Archivio di Giugno, 2009

“Le grandi menzogne della storia contemporanea”

Venerdì, 5 Giugno, 2009

fontana.jpgIl nuovo libro di Sandro Fontana

La narrazione degli avvenimenti storici si configura di frequente come vera e propria falsificazione del passato, intesa ad accreditare determinate visioni del mondo e della società o anche a legittimare partiti e movimenti emersi vincitori nella lotta per la conquista del potere.
Una inclinazione della storiografia, questa, che pur rintracciabile nell’antichità, s’è venuta accentuando nel corso dell’età moderna e contemporanea, in ordine soprattutto agli accadimenti del ventesimo secolo segnati dal protagonismo delle masse. In queste pagine Sandro Fontana ripercorre alcuni episodi della storia del Novecento, intenzionalmente distorti da una certa storiografia «militante» per immediate finalità ideologico-politiche. Si fa così luce sul mito della vittoria mutilata nel 1918 e sulla favola di Aldo Moro alleato dei comunisti; viene erosa se non demolita l’epopea della Rivoluzione d’Ottobre al pari della Resistenza tradita dalle forze moderate; si ridimensiona la segreteria Berlinguer e si mostra l’assoluta banalità della sua cosiddetta «terza via»si denuncia la congenita doppiezza del pacifismo e viene ricostruita nella sua realtà la strage di Marzabotto senza indulgere a strumentalizzazioni. Questo un compendio dei principali argomenti che interessano il libro. Ma, al di là di letture del passato parziali o non pienamente conformi a criteri di scientificità, nelle pagine di Fontana si sottolinea la responsabilità morale dello storico nei confronti della società in cui opera, contribuendo la storiografia in modo eminente a formare il senso comune di un Paese, a definire l’antropologia del popolo orientandolo alle scelte per l’avvenire. Ne consegue che, come la moneta falsa progressivamente dissolve ogni ordine economico, allo stesso modo una storiografia intrisa di menzogne corrode i fondamenti etici della società.
 

Sandro Fontana è docente di Storia contemporanea all’Università di Brescia. Già vicepresidente del Parlamento europeo, attualmente è presidente della Fondazione Micheletti di Brescia. Con l’editore Marsilio ha pubblicato, tra gli altri, Oltre il riformismo (1973), Europa al plurale (1997), Carlo Donat-Cattin (1999) e con l’editore Mondadori Il destino politico dei cattolici. Dall’unità alla diaspora (1995).

Codice prodotto: 978-88-8155-452-2
Edizioni ARES Milano 

Gli Influenti

Mercoledì, 3 Giugno, 2009

Caritas In Veritate

Lunedì, 1 Giugno, 2009

papabenedettoxvi.jpg Così sarà intitolata l’enciclica sociale di Benedetto XVI, che forse si ispirerà anche a questo inedito di Romano Amerio, dove sta scritto che non c’è amore senza verità.

L’anticipazione arriva da Oltreoceano, per di più da una fonte autorevole, la casa editrice americana Ignatius che pubblica abitualmente i libri di Benedetto XVI. Scrive la rivista Ignatius Insight, ripresa dall’agenzia Infocath della Conferenza episcopale francese, che la nuova enciclica sociale del Papa uscirà il 15 aprile (questo articolo è stato scritto il 15/01/09), sarà divisa in due parti, conterrà cento pagine (nell’edizione inglese) e si intitolerà Caritas in Veritate. Essa verterà su argomenti “caldi” come «la mondializzazione», «le urgenze alimentari», «i cambiamenti climatici» e altre questioni «che possono suggerire una valutazione morale della Chiesa».
amerio.jpgQuel titolo, Carità nella Verità, molto riecheggia (indirettamente) il pensiero di un intellettuale cattolico del Novecento spesso dimenticato ma ultimamente in via di riscoperta: Romano Amerio (1905-1997). Filologo e filosofo di Lugano, svizzero di nascita ma “romano” (nel senso di cattolico) per vocazione, Amerio fu studioso di Manzoni, Leopardi e Sarpi. Da sempre è considerato la bestia nera di ogni pensiero cattolico progressista, filone che, in effetti, ha steso un silenzio colpevole per decenni sulle sue due opere teologiche maggiori, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo (1985) e Stat Veritas. Sèguito a Iota unum (1997), entrambe uscite da Ricciardi, oggi esaurite.
Già, perché Amerio fu – per dirlo in sintesi – colui che meglio teorizzò la disamina della crisi del cattolicesimo novecentesco in una semplice constatazione: «Separare l’amore, la carità dalla verità, non è cattolico» come annota in un testo inedito da poco pubblicato. Ovvero la questione da sempre dibattuta se il primato debba andare alla verità o alla carità. E già il titolo del prossimo documento magisteriale di Benedetto XVI annunciato per la primavera dimostra che la proposta “ameriana” è stata rivalutata in alto loco nei Sacri Palazzi.
Continua Amerio nella sua analisi dei rapporti tra carità e verità: «La celebrazione indiscreta che la Chiesa e la teologia ammodernata fanno dell’amore è una perversione del dogma trinitario perché (…) l’amore è preceduto dal Verbo, è preceduto dalla cognizione, e non si può fare dell’amore un assoluto. (…) Difatti l’amore procede dalla conoscenza. Quando si dice che l’amore non procede dalla conoscenza si fa dell’amore un valore senza precedenti, invece c’è un valore che precede l’amore ed è la conoscenza. Quindi questo avvaloramento indiscreto dell’amore implica una distorsione del dogma trinitario».
Giunge dunque a proposito Romano Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa cattolica del XX secolo, fresco di stampa per le Edizioni Fede & Cultura (145 pagine, 20 euro), che contiene “La questione del Filioque, ovvero la dislocazione della divina Monotriade”, il testo mai finora pubblicato cui abbiamo fatto riferimento. Si tratta degli atti di un convegno realizzato ad Ancona nel 2007 su Amerio (che don Divo Barsotti definì «un vero cristiano»), cui hanno preso parte personaggi qualificati della cultura cattolica, tra cui Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, Enrico Maria Radaelli, filosofo e discepolo di Amerio, nonché Antonio Livi, docente di filosofia all’Università Lateranense.
Una questione di alta levatura teologica, quella affrontata da Amerio, oppure invece un grido di allarme veritiero sulle condizioni del pensiero e dell’azione cattolici? Decisamente la seconda delle due. Il filosofo svizzero, infatti, ha la capacità di legare in maniera geniale grandi elucubrazioni teologiche con osservazioni pratiche quanto mai ficcanti. Un esempio? «La nostra fede porta che in principio sia il Padre, il Padre genera il Figlio, che è il Verbo, e, dal Padre e dal Figlio, si genera lo Spirito Santo, che è l’amore. L’amore è preceduto dal Verbo, è preceduto dalla cognizione. (…) Facendo dell’amore un assoluto si cade nell’errore degli Orientali, che non accettano il Filioque del nostro Credo».

Senza il Figlio non esiste remora
Fin qui l’argomentazione teologica. E il risvolto pratico? Amerio ne dà eloquenti esemplificazioni: «Questo del Filioque, che sembra un teorema di astratta teologia, è un atteggiamento formidabilmente pratico, perché il mondo è pervaso dall’idea che il valore vero sia l’azione, il dinamismo». Ma di qui ecco il rischio: «Si cade facilmente in un irenismo che vuole abbracciare ogni dottrina, ogni religione; questo abbraccio è possibile in quanto si prescinde dal Verbo, che è una verità, che è una legge». Ecco le concretizzazioni storiche di questo erroneo procedimento teologico, secondo il filosofo di Lugano: «I nazisti erano contro il Filioque, i comunisti sono contro il Filioque. I comunisti non sostengono il Filioque perché ripudiano la ragione: il comunismo è un sistema che maneggia l’uomo senza aver riguardo alla natura dell’uomo. (…) L’azione, in questi sistemi totalitari – nazismo e bolscevismo – non ha alcuna legge al di fuori di quella dell’azione stessa: perché ripudia il Filioque». E invece Amerio richiama la grande affermazione di Paolo VI: «Noi siamo i soli a difendere il potere della ragione», ripreso con altri accenti da Benedetto XVI nella sua memorabile lezione di Ratisbona e nell’appello ad «allargare i confini della ragione» rivolto al pensiero laico durante il convegno della Cei di Verona.
Oggi gli eccessi della predominanza concettuale (e quindi pratica) della carità sulla verità, dell’ordine dell’amore sulla conoscenza, sono sotto gli occhi di tutti. Basta guardare le questioni della biopolitica, un campo in cui i radicali alla Pannella sono maestri nell’anteporre le cosiddette ragioni del cuore a quelle della ragione. Per avallare l’uccisione di una persona come Eluana Englaro si invoca “la compassione”, il “gesto di amore” di chi vuole «mettere fine alle sue sofferenze», invece che riconoscere la verità primordiale della dignità della persona e della vita umana. Anche per ottenere il riconoscimento dei “diritti” delle coppie gay si fa leva sull’“amore”, omettendo sempre la verità di cosa sia un matrimonio, l’unione di persone irriducibilmente diverse dal punto di vista sessuale. Come profetizzava Amerio, «al fondo del problema moderno c’è il Filioque, perché chi nega il Filioque concede il primato, indiscreto e assoluto, all’amore: l’amore non ha limiti, non ha remore; qualunque azione tu faccia “con amore”, quell’azione è buona». Anche così una povera ragazza indifesa di Lecco può essere tranquillamente mandata all’altro mondo. «Per amore».

autore: Lorenzo Fazzini

fonte: tempi.it
 

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