Archivio di Luglio, 2009

La Riforma dell’Intelligence un anno e mezzo dopo

Mercoledì, 8 Luglio, 2009

gianni_letta1.jpg 

di Gianni Letta*

Dopo trent’anni, si cambia.
Inizia una vita nuova per i Servizi.
La fine del 2008 ha segnato, infatti, per il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, la fase di transizione tra l’impianto normativo che si è andato consolidando in oltre trent’anni di vigenza ed il nuovo assetto legislativo, più strutturato e moderno, delineato con la legge 3 agosto 2007, n. 124.
Invero gli Organismi di informazione, che fino al 10 settembre 2008 – data di entrata in vigore dei cinque regolamenti cardine di attuazione della riforma – hanno operato sotto l’egida della legge 801 del 1977 e delle norme da essa scaturenti, hanno proseguito il loro servizio nell’alveo della potenziata architettura di regole e strumenti.
Le contingenze politico-istituzionali hanno fatto sì che, in concomitanza con l’esordio del mio ruolo di Autorità Delegata, fossero maturati i tempi perché si approdasse all’adozione della regolamentazione attuativa della citata legge 124: dopo una attenta verifica della coerenza dei testi normativi con il mutato indirizzo delle politiche per la sicurezza, ho provveduto alla trasmissione al COPASIR, perché rilasciasse i prescritti pareri, delle bozze dei cinque regolamenti che avrebbero dato pieno slancio alla disciplina riformatrice, contestualmente sancendo il definitivo abbandono del previgente sistema regolatorio.
E con soddisfazione desidero testimoniare lo spirito di armonica collaborazione che caratterizza i rapporti tra potere legislativo e potere esecutivo; tanto più apprezzabile oggi che il controllo del Parlamento sull’attività del Governo – attraverso il suo Organo dedicato, il COPASIR appunto – è divenuto più penetrante e il suo potere più incisivo.
Testimonianza di tale comunità d’intenti si era già registrata allorquando in Parlamento si scelse, appunto, di affidare gli obblighi di trasparenza imposti dal progetto riformatore al sistema di informazione ad un più esigente sistema di controllo parlamentare.
Nel corso dei lavori che hanno condotto all’emanazione della legislazione secondaria, anche l’Esecutivo, in coerenza con l’impostazione del Parlamento, si è mosso nella prospettiva di abbandonare la desueta dicotomia fra segretezza e ambiguità, abbracciando il nuovo binomio fra riservatezza ed incisività dell’azione informativa.
Una scelta condivisa nella comune assunzione di responsabilità che ha portato alla approvazione delle norme regolamentari a larga maggioranza.
Più in particolare, dei cinque regolamenti menzionati in apertura (che hanno disciplinato l’organizzazione ed il funzionamento dei tre Organismi di intelligence, l’ordinamento del personale e la materia della contabilità) molto poco mi è consentito riferire in questa sede, in quanto, come noto, si è ritenuto di sottrarli all’ordinario regime di pubblicità, così garantendo un argine sicuro e forte alla vulnerabilità e alla penetrabilità dei moduli organizzativi rispetto alle diverse insidie e ai possibili tentativi di infiltrazione. Sicuramente, però, posso affermare che essi sono informati ad una giusta miscela tra la disciplina applicabile al pubblico impiego latu sensu e quella più specificamente disegnata per le Forze di polizia, in tal modo favorendo un agevole innesto degli istituti e delle procedure nelle diverse ramificazioni del mondo delle Istituzioni pubbliche.
La doverosa osservanza dei principi e dei criteri direttivi imposti dal legislatore primario che, evidentemente, aveva assunto a base delle sue scelte i principi costituzionali di buon andamento, di efficienza, di economicità e di imparzialità dell’azione del Sistema di intelligence italiano ha, al contempo, saputo guardare alle imprescindibili esigenze di flessibilità delle regole e dei mezzi, soppesando la necessità di adattarsi sia alla mutevolezza sia alla varietà delle minacce che possono attentare alla stabilità e, più in generale, alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini.
E fa piacere poter dire che in questo scenario di grandi mutamenti sia stata pienamente superata la vera sfida che avevamo il dovere di affrontare e vincere: l’adeguamento delle organizzazioni e degli assetti alle nuove norme non ha interferito né in alcun modo pregiudicato l’ordinato proseguo delle attività di prevenzione e tutela della Repubblica e delle Istituzioni democratiche poste a suo fondamento.
Un esempio di efficienza e di buona organizzazione. Ma anche un esempio, purtroppo raro, di armonica collaborazione istituzionale e di decisioni condivise, com’è giusto che sia, quando le scelte riguardano la collettività e la sua sicurezza.
E come sarebbe bene che fosse sempre.
Perché è così che si servono le Istituzioni.

*Autorità Delegata per la Sicurezza della Repubblica

fonte: Gnosis online

Pope publishes third encyclical, ‘Caritas in veritate’

Martedì, 7 Luglio, 2009

Abruzzo, The Birth of a New Establishment

Domenica, 5 Luglio, 2009

italia.jpgabruzzo.jpg“In un paese, come il nostro, nel quale gli istituti universitari dilagano, l’Abruzzo non ne possiede nessuno, sebbene un primo nucleo stia formandosi a l’Aquila. (…) manca una grande biblioteca, un istituto scientifico sperimentale, un giornale quotidiano, un grande museo d’arte (…)”. Rispetto a questa fotografia dell’Abruzzo scattata alla fine degli anni cinquanta da Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, il presente della nostra regione – nonostante la calamità naturale del terremoto - è certamente molto edificante. E nel dramma, è una fortuna che l’Aquila può contare sulla regione che la contiene. 

Il prossimo anno l’istituzione Regione compirà i suoi primi quarant’anni. Il clima che caratterizza questo quarantennale è nello slogan: “Un passato che non basta più ed un futuro che sembra non arrivare”. Piovene cinquant’anni fa suggeriva di “formare imprenditori preparati, moltiplicare le piccole e medie industrie, riattivare l’artigianato delle vecchie radici, attirare il turismo”. Era un appello a costruire un’economia. E annotava: “Una coscienza regionale più spiccata e unificatrice è la prima necessità che sentono gli abruzzesi amanti della loro terra”. A prescindere dalla cultura politica di riferimento, l’imperativo della nuova classe dirigente deve essere ancora quello di avere una “coscienza regionale spiccata e unificatrice” in quanto unica arma per difendere i nostri interessi di regione. Ricostruire un’economia vuol dire poi riconoscere che tipo di società è quella abruzzese. Ancora Piovene scrive che l’Abruzzo ha “un carattere cantonale radicato negli animi”, in quanto i “gruppi italici che lo abitarono un tempo, i Vestini, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, i Marsi, i Pretuzi” erano “incapaci di vera associazione”. Questo è il motivo che spiega perché la classe dirigente in grado di incarnare la coscienza unificatrice sarà l’unica capace di progettare il vero futuro dell’intera regione

In ogni società, il futuro è la conseguenza della dialettica tra tribù familiste chiuse e minoranze creative aperte. Afferma Joseph Ratzinger in Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani che “il destino di una società dipende sempre da minoranze creative” in cui – come nello sport – vincono i migliori. Per costruire il nuovo modello economico di sviluppo della regione è vitale fare un censimento del capitale sociale dell’Abruzzo espresso anche dalle “minoranze creative” sommerse nel milione e trecentomila persone che popolano gli undicimila chilometri quadrati della regione. Si scopriranno le cosiddette “comunità di pratica”, elité trasversali anche, ma non solo, tra corpi intermedi, connesse in reti di eccellenza e competenza aperte a relazioni con altre regioni italiane, con l’Europa e con il mondo. Da un siffatto censimento la migliore classe dirigente politica, autentica moneta buona, dai vertici regionali ai più piccoli dei trecentocinque comuni, potrà cooperare ad un serio e credibile progetto di rinascimento e ricostruzione dell’economia: un nuovo contratto sociale che contrasta quella che Piovene definisce la tendenza principale di noi abruzzesi, quella a “dissociarci”, quando, al contrario, un’economia è il prodotto di una società non a relazioni claniche inerti, asfittiche e antieconomiche, ma aperta e quindi capace di produrre ricchezza. 

Non possiamo più permetterci di coltivare aspirazioni di corto e basso respiro, né chiuderci in un ostinato catenaccio ripetendo ossessivamente i soliti luoghi comuni. E’ tempo di una politica alta che vada oltre i puri rapporti di forza e il gioco perverso dell’intreccio di molteplici debolezze. Il Socrate senofonteo dei Memorabili dice che il massimo esempio di azione indegna ed empia consiste nel mandare in rovina la propria casa, il proprio corpo e la propria anima. A questa responsabilità le nuove classi dirigenti abruzzesi non potranno sfuggire.

autore: Gabriele Rossi

fonte: IL CENTRO del 3 luglio 2009

Benedetto XVI ricorda Alcide De Gasperi

Giovedì, 2 Luglio, 2009

c.jpgUDIENZA AI MEMBRI DEL CONSIGLIO DELLA FONDAZIONE ALCIDE DE GASPERI Alle ore 12.15 del 20 giugno 2009, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Membri del Consiglio della Fondazione Alcide De Gasperi.
Riportiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro:

Cari amici del Consiglio della Fondazione Alcide De Gasperi!

Mi è molto gradita la vostra visita, e con affetto tutti vi saluto. In particolare, saluto la Signora Maria Romana, figlia di Alcide De Gasperi, e l’On. Giulio Andreotti, che a lungo è stato suo stretto collaboratore. Colgo volentieri l’opportunità, che mi offre la vostra presenza, per rievocare la figura di questa grande personalità, che, in momenti storici di profondi cambiamenti sociali in Italia e in Europa, irti di non poche difficoltà, seppe prodigarsi efficacemente per il bene comune. Formato alla scuola del Vangelo, De Gasperi fu capace di tradurre in atti concreti e coerenti la fede che professava. Spiritualità e politica furono in effetti due dimensioni che convissero nella sua persona e ne caratterizzarono l’impegno sociale e spirituale. Con prudente lungimiranza guidò la ricostruzione dell’Italia uscita dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale, e ne tracciò con coraggio il cammino verso il futuro; ne difese la libertà e la democrazia; ne rilanciò l’immagine in ambito internazionale; ne promosse la ripresa economica aprendosi alla collaborazione di tutte le persone di buona volontà.

Spiritualità e politica si integrarono così bene in lui che, se si vuole comprendere sino in fondo questo stimato uomo di governo, occorre non limitarsi a registrare i risultati politici da lui conseguiti, ma bisogna tener conto anche della sua fine sensibilità religiosa e della fede salda che costantemente ne animò il pensiero e l’azione. Nel 1981, a cento anni dalla nascita, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II gli rese omaggio, affermando che “in lui la fede fu centro ispiratore, forza coesiva, criterio di valori, ragione di scelta” (Insegnamenti, IV, 1981, p. 861). Le radici di tale solida testimonianza evangelica vanno ricercate nella formazione umana e spirituale ricevuta nella sua regione, il Trentino, in una famiglia dove l’amore per Cristo costituiva pane quotidiano e riferimento di ogni scelta. Egli aveva poco più di vent’anni quando nel 1902, prendendo parte al primo Congresso Cattolico trentino, tracciò le linee di azione apostolica che costituiranno il programma dell’intera sua esistenza: “Non basta conservare il cristianesimo in se stessi – egli disse - , conviene combattere con tutto il grosso dell’esercito cattolico per riconquistare alla fede i campi perduti” (cfr A. De Gasperi, I cattolici trentini sotto l’Austria, Ed. di storia e letteratura, Roma 1964, p. 24). A quest’orientamento resterà fedele sino alla morte, anche a costo di sacrifici personali, affascinato dalla figura di Cristo. “Non sono bigotto – scriveva alla sua futura sposa Francesca – e forse nemmeno religioso come dovrei essere; ma la personalità del Cristo vivente mi trascina; mi soggioga, mi solleva come un fanciullo. Vieni, io ti voglio con me e che mi segua nella stessa attrazione, come verso un abisso di luce” (A. De Gasperi, Cara Francesca, Lettere, a cura di M.R. De Gasperi, Morcelliana, Brescia 1999, pp. 40 -41).

Non si resta allora sorpresi quando si apprende che nella sua giornata, oberata di impegni istituzionali, conservarono sempre largo spazio la preghiera e il rapporto con Dio, iniziando ogni giorno, quando gli era possibile, con il partecipare alla Santa Messa. Anzi i momenti più caotici e movimentati segnarono il vertice della sua spiritualità. Quando, ad esempio, conobbe l’esperienza del carcere, volle con sé come primo libro la Bibbia ed in seguito conservò l’abitudine di annotare i riferimenti biblici su foglietti per alimentare costantemente il suo spirito. Verso la fine della sua attività governativa, dopo un duro confronto parlamentare, ad un collega del governo che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua azione politica rispose: “Che vuoi, è il Signore!”.

Cari amici, mi piacerebbe soffermarmi ancor più su questo personaggio che ha onorato la Chiesa e l’Italia, ma mi limito a evidenziarne la riconosciuta dirittura morale, basata su un’indiscussa fedeltà ai valori umani e cristiani, come pure la serena coscienza morale che lo guidò nelle scelte della politica. “Nel sistema democratico - afferma in uno dei suoi interventi - viene conferito un mandato politico amministrativo con una responsabilità specifica…, ma parallelamente vi è una responsabilità morale dinanzi alla propria coscienza, e la coscienza per decidere deve essere sempre illuminata dalla dottrina e dall’insegnamento della Chiesa” (cfr A. De Gasperi, Discorsi politici 1923–1954, Cinque Lune, Roma 1990, p. 243). Certo, in qualche momento non mancarono difficoltà e, forse, anche incomprensioni da parte del mondo ecclesiastico, ma De Gasperi non conobbe tentennamenti nella sua adesione alla Chiesa che fu - come ebbe a testimoniare in un discorso a Napoli nel giugno del 1954 - “piena e sincera… anche nelle direttive morali e sociali contenute nei documenti pontifici che quasi quotidianamente hanno alimentato e formano la nostra vocazione alla vita pubblica”.

In quella stessa occasione notava che “per operare nel campo sociale e politico non basta la fede né la virtù; conviene creare ed alimentare uno strumento adatto ai tempi… che abbia un programma, un metodo proprio, una responsabilità autonoma, una fattura e una gestione democratica”. Docile ed obbediente alla Chiesa, fu dunque autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scendere a compromessi con la sua retta coscienza. Al tramonto dei suoi giorni potrà dire: “Ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace”, spegnendosi, confortato dal sostegno dei familiari, il 19 agosto del 1954, dopo aver mormorato per tre volte il nome di Gesù. Cari amici, mentre preghiamo per l’anima di questo statista di fama internazionale, che con la sua azione politica ha reso servizio alla Chiesa, all’Italia e all’Europa, domandiamo al Signore che il ricordo della sua esperienza di governo e della sua testimonianza cristiana siano incoraggiamento e stimolo per coloro che oggi reggono le sorti dell’Italia e degli altri popoli, specialmente per quanti si ispirano al Vangelo. Con questo auspicio, vi ringrazio ancora per la vostra visita e con affetto tutti vi benedico.

Città, luoghi di scambi e libertà

Mercoledì, 1 Luglio, 2009

ilcentro.jpgtratto da: il Centro — 30 giugno 2009  di Stefano Moroni * Si considerano spesso le città soprattutto come insiemi di edifici e spazi. Ma le città sono, prima di ogni altra cosa, concentrazioni di persone, relazioni e attività; nodi di reti più ampie di scambio.  Uno sguardo solo architettonico, ma anche solo urbanistico, sulle città rischia dunque di perderne il senso vero, profondo. Rischia di portare tutta l’attenzione sull’involucro, sulla carrozzeria, lasciando in secondo piano il motore e il combustibile.  Storicamente le città sono state il luogo della libertà, dell’incontro con la diversità, del mercato. La gente si trasferì nelle città, decretandone il successo, proprio per trovare tutto ciò.  Oggi molti vorrebbero invece diminuire la libertà dei cittadini, contenere e ingabbiare il mercato urbano e l’imprenditorialità, contrastare la pluralità e la diversità delle esperienze e delle culture. In tal modo si finirà per condannare a morte le nostre città e la nostra società più in generale.  Purtroppo gli approcci urbanistici, razionalistici e dirigistici che tanta parte hanno avuto nel Novecento mantengono ancora in gran parte inalterata la loro influenza sui nostri modi di pensare alla città, impedendoci di esplorare soluzioni più aperte e radicali. Personalmente, penso a soluzioni innovative che non dovrebbero certo fare a meno dello Stato e del diritto; anzi, immagino alternative istituzionali che riportino il diritto in primo piano dopo che la dilagante discrezionalità amministrativa ha fatto di tutto perché quest’ultimo perdesse il rispetto dei cittadini (come ho cercato di mostrare nel libro «La città del liberalismo attivo», 2007). Come osservava nell’Ottocento Frederic Bastiat, ogni società ha ovviamente bisogno, per poter esistere, del rispetto di alcune regole di base, ma, proseguiva Bastiat, l’unico modo perché le regole siano rispettate è di renderle rispettabili. Erroneamente, oggi attribuiamo spesso a mancanza di regole quello che è invece dovuto soprattutto a sovrabbondanza di regole sbagliate e incontrollabili. E ciò sembra vero sia quando parliamo dell’attuale crisi economica sia quando parliamo di situazioni di degrado e vulnerabilità urbana. Non si tratta dunque di aggiungere nuove regole alla marea scomposta di quelle esistenti (in campo economico-finanziario come in campo urbanistico), ma di sostituire (troppe) regole inadatte con altre (poche) più opportune. Allo stesso modo attribuiamo spesso al mercato ciò che è invece dovuto a comportamenti di aperta truffa, inaccettabili proprio se prendiamo sul serio l’idea di concorrenza.  Se torniamo a pensare alle città come il luogo per eccellenza della libertà, del pluralismo e dello scambio, potremo peraltro ridare alle nostre città un ruolo significativo entro uno spazio di relazioni più ampio, internazionale. Quanto già osservava Bastiat («Sophismes Economiques», 1846) sembra ancora incompreso da molti: «Entrando in una grande città dico a me stesso: ecco un gran numero di persone che sarebbero tutte morte in breve tempo se beni e provviste di ogni tipo smettessero di arrivare e circolare in essa. Come può accadere che ogni giorno si trovi quel che serve? Qual è l’ingegnoso e segreto potere che governa la strabiliante regolarità di relazioni così complicate, una regolarità in cui ciascuno pone implicitamente la sua fiducia? Quel potere è il principio di libertà nelle transazioni».  Una più accesa competizione tra città e territori potrebbe essere un bene per tutti. Non un misconoscimento di certe identità locali, ma una loro valorizzazione dinamica in un contesto più allargato.  Un ingrediente aggiuntivo di una strategia di questo tipo potrebbe essere rappresentato dalla concessione di un maggior spazio a forme locali di auto-organizzazione, ad esempio a comunità contrattuali private, di quartiere, che si dotino autonomamente di regole e servizi entrando tra loro in concorrenza per fornire «pacchetti» più appetibili (come sostengo nel libro, scritto con Grazia Brunetta, «Libertà e istituzioni nella città volontaria», 2008). Favorire l’auto-organizzazione di quartiere (ad esempio prevedendo sconti sui prelievi fiscali a chi autonomamente si occupa di certi servizi e infrastrutture) potrebbe contribuire a rigenerare e vivificare intere parti di città.  Tutto quanto sin qui sostenuto mi sembra plausibile sia che riflettiamo sulle città in situazioni ordinarie, sia che ci chiediamo come intervenire in situazioni straordinarie, ad esempio quando gravi calamità hanno distrutto luoghi e relazioni. Situazioni gravi e difficili dovrebbero più che mai costringere a rimettere in discussione i nostri modi tradizionali (e spesso obsoleti) di ragionare, per aprirci a opportunità nuove. Anche in questo caso non si tratta tanto di introdurre novità progettuali, ma, prima di tutto, di esplorare innovazioni istituzionali, regolative e organizzative. Ovviamente, in situazioni di grave emergenza avere di nuovo case disponibili diventa prioritario, ma la prospettiva più generale entro cui si collocano anche le azioni più urgenti può fare la differenza.

* urbanista

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