Mille e una notte di trame

8 Novembre, 2018

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di Geminello Alvi

Lo scarso pregio delle più varie teorie del complotto, che pure dilagano dopo l’11 settembre, è scoraggiante. Ormai il barbiere sotto casa volentieri ci spiega che l’aereo sul Pentagono non sarebbe caduto o che le due torri le ha fatte cadere la Cia; e intanto il no global, vicino di posto in treno, con discrezione rispiega che Bin Laden sarebbe in un ospedale americano in Arabia. Un genere, quello della letteratura complottista che ha creato libri ingenui o abietti, e talora però anche idee, ne risulta umiliato. Dilagano libruzzi o notiziole pescate anonime nei siti alternativi, subito smentite. Un peccato. Anche perché niente meglio del Medio Oriente e dei suoi serragli da secoli genera complotti e teorie dei complotti vari come favole delle Mille e una notte . E da essi potrebbe pur sempre impararsi qualcosa. Come verificheremo nel nostro tentativo di parlare di una cosa di cui molto si disserta, ma poco si sa.

Apprenderemo che il padre della spia Kim Philby sarebbe stato più bravo di Lawrence d’Arabia…, e da chi Gheddafi voleva proteggere gli ebrei…, e di Diana principessa martire, sempre secondo le teorie del complotto, dell’amore arabo.

Ma in così tanti intrighi ci terremo a qualche ordine, e quindi partiremo dalle teorie dei complotti che si attribuiscono a Bush. Quelli odierni, come le sciocchezze sui Cruise caduti invece dell’aereo sul Pentagono sono di nessun pregio. E dire che sarebbe bastato rileggersi America’s Secret Establishment, an introduction to the Order of Skull & Bones del professore inglese Anthony Sutton per avere un bel complotto attribuito ai Bush almeno da tre generazioni. Una pietra miliare nella letteratura complottista, il libro studiava una setta di studenti di Yale e faceva d’essa un filtro delle élites americane da un secolo. E fin qui qualcosa d’interessante, giacché Club e consorterie pesano tra le élites anglofone. Ma poi Sutton perdeva la testa, attribuendo al nonno di Bush, ai Whitney e agli Harriman, ogni nefandezza occorsa al mondo durante il secolo trascorso  . Anche l’erudito Carroll Quigley , professore tra l’altro di Bill Clinton, nel 1966 complicò non poco la questione. Nel libro Tragedy and Hope accennò all’esistenza di un network anglofono internazionale, creato dall’imperialista Cecil Rhodes che riuniva banchieri e governanti delle due sponde dell’Oceano.

In effetti la politica estera americana in Europa fu negli anni Venti l’affare, disastroso per il mondo, di una élite di banchieri anglofoni. E ancora più curiosamente fu proprio Quigley che raccomandò Clinton a una borsa di studio Rhodes a Oxford. E tuttavia, se s’ammettono più complotti in concorrenza e non uno solo, la tesi del complotto di Yale sostenuta da Sutton ne è dissolta per logica. Il libro di Quigley fu peraltro saccheggiato da dilettanti .

Ma The Naked Capitalist e ancor più None Dare Call it Conspiracy resero milioni ai loro autori . Ma tra una sfilata e l’altra in molti distribuiscono i loro dubbi complottistici, e vedono una complicità totale tra Israele e insiders americani, come siano tutt’uno. A torto. Costoro non soltanto dimenticano che George W. Bush era appunto il candidato «arabo» delle ultime elezioni, contro Gore che schierava un vicepresidente ebreo. Ma neppure badano al fatto che esiste anche il filone dei libri sui complotti antisionisti . Ed è non meno vario degli altri. Si prendano, ad esempio, ] John Loftus e Mark Aarons The Secret War against the Jews , St. Martins Press, 1994 . Libro con molti dei difetti dei libri sui complotti, per cui il particolare si estende con paranoia al generale. Ma è un altro punto fermo della letteratura sui complotti; a cui si deve perlomeno l’invenzione dell’anti Lawrence d’Arabia ovvero di H. St. John Philby . Il quale meriterebbe una fama maggiore di suo figlio Kim.

John Kilby fu l’eccentrico inglese convertito all’Islam che comprò una schiava per i suoi piaceri, fu l’arabista che scrisse Arabia of Wahabis nel 1928 e colui sulla cui tomba a Beirut quando morì fu scritto «il più grande degli esploratori arabi». Ma fu anche consigliere adrenalitico di re Abdul Aziz Ibn Saud che s’impadronì dell’Arabia, il rivale dei re di Iraq e di Giordania favoriti da Lawrence d’Arabia. Ma se, malgrado una certa pigrizia, Lawrence agì per dover patrio e amore d’un giovane arabo, Philby agì per eccesso d’adrenalina e un movente più terreno: il denaro. Almeno secondo i teorici del complotto antisionista, i quali avrebbero avuto accesso agli archivi americani e intervistato ex agenti segreti. A dir loro Philby sarebbe stato il ganglio di un complotto che avrebbe coinvolto Hitler, Ibn Saud e Allen Dulles. Ma anche questo libro sui complotti patisce qualche logico difetto . Ibn Saud sottomise l’Arabia prima dell’arrivo al potere di Hitler e il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 in quantità commerciali, e solo un anno dopo, troppo tardi, ne iniziò l’esportazione. Inoltre i banchieri inglesi di Londra amici del banchiere centrale tedesco Schacht non avrebbero avuto bisogno di Ibn Saud per aiutare Hitler.

Ma ecco i nostri lettori arabi, come i militanti di sinistra, pronti a saltare sulle loro seggiole, e dirci che se complotto ci fu esso fu all’opposto quello sionista. E qui invero s’aprirebbero altri labirinti sterminati di complotti pretesi. Perché se in Occidente le teorie dei complotti sono in tempi normali la passione di pochi, in Medio Oriente sono il cibo quotidiano di molti . Si tratta di un mondo nel quale la democrazia, com’è concepita in Occidente, è più rara e nel quale non mancano Stati retti come sceiccati da élites più attente ai complotti. Ed infine all’occasione tutti possono dubitare di qualunque verità . Di qui il gran successo nelle nazioni arabe del libro di una complicata personalità, di Roger Garaudy : Les Mythes fondateurs de la politique israélienne . E la persuasione araba che gli ebrei ispirino la politica estera degli anglofoni almeno da quando nel 1917 fu spedita la nota Balfour con cui il governo inglese favoriva insediamenti ebraici in Palestina. Ma ancora a mitigare i fervori complottisti sarà forse il caso di rammentare che a disapprovare la nota fu proprio un membro ebreo di quel governo.

Ma le teorie dei complotti in Medio Oriente sono assai più mobili che da noi. E per taluni arabi più benevoli, se non sono gli ebrei a usare coi loro complotti l’Occidente, è esso a usare gli ebrei. E sarebbe questa, secondo Daniel Pipes, autorevole commentatore di fatti del Medio Oriente, la tesi di Gheddafi , per cui la creazione di Israele è «una grande cospirazione contro gli ebrei» ; che avrebbe anche avvisato: gli europei «vogliono sbarazzarsi di voi ebrei e gettarvi in Palestina, perché gli arabi un giorno vi eliminino». Per evitarlo dovevano lasciare la Palestina e tornare ai loro Paesi. Ma per qualunque teoria di un complotto c’e n’é sempre una opposta e dopo l’11 settembre commentatori americani rumoreggiano di un complotto arabo, e vedono ovunque a Washington i corrotti dall’oro saudita.

Ma come completare una rassegna sulle teorie dei complotti senza la principessa Diana? In un sondaggio buona parte dei palestinesi si dice persuasa ch’ella sia stata uccisa; e per alcuni giornali prima di morire già s’era convertita all’Islam. Ed ecco quindi una Diana martire dell’amore arabo, riconquista islamica certa dell’Occidente negata dalla viltà di un complotto. Giudizi che, sempre secondo Pipes, riflettono forse il fatto che alle arabe non è facile maritarsi fuori della fede o con qualcuno di grado sociale inferiore. E in effetti il più palese difetto delle teorie dei complotti è nel fatto che i loro autori o chi presta loro fede vi proiettano i propri odi contorti, filtrandovi il mondo. Di qui il senso di paranoia che emanano. E tuttavia v’è in esse un pregio, che è però più complicato da dire.

Solo incrociando senza avversioni teorie avverse, se ne può ricavare qualche verità, peraltro delicata, e facile a sciuparsi. Ma sono rari quelli senza preconcette avversioni, e la letteratura sui complotti resta per i pochi . Agli altri, e a chi vi ricerca materia per i propri odi o slogan per le sfilate, e quindi agli intellettuali italiani di destra e di sinistra, io sospetto faccia solo del male “.

Cordiali saluti

fonte:  IL CORRIERE DELLA SERA del 10 febbraio 2003 

Law firm & PR: le attività di lobbying, il ruolo degli esperti legali e della comunicazione

11 Ottobre, 2018

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Sono molti gli avvocati e gli studi legali che offrono la loro consulenza a soggetti pubblici e privati al fine di sostenere in termini giuridici le attività di rappresentanza di interessi di parte. Se all’estero spesso la figura del lobbista coincide con quella dell’avvocato, in Italia il ruolo della consulenza degli studi legali nelle attività di relazioni istituzionali è centrale ma, gli stessi studi legali che all’estero offrono questo tipo di servizio con dipartimenti specializzati, nel nostro Paese si limitano a un’assistenza esterna fatta di pareri, di analisi e monitoraggio legislativo in materia prevalentemente amministrativa e antitrust.

Sebbene in Italia non esista ancora un quadro normativo di riferimento che detti le regole, ne riconosca il ruolo e la legittimi, l’attività di public affairs e di lobbying esiste e ha un ruolo importante nelle dinamiche democratiche e rappresentative del nostro Paese. Comunicare con le istituzioni, relazionarsi con esse attraverso la presentazione delle proprie richieste, sta diventando un elemento strategico molto importante per numerosi settori di attività, sottoposti ad una sempre più crescente regolamentazione.

Monitorare l’evoluzione del contesto legislativo e regolamentare in cui si opera diventa indispensabile al fine di valutare quali decisioni possano rappresentare un’opportunità oppure ostacolare il raggiungimento dei propri obiettivi.

Il lobbying rientra nell’ambito delle relazioni pubbliche e in maniera più specifica delle relazioni istituzionali. L’attività di lobbying è realizzata da soggetti pubblici e privati profit e no profit, allo scopo di influenzare il processo decisionale pubblico, attraverso sistemi di relazione diretta con i decisori pubblici o attraverso gruppi e associazioni che si ritiene possano influenzare a loro volta tali decisori.

Associazioni di categoria, organismi di rappresentanza di professioni e attività regolamentate, sindacati, associazioni ambientaliste e le grandi aziende, sono i principali gruppi di pressione presenti in Italia.

Le law firm sono spesso chiamate a intervenire nella predisposizione di alcuni strumenti utili all’argomentazione della posizione che l’organizzazione vuole rappresentare: position paper , playbook , dossier, testi tecnici quali proposte di legge, emendamenti e interrogazioni parlamentari, sono i documenti indispensabili e la base sulla quale si cercherà poi di costruire il consenso.

Una volta individuati gli argomenti di persuasione i lobbisti utilizzano due metodi operativi per convincere i decisori pubblici: la relazione diretta e la relazione indiretta.

Nella relazione diretta con il decisore, il lobbista, proponendo una solida argomentazione, rappresenterà gli interessi di parte e cercherà quindi di far convergere questi con l’interesse generale che il decisore persegue, fornendogli altresì strumenti di analisi del problema e competenze che possano aiutarlo a costruirsi una comprensione maggiore del tema e quindi a una migliore e più completa redazione normativa.

Lo scopo delle relazioni indirette è invece quello di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché questa influisca favorevolmente sulla scelta del decisore, talvolta arrivando a coinvolgere direttamente cittadini e associazioni attraverso una mobilitazione civile che parta dal basso

(il cosiddetto Grass root lobbying).

I principali strumenti di comunicazione utilizzati per influenzare opinione pubblica e decisori sono tre: le media relations (invio di comunicati stampa, dichiarazioni, realizzazione e pubblicazione di ricerche e indagini a sostegno della tesi proposta), gli eventi (organizzazione e partecipazione a convegni e dibattiti) e la pubblicità istituzionale. A questi va aggiunto anche l’uso strategico dei social media, strumenti formidabili di adesione e coinvolgimento.

Se per le attività di relazione indiretta è necessario collaborare con professionisti della comunicazione, per quanto concerne la rappresentanza diretta, l’expertise giuridica assicurata da un avvocato può fare la differenza in termini di credibilità e capacità di lettura dei testi normativi.

Esistono già anche nel nostro Paese studi legali che hanno scelto di offrire un servizio di consulenza alternativo agli studi di public affairs ma il fenomeno non ha ancora assunto dimensioni degne di nota. La costituzione di dipartimenti, anche specializzati in materie specifiche, a sostegno delle attività di lobbying, offre nuove opportunità e sfide alla figura professionale dell’avvocato che, se adeguatamente inserita nelle dinamiche istituzionali, è in grado di rappresentare al meglio le istanze dei propri “assistiti” davanti al legislatore e ai decisori pubblici.

Come può essere strutturato, quindi, un dipartimento di public affairs all’interno di uno studio legale? In linea generale possiamo dire che un team dedicato a queste attività dovrà sempre comprendere un analista, esperto del tema in discussione e un advocate ovvero chi ha concretamente il compito di rappresentare e trattare la posizione dell’organizzazione con il decisore pubblico. Le due figure, secondo le competenze tecniche e le capacità di comunicazione e persuasione dei singoli professionisti, possono anche coincidere nella stessa persona.

Se si guarda ai dipartimenti di Public Policy and Government affairs di alcune grandi law firm statunitensi si evince come le competenze messe in campo non sono solamente legali ma includono la capacità di comprensione profonda dei meccanismi istituzionali della Casa Bianca e del Congresso, le abilità nella costruzione delle strategie di comunicazione ed una expertise specifica anche nell’ambito del crisis management.

I professionisti coinvolti hanno solitamente alle spalle un’esperienza interna alle istituzioni, conoscono le dinamiche della politica e del consenso e godono di una solida reputazione e di credibilità negli ambienti in cui operano.

Autore: Marianna Valletta, esperta in comunicazione e marketing per gli studi legali

Fonte:  Diritto 24

 

Il Presidente della Repubblica è il simbolo dell’unità nazionale.

28 Maggio, 2018

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La politica e la comunicazione politica non sono due cose diverse. Non lo trascurerei nel riflettere su ciò che sta accadendo. Quello che conta infatti, al netto delle esultanze o delle accuse incrociate, è come sarà percepito ciò che ha fatto Mattarella nella mente degli elettori. Purtroppo bisogna dirselo, nella mente di chi ha eletto M5S e Lega risulterà un gigantesco “come volevasi dimostrare”: il potere istituzionale ha posto il veto al governo del cambiamento. Un come volevasi dimostrare che nelle prossime ore si nutrirà del dibattito binario pro/contro Mattarella.

Se il dibattito sarà impostato così, favorirà soltanto l’acuirsi di quella percezione. Le relazioni di potere, non ce lo ricordiamo mai abbastanza, si costruiscono nella mente delle persone, e il luogo dove si costruiscono le percezioni è la comunicazione, che ha un peso politico cruciale. Aver ceduto ormai da anni a affrontare ogni questione come in un conflitto pro/contro sta favorendo chi in quel duello è capace di essere più brutale, diretto, elementare. Annunciare con fierezza e trasporto emotivo il proprio “stare col Presidente” non è altro che alimento per l’opposizione binaria di cui si nutre il consenso. Ci vuole qualcosa di più, come quando in una disputa si è in un angolo, e bisogna trovare una via per divincolarsi dalla discussione così come è stata impostata da chi la conduce. Mi chiedo chi oggi in Italia abbia la forza politica e la pazienza comunicativa (perché di pazienza si tratta) di farlo.

Bruno Mastroianni

Fondazione Banco di Napoli, commissariamento? Non proprio.

6 Aprile, 2018

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Negli ultimi mesi il presidente della Fondazione Banco di Napoli Daniele Marrama (alla mia sinistra nella foto) è stato infangato in ogni modo.

È stato detto:

a) che l’investimento in BRS era illecito;

b) che sarebbe automaticamente decaduto dalla carica di Presidente della Fondazione per incompatibilità evidente con la presidenza delle banche;
c) che avrebbe fatto avere contributi a realtà nelle quali avrebbe avuto interessi personali…
La relazione ispettiva del MEF ha smentito tutte queste nefandezze.

Gli ispettori non hanno rilevato alcuna grave irregolarità.

Tanto è vero che quello che è stato disposto dal MEF non è uno scioglimento ex art. 11 comma 1 del decreto legislativo n. 153 del 1999 ma una sospensione ex art. 11 comma 9.

L’unico fine della sospensione è superare il momento di impasse del Consiglio Generale.

27 marzo 2018, a Mosca siglato Accordo di Collaborazione tra il Sindaco dell’Aquila e Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca

30 Marzo, 2018

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di Gabriele Rossi

Il 12 ottobre dello scorso anno, proposi al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi di valutare la fattibilità di un Agreement di Collaborazione tra il Comune dell’Aquila e la città di Mosca nella persona di Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca. 

In qualità di componente della Commissione “Cabina di Regia per l’Aquila Smart City” (cfr. Decreto n.93 del 01.03.2018 del Comune di L’Aquila), il 26 marzo scorso, ho accompagnato il sindaco Biondi a Mosca dove il 27 marzo ha siglato l’Accordo con il ministro Cheremin (al centro nella foto presso il Palazzo del Governo della Città di Mosca).

Cliccare qui per rassegna stampa. 

La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge

15 Febbraio, 2018

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(nella foto, al centro Gianni Chiodi, Presidente Emerito Regione Abruzzo, Commissario alla Sanità e alla Ricostruzione Terremoto L’Aquila. Candidato alla Camera nelle elezioni del 4 marzo Collegio L’Aquila-Teramo)

I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione contro l’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.

di Leonardo Becchetti

fonte: La Repubblica

Decision-maker poco informati sul GDPR - Gabriele Rossi, Adriatic Area Manager CREASYS

9 Novembre, 2017

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Il report Risk:Value di NTT Security mette in evidenza come molti decision-maker non siano consapevoli delle implicazioni del General Data Protection Regulation.

Uno su cinque ammette di non sapere a quali normative è soggetta la propria organizzazione.

Il sondaggio, condotto tra 1.350 dirigenti non dell’ambito IT in 11 paesi, rivela che solo quattro intervistati su dieci (40%) a livello globale ritengono che la loro organizzazione sarà soggetta al GDPR. Il dato forse più preoccupante è che uno su cinque (19%) ammette di non sapere a quali normative è soggetta l’organizzazione. Nel Regno Unito, solo il 39% degli intervistati attualmente considera la GDPR un problema di conformità e il 20% ammette di non saperne niente, mentre al di fuori dell’Europa il livello di consapevolezza è perfino inferiore. Appena un quarto dei decision-maker aziendali negli Stati Uniti, il 26% in Australia e il 29% a Hong Kong ritiene di essere soggetto a GDPR, sebbene queste norme saranno applicabili a qualsiasi azienda che tratta dati di cittadini europei.

Il GDPR già attualmente in vigore, sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018, il tempo rimasto per garantire la conformità ai nuovi rigorosi requisiti sulla protezione dei dati è ormai meno di un anno. Sono previste sanzioni fino a 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato annuo globale.

Analizzando la maturità di trattamento dei dati, componente chiave del GDPR, il report Risk:Value rivela anche che un terzo degli intervistati non sa dove siano archiviati i dati dell’azienda, mentre appena il 47% afferma che tutti i dati critici sono archiviati in modo sicuro. Di quelli che sanno dove sono archiviati i dati, meno della metà (45%) si definisce “completamente consapevole” del modo in cui i nuovi requisiti normativi avranno effetto sull’archiviazione dei dati nella loro organizzazione. Il maggior livello di conoscenza e consapevolezza in tal senso è stato registrato tra le organizzazioni nel settore bancario e dei servizi finanziari, e in quello delle tecnologie e dei servizi informatici.

• Un intervistato su otto ritiene che la scarsa sicurezza delle informazioni rappresenti il “singolo rischio di maggiore entità” per l’organizzazione. Il rischio segnalato più di frequente è “l’acquisizione di quote di mercato da parte dei concorrenti” (28%). In base al report Risk:Value, il 57% dei decision-maker ritiene che prima o poi una violazione dei dati sarà inevitabile.

• L’impatto di una violazione sarà duplice: secondo gli intervistati, una violazione avrà effetto sulla capacità di business a lungo termine, oltre a causare perdite finanziarie a breve termine. Più della metà (55%) cita la perdita di fiducia dei clienti, i danni per la reputazione (51%) e le perdite finanziarie (43%), mentre il 13% ammette che sarebbe interessato da perdite di personale e il 9% dalle dimissioni di dirigenti senior.

• Il costo stimato per la ripresa, in media, è aumentato da 907.000 dollari nel 2015 a 1,35 miliardi di dollari nel 2017.

• L’impatto stimato sulle entrate è diminuito del 12,51% nel 2015

Solo poco più della metà (56%) dei decision-maker dichiara che impedire gli attacchi per la sicurezza rappresenta un elemento regolarmente all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione. Questo suggerisce che resta ancora molto da fare perché la sicurezza venga presa sul serio ai livelli più alti dell’organizzazione.

Gli intervistati stimano che in media solo il 15% del budget IT in azienda viene speso per la sicurezza delle informazioni, benché questo valore sia aumentato rispetto al 13% nel 2015 e al 10% nel 2014. Molti indicano che la spesa per la sicurezza è inferiore a quella per le attività di ricerca e sviluppo (31%), vendita (28%) e marketing (27%).

L’esigenza di promuovere una cultura della sicurezza

• Il 56% dei decision-maker aziendali dichiara che la propria organizzazione ha definito un criterio formale per la sicurezza delle informazioni, un dato in aumento rispetto al 52% del 2015. Poco più di un quarto (27%) ha avviato l’implementazione di un criterio di questo tipo, mentre l’1% non ha alcun criterio o prevede di implementarne uno.

• Tuttavia, mentre la grande maggioranza (79%) dichiara che il criterio per la sicurezza è stato comunicato attivamente all’interno dell’organizzazione, solo una minoranza (39%) afferma che i dipendenti ne sono completamente consapevoli. La Germania e l’Austria (85%) sono sopra la media per quanto riguarda la comunicazione del criterio, insieme agli Stati Uniti (84%) e al Regno Unito (83%).

• La percentuale di intervistati con un criterio ufficiale per le informazioni è distribuita in modo non uniforme rispetto ai paesi. In Svezia il dato è appena del 30%, mentre nel Regno Unito il 72% dichiara di avere un criterio ufficiale. Relativamente ai settori, quello sanitario è in prima posizione, con il 69% delle aziende che afferma di avere definito un criterio ufficiale per la sicurezza delle informazioni, seguito a breve distanza dal settore finanziario (66%).

• Meno della metà (48%) delle organizzazioni ha un piano di risposta agli incidenti, anche se il 31% ne sta implementando uno. Tuttavia, solo il 47% dei decision-maker intervistati sa con precisione che cosa prevede il piano di risposta agli incidenti.

fonte: techfromthenet.it

L’Italia e l’incapacità di chiudere i progetti

23 Marzo, 2017

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di Paolo Bricco

 Un Paese senza. Un Paese senza cultura e disciplina di Governo. Un Paese senza buonsenso. Un Paese senza la capacità di progettare qualcosa – non importa che sia il gasdotto Tap o la riforma della pubblica amministrazione - e poi di realizzarlo. Magari di correggerlo. Ma di attuarlo rispettando gli impegni presi. L’Italia assomiglia alla variante ancora più irrazionale, gonfia e parossistica del profilo complesso e irrisolto raccontato – con pietosa laicità – da Alberto Arbasino nel suo saggio del 1980. Quarant’anni dopo, non c’è più solo l’Italia demagogica e dissipatrice, zoppicante e inconcludente della crisi delle scuole, delle fabbriche e dei partiti. A quella radice, si è aggiunto una sorta di cupio dissolvi – un desiderio di automortificazione – della sua anima più profonda.

Il Trans Atlantic Pipeline, collocato nel limbo da un prefetto che chiede chiarimenti e domanda delucidazioni, stempera e sopisce, è un’opera da 40 miliardi di euro. Questo può anche non importare. Tap è un’opera con una rilevante importanza geopolitica: il gas azero estratto nel Mar Caspio nel giacimento di Shah Deniz consente – consentirebbe, consentirà, forse – al nostro Paese di ridurre la dipendenza dal gas russo e di non essere troppo deboli di fronte all’alleanza sull’energia di Mosca e di Berlino. Anche questo può non importare. Il problema è, però, identitario. E di reputazione. Firmi accordi. Ti impegni come Paese. Lo fai non solo con i partner internazionali. Lo fai anche con te stesso. E, poi, sulla spiaggia di Melendugno, blocchi tutto. Lo stesso senso di rallentamento dei muscoli e di ottundimento dei sensi è percepibile nel corpo italiano, sospeso fra guizzi di vitalità adolescenziale e lentezze da invecchiamento precoce, osservando il distacco critico che si fa inerzia militante nella pubblica amministrazione. La riforma Madia. Il codice degli appalti. Tutto è perfettibile. Ma, per i grandi mandarini della pubblica amministrazione che hanno in mano il Paese, nulla va bene. Continuiamo così. Facciamoci del male.

fonte: Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2017 

Telecom Italia accelera la strategia ‘quadruple play’ cominciando a produrre contenuti premium. L’ad Cattaneo al Cda: presto il varo di una società che accorperà le attività TimVision e produzione di contenuti esclusivi in banda ultralarga

3 Gennaio, 2017

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Telecom Italia,  a poche settimane dal lancio del  servizio di video on demand Studio+ in collaborazione con Vivendi,  accelera la strategia “quadruple play” diventando protagonista nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga attraverso l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di Timvision.

La nuova societa’, informa una nota, avra’ come missione presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, al consiglio di amministrazione individua in Timvision lo strumento per assicurare al gruppo Tim la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in Iptv.

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IL COMUNICATO DI TELECOM ITALIA

TIM: nasce una nuova società per accelerare la strategia “QUADRUPLE PLAY” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga

16/12/2016 – 17:15

Il Consiglio di Amministrazione riunitosi sotto la presidenza di Giuseppe Recchi ha deliberato di accelerare la strategia “quadruple play” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga e l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di TIMvision.

La nuova società avrà come missione quella di presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’Amministratore Delegato, Flavio Cattaneo, al Consiglio di Amministrazione individua in TIMvision lo strumento per assicurare al gruppo TIM la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in IPTV.

Il Piano Strategico 2017-2019 che sarà presentato a febbraio conterrà indicazioni sullo sviluppo di questo nuovo business del gruppo. (AGI)

fonte: Prima Comunicazione 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

6 Settembre, 2016

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di Salvatore Sfrecola*

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

*Presidente Sezione regionale di controllo per l’Umbria presso Corte dei Conti 

fonte: unsognoitaliano.it 

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