Archivio di Giugno, 2009

Nuova Enciclica per «approfondire» la «Populorum Progressio»

Martedì, 30 Giugno, 2009

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di Flavio Felice* 

Lunedì, 29 giugno 2009, festa solenne dei santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI firma la sua terza enciclica, la prima del suo Magistero sociale.

Lo scorso 13 giugno, durante l’udienza concessa ai soci e ai corsisti della Fondazione «Centesimus Annus», il Papa aveva sostenuto la necessità di ripensare i «paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni». Secondo il pontefice, proprio «la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni».

Il pontefice, parlando di economia di mercato, cita un passaggio decisivo della Centesimus annus del 1991, ritenendo che «la libertà nel settore dell’economia deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso». A questo punto del discorso, il Papa ricorda ai presenti l’imminente pubblicazione dell’Enciclica dedicata all’economia, al lavoro e allo sviluppo: la Caritas in veritate. L’enciclica sociale sullo sviluppo che nelle intenzioni del Pontefice celebra ed aggiorna la Populorum progressio (1967) di Paolo VI. È stata proprio l’enciclica di Paolo VI ad insistere, oltre che sull’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, anche sul “dovere gravissimo”, che incombe sulle Nazioni più sviluppate, di “aiutare i Paesi in via di sviluppo”.

Con riferimento all’enciclica firmata oggi (ieri n.d.r.), Benedetto XVI disse ai soci e ai corsisti della Fondazione Centesimus Annus: «Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell’economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale».
Nell’occasione, Benedetto XVI cita un passaggio della «Centesimus Annus»: «Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti».

Mercato, proprietà, impresa, profitto, lavoro assumono un significato cristianamente consistente nella misura in cui il centro è Cristo; Cristo redentore che, rivelando Dio all’uomo, rivela l’uomo all’uomo. Il mercato dunque può assumere i caratteri cristiani della “relazionalità”, la proprietà assume la cifra della “responsabilità”, con il lavoro l’uomo – creato ad immagine e somiglianza del Padre-Creatore –  “soggettivamente” partecipa in un certo senso all’“opera creatrice” del Padre-Creatore, l’impresa è la “comunità” di lavoro nella quale sperimenta il suo profondo legame con l’umanità intera ed il profitto è uno dei tanti (ma indispensabile) “parametri” per misurare la corretta (responsabile) allocazione dei beni della terra.

Al centro della riflessione della Caritas in veritate troviamo la questione dello sviluppo integrale della persona, ricordiamo quanto riconosciuto e proposto da Giovanni Paolo II e ripreso dallo stesso Benedetto XVI durante l’udienza del 13 giugno: «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia».

Il senso di queste affermazioni, confermate e rafforzate da Benedetto XVI, incontra un caposaldo della tradizione dell’“economia sociale di mercato”: le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. In questa prospettiva, una sana “economia di mercato”, “economia d’impresa”, “economia libera” – ovvero un capitalismo rettamente inteso – sono sempre limitate da un ordine giuridico che le regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi che, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale, interagiscono con esse e le influenzano, essendone esse stesse influenzate.

L’economia di mercato è sempre plasmata dalla cultura nella quale essa vive, e a sua volta, è influenzata dalle azioni e dalle abitudini quotidiane di coloro che la pongono in essere, poiché le azioni dei singoli influenzano la qualità della vita all’interno della società. È questo il “personalismo metodologico” che ha pervaso il Magistero sociale di Wojtyla e che continuerà a plasmare la cura pastorale di Benedetto XVI anche in ambito socio-economico.

* Autore di Appunti di dottrina sociale della Chiesa (insieme a P. Asolan), Rubbettino 2008 e di L’economia sociale di mercato, Rubbettino 2008.

Censis: La società solida degli “invisibili”

Martedì, 30 Giugno, 2009

de_rita1.jpg“C’è un popolo senza visibilità, quello del lavoro autonomo e della piccola imprenditorialità, che esprime la voglia di sviluppare una rinnovata rappresentanza dei propri interessi, in discontinuità con l’attuale primato delle dinamiche d’opinione nei processi di decisione politica. Oltre a questa porzione solida della società, la realtà degli “invisibili” è fatta anche di giovani dal futuro incerto, lavoratori extracomunitari e badanti, “qualcosisti” impiegati in un terziario dai contorni confusi, che insieme compongono un mosaico spesso ignorato dalle statistiche ufficiali.”

tratto da: Rapporto Censis La società solida degli “invisibili”

L’uomo artigiano

Lunedì, 29 Giugno, 2009

luomoartigiano.jpgUn libro che indica una strada di ricerca importante. Esplora la storia e l’attualità alla ricerca di una figura di persona che lavora in modo contemporaneamente antico e futuro. L’artigiano di Richard Sennett è un recupero e una conquista.
Antico costruttore di prodotti ripetuti ma non in serie, l’artigiano di Sennett è una figura più lunga dell’operaio della rivoluzione industriale. Viene da un passato più profondo e forse arriva nel futuro più umano. L’operaio aveva subito la separazione del suo “saper fare” dal suo “saper pensare”. L’artigiano “sa fare” e “sa pensare”. In entrambi i casi, la costruzione idealtipica è sbagliata per descrivere l’effettiva storia lavorativa delle singole persone, ma serve a sottolineare una qualità importante dell’espressione umana nella sua attività. Ma all’artigiano antico di Sennett manca una qualità: “sa fare” e “sa pensare” ma non “sa dire” bene quello che fa e pensa. Lo insegna facendosi copiare dagli apprendisti. Non formalizza. Stabilizza delle tecniche, le difende organizzandosi in botteghe e corporazioni, arrangia le soluzioni di volta in volta.
Probabilmente, l’artigiano del futuro “sa dire” molto di più. Per esempio quando formalizza le sue tecniche più ripetibili in software che alla fine sono prodotto di artigianato, o espressione di capacità artigiane. Il che apre la strada alla definizione del percorso che potrebbe ricondurre a convergere il sapere, il fare e il dire.
L’artigiano dell’epoca della conoscenza accede a un sapere che è dominio pubblico, scambia pensieri con ricerche, confronta tecniche con tecnologie. Il taglio del grande sarto può essere fatto al laser, il pensiero del robot può essere fatto discendere dall’esperienza, il valore del suo prodotto non può che emergere dalla sua capacità di spiegarne le origini e le qualità a chi non le sappia riprodurre ma deve saperle riconoscere.
E’ una delle strade dello sviluppo italiano, in prospettiva. E’ un’indagine da condurre, con energia e profondità.

autore: Luca De Biase

fonte: blog.debiase.com

Etica, economia e società in tempi di crisi - Come coniugare sviluppo e imperativi morali

Venerdì, 26 Giugno, 2009

gianni-letta10.jpgIl 19 giugno alle 17.30 nella sede romana dell’Associazione Bancaria Italiana, a Palazzo Altieri, si è svolto l’incontro “Fondazione La Gregoriana. Una realtà in movimento nel mondo che cambia”. Sono intervenuti il presidente della fondazione, il gesuita Franco Imoda, i cardinali Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, e Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù, il senatore a vita Carlo Azeglio Ciampi, presidente emerito della Repubblica italiana, Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, del quale pubblichiamo l’intervento.

di Gianni Letta

Questa iniziativa, inserita in un più ampio percorso di riflessione comune, conferma la bontà della scelta che, sei anni fa, portò alla costituzione della Fondazione La Gregoriana. Quest’organismo, nato in occasione del 450° anniversario della Pontificia Università Gregoriana sul modello dell’omonima Fondazione di Washington, non solo continua a supportare efficacemente le attività del Consortium gregoriano, ma si pone quale sicuro punto di riferimento per le relazioni tra il mondo cattolico e la società nel suo complesso.
Si coglie nell’azione della fondazione quella connessione forte fra ricerca del sapere, apertura al dialogo e attenzione ai valori che è uno degli aspetti centrali del messaggio di sant’Ignazio di Loyola.
L’ascolto e il confronto sono linfa per le istituzioni. Tuttavia il dialogo produce i suoi frutti solo se basato sulla conoscenza:  la ricerca e il sapere, nell’insegnamento ignaziano, sono premesse necessarie del confronto dialettico.
La conoscenza di cui abbiamo bisogno, d’altro canto, è sì proiettata verso il futuro, ma salvaguardando, nel contempo, i migliori lasciti della tradizione, con un’opera che - con le parole di Marguerite Yourcenar - “è un po’ come costruire ancora granai pubblici:  ammassare riserve contro l’inverno dello spirito” (Mémoires d’Hadrien, 1951).
Sono le stesse felici intuizioni che portarono, nel 1551, alla costituzione del Collegio romano, una scuola moderna anche nella sua finalità di aprire al sapere le classi meno agiate, come icasticamente recava l’iscrizione al suo ingresso:  “Schola de Grammatica, d’Humanità et doctrina Christiana, gratis”. La preziosa e secolare attività di approfondimento che ne è seguita ci ha lasciato testimonianze illustri in tutti i campi dello scibile: dalla filosofia alla matematica, dalla teologia alla fisica.
D’altro canto, la ricerca, nell’azione della Compagnia di Gesù, non è mai stata intesa come fine in sé, ma quale azione teleologicamente orientata.
Non è utile, e soprattutto non è moralmente lecito, intendere l’indagine scientifica quale mero strumento operativo. La ricerca non può essere ridotta a un semplice “saper-come-fare”, a quello che un diffuso anglismo qualifica come know-how:  il “sapere-come” è certo importante, ma fondamentale resta - come giustamente sottolineato nella presentazione del vostro ateneo - il “sapere per chi e per che cosa”.
Le scoperte e le invenzioni divengono, così, mezzi per migliorare la vita dell’uomo e favorire più giusti modelli di società:  vi è un filo conduttore che lega iniziative e realtà lontane nel tempo e nello spazio, dal recente paradigma pedagogico ignaziano alle esperienze sociali del Seicento e del Settecento nelle Riduzioni del Paraguay.
Il sapere orientato al perché della conoscenza rimane, quindi, il lascito più prezioso di tanti illustri studiosi che, in contesti storici così diversi, sono stati  e continuano a essere realtà feconda.
Queste riflessioni ci portano direttamente al tema dell’incontro di oggi, che, con un’immagine plastica, sintetizza la capacità della fondazione di seguire dinamicamente i cambiamenti del mondo in cui agisce, rimanendo fedele alle ragioni e alle finalità della sua opera.
In alcune suggestive pagine di Antonio Rosmini (La società e il suo fine, 1837) si ritrova un’interessante riflessione sul movimento finalizzato al progresso. Secondo l’autore è errato apparentare all’idea di progresso tutto ciò che è nuovo, senza alcuna distinzione di ordine morale. Il progresso non è il risultato di una semplice concatenazione causa-effetto, ma implica al suo interno la libertà dell’uomo:  la perfezione non è legata al fato, ma è piuttosto uno sforzo di libertà. Pertanto il progresso e lo sviluppo non escludono la conservazione, poiché sovente la critica all’innovazione è necessaria per comprendere che non tutti i cambiamenti sono dei miglioramenti.
In un’analoga prospettiva si pone la stessa analisi costi-benefici, che ci suggerisce di tentare di “andar bene e non sempre avanti” (Amartya Sen).
Il consolidato metodo di ricerca seguito sempre dal Consortium gregoriano diviene, allora, un fondamentale strumento per accostarsi alle questioni di maggiore attualità.
Dagli sviluppi della genetica alla soluzione dei problemi energetici, dalle istanza di tutela dell’ambiente alla diffusione di nuovi mezzi di comunicazione, è indispensabile che vi siano voci libere - come quella del Consortium - che guidino i processi scientifici e le scelte senza rinunciare a un attento vaglio morale.
Il rischio
, altrimenti, è quello di un finto progresso, che calpesta la dignità dell’uomo. Non possiamo dimenticare i criminali esperimenti su cavie umane condotti nei lager nazisti o le politiche eugenetiche di “sviluppo del genere umano”, in nome delle quali alcune legislazioni nazionali hanno favorito per decenni la sterilizzazione degli “esseri inferiori”.
La neutralità del progresso scientifico e delle politiche economiche resta un postulato indimostrato:  l’energia atomica può generare sia elettricità sia distruzione. Lo sfruttamento delle foreste occupa molte popolazioni nei Paesi in via di sviluppo, ma determina gravi problemi ambientali.
Coniugare sviluppo e imperativi morali è la sfida cui siamo chiamati. In questo senso vanno, per esempio, quelle soluzioni che fanno dell’etica nella produzione un valore aggiunto per le imprese, come avviene con il diffondersi della cosiddetta “industria verde” (green industry).
Queste considerazioni valgono anche con riferimento alla crisi economica che stiamo attraversando.
Lo studio di temi di immediato interesse pratico, come l’analisi dei cicli di sviluppo e di declino del sistema economico, può essere anche il modo per offrire il proprio contributo alla crescita sociale. Dalla infausta esperienza della grande depressione del 1929, un grande studioso gesuita, Bernard Lonergan, trasse ispirazione per la sua ricerca orientata a elaborare una teoria economica che, oltre a tener conto dello sviluppo della società, cercasse di prevenirne i risvolti fallimentari.
Un’economia che vuole essere al servizio dell’uomo non può prescindere da una scala valoriale di riferimento e il paradigma per ogni ricerca proiettata in questo senso non può che essere - scriveva Lonergan nel 1972 - “sii attento, sii intelligente, sii ragionevole, sii responsabile” (Method in Theology).

tratto da: Osservatore Romano 19/06/09

Mario Draghi a l’Aquila

Giovedì, 25 Giugno, 2009

mario_draghi1.jpg 

Se la situazione non si aggrava l’economia italiana nell’anno in corso accuserà una contrazione del 5%. L’indicazione arriva dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel suo intervento a L’Aquila in occasione della presentazione del rapporto sull’economia dell’Abruzzo realizzato dall’istituto di Via Nazionale: “Il Pil, se non succede niente, in altre parole se non continua a cadere, alla fine di quest’anno sarà sceso del 5% circa”.

LA VELOCITA’ DI CADUTA - Il governatore ha aggiunto: “La situazione dell’economia dell’Abruzzo, sisma a parte, è quella del resto d’Italia, più per il Centro-Nord che per il Centro-Sud: siamo nel mezzo di una crisi economica mondiale che per certi aspetti ricorda, per il carattere di drammmaticità, di subitaneità e di intensità, il sisma che c’è stato in Abruzzo. Si potrà parlare di crescita solo se queste condizioni si realizzeranno: la tenuta dei consumi e la possibile tenuta del mercato del lavoro“. Dopo la fase acuta della crisi che ha colpito l’economia mondiale “oggi certamente la velocità di caduta è rallentata e, per la prima volta, in un anno e mezzo, due anni, il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni della domanda mondiale: non si tratta di grandi revisioni che fanno pensare che siamo arrivati a un punto di svolta, ma certamente sono segnali da guardare con molta attenzione”, ha specificato il Governatore di Bankitalia. “È molto presto per mettere in atto una strategia di uscita dalla crisi, quando il sistema bancario non è stato ancora riparato, quando il credito non è ancora tornato ad affluire all’economia» ha spiegato ancora il Governatore di Bankitalia”. Draghi guarda al futuro: “Per quanto ci riguarda l’obiettivo più importante in questa situazione è chiedersi come ne usciremo. Ne usciremo allo stesso modo con cui ci siamo entrati, cioè con una crescita zero, oppure ne usciremo con una crescita più elevata? Che opportunità  abbiamo per aumentare le nostre crescite nel lungo periodo? La risposta è: riforme strutturali. La nostra crescita è piatta da un quindicennio. Però ci sono stati dei progressi, per esempio nella pubblica amministrazione, nella riforma della scuola, ma ci sono - ha concluso - anche tante altre cose da fare”.

I CONSUMI DEVONO TENERE - Per tornare a crescere “la condizione principale è la tenuta dei consumi: in Europa continentale non abbiamo avuto tassi di crescita dei consumi elevati come negli Stati Uniti, ma stabili nel tempo. Se dovessero flettere, anche queste speranze di ripresa potrebbero diventare difficili da realizzarsi”, ha aggiunto ancora Draghi, sottolineando che «per la tenuta dei consumi è essenziale una sostanziale tenuta del mercato del lavoro, ma la disoccupazione continua a crescere». Per questo, tra le condizioni necessarie per la ripresa, Draghi evidenzia anche la necessità che «la capacità di spesa venga conservata anche in presenza di crescita della disoccupazione». In sostanza, conclude il governatore, “i comportamenti delle imprese e dei consumatori da un lato e le politiche economiche che verranno fatte nei prossimi mesi, dall’altro, saranno le condizioni per il superamento di questa crisi”.

NIENTE CRISI DEL CREDITO - “Gli interventi di salvataggio, che hanno riguardato altri Paesi, non il nostro, su singole istituzioni finanziarie, hanno sostanzialmente impedito che la crisi del credito e dell’industria dei servizi finanziari si avvitasse con una serie di fallimenti bancari come è avvenuto nel ‘29 e nel ‘30″ ha sottolineato Draghi. “C’è stata una reazione - ha aggiunto Draghi - da parte dei governi di tutti i Paesi che, in un certo senso, ha evitato una caduta ancora più grave con politiche fiscali, di bilancio e monetarie molto espansive”.

PARLA ANCHE LA MARCEGAGLIA - Sulle previsioni di Draghi di un calo del Pil del 5% nel 2009 è intervenuta anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: “Un calo del 5%? Potrebbe andare peggio. Il -5% è la stessa previsione che abbiamo fatto come centro studi tra l’altro il -5% è in previsione che ci sia qualche miglioramento nella seconda parte dell’anno, perchè il dato potrebbe essere peggiore, ma pensiamo che il -5% sia il dato che ci sarà”. “Non si può stare in un Paese in cui lo Stato non paga i propri debiti. Ciò non è degno di un paese civile» aveva spiegato in precedenza la Marcegaglia intervenuta anche lei a L’Aquila, ma all’assemblea di Farmindustria. Marcegaglia ha auspicato quindi che nel provvedimento, all’esame venerdì in Consiglio dei ministri, ci sia «una risposta chiara e concreta” a questo problema. La leader degli industriali ha infatti riferito che venerdì dovrebbero, se confermate, essere varate delle misure a supporto delle imprese, quali la detassazione degli utili per le aziende che investono, un bonus per quelle che non licenziano, e appunto una accelerazione del pagamento dei debiti da parte della pubblica amministrazione.

fonte: affaritaliani.it

Murdoch: tra dieci anni non ci saranno più giornali di carta. La mia idea di Editore 3.0

Lunedì, 22 Giugno, 2009

murdoch_berlusconi01g.jpg—On digital papers: Within ten years, I believe nearly all newspapers will be delivered to you digitally, either on your PC or a new—on a development of the Kindle, shall we say. … Something that’s quite mobile, you can take around with you. Communications are changing totally. We’re moving into a digital age, and it’s going to change newspapers. But if you’ve got a newspaper with a great name and a great reputation, and you trust it, the people in that community are going to need access to your source of news. What we call newspapers today, I call news organizations, journalistic enterprises, if you will. They’re the source of news.

Alcune considerazioni:

la rete fissa collega i luoghi, la rete wireless collega le persone. Sono anni che ormai mi leggete questo slogan. Il device di cui parla Murdoch sarà wireless.

Ma penso che non abbia del tutto ragione. Non sarà l’unico device. Le modalità d’uso delle persone sono molte e alcune sono sociali. Devono passare ancora molti anni per un diffuso uso in un contesto sociale di device personali.

Tempo fa presentavo reeplay.it, il nostro aggregatore video multipiattaforma, iniziando con una slide che dice “cos’è la televisione?”

Prima era facile: apparecchi riceventi, ponti radio, servizio centrale che produce o seleziona contenuti, acquista diritti, organizza un palinsesto e lo mette in onda.

Cosa è un “giornale”? Prima era facile: carta, periodicità, edicole, servizio centrale che produce o seleziona contenuti, acquista diritti, organizza una edizione e la distribuisce.

Blog, RSS e XML (+CSS) hanno cambiato il mondo. Non esiste più il servizio centralizzato che produce  o seleziona contenuti, acquista diritti, organizza una edizione e la distribuisce.  E similmente per quanto riguarda il video.

Cos’è un editore di giornali ? Cos’è una televisione?

Generalizzando, propongo questa classificazione:

1.pngEsiste il “concetto”.

Il concetto viene rappresentato con una o più istanze di fomato che chiamo nella slide “mediagrammi”.
I formati possibili sono i consueti (video, suono, testo, immagine) con l’aggiunta delle “simulazioni” o “visualizzazioni” (da “data visualization”).

In genere, rispetto ad un concetto, una istanza di formato è più che sufficiente e certamente era così nell’editoria tradizionale in cui TV, Radio, Giornali erano monoliti sostanzialmente isolati.

Però può darsi che per esprimere il concetto efficacemente se ne debbano combinare due o più; ogni concetto può o può non essere rappresentabile in una sola “mediagrammi”.

Poi esiste il “canale” inteso come aggregato di Internet, ponti radio, rotative e furgoncini, dischetti, ecc.

L’utente fruisce dell’informazione mediante un device che si adatta al suo contesto d’uso; ogni device ha le sue peculiarità (anche di interfaccia utente) ed è in grado di gestire mediagrammi diversi che vengono assemblati in “declinazioni” specifiche per quel device. Questo è ciò che si fa con un mashup sul web.

In una dimensione ortogonale a questa ci sono le altre funzioni editoriali quali il billing (soprattutto l’”incassing”), le interazioni con altri utenti, la profilazione, la georeferenziazione, l’archiviazione, la correlazione, la gestione di segnalazioni e notifiche, la partecipazione ed altre funzioni che aggiungono valore all’utente.

La declinazione non è un processo indolore, richiede adattamenti di formato e di codifiche per un’iradiddio di device.

Penso che questa sia una delle prossime grandi aree di evoluzione del business web. XML va bene per il testo, il cui rendering è agevole su ogni device che lo supporta, ma per gli altri possibili mediagrammi, occorre molto adattamento.

Adobe, MS ed Apple stanno posizionandosi per indirizzare la questione a modo loro, facendosi una concorrenza spietata (è di questi giorni la notizia che Adobe ha fatto chiudere pretestuosamente il progetto per un player RTMP OSS. Nel suo caso, se non controlla il protocollo, l’intera implacatura cade). Apple tiene iTunes blindato ed MS si pone come antagonista ad Adobe. MPEG (per alcuni mediagrammi, altri sono out of scope) sta adottando un approccio aperto.

Tornando alla domanda iniziale: cos’è un editore? E’ un soggetto che crea questo “acquario” per farci sguazzare dentro i suoi utenti.

I tempi della boccia di vetro, ha ragione Murdoch, finiscono presto.

tratto da: Quinta’s Weblog di Stefano Quintarelli

A Dio, Massimo.

Giovedì, 18 Giugno, 2009

massimo-caprara.jpgE’ MORTO MASSIMO CAPRARA (AGI) - Milano, 16 giu. - Massimo Caprara, per 20 anni segretario di Palmiro Togliatti, e’ morto questa mattina all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Politico e scrittore, nato a Napoli, si e’ spento all’eta’ di 87 anni. Per quattro legislature, a partire dal 1953, e’ stato deputato del Pci, partito da cui venne radiato nel 1969 per aver fondato con altri ‘Il Manifesto’. E’ stato redattore capo di Rinascita sotto la direzione di Togliatti e ha poi collaborato col Mondo, l’Espresso, il Tempo illustrato e Il Giornale.

Da Palmiro a Nicodemo -  Confessione di un togliattiano. 

di Massimo Caprara

Esiste solo qualche parola, o forse nessuna, come la parola ideologia che abbia dominato, anzi oppresso, il nostro tempo: il secolo appena passato “delle idee assassine”. Di esse non vi parlo come uno storico di professione, perché tale non sono. Vi parlo della concretezza, del mio vissuto, vi reco una testimonianza che alimenta e nutre una riflessione critica. Non è quindi la Storia, ma la mia storia: la storia di un ideale che degenera in ideologia, di come un ideale si trasforma, si corrompe, si separa dall’esperienza e diviene un sistema dogmatico, una corazza di false verità totalizzanti e assolute.

Ideologia, non succede mai niente di imprevisto
In questo senso, ideologia è contrario della realtà, contrario del Vero, suo pregiudizio, sua contrapposizione, suo non pensare. Nell’ideologia ogni passaggio è scontato. Essa è incurante dell’evidenza, è tempo senza tempo, incapacità di cercare il Vero, di riconoscerlo, di volerlo, di amarlo, ma capace solo di esecrarlo e negarlo. In uno dei maggiori suoi teorici, l’ideologia è «potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra». Così Karl Marx nei Manoscritti economici - filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca del 1846, descrive l’intrinseca violenza, prevedibile e prevista, che è la sostanza dell’ideologia. Essa è irreale, non perché non avvenga, ma perché replica se stessa, si ripete senza imprevisti, senza stupore, ma con orrore cieco. Non attende né riconosce alcun Annuncio, o Incontro o Attesa. Produce solo subordinazione e passività, perché tutto è già avvenuto o deterministicamente avverrà. Ideologia è in lotta perenne contro Ideale. Ideale e Ideologia sono infatti in lotta irrimediabile tra loro come Amicizia è il contrario di Solitudine. L’uno, cioè l’Ideale, è destinato a crescere, a procedere: chiede futuro. L’altra, l’Ideologia, ristagna, si avvita, uccide spiritualmente. Ha scritto don Giussani, al quale tutti, io credo, siamo debitori infiniti, che «l’Ideale è la dinamica in cammino della natura dell’uomo ed ad ogni passo qualcosa di esso si adempie». È giusto: qualcosa si adempie verso la Bellezza che implica consistenza etica ed estetica, che è azione e contemplazione, sentimento delle cose, coscienza amorosa di quanto ci circonda, di quanto ci avvolge, ci invade, desidera ed è desiderata. Di quanto ci stimola e ci dà libertà. Bellezza e Libertà; ossia compiutezza di sé nella dimensione del presente, è il farsi dell’uomo, l’espressione del proprio essere a contatto con la trascendenza, a contatto con gli altri da sé e con il suo superamento.

Un misticismo logico che si fa spirito totalitario
Al contrario, l’Ideologia si fa Stato, totalità superiore, unilateralità, sovranità illegittima, oppressione, sovrastruttura in cui la classe dominante sopprime la libertà a suo beneficio: borghese od operaio che sia. Persino Marx è costretto a denunziare questo procedimento, accusandolo nelle sue fondamentali Opere filosofiche giovanili, come «misticismo logico».
La Bellezza in quanto Verità è lotta, tensione continua, aspirazione verso l’eterno e l’infinito. La Bellezza, o meglio l’Estetica, rende lucido lo sguardo, lo raffina, chiarisce la mente e rende gli uomini assetati di luce. Nei suoi libri don Giussani ha fissato perle ed episodi della musica, della poesia, dell’architettura e dell’arte. Ha scritto del proprio padre e della propria madre come educatori alla Bellezza. Ha scritto della Goccia di Chopin, dello Stabat Mater di Pergolesi, del desiderio di felicità infinita nel poema Alla sua donna di Leopardi. Ha rintracciato la Bellezza nei canti popolari russi del Coro sovietico dell’Accademia di Stato. La Bellezza salva. La Bellezza è non avere paura della Verità, combattere perché essa venga alla luce, si confronti, vinca, ogni volta si riaffermi. Quanto Ideologia è palude e stagnazione, tanto Ideale o Bellezza è movimento, progresso, azione.
In un libro del 1951, Hannah Arendt scrisse che l’Ideologia «è abbandono della libertà di pensare per la camicia di forza della logica». Ideale è un agire, un fare, un manifestare, un vivere un avvenimento, un costruire, Ideale è anche contemplazione e condivisione, cammino fatto insieme alla scoperta del senso delle cose. «Se l’uomo non costruisce, come fa a vivere?» si chiede giustamente il poeta cattolico statunitense naturalizzato inglese, premio Nobel, Thomas Stearns Eliot. L’ideale è anche costruire e comunicare. Il Bello, allora, è libertà che si dilata, diviene incontro, progetto, presenza, unità. La Bellezza allora diviene esperienza collettiva del fatto cristiano, fraternità e solidarietà avvertite dalla Chiesa come fatto umano e sociale.

Sto parlando della mia vita
Se parlo con durezza, con ostinazione e contrarietà, se parlo così di Ideologia non è certo per metafisica accademica. Parlo della mia vita. Ho vissuto per oltre 25 anni all’interno di una Ideologia, in una delle sue versioni più drammatiche, attivistiche, dottrinarie. Dal 1948 al 1968 ho fatto parte del Partito comunista italiano, del suo massimo pensatoio e dirigenza ossia della Nomenklatura comunista, nella sua confessione togliattiana. Sono stato membro del suo Comitato centrale, Sindaco di Portici, Deputato alla Camera per vent’anni. In quella ideologia ho militato con convinzione, allora con calore e ardore. Ho visto da vicino, ogni giorno, il volto e la maschera di una cultura e di una Ideologia autoritaria e costrittiva, che non può essere obliterata e che lascia un segno di memoria e di trauma. Ho vissuto il male dell’Ideologia sino in fondo. Ma proprio dal fondo dell’errore, ho ricevuto una spinta, un recupero, un desiderio del bene e della Verità, ho sentito, se così posso dire, il profumo della Bellezza.
Di questo passato, io non mi assolvo. Ne vedo gli errori, le responsabilità personali e collettive, ne porto il peso materiale e morale. Non mi assolvo, ma neppure mi fustigo sterilmente. Di tutti i diritti di cui disponiamo, io non posso avere il diritto di tacere. Scrivo libri, ragiono, discuto, mi confronto per capire e giudicare, per suggerire i temi di un dialogo liberatorio, necessario e durevole.

Un passato fallito. E che minaccia il presente
Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile. Parlo perché altri non cadano nell’errore mio e di una intera generazione. La mia rottura con l’Ideologia è stata difficile, forse lenta, sicuramente sofferta. Lottare contro l’ideologia è lottare contro la solitudine, la violenza, l’inganno. Significa prepararsi a cogliere il vero Ideale della Bellezza: la presenza irresistibile di Dio.

fonte: Tempi, numero 51 del 19 dicembre 2002

Benedict XVI: Authentic authority is reasonable

Mercoledì, 17 Giugno, 2009

La nascita di una Nazione…europea

Lunedì, 8 Giugno, 2009

europa.jpgQuando il mosaico dei dati si sarà composto, compresi quelli amministrativi, sarà possibile una riflessione più adeguata. L’astensione è già un giudizio, certo non lusinghiero per i partiti e la campagna elettorale. Si deve, comunque, essere accecati dal pregiudizio e dall’ideologia per non vedere il malessere profondo che attraversa l’elettorato europeo, e la sinistra deve proprio essere votata al suicidio se non trova la forza di leggere la realtà. Avevamo scritto che l’assurda campagna elettorale della sinistra avrebbe favorito un loro alleato, questa volta concorrente, che può essere considerato di sinistra solo da quanti hanno distrutto la migliore tradizione di quella parte politica. Nonostante il ribadirsi del bipolarismo (si veda il voto dell’Udc), quella previsione ha preso corpo.
Alle politiche di appena un anno fa Veltroni arrivò al 32,2%, commettendo il grave errore dell’alleanza con Di Pietro, ma conservando pur sempre una posizione politica, che qui abbiamo non solo riconosciuto, ma anche apprezzato. Dopo di che, sull’onda della sconfitta alle elezioni sarde, tutto è stato azzerato e la politica posta sul rogo di un antiberlusconismo che fertilizza, da quindici anni, le fortune elettorali altrui. Ora, secondo le prime stime, il risultato è del 27-28%, con un regalo di quasi l’8% all’alleato killer. Questo in elezioni europee che, per loro natura, dovrebbero favorire l’opposizione, con un elettorato libero dal determinare la natura del governo.
Le gazzette che ancora non trovano la lucidità ed il coraggio di dire queste cose, con altrettanta chiarezza, alla sinistra, che ne coccolano i peggiori istinti, hanno provato a far credere che le aspettative della Lega sarebbero state un problema per l’altro schieramento. La cosa, ovviamente, ha il suo peso (lo abbiamo scritto prima del voto), ma nel senso opposto a quel che cercano di sostenere. D’Alema, per ingraziarsela, disse che la Lega è una costola della sinistra. Si sbagliava: la Lega è una forza popolare, che rappresenta quel popolo che la sinistra ha dimenticato, smettendo di frequentarlo.
La cosa drammatica è che gli spazi di lavoro, per un’opposizione vera, che sappia costruire politica, ci sono, anzi, sono enormi. Ma per occuparli servono proposte e coesione, serve la volontà di costruire una maggioranza politica ed elettorale, coltivata presentando un’idea diversa d’Italia e d’Europa, non essendo affatto sufficiente sperare che arrestino o scomunichino i leaders che continuano a raccogliere la fiducia degli elettori. Non basta affatto, e mi pare che l’esperienza di Romano Prodi l’abbia ampiamente dimostrato, limitarsi a mettere assieme coalizioni “contro”.
E non solo il voto italiano, bensì l’insieme di questa tornata impone un ripensamento profondo, una presa d’atto della realtà. In Europa è l’incapacità di dare senso alle parole della politica a creare spazio per identità locali ed escludenti, spesso prive di ponderazione, ma non di rappresentatività.
Perde, anzi, tracolla anche l’unico governo di sinistra che ha fatto molte cose apprezzabili, quello inglese, e quella che tira non è una brezza fresca è una corrente gelida che racconta di popoli spaventati, anche oltre la ragionevolezza, da tutte le favole sull’integrazione e l’accoglienza. Si vede in quel che si muove nelle piazze, ma anche in quel che si conta nelle urne. Il balzo delle liste estremiste, il diffondersi di linguaggi crudi, sono la reazione, la conseguenza reazionaria, ad una lunga egemonia del buonismo un tanto al chilo. I voti alle destre europee non sono il derivato degli interessi forti, ma il portato dei soggetti deboli. Sono voti popolari.
Pur nelle differenze di ciascun caso nazionale, il consenso verso i componenti del Partito Popolare tende ad inglobare questa realtà, permettendosi anche il lusso di rifiutare gli estremisti. E la sinistra? E’ ancora chiusa nella spocchiosa convinzione che sia il mondo ad essere sbagliato, ostinata nel dar lezioni d’umanità ed apertura, non avvedendosi d’essere divenuta produttrice di razzismo e xenofobia. Una sinistra europea sana di mente prenderebbe l’ex presidente dell’internazionale socialista, che oggi siede all’Onu ad occuparsi di rifugiati, e gli spiegherebbe che le sue parole non sono solo sbagliate, ma antipopolari. Invece usano quelle parole come fossero clave, non ne comprendono l’effetto su quelli che erano i loro elettori e s’eservitano nell’arte di Tafazzi. Vivono nel passato, incapaci d’interpretare il presente.
 

fonte: davidegiacalone.it

Navarro-Valls: “L’allegria di Giovanni Paolo II” - 1.

Venerdì, 5 Giugno, 2009

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