Archivio di Settembre, 2009

Se il «modello Lega» fa scuola

Lunedì, 7 Settembre, 2009

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di Carlo Carboni 

Con la Seconda Repubblica i ceti politici ristretti locali e i cartelli territoriali dei principali gruppi d’interesse hanno “messo sotto”, come si dice in gergo sportivo, i loro interlocutori nazionali. Il localismo sta vincendo la sua battaglia sul ceto politico nazionale.
Siamo già nel pieno dell’Italia dei localismi in salsa “inizio nuovo millennio”. Le evidenze di questo trionfo dei ceti politici locali e regionali? L’aumento delle cariche elettive locali in questi ultimi 15 anni, il federalismo fiscale, e, soprattutto, l’esplosione delle problematiche territoriali sul piano sociopolitico: a quella meridionale, si è aggiunto il malessere nel benessere del Nord e, forse, persino una problematica del Centro Italia, dove si è trincerato il centro-sinistra.

Il potere assunto dai mercati politici locali e regionali (ad esempio nella sanità) sul piano nazionale, il prestigio e la notorietà dispensata ad alcuni leader regionali e di grandi città dimostrano che i ceti politici locali e regionali sono pronti a sparigliare un ceto politico nazionale autoreferenziale e distante dal paese. Oggi, in termini di potere misurato in consenso elettorale, per un politico è preferibile essere assessore regionale alle attività produttive piuttosto che deputato in parlamento.

Non parliamo del potere dei sindaci delle grandi città o dei presidenti delle regioni, chiamati governatori e trattati al pari dei leader degli stati regionali di cui la Penisola era composta, come un mosaico istituzionale, in epoca medievale e contemporanea.
Dopo un “breve” tentativo di unificazione durato 150 anni, ora cerchiamo una nuova strada federale e quindi siamo portati a guardare con maggiore attenzione alla formazione di leadership territoriali a valenza nazionale. Siamo perciò di fronte a un processo di generazione del ceto politico nazionale su base locale e regionale, favorito dalla scelta federalista che il paese sta compiendo.

Tra i partiti, chi ha tratto maggior vantaggio da questa tendenza alla rinascita delle comunità locali e regionali è stata la Lega, partito pesante e territoriale. Della tendenza ha fatto il presupposto per promuovere un ricambio del ceto politico nazionale a mezzo del ceto politico locale e regionale: direi, da Maroni in poi (ma non senza incidenti).
Se il numero delle cariche elettive comunali, provinciali e regionali è apparso e appare eccessivo, d’altra parte la sua espansione ha aperto nuove palestre formative per nuovi amministratori. Scartata l’idea di generare in vitro nuovi leader politici, venute meno le vecchie scuole dei grandi partiti di massa, lo scenario formativo politico è diventato striminzito e si limita ad alcune fondazioni politiche, che non sono scuole di partito, ma piuttosto think thank elitari, stretti attorno ad alcune personalità politiche che costituiscono il nerbo dei partiti-etichetta.

Dunque, il ricambio dei ceti politici nazionali con ceti politici che si sono “fatti le ossa” nelle istituzioni territoriali può costituire una modalità credibile per esibire un cursus honorum (che scandiva la carriera politica già in epoca romana), una professionalità politico-amministrativa accreditata. Si pensi ai nuovi leader del nordismo leghista e non solo, ma anche a quelli che stanno attualmente ronzando attorno al partito trasversale del Sud. E nel caso fosse eletto Bersani a segretario del Pd, questo partito sperimenterebbe una leadership emiliana, simbolo del radicamento sociale e della buona amministrazione locale e regionale nelle regioni ex-rosse del Centro Italia.
A suo modo, anche l’elezione di Bersani testimonierebbe l’importanza di esibire oneri e onori conseguiti “in provincia”. Mai tra i comunisti prima e tra i postcomunisti vi era stato un segretario emiliano, della regione a maggior radicamento dei democratici.

Viene perciò da chiedersi se si possa parlare di un “modello Lega” nel ricambio di ceto politico nazionale a mezzo di ceto politico locale e regionale. E soprattutto: questo modello cavalcato dalla Lega sta effettivamente contagiando altre formazioni dei due schieramenti politici, come l’elezione probabile di Bersani a segretario Pd e le spinte alla creazione di un partito del Sud lasciano intendere? Dalle mie ricerche che conduco dal 1992 sulle élite italiane, ricavo che il ceto politico nazionale ha un tasso di ricambio su base quinquennale di circa il 50% e che soprattutto non sono cambiati granché i politici che raccolsero la staffetta del dopo-tangentopoli. Infatti, tra essi, esiste un nocciolo duro (invecchiato), un alto cerchio, di leader politici, un ceto ristretto d’intoccabili, considerato insostituibile (le personalità).
Le ricerche mostrano inoltre che il ceto politico del dopo-tangentopoli si era talmente indebolito da richiedere supplenze di eminenti tecnici e da subire invasioni di altre professionalità, tra le quali le più importanti continuano ad essere quella degli imprenditori e dei giornalisti, a testimonianza della crescente finanziarizzazione e mediatizzazione della politica. Soprattutto, i risultati di ricerca sottolineano che, accanto a queste supplenze professionali, cresce l’importanza sul piano nazionale di esponenti di grandi città e regioni.

In conclusione, da questo ragionamento, confortato dalle ricerche condotte, mi sembra di poter ricavare che effettivamente mentre si sta definendo il mosaico del nostro stato nazionale federale, in parallelo, si stia facendo largo a livello nazionale un ceto politico territoriale che, a differenza della stagione dei sindaci e dei nuovi amministratori sperimentata negli anni 90, oggi ha l’opportunità di scalare direttamente la scena nazionale - senza forti filtri di apparato - e quindi con le sue risorse, personalità e notorietà; potrebbe essere persino candidato a riscrivere quei grandi patti nazionali, di cui si avverte l’assenza dal tramonto di quelli consociativi e neocorporativi della Prima Repubblica. Dunque, il ceto politico nazionale del futuro sarà sempre più specchio del mosaico istituzionale territoriale.

tratto da Il Sole 24 Ore - 2 settembre 2009

La nueva tiranía - Parla lo scrittore Juan Manuel de Prada

Giovedì, 3 Settembre, 2009

Mercatismo o New Deal?

Mercoledì, 2 Settembre, 2009

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di Giulio Tremonti* 

Grazie, la macchina scenica e dialettica della politica ci offre molte occasioni di scontro, e poche occasioni di incontro. Per questo grazie, è sempre importante sentire le idee degli altri. È interessante sentire le idee di LaRouche, è interessante sentire le idee di Gianni, soprattutto quando Gianni esprime le sue idee e non le mie. Cosa posso dire in pochi minuti? Primo: della rivista di LaRouche, io ho sempre apprezzato la profondità delle visioni, la suggestione delle visioni, e anche la cifra storica. Non è frequente leggere documenti che tracciano degli scenari di lungo respiro, di grande dimensione, ne abbiamo ascoltato qua un saggio. Non è frequente leggere documenti in cui trovi importanti citazioni della storia - fondamentalmente europea, perché fino a qualche secolo fa la storia era europea e non americana.

LaRouche ha iniziato citando la grande crisi di qualche secolo fa in Europa, e ne ha derivato delle similitudini, e delle prospettive. Poi ho sentito Gianni. Io la vedo così. Primo, sicuramente viviamo in un tempo non banale. Viviamo in un tempo che sotto l’apparenza del continuum della normalità, in realtà ci fa vedere dei segni di rottura, di potenziale crisi, di drammatica trasformazione. Non concordo - ma credo che sia qui abbastanza marginale - non concordo sulla ricostruzione storica. Io ho espresso una visione un po’ diversa nei miei scritti, nei miei libri. Io credo che le trasformazioni intervenute nel mondo siano meno riferite agli anni Settanta, e più riferite alla fine degli anni Ottanta. La caduta del sistema politico che bloccava il mondo, l’avvento del computer, le trasformazioni che conseguentemente intervengono nella struttura e nella dislocazione della ricchezza.

Io ricordo, delle cose che ho scritto, quella che mi è più cara è un articolo, un fondo per il Corriere della Sera nel luglio del 1989. Era l’anno bicentenario della rivoluzione francese e il mio articolo era più o meno così: come l’89 fu l’anno di avvento della costruzione della macchina politica dello stato nazionale, così questo sarà l’anno di avvio, simbolico (tenete conto che luglio viene prima di novembre, e quindi era prima della caduta del muro di Berlino) sarà l’anno dell’avvio di rivoluzioni extraparlamentari, prodotte da una cascata di fenomeni connessi alla struttura della ricchezza. La crisi dello stato nazione che perde il monopolio della ricchezza. Un tempo lo stato nazione controllando il territorio controllava la ricchezza, controllando la ricchezza esercitava la forza politica, aveva il monopolio della legge, della tassazione, della giustizia. Quando la ricchezza è dematerializzata, finanziarizzata si spezza l’antica catena fondamentale politica: stato, territorio, ricchezza. Lo stato resta a controllare il territorio, ma non controllando più la ricchezza, perde forza. Questo processo in Europa continentale è accelerato dalla costruzione dell’Europa. Io considero più rilevante come data il ‘94, quando fu fatto il WTO, ho scritto anche un libro in cui metto per anni: 5 anni dall’89 al ‘94, cinque anni dal ‘94 al ‘99/2000, e le varie meccaniche di reazione e di sviluppo. Insomma, certo viviamo in una fase, se posso dare un’immagine, è come il vecchio ordine europeo che si rompe con l’avvento degli spazi atlantici e l’età barocca viene detta mundis furiosis, così noi viviamo in una fase in cui il vecchio ordine, in qualche modo rotto da strutture e da fatti che lo sovrastano, e la visione, la gestione, di quello che ci arriva e che vediamo è oggettivamente abbastanza problematica.
Non condivido, e credo ci sia, come dire, anche lo spazio anche per visioni meno catastrofiche, più ottimiste, che gli strumenti che si possono mettere in campo sono magari anche diversi da quelli che sono stati prospettati, ma ci accomuna l’idea che viviamo, ripeto, in un mondo non normale, non banale, con delle mutazioni in atto e degli effetti che vedremo.
Come posso concludere? Cercando anche degli elementi di, come dire, non di identità, ma di comune possibile visione. Io ho sempre pensato che fosse giusta la formula “market if possible, government if necessary”. Questo esclude la qualifica dogmatica che mi ha appena fatto Gianni, del tipo “tu credi a…” Io credo che empiricamente siano possibili delle combinazioni che siano fuori dagli schematismi e delle combinazioni che siano fuori dalla cultura attualmente dominante che io mi sono permesso di definire mercatista, intendendo il mercatismo come la sintesi degli elementi peggiori del liberalismo e del comunismo. Faccio un esempio, ne faccio due, di politiche che potrebbero essere messe in campo in questa logica. La vera difficoltà è soprattutto culturale, cioè, tu devi battere degli ostacoli che non sono fisici, non sono economici, sono mentali. I veri ostacoli che incontri nell’affermare delle idee relativamente nuove non sono ostacoli fisici, sono ostacoli ideologici. Il blocco mentale dominante, la cultura dominante, e faccio due esempi. Nel 2003, durante il semestre di presidenza italiana dell’Europa, ho fatto la proposta di una nuova edizione del vecchio piano Delors. Il piano Delors prevedeva emissioni di debito europeo per finanziare infrastrutture europee. Alla metà degli anni Novanta, quando l’idea viene presentata incontra dei limiti culturali e degli ostacoli. Quando l’ho ripresentata nel 2003, gli ostacoli sono stati diversi nei contenuti ma simili nel filone culturale. Io ricordo che l’obiezione più intelligente me la fece Gordon Brown, che disse - allora era il Cancelliere dello Schacchiere inglese - disse “nice” interessante, però emettere Eurobond vuol dire Euro-budget; Euro-budget vuol dire Euro superstate. No, grazie. Quindi, una negazione politica. La posizione del suo paese era diversa rispetto a quella di una costruzione politica europea.

La reazione opposta fu quella, e devo dire meno apprezzabile, meno condivisibile, fu quella opposta da altri grandi paesi dell’Europa continentale, che era essenzialmente monetaria, bancaria, del tipo “non vogliamo il debito pubblico, europeo o nazionale” comunque no a maggiore debito pubblico. La mia risposta fu, gli Stati Uniti d’America cominciano nel loro tragitto politico con il debito pubblico; Hamilton. Hamilton presenta il debito pubblico americano come base di costruzione della unione politica. Quindi cercavo di dire: non sto prospettando un’operazione finanziaria, sto prospettando un’operazione politica. L’emissione di Eurobonds potrebbe finanziare dei piani europei che producono non tanto leva finanziaria, quanto identità politica dell’Europa.

La risposta fu tipica del banchiere centrale o della persona d’economia, del tipo, la contrarietà in assoluto. A prescindere dalle quantità, se fate caso, fu la spaventosa forza monetaria dell’Euro, con la credibilità e il peso che ha il sistema monetario europeo, l’emissione di cinquanta miliardi, quanto servirebbe per esempio a finanziare l’agenda di Lisbona, è in realtà marginale, non rilevante in termini economici. Io cercavo di dire, è arrivato il momento di estrarre il dividendo di Maastricht. La reazione fu in assoluto negativa, cioè il rifiuto di entrare su uno schema culturale che era, come lo possiamo definire, Keynesiano? Delors si riconosceva in una filosofia politica keynesiana. Io assolutamente continuo a riconoscermi in quella via. L’alternativa fu non di second best. Forse second ma non best, fu un piano, Action Plan for Growth, che certo era in qualche modo garantito in parte dagli stati, arrangiato dalla Banca Europea degli Investimenti, ma fondamentalmente privo dello spirito protettivo. Per inciso non so neanche se è andato avanti l’Action Plan, se è arrivato a finanziare alcune grandi infrastrutture.
Secondo punto. Non so se risponde alla visione dominante in Italia, ma nel ‘95, l’anno dopo la fondazione del WTO ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”. I capitali escono dall’Occidente, vanno in Asia alla ricerca di mano d’opera a basso costo, l’Europa importa povertà; importa povertà perché le nostre antiche aristocrazie operaie, i nostri salariati, avranno salari e stipendi livellati sull’Oriente, ma il costo della vita resterà quello occidentale. E la mia idea era grandi investimenti in capitale umano, le cosiddette tre i, e l’uso per esempio per la formazione della RAI. Non puoi competere con la Cina sulla forza delle braccia, devi competere con altri investimenti, pubblici, l’uso politico, pubblico, per la formazione della RAI, che è uno strumento fondamentale.

Un’altra cosa che ho cercato di presentare successivamente fu, vedendo quello che succedeva nel nostro paese dopo il 2001, era l’idea di introdurre, nel rispetto del WTO, nel rispetto delle regole europee, dazi e quote. Non per fermare il mondo, non per mettersi fuori dal mondo, ma per guadagnare un po’ di tempo per riconvertirci. Io ricordo, e devo dire, che l’idea dei dazi e delle quote fu assolutamente fulminata da tutta la classe dirigente e anche dalla classe politica italiana. Io francamente non mi aspettavo solidarietà dalla sinistra, ma francamente non mi aspettavo quel grado di ostilità ad un’idea che invece mi sembrava in qualche modo ragionevole. Noto che adesso nel sistema culturale, nel circuito culturale del partito democratico americano, si parla di dazi e di quote. Può essere un’idea giusta o sbagliata, ma non puoi demonizzarla a priori e perché.

Allora, come concludere, ricordo che la prima volta che mi colpì LaRouche fu con un documento che parlava della grande infrastruttura eurasiatica, e dissi: magari è impossibile farla, magari è la visione di un matto, ma di solito anche sulle visioni del matto cammina la storia. E devo dire che in effetti, in un età in cui il ruolo dei governi è fortemente limitato oltre il necessario, in cui c’è un eccesso di adorazione simbolica per la ricchezza intangible, finanziaria, immateriale, è necessaria una limitata considerazione per elementi che sono comunque fondamentali, come le infrastrutture materiali. Io sono convinto del fatto che idee di quel tipo, le vostre idee, devono circolare. Il fatto che ne parliamo da lati politici diversi, comunque ne parliamo con una logica non negativa a priori, non fanatica, è certamente molto positivo. Grazie.

*Intervento di Giulio Tremonti alla tavola rotonda con LaRouche e Alfonso Gianni su “Mercatismo o New Deal” tenuta dall’EIR all’Hotel Nazionale (Roma) il 6 giugno.

tratto da: movisol.org
 

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