 del 1999 ma una sospensione ex art. 11 comma 9.

L’unico fine della sospensione è superare il momento di impasse del Consiglio Generale.

27 marzo 2018, a Mosca siglato Accordo di Collaborazione tra il Sindaco dell’Aquila e Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca

30 Marzo, 2018

rossi_cheremin_biondi_mosca_27032018.jpg

di Gabriele Rossi

Il 12 ottobre dello scorso anno, proposi al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi di valutare la fattibilità di un Agreement di Collaborazione tra il Comune dell’Aquila e la città di Mosca nella persona di Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca. 

In qualità di componente della Commissione “Cabina di Regia per l’Aquila Smart City” (cfr. Decreto n.93 del 01.03.2018 del Comune di L’Aquila), il 26 marzo scorso, ho accompagnato il sindaco Biondi a Mosca dove il 27 marzo ha siglato l’Accordo con il ministro Cheremin (al centro nella foto presso il Palazzo del Governo della Città di Mosca).

Cliccare qui per rassegna stampa. 

La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge

15 Febbraio, 2018

gianni_chiodi_giochi_senza-frontiere_teramo.jpg

(nella foto, al centro Gianni Chiodi, Presidente Emerito Regione Abruzzo, Commissario alla Sanità e alla Ricostruzione Terremoto L’Aquila. Candidato alla Camera nelle elezioni del 4 marzo Collegio L’Aquila-Teramo)

I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione contro l’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.

di Leonardo Becchetti

fonte: La Repubblica

Decision-maker poco informati sul GDPR - Gabriele Rossi, Adriatic Area Manager CREASYS

9 Novembre, 2017

eu_gdpr.png

Il report Risk:Value di NTT Security mette in evidenza come molti decision-maker non siano consapevoli delle implicazioni del General Data Protection Regulation.

Uno su cinque ammette di non sapere a quali normative è soggetta la propria organizzazione.

Il sondaggio, condotto tra 1.350 dirigenti non dell’ambito IT in 11 paesi, rivela che solo quattro intervistati su dieci (40%) a livello globale ritengono che la loro organizzazione sarà soggetta al GDPR. Il dato forse più preoccupante è che uno su cinque (19%) ammette di non sapere a quali normative è soggetta l’organizzazione. Nel Regno Unito, solo il 39% degli intervistati attualmente considera la GDPR un problema di conformità e il 20% ammette di non saperne niente, mentre al di fuori dell’Europa il livello di consapevolezza è perfino inferiore. Appena un quarto dei decision-maker aziendali negli Stati Uniti, il 26% in Australia e il 29% a Hong Kong ritiene di essere soggetto a GDPR, sebbene queste norme saranno applicabili a qualsiasi azienda che tratta dati di cittadini europei.

Il GDPR già attualmente in vigore, sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018, il tempo rimasto per garantire la conformità ai nuovi rigorosi requisiti sulla protezione dei dati è ormai meno di un anno. Sono previste sanzioni fino a 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato annuo globale.

Analizzando la maturità di trattamento dei dati, componente chiave del GDPR, il report Risk:Value rivela anche che un terzo degli intervistati non sa dove siano archiviati i dati dell’azienda, mentre appena il 47% afferma che tutti i dati critici sono archiviati in modo sicuro. Di quelli che sanno dove sono archiviati i dati, meno della metà (45%) si definisce “completamente consapevole” del modo in cui i nuovi requisiti normativi avranno effetto sull’archiviazione dei dati nella loro organizzazione. Il maggior livello di conoscenza e consapevolezza in tal senso è stato registrato tra le organizzazioni nel settore bancario e dei servizi finanziari, e in quello delle tecnologie e dei servizi informatici.

• Un intervistato su otto ritiene che la scarsa sicurezza delle informazioni rappresenti il “singolo rischio di maggiore entità” per l’organizzazione. Il rischio segnalato più di frequente è “l’acquisizione di quote di mercato da parte dei concorrenti” (28%). In base al report Risk:Value, il 57% dei decision-maker ritiene che prima o poi una violazione dei dati sarà inevitabile.

• L’impatto di una violazione sarà duplice: secondo gli intervistati, una violazione avrà effetto sulla capacità di business a lungo termine, oltre a causare perdite finanziarie a breve termine. Più della metà (55%) cita la perdita di fiducia dei clienti, i danni per la reputazione (51%) e le perdite finanziarie (43%), mentre il 13% ammette che sarebbe interessato da perdite di personale e il 9% dalle dimissioni di dirigenti senior.

• Il costo stimato per la ripresa, in media, è aumentato da 907.000 dollari nel 2015 a 1,35 miliardi di dollari nel 2017.

• L’impatto stimato sulle entrate è diminuito del 12,51% nel 2015

Solo poco più della metà (56%) dei decision-maker dichiara che impedire gli attacchi per la sicurezza rappresenta un elemento regolarmente all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione. Questo suggerisce che resta ancora molto da fare perché la sicurezza venga presa sul serio ai livelli più alti dell’organizzazione.

Gli intervistati stimano che in media solo il 15% del budget IT in azienda viene speso per la sicurezza delle informazioni, benché questo valore sia aumentato rispetto al 13% nel 2015 e al 10% nel 2014. Molti indicano che la spesa per la sicurezza è inferiore a quella per le attività di ricerca e sviluppo (31%), vendita (28%) e marketing (27%).

L’esigenza di promuovere una cultura della sicurezza

• Il 56% dei decision-maker aziendali dichiara che la propria organizzazione ha definito un criterio formale per la sicurezza delle informazioni, un dato in aumento rispetto al 52% del 2015. Poco più di un quarto (27%) ha avviato l’implementazione di un criterio di questo tipo, mentre l’1% non ha alcun criterio o prevede di implementarne uno.

• Tuttavia, mentre la grande maggioranza (79%) dichiara che il criterio per la sicurezza è stato comunicato attivamente all’interno dell’organizzazione, solo una minoranza (39%) afferma che i dipendenti ne sono completamente consapevoli. La Germania e l’Austria (85%) sono sopra la media per quanto riguarda la comunicazione del criterio, insieme agli Stati Uniti (84%) e al Regno Unito (83%).

• La percentuale di intervistati con un criterio ufficiale per le informazioni è distribuita in modo non uniforme rispetto ai paesi. In Svezia il dato è appena del 30%, mentre nel Regno Unito il 72% dichiara di avere un criterio ufficiale. Relativamente ai settori, quello sanitario è in prima posizione, con il 69% delle aziende che afferma di avere definito un criterio ufficiale per la sicurezza delle informazioni, seguito a breve distanza dal settore finanziario (66%).

• Meno della metà (48%) delle organizzazioni ha un piano di risposta agli incidenti, anche se il 31% ne sta implementando uno. Tuttavia, solo il 47% dei decision-maker intervistati sa con precisione che cosa prevede il piano di risposta agli incidenti.

fonte: techfromthenet.it

L’Italia e l’incapacità di chiudere i progetti

23 Marzo, 2017

italia_mondo.jpg

di Paolo Bricco

 Un Paese senza. Un Paese senza cultura e disciplina di Governo. Un Paese senza buonsenso. Un Paese senza la capacità di progettare qualcosa – non importa che sia il gasdotto Tap o la riforma della pubblica amministrazione - e poi di realizzarlo. Magari di correggerlo. Ma di attuarlo rispettando gli impegni presi. L’Italia assomiglia alla variante ancora più irrazionale, gonfia e parossistica del profilo complesso e irrisolto raccontato – con pietosa laicità – da Alberto Arbasino nel suo saggio del 1980. Quarant’anni dopo, non c’è più solo l’Italia demagogica e dissipatrice, zoppicante e inconcludente della crisi delle scuole, delle fabbriche e dei partiti. A quella radice, si è aggiunto una sorta di cupio dissolvi – un desiderio di automortificazione – della sua anima più profonda.

Il Trans Atlantic Pipeline, collocato nel limbo da un prefetto che chiede chiarimenti e domanda delucidazioni, stempera e sopisce, è un’opera da 40 miliardi di euro. Questo può anche non importare. Tap è un’opera con una rilevante importanza geopolitica: il gas azero estratto nel Mar Caspio nel giacimento di Shah Deniz consente – consentirebbe, consentirà, forse – al nostro Paese di ridurre la dipendenza dal gas russo e di non essere troppo deboli di fronte all’alleanza sull’energia di Mosca e di Berlino. Anche questo può non importare. Il problema è, però, identitario. E di reputazione. Firmi accordi. Ti impegni come Paese. Lo fai non solo con i partner internazionali. Lo fai anche con te stesso. E, poi, sulla spiaggia di Melendugno, blocchi tutto. Lo stesso senso di rallentamento dei muscoli e di ottundimento dei sensi è percepibile nel corpo italiano, sospeso fra guizzi di vitalità adolescenziale e lentezze da invecchiamento precoce, osservando il distacco critico che si fa inerzia militante nella pubblica amministrazione. La riforma Madia. Il codice degli appalti. Tutto è perfettibile. Ma, per i grandi mandarini della pubblica amministrazione che hanno in mano il Paese, nulla va bene. Continuiamo così. Facciamoci del male.

fonte: Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2017 

powered by wordpress - progettazione pop minds