Archivio di Gennaio, 2009

La finanza può fare miracoli - Una «good bank» per favorire lo sviluppo

Sabato, 31 Gennaio, 2009

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di Ettore Gotti Tedeschi

La finanza è solo uno strumento. Uno strumento recentemente male utilizzato e, di conseguenza, troppo vituperato. Esso può invece essere usato per fare del bene. In un certo senso, la finanza può fare miracoli. L’occasione c’è, ed è la soluzione alla crisi in corso. Il modo c’è, ed è la progettazione di una good bank che finanzi un progetto planetario per la soluzione della crisi e che rappresenti la copertura a termine della  bad  bank  proposta  in  questi mesi.

Nel biennio 1939-1940 vennero emessi prestiti per finanziare la seconda guerra mondiale e, in seguito, altre obbligazioni per finanziare il piano Marshall. La tragedia della guerra risolse — se così si può dire — i problemi di disoccupazione. Il piano Marshall risolse i problemi di povertà, garantendo la ricostruzione dell’Europa postbellica. Entrambe le iniziative risolsero i problemi economici americani.

La guerra da finanziare oggi per sconfiggere la crisi è invece la guerra alla povertà globale. La ricostruzione da garantire oggi è quella dei Paesi poveri. Potrà sembrare una contraddizione, ma solo coinvolgendo tutto il mondo in uno sforzo superiore si potranno riassorbire, prima e meglio, gli effetti della crisi. Dopo il discorso di insediamento del presidente degli Stati Uniti, si può auspicare che venga lanciato un «piano Obama» per sconfiggere la crisi, combattendo la povertà e permettendo così, non solo alla sua nazione ma all’umanità intera,  di  uscire  dalla  congiuntura  negativa.

Nel 1939 si risolsero i problemi di sostegno produttivo e di disoccupazione armando soldati e costruendo cannoni. Nel 1946 ricostruendo una Europa semidistrutta. Oggi si può sostenere la capacità produttiva — molto più globale e a costi molto più bassi — con un piano di interventi a favore dei Paesi poveri, per soddisfare la loro domanda potenziale e per avviare attività economiche adeguate attraverso investimenti in opere infrastrutturali.

I Paesi poveri sono quindi l’oggetto della ricostruzione di oggi. Il progetto di una guerra alla povertà per affrontare la crisi darebbe immediatamente il via a iniziative economiche indotte e ai conseguenti investimenti. Si alimenterebbe di nuovo l’iniziativa imprenditoriale e le borse premierebbero le imprese coinvolte, garantendo sostegno  alla  loro  capacità  produttiva.

Quanto vale questo progetto e come finanziarlo? Può valere quanto l’assorbimento della bolla che dovrebbe gravare sulla bad bank di cui tanto si parla e, come quest’ultima, potrebbe esser finanziato con un prestito cinquantennale da fare sottoscrivere a tutti i Paesi ricchi del mondo. Probabilmente spaventa anche solo l’ipotesi di una stima delle risorse necessarie. Ma dovrebbe spaventare di più la mancanza di vere alternative. Si dovrebbe invece ragionare in termini di costi e di ricavi, in termini di opportunità, come fu fatto quando si decise di finanziare la seconda guerra mondiale e il successivo piano di ricostruzione.

Oggi sono necessarie maggiori risorse. Ma oggi il mondo — entrato nel ciclo economico di produzione e benessere — ha capacità ben superiori di quello di settant’anni fa. Per assorbire la grande bolla che confluirà nella bad bank è necessario quindi un progetto di copertura produttiva di vera ricchezza sostenibile: la copertura a termine della bad bank va fatta con la good bank. Per assorbire le perdite  passate  è  necessaria  un’economia mondiale totale di crescita e benessere.

Come fu per l’Europa, rilanciata con il piano Marshall, che in dieci anni riprese a crescere fino a produrre un boom economico, così potrà avvenire — sia pure con fasi e processi diversi — per le economie dei Paesi più poveri che fra venti o trent’anni potrebbero cominciare a ripagare il debito producendo a loro volta benessere e ricchezza. Così è stato negli ultimi vent’anni in Asia, dove ora ci sono economie che stanno addirittura sostenendo le nostre. La solidarietà paga anche in termini concreti.

Si tratta di un progetto coraggioso e complesso. Non produrrà subito i risultati sperati e molti saranno gli ostacoli. Ma è un progetto fattibile, e lo è usando proprio la finanza. Che potrebbe così recuperare il suo vero senso. Quello buono.

 (©L’Osservatore Romano – 30 gennaio 2009)

Lettera di Benedetto XVI al Senatore Marcello Pera

Lunedì, 26 Gennaio, 2009

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Mondadori ha pubblicato il nuovo libro di Marcello Pera intitolato “Perché dobbiamo dirci cristiani”. All’inizio dell’opera è riportata una lettera di Papa Benedetto XVI a Marcello Pera in cui il Santo Padre commenta i temi oggetto del libro.

Caro Senatore Pera,
in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro “Perché dobbiamo dirci cristiani”. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale.
Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismoma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi. Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.

Benedetto XVI

 tratto da: marcellopera.it

Fidelizzazione politica

Mercoledì, 21 Gennaio, 2009

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di Luca Eleuteri  

La relazione sociale è un rapporto tra due o più individui che orientano reciprocamente le loro azioni. Internet ha introdotto un modello di relazione che potremmo definire digitale attraverso l’utilizzo di oggetti e funzionalità basati sull’interazione tra individui attraverso la Rete. L’effetto di questa relazione è il cambiamento dei modelli di comportamento esistenti e la creazione di nuovi da parte di coloro che la utilizzano.

La Rete in ambito politico è stata finalizzata, da coloro che ne hanno fatto uso, a scopi ben precisi, dalla raccolta firme per una petizione (MoveOn.org) alla raccolta di fondi per campagne elettorali (Howard Dean primarie elezioni USA 2004), alla creazione di consenso elettorale in vista di elezioni, all’erogazione di servizi informativi e amministrativi locali, alla creazione di movimenti sociali (avaaz.org a sostegno del Dalai Lama), alla gestione dei simpatizzanti (Facebook.com) ed il dibattito di temi pubblici.
 

Le relazioni con i cittadini create da partiti e personaggi politici con un obiettivo temporale legato ad un evento vengono nella maggior parte dei casi disperse, lasciando spegnere o troncando la relazione con gli utenti che avevano offerto il proprio impegno. Così facendo la capitalizzazione degli investimenti si dissolve, spesso con effetti negativi sull’opinione pubblica. Effetti che rimangono latenti e riaffiorano in altri punti di conversazione offerti da forum, blog, newsgroup.
Un rapporto della Pew Internet & American Life Project ha rilevato che, nel caso di coloro che hanno seguito e supportato la campagna delle elezioni presidenziali di Obama, il 62% delle persone si adopereranno affinché altri cittadini supportino le scelte del neo presidente. Il 16% lo farà supportandolo on-line, il 25% telefonicamente, il 48% nelle relazioni quotidiane.
Il 51% dei sostenitori on line si aspetta di essere aggiornato dalla nuova amministrazione, ed il 27% vuole essere coinvolto direttamente nel processo di cambiamento del Paese.
L’amministrazione Barack Obama si accinge a diventare il governo con il più alto numero di persone direttamente coinvolte nella “gestione” della democrazia degli Stati Uniti d’America.

tratto da: casaleggio.it
 

Il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America

Martedì, 20 Gennaio, 2009

Lectio magistralis di Massimo D’Alema sul tema della “Governance Globale” parte 3/3 (fine)

Martedì, 20 Gennaio, 2009

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Quali sono i temi dell’Agenda globale? Quali sono, cioè, i temi su cui si misura il multilateralismo che noi vogliamo sia più efficace? E’ chiaro che le istituzioni globali non possono fare tutto: l’idea di una global governance che si basa sulla creazione di un supergoverno mondiale accentratore è senz’altro sbagliata e costituisce un disegno velleitario poco realistico. A tutti i livelli, innanzitutto a livello globale, deve valere il principio di sussidiarietà, secondo cui le decisioni vanno prese il più possibile vicino ai cittadini, mentre a livello globale bisogna ricercare le sole scelte volte ad affrontare le grandi sfide globali. Il core di questa agenda comprende i problemi e le minacce che non possono essere risolti a livello nazionale.
E vi sono, a mio giudizio, quattro aree chiave nell’Agenda globale: le nuove minacce alla sicurezza (anzitutto terrorismo e proliferazione nucleare); il tema dell’energia e della tutela dell’ambiente; l’esigenza di una riduzione delle disuguaglianze e di una lotta alla povertà che non può essere affrontata solo su scala nazionale; e, infine, la gestione dei grandi flussi migratori.

Terrorismo, proliferazione nucleare e stati “critici” rappresentano una triade di minacce che per semplificare tendiamo ad associare, ma che si possono anche presentare separatamente. Si tratta soprattutto di minacce mobili che non si possono affrontare né in modo unilaterale, né esclusivamente o prevalentemente attraverso lo strumento militare, ma che necessitano di una forte cooperazione internazionale, di una condivisione di principi e di attività politico-diplomatiche. In tema di non proliferazione, il caso iraniano è emblematico. In generale, io ritengo che la proliferazione, in un mondo così incerto, dove gli attori non sono soltanto gli stati, sia un rischio per tutti, e anche per gli stati stessi che aspirano oggi ad acquisire uno status nucleare. Global governance in questo delicato settore significa difendere e consolidare il corpo delle regole contenute nel Trattato di non proliferazione. Il Trattato ha avuto in parte successo perché ha consentito almeno di limitare la corsa agli armamenti atomici. Questo successo è stato per larga parte dovuto alla cooperazione tra le due superpotenze. In passato il Trattato ha funzionato perché il duopolio nucleare era sotto il controllo americano e sovietico. Oggi il contesto è diverso: servono consenso e cooperazione più ampi tra i diversi players nucleari per sostenere le regole del gioco. E’ evidente che assai difficile è porre un argine alla proliferazione, se non si comincia dalla riduzione degli arsenali nucleari delle grandi potenze. Io credo che dopo l’89 si sia perduta una grande occasione da questo punto di vista. Questo è un tema che noi vogliamo riproporre nella politica estera italiana. Non a caso, durante la visita che ho compiuto in Giappone, ho voluto visitare Hiroshima ed ho voluto altresì discutere col governo giapponese, che ha come è comprensibile una forte e peculiare sensibilità su questo tema, la possibilità che l’argomento riappaia nell’Agenda internazionale quando l’anno prossimo il Giappone assumerà presidenza del G8. Credo davvero che questa torni ad essere una questione importante, di cui ci si deve occupare.

Brevemente sull’ambiente e l’energia.
Le energie rinnovabili non sono, per ora, ed anche per i prossimi anni, un’alternativa complessivamente sostenibile al nostro fabbisogno. E’ chiaro che il “mix” dovrà progressivamente spostarsi verso un uso crescente delle fonti rinnovabili. Tuttavia, per una fase purtroppo non breve fossili e idrocarburi resteranno fondamentali; anzi, nei prossimi anni la domanda crescerà in modo esponenziale, trainata soprattutto dallo sviluppo economico dei paesi emergenti, in primis la Cina. Ciò avrà inevitabili effetti sull’emissione di CO2, con prevedibili drammatiche conseguenze ambientali. Energia e ambiente sono tra loro connesse e presentano un triplice ordine di problemi. Primo, una domanda crescente che dovremo cercare di ridurre. Secondo, il problema della sicurezza di approvvigionamenti, su cui dovremo cercare di negoziare con i paesi fornitori. Terzo, le emissioni di CO2 che dovremo cercare di contenere. Non si tratta di problemi semplici, ma di sfide dalla cui soluzione dipende molto in termini di possibilità di sviluppo, di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Credo che, senza una cornice multilaterale, condivisa e reciprocamente vantaggiosa per quanto riguarda i paesi produttori e consumatori di energia (evitando cartelli e strategie a somma zero), queste sfide non si possano vincere. Di qui l’esigenza di definire un regime ambientale condiviso, dopo Kyoto, da tutti i paesi principali consumatori di energia.

Sul tema della lotta alla povertà, alle disuguaglianze.
Sarà difficile avere un mondo più stabile e sicuro senza una riduzione del divario economico Nord-Sud. Lo vediamo soprattutto, ma non solo, in Africa dove la povertà alimenta conflitti, che a loro volta creano mortalità, malattie, flussi di rifugiati, traffici di armi e droga, che a loro volta finanziano gruppi armati e terroristici. Cito un dato che mi sembra significativo: secondo uno studio del Ministero per lo Sviluppo economico britannico, un Paese con un reddito pro-capite 250 dollari ha il 15% di probabilità di alimentare entro cinque anni conflitti all’interno del suo territorio, mentre questo rischio è soltanto dell’1% per i paesi con un reddito pro-capite di 5000 dollari. La lotta alla povertà appartiene quindi al dominio della ‘crisis - prevention’. Tra gli obiettivi del millennio vi era quello di dimezzare la povertà entro il 2015; e nel 2002 a Monterrey i Paesi industrializzati si assunsero l’impegno di devolvere lo 0,7% del loro PIL agli aiuti allo sviluppo. A Gleneagles, nel 2005, i paesi del G8 decisero inoltre la cancellazione del debito verso il FMI e la Banca Mondiale dei diciotto paesi più poveri del mondo. Sono stati indicati molti obiettivi ambiziosi, solo in parte poi effettivamente raggiunti. Da questo punto di vista, l’Italia, dopo aver varato una delle leggi più avanzate in materia di riduzione del debito bilaterale verso i paesi più poveri del mondo, ha poi proceduto per alcuni anni all’indietro, collocandosi in coda alla classifica dei paesi industrializzati in termini di impegno verso i paesi più poveri del mondo. Adesso stiamo cercando di riguadagnare terreno: ad esempio, raddoppiando i fondi per l’aiuto allo sviluppo, cosa non banale nell’ambito di una legge finanziaria che è stata contrassegnata dalla riduzione degli stanziamenti più che da un loro aumento. Io credo dunque che molto resta da fare e penso che occorra una vera e propria ’strategia multilaterale’, articolata attraverso azioni multi-settoriali e sinergiche rivolte agli stati ‘deboli’, che non si esauriscano nella cancellazione del debito, ma che comprendano una politica più intelligente di incentivi allo sviluppo dell’economia attraverso il microcredito, il sostegno alla società civile attraverso l’institution-building, programmi di formazione, il trasferimento di tecnologie. Al di là di singole iniziative separate ancorché lodevoli, credo che sia mancata sinora una strategia complessiva concepita e portata avanti in un rapporto effettivo di collaborazione tra i paesi ricchi e i paesi poveri, attuabile soltanto nel quadro di una comune assunzione di responsabilità.

Infine, una parola sul grande tema delle migrazioni. Le proiezioni demografiche indicano un allargamento della forbice demografica tra Nord e Sud del mondo. Entro il 2025, nel Nord del mondo la popolazione si ridurrà di 29 milioni, mentre aumenterà di 1.6 miliardi nel sud del mondo. E’ un problema che riguarda in particolare l’Europa ed anche l’Italia. Per quanto concerne il nostro Paese, secondo le stime dell’ONU, se nei prossimi 50 anni volessimo mantenere stabile la nostra forza lavoro dovremmo aprire le porte a oltre 350 mila immigrati l’anno per un totale di oltre 19 milioni. La pressione demografica si avvertirà soprattutto da parte dei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Si pone quindi per tutti, per i paesi di emigrazione e quelli di immigrazione, un problema enorme di governance. Le migrazioni possono essere una camera di compensazione di questo squilibrio demografico perché soddisfano la domanda di manodopera nelle nostre società, che sono sempre più vecchie, e consentono inoltre di mantenere il livello sociale anche dal punto di vista dei costi del welfare. Le emigrazioni servono anche ad alleviare le povertà dei paesi emergenti: pensiamo a quanto pesa il flusso delle rimesse degli immigrati. Tuttavia le emigrazioni pongono enormi problemi di carattere sociale, culturale e di sicurezza, e non possono essere affrontate se non attraverso una gestione condivisa di questi flussi coinvolgendo i Paesi dai quali provengono, ad esempio gli Stati africani, dei Paesi attraverso i quali passano, ad esempio in Nord Africa, ed infine dei Paesi verso i quali sono diretti, vale a dire i nostri. Davvero questa è una questione che non può essere affrontata attraverso tabù, attraverso chiusure nazionalistiche, attraverso campagne populiste o razziste. Questa è la sfida sulla quale davvero si misura la qualità di una classe dirigente in grado di progettare il futuro e di costruirlo in un inevitabile rapporto di governance condivisa con altri Paesi, con altri continenti. Tutto questo, e concludo, credo che sarà essenziale per noi negli anni che verranno.

Infine, il contributo che l’Europa potrà dare nel consolidamento della global governance.
L’Europa e l’Unione Europea offrono già oggi un contributo importante alla governance globale. L’Europa attuale è nata dalla condivisione di sovranità dei suoi membri ed in quanto tale si trova ed agisce a suo agio nell’attuale contesto globale e interdipendente. Non è un caso che la strategia di sicurezza europea varata nel 2003 sia imperniata sulla cooperazione internazionale e sul multilateralismo efficace. Non vi è dubbio che in questi anni l’Unione Europea anche in quanto attore normativo, oltre che economico, sia riuscita ad affermare con successo il suo approccio originale alla soluzione dei problemi internazionali. Certamente si tratta di un approccio nuovo e diverso rispetto alla tradizionale logica di potenza degli stati sovrani, che privilegia il dialogo rispetto al confronto, che concilia interessi e valori democratici, che privilegia il rispetto del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali. Quest’Europa, intanto, deve forse rivendicare ciò che di importante ha fatto; ne parliamo sempre, forse troppo, e male. Il metodo europeo è, io credo, il metodo giusto ed efficace per far fronte alle sfide globali. L’Europa può quindi dare il suo miglior contributo alla nuova governance. Tuttavia essa ha bisogno di fare un salto di qualità nella sua capacità di pensare e di agire in maniera unitaria. Laddove l’Unione Europea agisce in maniera coerente, come nel commercio e nel settore della sicurezza ambientale, il suo contributo alla governance riesce ad essere incisivo. Non è questo però il caso di altri settori, come la sicurezza o l’energia. Il problema fondamentale, come ho ripetuto più volte, è quello delle istituzioni. Senza un rafforzamento delle istituzioni comuni, sulla base di quanto era previsto nel trattato costituzionale, sarà difficile avere un’Europa in grado di reggere le sfide globali e di conseguire attivamente alla formulazione dell’agenda globale.
Nelle istruzioni chiave della global governance, l’Europa parla ed agisce oggi in maniera separata. Ciò costituisce in sé un anacronismo nel momento in cui il sistema internazionale va acquisendo caratteristiche crescentemente multipolari e sempre meno eurocentriche. Mi sembra questa, cioè la proiezione esterna dell’Unione europea, ed in particolare in seno alle istituzioni globali, un punto chiave che dobbiamo affrontare. Noi stiamo cercando, ad esempio, in quanto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, condizione in cui si trova oggi il nostro Paese, di coordinare le posizioni dei paesi europei, di portare l’Unione Europea nel Consiglio di Sicurezza. Il che sarebbe tra l’altro previsto anche all’articolo 19 del Trattato sull’Unione Europea. Ma si tratta di un esercizio meno semplice di quanto si possa pensare. Questo perché alcuni Paesi, come la Francia e la Gran Bretagna, essendo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, si sentono gli eredi di una grande tradizione. Come se lì, nel Consiglio di sicurezza, non ci fosse più l’Unione Europea. Io credo che noi europei la prova di quanto questo approccio possa rivelarsi illusorio l’abbiamo avuta nel modo più clamoroso di fronte alla guerra in Iraq. Ci siamo divisi: alcuni paesi si sono accodati agli americani, altri paesi si sono opposti alla guerra. Quelli che si sono uniti agli americani lo hanno fatto nella convinzione di poter condizionare le scelte americane. Il risultato è stato che né gli uni né gli altri hanno esercitato alcun peso reale. Solo quando l’Europa è unita e laddove è unita l’Europa è in grado di esercitare un peso reale. C’è una fondamentale ragione di interesse: basti pensare, mi è capitato di dirlo più di una volta, anche di fronte a platee che mi guardano, per dire la verità, quasi indignate, che un’Europa divisa in pochi anni scomparirà dal G7, giustamente scavalcata dalla Cina, dall’India, dal Brasile.
L’Europa unita è la più grande potenza commerciale del mondo ed è la seconda potenza economica del mondo. E’ uno degli attori fondamentali dell’ordine internazionale. L’unità dell’Europa è dunque l’unico modo che può consentirle di avere un peso nella costruzione di un ordine mondiale. Non è soltanto una sorta di orgoglio di nazionalistico europeo che mi spinge ad affermarlo, ma anche la convinzione che l’assenza dell’Europa nella costruzione di un ordine mondiale significherebbe anche assenza dei nostri valori, cioè di quel peculiare patrimonio di democrazia, libertà individuali e diritti sociali che costituisce appunto il fondamento della civiltà europea. Valori che qui hanno messo radici più profonde che in altre parti del mondo, valori a mio giudizio utili ad una comunità internazionale alla ricerca di nuove regole e di obiettivi comuni. Insomma l’Europa ha un grande potenziale per contribuire a rafforzare regole della governance globale e per partecipare alla costruzione di “beni pubblici globali”. Ma per farlo ha bisogno di dotarsi di istituzioni più efficaci, più democratiche, più unitarie.
Viviamo in un mondo carico di incertezze, viviamo in una stagione ricca di enormi potenzialità, ma anche carica di contraddizioni e di pericoli imminenti. Il messaggio conclusivo è che, per vincere questa sfida, per mettere riparo ai pericoli e valorizzare le potenzialità, c’è bisogno di attingere a quel patrimonio che è stato elaborato nel corso dei secoli scorsi: il retaggio culturale, storico e quello di civiltà che hanno trovato nella politica e nella democrazia gli strumenti per affrontare le sfide, per governare le contraddizioni e garantire sicurezza e progresso alle popolazioni. Anche le grandi sfide globali hanno bisogno di una risposta che faccia leva sulla politica e sulla democrazia. Questa risposta è ancora in gran parte da costruire. Compito delle classi dirigenti di oggi è crearne le condizioni, compito delle nuove generazioni è assumere questa grande sfida come una scommessa che essi devono vincere, perché solo vincendola si garantiranno un futuro migliore e si garantiranno un futuro di progresso in grado sconfiggere le paure che sembrano dominare il nostro tempo.
La sfida può essere vinta. Penso che stiamo vivendo, in questi ultimi anni, un momento in cui, messe da parte le illusioni che hanno dominato il decennio scorso, finalmente l’intera comunità internazionale si pone dinanzi a questi temi in modo costruttivo. In questo quadro, l’Italia vuole fare e sta già facendo la sua parte.

tratto da: massimodalema.it

Lectio magistralis di Massimo D’Alema sul tema della “Governance Globale” parte 2/3

Domenica, 18 Gennaio, 2009

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La deregulation nucleare, è un’altra minaccia di cui oggi abbiamo maggiore consapevolezza: penso alla proliferazione di matrice “individuale” come quella innescata dallo scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan, produttore di ordigni nucleari per stati committenti, oppure al possibile ricatto di “stati canaglia”, od anche al rischio che armi nucleari finiscano nelle mani di organizzazioni terroristiche o criminali. Questa minaccia nasce proprio da uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo, quello dei cosiddetti “Stati falliti”: si tratta di Stati che non hanno un governo efficace nel loro territorio e nei quali si insediano nuove forme di criminalità transnazionale che assumono forme di potere sovrano, extragiuridico ed arbitrario.
E tornano infine d’attualità tragedie che sembravano dimenticate: non soltanto guerre etnico-religiose come avvenuto nei Balcani, ma persino la pratica della schiavitù e del traffico degli esseri umani.

Gli effetti meno positivi della globalizzazione provocato fenomeni di rigetto, il ritorno di populismi, di posizioni neo-nazionalistiche, di protezionismi. Lo abbiamo visto persino nel nostro continente, nei paesi dell’Europa allargata. Ma ciò si è verificato anche negli Stati Uniti, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Congresso, in cui molti candidati si sono imposti sulla base di piattaforme fondate sul nazionalismo economico: questo è l’aspetto meno apprezzabile dell’ascesa di molti candidati del Partito democratico, il cui rifiuto della guerra si accompagna ad una sorta di neo-isolazionismo e anche di protezionismo.
Vi sono inoltre segnali preoccupanti che indicano un crescente pessimismo sulle aspettative future. Un recente sondaggio condotto per conto del “World Economic Forum” ha indicato che solo il 19 % degli europei e solo il 26 % degli americani crede in un futuro più prospero per la nuova generazione. In questo c’è una profonda frattura tra il sentimento delle nuove generazioni nei paesi più sviluppati e il sentimento delle nuove generazioni in molti dei grandi paesi emergenti. Noi viviamo in questa parte del mondo, che è stata definita da acuti psicanalisti “quella delle passioni tristi”, in cui le nuove generazioni si attendono un futuro peggiore di quello dei loro genitori e la “molla ad agire” è più la paura del peggio che non la speranza del meglio.
I grandi paesi emergenti vivono un sentimento diverso: il sentimento dell’aspettativa di un mondo migliore che determina una grande energia sociale. Io credo che anche per questo noi abbiamo bisogno di favorire una interazione intensa e costruttiva delle civiltà, e promuovere la condivisione delle esperienze.
Le incertezze ed i dilemmi di sicurezza del mondo globale hanno in alcuni casi sollecitato risposte di tipo militare ed unilaterale. Abbiamo già parlato degli Stati Uniti in Iraq, ma potremmo parlare anche di Israele nel Libano. In tutti questi casi la complessità e spesso l’elusività della minaccia asimmetrica ha frustrato i tentativi di affrontare e risolverne le cause più profonde.

E’ chiaro che la guerra in Iraq costituisce un caso emblematico di non coincidenza tra debellatio e vittoria, tra conflitto tra stati e eliminazione della minaccia. Non appena vinta facilmente la guerra contro lo Stato iracheno è iniziata la vera guerra contro il terrorismo internazionale. La guerra tra gli Stati non solo non ha fornito una risposta, ma ha fornito al fenomeno del terrorismo un potente elemento di alimentazione. Una volta, quando il nemico era uno Stato, se ne occupava il territorio e si vinceva la guerra. Ma se, come avviene oggi, il nemico non è uno più uno Stato, con l’occupazione del territorio la guerra diventa più terribile di prima. Ancora non esiste una dottrina, neanche militare, su come affrontare questa nuova minaccia e abbiamo avvertito in questi anni anche un gap culturale che ha reso più difficile lo sviluppo di un’azione efficace in grado di contenere efficacemente questi fenomeni.
Questo gap riguarda anche noi, che siamo stati critici verso l’unilateralismo: abbiamo potuto in modo efficace dimostrare la fallacia di quella politica, ma certamente incontriamo molte difficoltà nel mettere in campo una strategia alternativa. E’ evidente cioè che tutti questi tentativi di cui ho parlato hanno in comune un limite culturale: le sfide globali del mondo complesso attuale richiedono risposte globali. La forza del mondo globale e complesso tende a resistere alle risposte “in forma semplificata” proposte, ad esempio, dal neo-sovranismo.
Il punto principale che mi preme sottolineare è che l’unilateralismo, i nuovi nazionalismi, e anche un certo pessimismo di fronte al mondo globale, denotano in sostanza un deficit della politica. La globalizzazione economica e l’evoluzione del contesto della sicurezza internazionale sono avanzati ad un ritmo più veloce della politica. Ci troviamo di fronte ad un’evidente asimmetria e la comunità internazionale non è riuscita a rispondere tempestivamente ed efficacemente sul piano della governance alle nuove sfide del mondo globale.
Avvertiamo dunque il bisogno di una risposta politica, di adeguare regole ed istituzioni alla realtà attuale, il bisogno appunto di quel multilateralismo efficace, che è il tema intorno al quale lavorare.

Sono tre i punti principali che vorrei trattare: il primo riguarda il ruolo delle istituzioni internazionali per fare fronte a queste sfide e tradurre in pratica la prospettiva del multilateralismo efficace; il secondo tema riguarda l’agenda globale, in altre parole quali sono, in concreto, le sfide globali, che sono diventate sfide anche per i governi nazionali; infine, tratterò brevemente il tema del ruolo e della responsabilità dell’Europa, dato che è l’Europa la forma in cui l’Italia può partecipare ad un nuovo sistema di governance internazionale.

Il primo tema è il tema delle istituzioni. Le istituzioni della governance globale che abbiamo oggi sono nate sostanzialmente circa 60 anni fa. Le Nazioni Unite, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale (le Istituzioni di Bretton Woods), la Nato.
Fanno eccezione il G7, nato Rambouillet nel 1975 e divenuto poi G8; e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio nata nel 1995 sulle spoglie del GATT.
Il ruolo centrale avuto da queste istituzioni nel garantire stabilità, nel facilitare lo sviluppo del commercio e del sistema degli scambi e far avanzare i principi e norme per quanto riguarda sia i diritti individuali (si pensi non solo alla dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nel ’48 ed ai successivi Patti delle Nazioni Unite sui diritti civili, politici, economici e sociali, sottoscritti da un largo numero di Paesi membri) che le norme di convivenza e reciproco rispetto tra gli Stati è innegabile. La Carta delle Nazioni Unite è diventata la nostra “Costituzione mondiale”. E’ stata del resto la presenza di queste istituzioni dopo il secondo dopoguerra che ha consentito di evitare il ripetersi, per il mondo e soprattutto per l’Europa, di esperienze tragiche come le due guerre mondiali. Bisogna dare atto agli Stati Uniti, dopo il tentativo sfortunato di Wilson, di essere stati gli artefici delle istituzioni della governance globale che abbiamo ancora oggi. Ed è soprattutto attraverso tali istituzioni che gli USA hanno potuto esercitare, ma in maniera condivisa, la loro leadership internazionale. Il patto implicito tra gli Stati Uniti e le altre democrazie occidentali, negli oltre quarant’anni di guerra fredda, si è fondato sul riconoscimento da parte degli alleati della leadership americana, in cambio dell’accettazione da parte degli Stati Uniti di condividere con essi e “moderare” questa leadership nell’ambito delle istituzioni comuni. La questione di fondo tuttavia è un’altra, e riguarda l’adattamento di queste istituzioni ad una realtà profondamente mutata ed in rapida trasformazione, realtà in cui il potere mondiale si è fortemente diffuso ed il numero degli attori si è moltiplicato. Le istituzioni del ’45, per esempio, ponevano le premesse ma non contemplavano il processo di decolonizzazione. La natura delle sfide politiche ed economiche è cambiata. E’ dunque solo con una riforma di queste istituzioni e dimostrando che esse sono ancora capaci di svolgere una funzione efficace che diventa credibile proporre soluzioni concordate, evitando la logica di scelte unilaterali. Due sono le questioni peinciplai che vanno affrontate: la prima riguarda l’adattamento degli strumenti della governance globale alle nuove sfide; la secondo concerne la rappresentatività ed inclusività delle istituzioni multilaterali. Entrambi questi aspetti determinano la legittimità dell’architettura istituzionale internazionale agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.

Innanzitutto sono gli strumenti di cui queste istituzioni dispongono ad essere scarsamente efficaci e spesso insufficienti. Ad esempio, pensiamo nel settore della sicurezza alle forze al servizio delle Nazioni Unite per le sempre più numerose missioni militari di peacekeeping (molto spesso missioni per mettere fine a guerre civili all’interno di stati in dissoluzione). Pensiamo poi al problema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici, dove manca un vero strumento multilaterale: solo l’Europa ha cercato con la Carta europea dell’Energia di dotarsi di uno strumento efficace, peraltro non ratificata dalla Russia, il principale produttore della materia prima. In proposito non esiste una regolazione internazionale che stabilisca doveri e diritti reciproci di consumatori e produttori. Alcuni strumenti e regimi multilaterali su cui si è fondata finora la stabilità del sistema, come il Trattato di non proliferazione nucleare, si trovano d’altra parte sempre più “sfidati” dalla nuova globalizzazione che ha aperto le maglie della proliferazione.
Il problema è che la strumentazione istituzionale ideata dopo il ’45 era imperniata sugli stati nazionali, sulla loro sovranità e su sfide di sicurezza diverse da quelle di oggi. Come sottolinea Paul Kennedy, a Bretton Woods, Yalta o San Francisco, non si parlava nemmeno di terrorismo internazionale, di riscaldamento globale, di Stati in disgregazione, temi che invece oggi si collocano al centro dell’agenda internazionale.
E’ evidente che abbiamo il problema di rafforzare sia gli strumenti normativi che le capacità di enforcement delle decisioni da parte delle istituzioni multilaterali per mettere queste ultime in condizione di reagire tempestivamente ed efficacemente alle sfide globali.

L’altro aspetto centrale riguarda la legittimità e la rappresentatività delle istituzioni della governance: non solo il Consiglio di Sicurezza ma anche istante finanziarie, come il G8, che riflettono rapporti di potenza che non corrispondono più alla situazione attuale.
Il Consiglio di Sicurezza è lo specchio dell’equilibrio creatosi al termine della Seconda Guerra Mondiale e si compone quindi in parte di “potenze” (i membri permanenti) di cui alcune, oggi, non sono più tali. Mi dispiace doverlo dire a qualche paese europeo amico, tuttavia questa è la realtà del mondo. Il G8, i cosiddetti “grandi della terra”, senza la Cina, l’India, il Brasile, non funziona più. Le istituzioni finanziarie internazionali sono espressione solo di una parte del mondo e sono viste in una altra grande parte come istituzioni estranee o addirittura ostili. Dobbiamo ammettere che queste istituzioni “euro-occidento-centriche” non rappresentano più in maniera adeguata il mondo di oggi; non rappresentano i mutati equilibri economici e demografici; mentre i paesi emergenti si sentono svantaggiati, sottorappresentati e privati della loro influenza.

Il Fondo monetario non funziona sulla base del principio “uno Stato un voto”, mentre invece, come dice Stiglitz, al suo interno “votano i dollari” cioè i paesi più ricchi. Il Direttore Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale è per tradizione un europeo, mentre il Presidente della Banca mondiale è un americano, “nominato”, in pratica, direttamente dal presidente degli Stati Uniti. Potremmo quindi dire che il Fondo Monetario è Internazionale ma con un marchio europeo e americano, mentre la Banca è mondiale, ma il suo Presidente è uno dei più stretti collaboratori del Presidente degli Stati Uniti. Il problema è estremamente complesso e il dibattito sui formati delle istituzioni è ancora molto aperto. Non c’è del resto solo il dibattito sull’allargamento del Consiglio di sicurezza, la discussione è più ampia.
Ad esempio, in occasione della crisi finanziaria degli anni ’90, si riunì a Berlino per la prima volta il G20, il gruppo dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali dei 20 paesi più influenti, che comprendeva finalmente la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia, l’Arabia Saudita, il Sud Africa e la Turchia. Alcuni hanno successivamente proposto di trasformare questo formato in un foro politico, che non fosse né un organo decisionale, né tantomeno vincolato ad un Trattato come nel caso del Consiglio di Sicurezza, ma che tuttavia fosse inclusivo delle Nazioni più rappresentative del mondo globale con la funzione di favorire la costruzione di un consenso internazionale sulle principali problematiche globali e trans-nazionali. E’ questa soltanto una delle proposte avanzate. Tony Blair ha suggerito di dare vita ad un G13 con la Cina, l’India, il Brasile, il Messico, il Sud Africa. Il dibattito è tutt’altro che esaurito.
La sfida consiste nel conciliare le diverse esigenze. Da un lato, quella di allargare la base rappresentativa delle istituzioni globali attuali, per renderle più democratiche, più inclusive, più ricettive delle istanze della comunità globale nel suo insieme, e dall’altro quella di evitare che una maggiore inclusività infici l’efficacia delle istituzioni, soprattutto per quanto riguarda i processi decisionali. E’ un dibattito che ci è familiare, in fondo, e che ripropone su scala internazionale una discussione molto simile a quella che oggi vivono gli europei su come allargare i confini europei senza ridurre l’efficacia dei meccanismi di decisione.
Vorrei concludere su questo punto con un’osservazione: qualsiasi riforma delle istituzioni globali non può che essere consensuale: deve essere condivisa, cioè, dal massimo numero di Stati nazionali. C’è dunque bisogno del contributo di tutti, ma è evidente che le potenze più grandi, i paesi più sviluppati, quelli cioè che fino ad ora hanno avuto ed hanno tuttora un peso preponderante in queste istituzioni, hanno una responsabilità speciale nel ricercare il consenso e nel mostrare all’intera comunità internazionale la loro volontà di far funzionare il multilateralismo in maniera efficace e democratica al tempo stesso. Voglio sottolineare che l’Italia, sotto questo profilo, sta facendo la sua parte. Anzitutto sul tema della riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: l’Italia ha lavorato ad una proposta che va decisamente nel senso di un meccanismo più aperto, più inclusivo, più democratico, più rappresentativo.

(Parte 2/3)

tratto da: massimodalema.it

Lectio magistralis di Massimo D’Alema sul tema della “Governance Globale”

Mercoledì, 14 Gennaio, 2009

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Inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università per Stranieri di Perugia - 28 marzo 2007

Ringrazio il magnifico Rettore dell’Università per avermi invitato a questa cerimonia e ringrazio i rappresentanti di molti prestigiosi Atenei italiani che hanno voluto essere qui oggi. Ringrazio inoltre le Autorità dell’Umbria della loro presenza e dell’opportunità che oggi mi è data di partecipare ad un evento importante, in un Ateneo che noi consideriamo un’istituzione al servizio della proiezione internazionale del nostro Paese per la diffusione della cultura italiana, della nostra lingua e della nostra civiltà. Si tratta di elementi importanti della politica estera dell’Italia.
L’Italia non è una grande potenza e le ragioni dell’influenza che essa esercita nel mondo sono legate più alla forza della sua cultura che non alla forza del suo sistema economico o alle sue capacità militari.
La cultura è il veicolo che consente al nostro Paese di esercitare un’influenza che si orienta nel senso della pace, della cooperazione, della costruzione di nuovi vincoli di solidarietà tra le diverse aree del mondo.

Ecco perché noi siamo grati all’Università per Stranieri di Perugia, sentiamo i vostri programmi come particolarmente correlati agli indirizzi dell’impegno internazionale dell’Italia: il Libano, i Territori Palestinesi, i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, l’Afghanistan, luoghi ove si articola l’impegno di pace del nostro Paese. Concorrere alla formazione di giovani che saranno parte delle future classi dirigenti di questi paesi è senz’altro la garanzia e il suggello migliore di un futuro di sviluppo e di pace. Ed è per me un privilegio potermi rivolgere oggi agli studenti di questa Università: essi sono l’espressione vivente di una nascente società civile internazionale e cosmopolita, e una componente essenziale del nuovo “demos” della governance mondiale.

Noi siamo molto indietro da questo punto di vista, dobbiamo riconoscerlo. Siamo indietro nella capacità di attrarre verso l’Italia giovani da ogni parte del mondo e persino nella capacità di corrispondere a quel desiderio di Italia, che in modo naturale e spontaneo, vi è in tanti Paesi dove pure la presenza dell’Italia è viva e tende a crescere.

Siamo indietro dal punto di vista della programmazione e articolazione di un impegno coerente, continuo, organizzato; siamo indietro dal punto di vista delle risorse impiegate. Questo rende i risultati che riuscite a conseguire ancora più significativi e degni di lode; penso che anche il Governo vi debba, per questo, un ringraziamento. In questa conversazione non potrò assumere impegni politici. Tuttavia potete essere certi che, ancor più dopo questo incontro, nell’agenda del Ministro degli Esteri è annotata l’esigenza di una collaborazione che certamente deve essere rafforzata e arricchita di nuovi appuntamenti e di più stringenti assunzioni di responsabilità.

Abbiamo anzitutto bisogno del vostro apporto. L’Università per Stranieri ha grandi potenzialità in termini di collaborazione con l’attività di cooperazione internazionale dell’Italia, in linea con gli indirizzi della nostra politica internazionale.
Ho scelto per questo intervento il tema della governance globale. E lasciate che io inizi con un ricordo di gioventù, con il ricordo di un uomo politico, Enrico Berlinguer, che 25 anni fa accettò il rischio di apparire un utopista, parlando della necessità di un governo mondiale. Oggi, dopo un quarto di secolo, noi avvertiamo questa come una sfida di stringente attualità per la comunità internazionale.
Di fronte all’anarchia della globalizzazione, di fronte alle sfide e alle minacce che gravano sull’umanità, noi avvertiamo l’insufficienza degli strumenti internazionali della politica. Avvertiamo il bisogno di quella che Habermas ha definito un’estensione cosmopolitica della condizione giuridica, che è stata garantita dagli stati nazionali, o di quello che Giovanni Paolo II nella Centesimus annus chiamò un “ordine democratico planetario”: il bisogno cioè di dotarsi di istituzioni in grado di dare un ordine al mondo, di prevenire i conflitti, di ridurre le disuguaglianze e di garantire a tutti gli uomini e le donne che vivono nel pianeta il diritto ad una vita civile e serena. Questa esigenza di un nuovo ordine mondiale è divenuta più stringente dopo la fine della guerra fredda. Il bipolarismo, la divisione del mondo in due campi, dominato ciascuno da una grande potenza e l’equilibrio tra questi due campi garantito anche dalla minaccia nucleare, ha rappresentato nel bene e nel male un ordine nel mondo.
Il venir meno di questo ordine ha fatto emergere in modo sempre più drammatico i limiti di una struttura politica internazionale fondata largamente su una concezione ottocentesca della sovranità nazionale, la cui fragilità è progressivamente emersa in modo più acuto, man mano che la crescita di un’economia mondiale, globale, che per definizione non conosce i confini dello stato-nazione, ha reso evidente l’asimmetria tra le possibilità della politica e il peso dei grandi interessi economici.

Anche le minacce con le quali ci confrontiamo non hanno più un carattere nazionale. La guerra con la quale conviviamo in tante parti del mondo non è quasi mai quella forma estrema di regolazione di interessi contrastanti degli Stati, che è stata tradizionalmente la guerra. Le guerre non avvengono più tra gli Stati, sono guerre che sorgono all’interno di singoli paesi, talora di Stati “falliti”. Ci confrontiamo poi con un fenomeno del tutto nuovo, che è la guerra “transnazionale” del terrorismo. Il terrorismo è, in effetti, una forma estrema di privatizzazione della guerra, un conflitto che non ha bandiere, che non ha divise, che non ha nazione.
Ma anche la minaccia per l’ambiente non ha più un carattere nazionale. Le varie forme di inquinamento non rispettano i confini. Non appare possibile fronteggiare una sfida epocale come quella ambientale solamente attraverso politiche nazionali.
Siamo dunque di fronte a fenomeni che chiamano in causa la necessità di un salto di qualità nell’iniziativa politica e che impongono la necessità di immaginare nuove istituzioni democratiche in grado di governare il mondo. Questa è la grande sfida di fronte la quale si trova la nuova generazione. E’ una sfida paragonabile a quella che nell’800 portò in Europa alla nascita degli Stati Nazionali: una sfida che richiede il coraggio di una classe dirigente internazionale capace di scelte davvero impegnative ed innovative. Occorre anche uno sforzo da parte del mondo della cultura, perché è fuori discussione che è entrato in crisi un modo di concepire l’ordine internazionale che ha le sue radici nel paradigma dello stato moderno, e che rappresentava l’ordine globale come un sistema retto da un insieme di regole volte innanzitutto a prevenire e regolare i conflitti tra Stati.

Dopo l’89 nel mondo hanno prevalso euforie ed illusioni ideologiche. A lungo si è pensato che, venuta meno la minaccia del comunismo, non ci sarebbe stato più bisogno della politica. Fu anche teorizzato e scritto che compito della politica è semplicemente quello di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’espansione del mercato mondiale, confidando che il mercato - finalmente libero dai vincoli dello statalismo politico - avrebbe risolto i problemi del mondo provvedendo all’allocazione ottimale delle risorse. Il mercato avrebbe prodotto il migliore dei mondi possibili a condizione che la politica - l’ultima ideologia ottocentesca - si fosse fatta da parte. Ben presto ci siamo resi conto che la globalizzazione senza politica, assieme alle innegabili opportunità, produceva anche paurose contraddizioni e che il dilagare dell’ideologia del Mercato non soltanto non determinava condizioni di pace ma, al contrario, acuiva e portava con sé nuovi rischi e nuovi potenziali conflitti.

L’11 settembre del 2001, Bill Clinton disse: “io credo che abbiamo visto l’altro volto della globalizzazione”. Ci si rese conto che il “migliore dei mondi possibili” portava con sé nuove minacce e che l’attacco alle Twin Towers rappresentava per il pensiero contemporaneo ciò che il terremoto di Lisbona fu per gli intellettuali del ‘600- ‘700, rendendo evidente che il mondo ha bisogno di una consapevole azione umana in grado di prevenire i conflitti e ridurre il peso delle contraddizioni. Successivamente si è entrati nel periodo dell’unilateralismo, dell’idea che a dare un ordine al mondo bastasse l’etica liberale della Grande Potenza, ovvero - come ha scritto Habermas - che il nuovo ordine mondiale si potesse reggere sui suoi valori - da considerare universali - e sulla sua enorme forza, espandendo la democrazia e garantendo in questo modo la difesa della civiltà.

Anche questa è stata un’illusione che si è consumata abbastanza rapidamente. Oggi noi viviamo una nuova stagione della politica internazionale. Non è paradossale osservare che proprio coloro che teorizzarono la fine delle Nazioni Unite con la caduta di Baghdad (ricordo un articolo di Richard Perle del marzo 2003 dal titolo inquietante: “Tank God for the death of the UN”) oggi tornino a rivolgersi alle Nazioni Unite, chiedendone l’intervento per venire via da Baghdad. Si tratta di un paradosso, segno che le illusioni si sono consumate molto rapidamente e che l’esigenza di ricostruire il multilateralismo sia tornata al centro del dibattito politico, dell’impegno e dello sforzo internazionale. Certo deve trattarsi di un multilateralismo nuovo, efficace, non di un multilateralismo impotente come quello che abbiamo conosciuto in passato, non di un multilateralismo che rimane a braccia conserte di fronte alla violazione dei diritti umani, ma di un multilateralismo capace davvero di prevenire e risolvere i conflitti.
Questo è esattamente, io credo, il tema della governance globale nel nostro tempo: come rifondare il multilateralismo, come individuare le sfide che devono essere affrontate, le priorità, le scelte. E questo è esattamente il tema con il quale oggi si misura non solo la cultura ma anche la politica internazionale.

Dicevo appunto che questa esigenza nasce dal tramonto dell’euforia degli anni ’90, anni nei quali tutti noi fummo coinvolti da una visione spesso acriticamente ottimistica della globalizzazione e delle sue conseguenze. Alla fine degli anni ’90, le diverse crisi finanziarie (la crisi asiatica, quella russa, quella in Argentina) e i dati sul crescente divario tra Nord-Sud, e le nuove minacce alla sicurezza hanno drasticamente ridimensionato questo ottimismo.

Sul fronte economico e sociale si è cominciato a mettere in discussione quel Washington consensus sul quale si era retto guidato il funzionamento degli organismi internazionali. Si è iniziato a vedere il lato oscuro della globalizzazione e si è cominciato a guardare il mondo sotto un’ottica nuova, individuando non soltanto i paesi e i popoli winners - e certamente ve ne sono - ma anche i paesi e i popoli loosers, quelli che rimangono indietro, che vengono emarginati dai grandi processi di crescita della ricchezza e della socializzazione. Si è constatato che il pronosticato effetto generalizzato di diffusione del benessere globale è stato solo parziale: certamente molto forte in Cina e nell’Est Asiatico, che hanno beneficiato di una crescita sostenuta, ma i benefici della globalizzazione sono stati assai meno significativi in Africa ed in altre aree del mondo e, fino a poco tempo fa, in America Latina. In Russia, la globalizzazione sulla scia del crollo del comunismo non è riuscita nei primi 10 anni ad arrestare il declino economico, il calo demografico, la caduta delle aspettative di vita ed è stata invece percepita come una “occidentalizzazione” tanto forzata quanto inutile se non dannosa, ed alla fine ha provocato un rigurgito nazionalista, il riadattamento del mercato e delle procedure democratiche alle tradizioni nazionali e dirigiste russe.
All’interno delle stesse società occidentali ha cominciato a manifestarsi non solo il malessere degli esclusi ma anche la protesta di élites giovanili intellettuali, che si è manifestata nella crescita di movimenti di contestazioni alla globalizzazione e di critica ai caratteri della globalizzazione. In sostanza si è preso atto che molte delle speranze, alimentatesi dopo la fine della guerra fredda e con l’espansione della democrazia e del mercato globale, erano state disattese. I dati sono abbastanza chiari da questo punto di vista: se è vero che c’è maggiore ricchezza in termini assoluti, è anche vero che sono cresciute diseguaglianze e povertà. Secondo i dati dell’OCSE, 2,6 miliardi di persone vivono con un reddito al di sotto di 2 dollari al giorno, un miliardo vive con meno di un dollaro al giorno, il 2% della parte più benestante del pianeta detiene la metà della ricchezza mondiale.
E’ difficile pensare che un contrasto di questo tipo non porti con sé il rischio di laceranti conflitti. Il 2% detiene la metà della ricchezza mondiale: non è solo questione di reddito, ma anche di condizioni complessive per lo sviluppo umano, inclusi l’accesso alle risorse idriche, all’assistenza sanitaria, all’istruzione.
In più, la maggiore ricchezza complessiva del pianeta non ha portato maggior sicurezza.
Al contrario, abbiamo scoperto nuove minacce: quella che Peter Berger ha chiamato la “Holy War Inc” ovvero la multinazionale del terrore. Ciò significa anche il rischio di un conflitto alimentato sempre di più da ragioni di natura religiosa ed etnica e voi sapete bene come il conflitto alimentato da queste motivazioni sia un conflitto irriducibile. Le guerre che si fanno per interessi materiali possono facilmente approdare ad un tavolo della pace mentre le guerre che sono alimentate da ragioni religiose ed etniche tendono a divenire guerre senza quartiere. Sono queste, in gran parte, le guerre del nostro tempo.

(Parte 1/3)

tratto da: massimodalema.it
 

Intervista a Giancarlo Elia Valori sulla politica estera USA

Domenica, 11 Gennaio, 2009

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Giancarlo Elia Valori, non e’ un tipo ‘comodo’. Abituato a parlare fuori dei denti, i suoi interventi hanno spesso suscitato polemiche anche se i suoi oppositori gli riconoscono grande esperienza e conoscenza soprattutto dei problemi del Medio Oriente.

Ospitiamo volentieri questa intervista che costituisce un interessante canovaccio per chi dovra’ suggerire al Presidente eletto Barack Obama soluzioni adeguate per risolvere la crisi in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente.
E, piaccia oppure no, il parere di Giancarlo Elia Valori, viene seguito con attenzione a Washington.
Suggeriamo al Lettore di andare su Internet per leggere il ‘bio’ di Valori.
 

Intervista sulla politica estera USA

Mentre Barack Obama ascende alla Presidenza USA, gli Stati Uniti teorizzano, per mezzo dei loro più influenti think tanks, la “età della non polarità”, il momento del sostanziale abbandono da parte degli Stati Uniti del loro ruolo di superpotenza globale. Come vede questa situazione iniziale?

Barack Obama e il suo vice-presidente Joe Biden, che suppongo svolgerà un forte ruolo nella futura amministrazione USA, vogliono con ogni evidenza liberarsi dell’Iraq, che continua a consumare l’attenzione americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico, favorendo la stabilizzazione del governo di Al Maliki e l’autonomia energetica di Baghdad. Immagino che Obama abbia netta la percezione della presenza dell’Iran nel quadrante iracheno, e il rilievo cruciale che ha la congiunzione territoriale e strategica che l’Iraq ha con l’Afghanistan e quindi con l’Asia Centrale. La Federazione Russa ha securizzato le sue linee sostenendo il riarmo nucleare iraniano, mentre alcune forze interne al regime di Teheran potrebbero accettare un accordo con gli USA che stabilizzasse l’Iran come potenza nucleare in cambio di una presenza di Teheran come risolutore delle tensioni afgane e come elemento di stabilizzazione del regime di Kabul. Un progetto peraltro già attivato nel quadro della Shangai Cooperation Organization. Barack Obama, Joe Biden e Ms. Clinton potrebbero riattivare il progetto GUAM (Georgia Ucraina Azerbaigian e Moldavia) per integrare gli interessi iraniani nel sistema centrale asiatico. Il Pakistan, con la tensione agli estremi ai confini con l’India contigui all’Afghanistan, non potrà estendere al massimo il suo “braccio” strategico verso il territorio afgano, e questo permetterà il massimo di estensione del sistema iraniano-saudita-americano verso Kabul. Per l’Unione Europea, Obama vuole soprattutto un forte legame NATO con gli Europei per risolvere, il prima possibile, il dramma afgano. Il contemporaneo sostegno all’ulteriore allargamento dell’UE avrà effetti negativi sui maggiori partners europei degli USA, mentre l’interesse primario USA per l’entrata della Turchia nell’UE potrà causare tensioni con la Francia e con la Chiesa Cattolica. Obama cercherà in ogni caso una mediazione “forte” dell’UE per gestire la questione iraniana, ma questo implica che gli Stati UE abbiano le stesse idee su Teheran, il che, talvolta, non ci pare accadere. Gli altri aspetti del programma europeo di Barack e di Joe Biden riguardano il disarmo nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia e la collaborazione per le global issues che stanno tanto a cuore ai think tanks USA: il riscaldamento globale, l’ecologia, la prevenzione dei conflitti. Non che queste cose non siano fondamentali, certo, ma c’è il pericolo della eterogenesi dei fini di cui parlava Giovanni Gentile, che abbiamo visto purtroppo all’opera in fasi passate della politica statunitense.

Lei non ha fatto cenno, se non per la querelle irachena, al Medio Oriente. Come cambierà la politica USA verso quel quadrante con la Presidenza Obama?

I documenti dell’allora candidato Obama sul Medio Oriente sono scarsi ma significativi: Obama sosterrà la politica di pace di Israele nei confronti dell’ANP e della soluzione due popoli-due stati, che era stata la chiave, non dimentichiamolo, della Presidenza di George W. Bush. Immagino che Obama, da Presidente USA, intenda stabilizzare il Medio Oriente rendendo democratico e federalista l’Iraq, ponendosi come potenza occidentale egemone negli Stati del Golfo, e portando la linea di intervento diretto degli USA verso il Golfo Persico e l’Asia Centrale, il che implica una regionalizzazione del Medio Oriente e una sua gestione fortemente multilaterale con l’EU e, in futuro, perfino con la Russia. Non sarebbe una cattiva idea, ma gli USA, a mio avviso, non dovrebbero sottovalutare le tensioni dell’Egitto e della Giordania. Né la vastità degli interessi sauditi nella regione. Il sostegno ad Israele non mancherà di certo da parte del Presidente Barack Obama, ma sempre in un quadro di politica multilaterale con l’UE. A questo, probabilmente, serve la sottolineatura che il ticket Obama-Biden ha fatto della situazione a Cipro e in Turchia. Direi che, oggi, Obama pensa ad una sorta di controllo remoto del Medio Oriente. Ma questo progetto non può non riaffermare lo storico legame tra gli USA e lo Stato Ebraico. Che e’ essenziale per essere credibili con Teheran.

La Cina. Il “convitato di pietra” della politica estera e economica degli USA. Come si muoverà Barack Obama con Pechino?

Le dichiarazioni del team presidenziale sono state, diversamente da quello che è accaduto per i quadranti strategici africano e perfino mediorientale, molteplici e approfondite, per quanto riguarda la Cina. Questa sarà una presidenza delle strategie indirette, non della “globalizzazione della democrazia”, come quella di G.W. Bush. Anche la democrazia universale era, peraltro, una “strategia indiretta”, per stabilizzare i punti di crisi. Ma il terrorismo non è un’entità autonoma, è un processo politico complesso che ha strutture, organizzazioni, reti e media che vanno ben oltre il semplice atto di terrore, il jihad è un progetto politico globale che ha anch’esso un vasto arsenale di “strategie indirette”. C’è poi il problema che i terroristi e i loro amici, quando ci sono le elezioni, votano anche loro, ed i risultati di questa fretta elettorale si sono visti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il Presidente Obama, se posso formulare un modesto consiglio, dovrebbe aggiungere alla democratizzazione globale una serie di altre operazioni, sia militari che indirette, volte ad evitare che il processo di globalizzazione della democrazia occidentale si ritorca contro lo stesso occidente e destabilizzi ulteriormente strutture politiche che, invece, dovrebbero essere, machiavellicamente, “atterrate e vinte”. Joe Biden e Obama hanno sostenuto la necessità, in campagna elettorale, di un “candido dialogo” con la Cina, sostenendo gli alleati storici degli USA nella regione. Il problema è che la Cina possiede direttamente il 20,45% dei titoli di debito pubblico degli USA, e che ogni espansione prevista della spesa pubblica USA dovrà passare dal sistema finanziario cinese e dai suoi “fondi sovrani”, e quindi il salvataggio e la ristrutturazione della economia statunitense passano da un rafforzamento dei tratti bilaterali del sistema USA-Cina. Tanto maggiore il sostegno finanziario di Pechino, tanto minore l’autonomia USA in Asia, tanto maggiore la capacità degli USA di ridenominare i propri debiti e venderli alla UE, tanto maggiore sarà l’autonomia USA in campo globale, soprattutto in Asia e nel Pacifico, ma anche in Africa e, in futuro, in Medio Oriente. La capacità di cooptare la Cina in una politica di protezione ambientale globale, data la situazione infelice del regime di Pechino in campo ecologico, sarà determinante, e Obama lo ha scritto e detto. Ma, anche qui, tanto maggiore la disponibilità cinese a inserire “limiti allo sviluppo” nel suo turbocapitalismo trainato dall’export, tanto maggiori e lunghe nel tempo saranno le certezze che i dirigenti di Pechino desidereranno avere sui comportamenti economici, finanziari, strategici degli USA e dei suoi alleati europei. Gli altri aspetti della politica obamiana verso la Cina saranno quelli dei diritti umani e della cessazione delle politiche repressive di Pechino verso le sue minoranze e della amicizia cinese mostrata ai regimi corrotti e repressivi del Sud est asiatico e dell’area periferica della Cina. Non è impossibile che questo talvolta riesca, ma Pechino ha bisogno di un suo estero vicino amico e che permetta la sua rapida proiezione di potenza in tutto lo hearthland asiatico. Quindi, o si procede a una politica di inglobamento della Cina in alleanze regionali, come la Shangai Cooperation Organization, che diluiscano l’”egemonismo” occidentale in un quadro di stabilità multipolare, oppure la Cina continuerà a tradurre nella lingua di Mao Zedong e di Zhou Enlai la ferocia unificatrice di Qin Shi Huang, il primo imperatore han che chiuse la fase degli “Stati Combattenti” e abolì il feudalesimo nella Cina. Mao diceva che occorreva essere “mille volte più feroci di Qin Shi Huang”. Dubito che il Presidente Obama riuscirà a convincere Pechino, governata da comunisti, e quindi da lettori di Hobbes e Machiavelli, ad una politica dei “diritti umani” senza solide contropartite. La questione della politica di “una sola Cina”, che gli USA hanno tacitamente accettato “sui due bordi dello stretto di Taiwan”, senza riconoscere la sovranità della Cina comunista sulla Repubblica di Taiwan, senza peraltro riconoscere la sovranità di Taiwan sul suo territorio, potrebbe diventare il grimaldello attraverso il quale bloccare gli USA in Estremo Oriente. La questione, per Pechino, è solo di tempo e di forma, non di sostanza. Prima o poi, Taiwan sarà parte della Repubblica Popolare Cinese, e si tratta casomai di vedere come questa operazione sarà accettata dalla Federazione Russa, dall’India e, soprattutto, dal Giappone. Potrebbe essere parte di un big deal: noi cinesi diventiamo finanziatori della ripresa americana, voi ci lasciate mano libera nel Pacifico. E’ una delle vere poste in gioco, e sarà bene vedere se l’Europa, che ha subito finora i contraccolpi della crisi finanziaria USA, potrà porsi in collaborazione amichevole con gli USA per finanziare la ripresa economica americana, che sarà tanto più solida e sana tanto meno sarà legata ad un solo mercato di beni e di capitali che sarà capace di riattivare la locomotiva americana. Non lasciare soli gli USA, non lasciare sola la Cina. Potrebbe essere uno slogan utile sia per l’Italia che per l’UE.

E ora parliamo della Federazione Russa. Dopo la crisi in Georgia, le tensioni sulla complessa situazione mediorientale, lo shopping petrolifero e gaziero degli europei in Russia e in Asia Centrale, Mosca non è più la “potenza regionale” alla quale si potevano fare tutti i dispetti strategici possibili. Come vede la nuova politica di Barack Obama nei confronti di Mosca?

Gli analisti russi vedono la crisi USA come l’inizio della regionalizzazione della superpotenza americana. E’ la stessa prospettiva di lungo periodo che hanno gli analisti cinesi, probabilmente indiani, certamente iraniani. Gran parte della mediazione sui “punti caldi” delle questioni strategiche che riguardano gli USA verte sull’esatto timing in cui costringere una America indebolita a cedere su punti essenziali, sui quali si costruiranno le egemonie globali future. Ora, gli analisti russi hanno accolto con favore la elezione di Barack Obama in quanto egli collaborerà con la Federazione Russa per risolvere la crisi economica che attanaglia entrambi i Paesi, e soprattutto farà cessare la “guerra fredda”. Per i dirigenti russi, i tentativi di isolare Mosca in Kossovo, in Georgia e in Ucraina, e di ripetere la dislocazione dei missili strategici di nuova generazione e le reti di early warning in Polonia e Cechia sono state la dimostrazione definitiva che la guerra fredda non è mai cessata. Gli amici russi non hanno torto: la Russia e gli USA mantengono Triadi (missili nucleari strategici, sottomarini con armi atomiche, bombardieri strategici) per un totale di 2000 testate in stato di alta allerta, mentre la Cina l’India e il Pakistan stanno creando Triadi nucleari, mentre l’UE e la NATO hanno depotenziato il loro sistema nucleare strategico e espanso l’area della armi nucleari non strategiche, sia in Europa che altrove. Quindi, la Russia non più comunista di oggi vuole esattamente quello che voleva l’URSS all’epoca della guerra fredda: la denuclearizzazione dell’Europa. Il che è impossibile, certamente, e Mosca lo sa bene, ma l’idea dei decisori russi è quella di coinvolgere gli USA e la UE, e quindi la NATO, in un sistema multipolare di sicurezza che sia delineato sull’asse Nord-Sud, non sull’asse Est-Ovest. Mosca potrebbe offrire in cambio una pacificazione forte del Medio Oriente, l’apertura agli occidentali dell’area siberiana, la stabilizzazione del confronto con le piccole potenze regionali emergenti, una mano forte contro il jihad globale. Uno scambio ineguale, certamente, ma che potrebbe tornare ragionevole se gli USA intendessero davvero operare una recovery rapida e stabile della loro economia troppo finanziarizzata. Una “Alleanza Per la Pace” con la Russia potrebbe essere utile per l’UE e gli USA sul piano economico, definire finalmente lo scontro con il jihad, regionalizzare le economie concorrenti ed emergenti del Sud Est asiatico e dell’area indiana, stabilizzare l’Afghanistan. Si tratta di capire quanta è la buona fede di Mosca, la capacità di gestione autonoma delle crisi UE e USA, e definire i sistemi di riequilibrio economico tra USA,, Cina e Russia, troppo squilibrati a favore del debito pubblico statunitense, ed infine definire una politica monetaria che ricostruisca un “paniere” di monete” e il loro range di oscillazione, proibendo così molti attacchi di guerra economica infra ed extra occidentali e evitando le punte più severe dei cicli economici. Non si tratta di eliminare il Dollaro USA come lender of first and last resort, ma si potrebbe immaginare una nuova macchina monetaria simile a quella impostata con il Progetto Euro, in cui una divisa prima fittizia e poi reale prende progressivamente il posto delle monete emesse nei paesi della “Alleanza per la Pace”, che servirebbero, con oscillazioni simili a quelle del vecchio “serpente monetario” europeo, per le transazioni interne. Un progetto futuribile, ma tutto è ugualmente futuro, prima di esser realizzato. E’ una “identità degli indiscernibili”, come la chiamava Leibniz. E’ uguale tutto quello che non si può differenziare. Se Obama farà passi seri verso la smilitarizzazione bilaterale del confine terrestre europeo, e accetterà status differenziati per l’entrata in futuro di Ucraina e, passata la buriana dell’estate scorsa, della Georgia, nella NATO, la Federazione Russa potrebbe ricominciare a pensare strategicamente ad un rapporto collaborativi sia con la NATO che con gli USA. E, si ricordino sempre i Paesi europei che fanno affari grossi con la Federazione Russa nel settore energetico, che senza un braccio armato, non minaccioso certo ma credibile tous azimuts, gli affari durano poco. E’ la storia, per ripetere una citazione machiavelliana, dei “profeti disarmati che sempre ruinano”, e non vincono mai.

Israele e il Medio Oriente. Ne abbiamo già parlato in questa sede, ma vorrei chiederLe qualche chiarimento in più: come vede il futuro dello Stato Ebraico, durante la Presidenza Obama e magari oltre?

Israele verrà vestito nell’abito stretto della vecchia politica “due popoli-due stati”, che è peraltro anche statisticamente inesatta. E ricorda troppo da vicino la regionalizzazione su basi etniche che tanti danni ha fatto nei Balcani dai primi anni ’90 in poi. Una balcanizzazione del Medio oriente è lo scenario peggiore, immagino, per Tel Aviv. E certo l’”Hanastan” nella Striscia di Gaza, l’afflusso di mujaheddin nell’area confinaria ad Israele soprattutto dalla Giordana e dall’Irak, la prossima penetrazione violenta, se non vi saranno contrasti seri, della Cisgiordania dell’ANP da parte di Hamas e dei movimenti collegati, è uno scenario globalmente poco incoraggiante, per usare un eufemismo. La Presidenza Obama potrebbe essere utilissima per Israele se riuscisse a securizzare il “secondo cerchio” dei confini arabi e islamici di Tel Aviv, stabilizzando l’Iraq, sostenendo la politica di Abdallah di Giordania contro il suo jihad che si unisce a quello di passaggio, tenendo ferma la Siria e integrando il potere e la credibilità russa nel mondo arabo per favorire una decelerazione della ascesa agli estremi della guerra, che oggi sarebbe, per Israele, tra sé e le sedi regionali del jihad globale. Si potrebbe immaginare una pressione sull’Iran per disattivare il suo sostegno ad Hezbollah in cambio di una trattativa seria sul nucleare di Teheran, da rivedere comunque in chiave civile e gestendo la questione in rapporto con Russia e Cina. Israele potrebbe, come già ha iniziato a fare , attivare una intesa strategica con Mosca, e lavorare con l’India ad un triangolo strategico Turchia-Israele-India che copra e metta in sicurezza l’area del Golfo Persico e la Penisola Arabica. Una maggiore affidabilità ideologica e strategica dell’UE potrebbe far pensare addirittura ad un ampliamento del legame bilaterale attuale tra NATO e Israele, e ad una garanzia NATO sulla sicurezza marittima e a lungo raggio di Egitto e Libano che cadrebbe immediatamente se cadessero anche le condizioni contrattate della sicurezza a medio raggio di Tel Aviv. Lo Stato Ebraico sopravviverà, certamente, ma sarà sempre più capace di internazionalizzarsi fuori dallo schema regionale mediorientale, in cui Tel Aviv potrebbe divenire il pivot della integrazione e dello sviluppo economico per tutti in cambio di serie e verificabili condizioni di pace. La Pace non sarà mai perpetua, come sognava Immanuel Kant, ma si può fare molto di più di quanto oggi si immagina per pacificare e stabilizzare il Pianeta. E la Presidenza Obama, con la sua attenzione alle global issues del clima, dell’ecologia, dello sviluppo dell’Africa e dei diritti umani, certamente sarà un centro di irradiazione del nuovo equilibrio mondiale a cui tutti, in Europa e in Medio Oriente, tendiamo, magari anche senza saperlo.
 

tratto da: oscarb1.blogspot.com

Arriva Obama

Venerdì, 9 Gennaio, 2009

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di Enrico Sassoon   

Mancano due settimane sole all’ingresso di Obama alla Casa Bianca, e intanto i dossier pieni di problemi si accumulano sulla scrivania di Bush, che ovviamente nemmeno li guarda più. Obama dovrà intervenire molto rapidamente per affrontare i capitoli più spinosi all’ordine del giorno, sia in campo politico che economico.

Il primo è quello della guerra di Gaza, ed è delicato non solo perché è un problema in sé, ma anche perché tutto il mondo vuole vedere come si orienterà il nuovo presidente: manterrà l’appoggio a Israele dato dall’amministrazione Bush, o cercherà di forzare una pace con i palestinesi malgrado l’evidente indisponibilità di Hamas e la latitanza del mondo arabo?

Il secondo nodo è quello dell’economia. In America la crisi avanza e l’intervento dello Stato è già molto sviluppato. Il salvataggio di banche, istituzioni finanziarie e imprese sta già costando e ormai si calcola che il deficit federale arrivi nel 2009 a 1000 miliardi di dollari. È una cifra colossale, che non potrà non condizionare le future decisioni di un neo-presidente che, nelle promesse elettorali, voleva aiutare i ceti più deboli, riformare il sistema previdenziale e quello sanitario. Ora i suoi margini di manovra sono ancora più ristretti e difficilmente potrà dare vita alle riforme, almeno finché l’economia non darà segni di ripresa, e ci vorrà del tempo.

La questione è che Obama ha sollevato in casa e all’estero (soprattutto all’estero) delle aspettative almeno in parte irrealistiche. Il fatto di essere un presidente di colore, giovane e innovativo ha indotto molti a ritenere che sarà un presidente vicino alle classi più svantaggiate, alle minoranze, ai paesi in via di sviluppo, alle istanze ambientaliste, ai pacifisti di vario colore.

Può essere che in qualche misura Obama possa essere tutto questo, ma va ricordato che è comunque il presidente degli Stati Uniti, la prima potenza mondiale, e che il suo primo e vero obiettivo rimane quello di tutti i suoi predecessori: l’interesse nazionale. Dal 20 gennaio in poi potremo verificare in concreto in quali direzioni si dirigerà l’uomo più potente del mondo.

 tratto da: casaleggio.it
 

L’informatica contro gli scandali nella Sanità?

Mercoledì, 7 Gennaio, 2009

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di Romano Minemi  - Consulente SAP ITALIA

Negli ultimi tempi la cronaca nera italiana è stata cospicuamente popolata da notizie di fatti incresciosi avvenuti nel mondo della Sanità. Possiamo sommariamente suddividerli in due categorie: casi di corruzione/concussione (come quello recentissimo che ha decapitato il vertice politico di una Regione) e casi di truffa pepetrata da strutture ospedaliere ai danni della collettività (come si configurano quelli venuti alla luce a Milano). 

Sul primo fronte (tangentopoli) siamo in presenza di fenomeni e problemi che affliggono un po’ tutte le aree di business, non soltanto la Sanità (ma anche la prima tangentopoli sbocciò da una struttura para-sanitaria); il secondo invece  è uno degli effetti perversi del sistema misto (pubblico-accreditati) della sanità italiana (che per nostra fortuna ha anche alcuni pregi). Il meccanismo di rimborso su base DRG (una classificazione internazionale degli episodi di cura in degenza e day-hospital, che ha finalità economiche, più che mediche) fa sì che la struttura ospedaliera possa cadere nella tentazione di sopravvalutare la gravità e complessità del caso clinico, appunto per poterlo etichettare con un DRG che garantisca un rimborso più alto. Questa tentazione in realtà affligge più le strutture private-accreditate, che in fin dei conti si devono reggere sull’economicità di gestione, e quindi devono fare - ma dovrebbero farlo solo legittimamente! - profitti, che non quelle pubbliche, dove - nonostante tutto - è ancora invalso il vecchio principio secondo cui le perdite di gestione vengono alla fine ripianate dalle Istituzioni (in gergo: “tanto paga pantalone”). Da cittadini, dovremmo trarre un’amara conclusione: sia il pubblico che il privato presentano inefficienze che invariabilmente pesano sulle finanze del contribuente.    

Abbandoniamo, per ora, il tema “tangentopoli” e occupiamoci dei casi di truffa. La falsificazione dei DRG ha a sua volta due principali tipologie: la prima consiste nella manomissione della documentazione clinica (patologie, diagnosi, procedure) al fine di ottenere dagli strumenti di codifica (i cosiddetti DRG-Grouper) un valore del DRG che ne aumenti la tariffa di rimborso; in questo caso - per fortuna - nulla accade al Paziente: si è fatto operare per un’unghia incarnita e il Servizio Sanitario rimborserà all’ospedale la tariffa dovuta per una complessa operazione di chirurgia ortopedica; oppure (è il caso venuto alla luce da una delle indagini milanesi) l’asportazione di un neo, intervento tipico di ambulatorio - con relativo rimborso da Tariffario delle Prestazioni - viene invece catalogata e documentata come eseguita in Day-hospital, il che dà luogo ad un rimborso da DRG, enormemente superiore. La seconda tipologia è ben più grave, in quanto estende la falsificazione al Paziente medesimo; in sostanza, non solo ci si inventa un caso clinico complesso sulla carta, ma lo si fa divenire complesso nella realtà: il Paziente con l’unghia incarnita viene per davvero operato al menisco (nel caso più fortunato)! Ci si chiederà: ma se l’ospedale esegue l’intervento, ne sopporta anche i costi (medici, infermieri, farmaci e materiali) quindi che vantaggio ne trae? La risposta è tipicamente materia da “contabilità industriale”: la gran parte dei costi dell’intervento (tutto il personale medico e infermieristico, più l’ammortamento delle costose apparecchiature) è di natura fissa (si tratta cioè di costi che l’ospedale sostiene comunque, indipendentemente dall’esecuzione  di quella operazione) e quindi - nel caso che la capacità produttiva della struttura non sia già al livello di saturazione - l’operazione inutile (o addirittura dannosa) per il Paziente si trasforma in un toccasana per l’ospedale, in quanto gli consente, grazie al rimborso del DRG, di coprire i suoi costi fissi, che è uno dei principali obiettivi di qualunque struttura produttiva che opera e che deve competere sul mercato.  

Ora, la domanda che il cittadino si pone è se esistano strumenti efficaci per combattere queste piaghe; quella che si può e si deve porre il mondo dell’informatica e dei suoi potenziali utenti è se, come e quanto le moderne tecnologie possano venire in soccorso. 

Lo strumento più adatto a contrastare il fenomeno della la truffa da falsificazione di DRG è senza dubbio l’insieme di tecnologie e di funzioni informatiche che possiamo catalogare sotto due titoli: “paperless documentation” e “segregation of duties”. Ancora oggi accade che le procedure di documentazione per il Servizio Sanitario, da cui dipendono le transazioni finanziarie di rimborso, siano di natura semi-manuale, o supportate da informatizzazione antidiluviana: file non protetti, di testo, su cui chiunque può in pratica intervenire per manomettere dati; supporti cartacei con contenuto facilmente modificabile; scarsa o nulla certificazione di responsabilità su dati, processi e workflow. Se invece una cartella clinica non è più su carta, ma è in formato e su supporto elettronico, e se ogni accesso - anche in lettura - è regolamentato da profili di autorizzazione assegnati in base al ruolo aziendale,  e se ogni intervento sugli attributi di un episodio, o sui dati di input al DRG-Grouper, o sui files delle SDO da inviare in Regione, è controllato da profili di autorizzazione, accettato solo dopo apposizione di firma digitale e comunque tracciato su log di sistema, allora forse diventa difficile anche agli hacker più esperti trasformare l’unghia incarnita in menisco, oppure un accesso ambulatoriale in un episodio di day-hospital.

adattato da: wikisap.it

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