Archivio di Dicembre, 2009

Buon 2010, Italia mia.

Giovedì, 31 Dicembre, 2009

giovannipaoloii.jpgHo pensato di fare gli auguri al mio Paese - all’Italia - con uno stralcio dell’omelia che Giovanni Paolo II pronunciò a  Loreto  l’8 settembre 1979 e… all’Abruzzo, con la voce aquilana di Alessandra Cora.

(…) Forse questa luce che scaturisce dalla tradizione della casa nazaretana a Loreto, realizza qualcosa di ancora più profondo; fa sì che tutto questo paese, che la vostra patria diventi come una grande casa familiare. La grande casa, abitata da una grande comunità, il cui nome è “Italia”. Bisogna risalire a ritroso nella realtà storica, anzi, forse, alla realtà preistorica, per arrivare alle sue radici lontane. Uno straniero, come me, il quale è cosciente della realtà che costituisce la storia della propria nazione, si addentra in questa realtà con un particolare rispetto e con un’attenzione piena di raccoglimento. Come cresce dalle sue antichissime radici questa grande comunità umana, il cui nome è “Italia”? Con quale legame sono uniti gli uomini, che la costituiscono oggi, a quelle generazioni, che sono passate attraverso la terra dai tempi dell’antica Roma fino ai tempi presenti? Il Successore di Pietro, il cui posto permane in questa terra fin dai tempi della Roma imperiale, essendo testimone di tanti cambiamenti e, al tempo stesso, di tutta la storia della vostra terra, ha il diritto e il dovere di porre tali domande.

E ha il diritto di chiedere così il Papa che è figlio di un’altra terra, il Papa i cui connazionali giacciono qui, a Loreto, nel cimitero di guerra. Eppure sa perché sono caduti qui. L’antico adagio romano “pro aris et focis” lo spiega nel modo migliore. Sono caduti per ogni altare della fede e per ogni casa di famiglia nella terra natia, che volevano preservare dalla distruzione. Perché, in mezzo a tutta la mutevolezza della storia, i cui protagonisti sono gli uomini, e soprattutto i popoli e le nazioni, rimane sempre la casa, come arca dell’alleanza delle generazioni e tutela dei valori più profondi: dei valori umani e divini. Perciò la famiglia e la patria, per preservare questi valori, non risparmiano nemmeno i propri figli.

5. Come vedete, cari Fratelli e Sorelle, vengo qui a Loreto per rileggere il misterioso destino del primo santuario mariano sulla terra italiana. La presenza, infatti, della Madre di Dio in mezzo ai figli della famiglia umana, e in mezzo alle singole nazioni della terra in particolare, ci dice tanto delle nazioni e delle comunità stesse.

E vengo, contemporaneamente, nel periodo di preparazione ad un importante compito, che mi conviene assumere, dopo l’invito del Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, di fronte all’alto foro della più rappresentativa Organizzazione del mondo contemporaneo. Vengo qui, a cercare in questo Santuario, per l’intercessione di Maria, nostra Madre, la luce. Già domenica scorsa ho chiesto a Castel Gandolfo, durante l’incontro dell’Angelus, che si preghi per il Papa e per la sua responsabile missione nel foro dell’ONU. Oggi ripeto e rinnovo ancora una volta questa domanda.

Si tratta infatti di lavorare e collaborare perché sulla terra, che la Provvidenza ha destinato ad essere l’abitazione degli uomini, la casa di famiglia, simbolo dell’unità e dell’amore, vinca tutto ciò che minaccia questa unità e l’amore tra gli uomini: l’odio, la crudeltà, la distruzione, la guerra. Perché questa casa familiare diventi l’espressione delle aspirazioni degli uomini, dei popoli, delle nazioni, dell’umanità, malgrado tutto ciò che le è contrario, che la elimina dalla vita degli uomini, delle nazioni e dell’umanità, che scuote i suoi fondamenti, sia socio-economici, sia etici; perché sull’uno e sull’altro si basa ogni casa: sia quella che si costruisce ogni famiglia, sia anche quella che, con lo sforzo delle generazioni intere, si costruiscono i popoli e le nazioni: la casa della propria cultura, della propria storia; la casa di tutti e la casa di ciascuno.

6. Ecco, l’ispirazione che trovo qui, a Loreto. Ecco, l’imperativo morale che da qui desidero portare via. Ecco, nello stesso tempo, il problema, che proprio davanti alla tradizione della casa nazaretana e davanti al volto della Madre di Cristo in Loreto, desidero raccomandare ed affidare, in modo particolare, al suo materno Cuore, alla sua onnipotenza di intercessione (“omnipotentia supplex”).

Così, come ho già fatto a Guadalupe in Messico e poi nella polacca Jasna Gora (Chiaromonte) a Czestochówa, desidero in questo odierno incontro a Loreto ricordare quella consacrazione al Cuore Immacolato di Maria che, venti anni fa, hanno compiuto i Pastori della Chiesa italiana, a Catania, il 13 settembre 1959, alla chiusura del sedicesimo Congresso Eucaristico Nazionale. E desidero riferire le parole che, in quella occasione, rivolse ai fedeli il mio Predecessore Giovanni XXIII di venerata memoria, nel suo messaggio radiofonico: “Noi confidiamo che, in forza di questo omaggio alla Vergine Santissima, gli Italiani tutti con rinnovato fervore venerino in lei la Madre del Corpo Mistico, di cui l’Eucaristia è simbolo e centro vitale; imitino in lei il modello più perfetto dell’unione con Gesù, nostro Capo; a lei si uniscano nell’offerta della Vittima divina, e dalla sua materna intercessione implorino per la Chiesa i doni della unità, della pace, soprattutto una più rigogliosa e fedele fioritura di vocazioni sacerdotali. In tal modo la consacrazione diverrà un motivo di sempre più serio impegno nella pratica delle cristiane virtù, una difesa validissima contro i mali che le minacciano, e una sorgente di prosperità anche temporale, secondo le promesse di Cristo” (Giovanni XXIII, Nuntius radiophonicus, 13 settembre 1959: AAS 51 [1959] 713).

Tutto ciò che, venti anni fa, ha trovato espressione nell’atto di consacrazione a Maria, compiuto dai Pastori della Chiesa italiana, io desidero oggi non soltanto ricordare, ma anche, con tutto il cuore, ripetere, rinnovare e fare, in un certo modo, mia proprietà, giacché per gli inscrutabili decreti della Provvidenza mi è toccato di accettare il patrimonio dei Vescovi di Roma nella Sede di San Pietro.

7. E lo faccio con la più profonda convinzione della fede, dell’intelletto e del cuore insieme. Poiché nella nostra difficile epoca, ed anche nei tempi che vengono, può salvare l’uomo soltanto il vero grande Amore!

Solo grazie ad esso questa terra, l’abitazione dell’umanità, può diventare una casa: la casa delle famiglie, la casa delle nazioni, la casa dell’intera famiglia umana. Senza amore, senza il grande vero Amore, non c’è la casa per l’uomo sulla terra. L’uomo sarebbe condannato a vivere privo di tutto, anche se innalzasse i più splendidi edifici e li arredasse il più modernamente possibile (…).

fonte: vatican.va

Trend e previsioni per il 2010

Mercoledì, 30 Dicembre, 2009

tuseirete_catalog.jpgLa crisi che negli ultimi 15 mesi ha messo in grave difficoltà molti settori economici, ha solo sfiorato la Rete, che ha invece visto nel 2009 un anno di grande attività. Facciamo il punto della situazione descrivendo alcuni dei principali trend in atto e alcune previsioni per il 2010.

Mobile. E’ senza dubbio uno dei settori in maggiore fermento. Se il 2009 ha visto il boom a livello mondiale di iPhone, il 2010, secondo molti, sarà l’anno di Google Android, che si posizionerà come la seconda piattaforma per il mobile.
La seconda parte del 2009 ha visto un’ampia diffusione degli applicativi Location Based, ma possiamo essere certi che il 2010 vedrà la nascita di nuovi applicativi che sfrutteranno ancora di più le potenzialità offerte dall’Ubiquitous Internet.

Social Media. I principali Social Media di livello mondiale, da Facebook, a Youtube, a Twitter, si vedranno costretti ad attuare nuove politiche di monetizzazione. Le direzioni principali restano quelle dell’advertising e degli account premium a pagamento. Tuttavia questa sarà anche l’occasione per creare sistemi innovativi sia per le imprese che per gli utenti. Vedremo se riusciranno a farlo.

Social Network e applicazioni sociali. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di ambienti che hanno integrato aspetti sociali a servizi specifici. Come Anobii per i libri, Last.Fm per la musica o Zopa per i prestiti. Questa tendenza coinvolgerà sempre un maggior numero di ambiti della vita quotidiana. Un esempio sono le numerose applicazioni sociali nate per soddisfare un bisogno specifico, cioè quello di imparare una nuova lingua come Livemocha, Italki, xLingo o Babbel.

Blog. Se da un lato possiamo osservare come i blog più importanti sono diventati veri e propri organi di informazione on line (come Huffington Post, Techcruch, ecc.) dall’altro quelli che erano i “diari personali”, hanno ridotto la loro crescita e stanno riducendo la loro consistenza. La comunicazione verso gruppi ristretti di persone si sta traslando sempre di più verso strumenti più semplici ed accessibili come Facebook, Twitter o Tumblr.

E-commerce. Durante l’ultimo anno si è registrata una consistente crescita nei settori dove lo scambio è immateriale (dai viaggi, alle scommesse, dai software alle ricariche telefoniche), mentre la crescita è risultata contenuta nei settori tradizionali che richiedono un trasporto fisico. In particolare in Italia, l’e-commerce continua a restare una nicchia con volumi stimabili attorno al 5-6% del totale delle vendite. Per il 2010 alcune novità potrebbero essere portate dall’ingresso di player internazionali e dalla sperimentazione di nuovi servizi di consegna come Kiala.
In conclusione tra gli ambiti che desteranno maggiore attenzione nel 2010 vanno sicuramente citati l’Internet of Things e l’Augmented Reality. Entrambi i concetti hanno alla base il fatto che Internet entrerà a far parte della vita quotidiana attraverso modalità differenti e non necessariamente basate sull’utilizzo dei PC.

autore: Maurizio Benzi

fonte: casaleggio.it

Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico

Martedì, 29 Dicembre, 2009

lorenzo_de_medici-ritratto.jpgLorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, nacque a Firenze, da Piero e Lucrezia Tornabuoni, nel 1449, quando, sulle salde basi gettate da Cosimo il Vecchio, s’innalzava felicemente il grandioso edificio della potenza medicea. Ma quella graduale trasformazione degli istituti privati e pubblici che aveva dato modo a Cosimo di accentrare in sé, con gli interessi economici, anche il governo dello Stato, parve subire un pericoloso rallentamento quando a Cosimo successe nel 1464 il figlio Piero, detto il Gottoso, la cui posizione politica non era molto salda. Piero, anche se infermo (soffriva di uricemia, malattia ereditaria che afflisse anche Cosimo il Vecchio e lo stesso Lorenzo il Magnifico), non era un debole o un inetto e a sollevarlo dagli attacchi del male era pronto il figlio Lorenzo, giovane di vivace ingegno e di energico carattere. Appena sedicenne rivelò abilità di uomo politico nelle missioni che gli furono affidate a Napoli, a Roma, a Venezia. Gli avversari dei Medici, tra i quali primeggiava Luca Pitti, credettero di poter abbattere la signoria medicea, ma Lorenzo riuscì con l’offerta di onori e di oro a staccarlo dalla fazione nemica.

Alla morte di Piero, avvenuta nel 1469, i figli Lorenzo e Giuliano ne ereditarono il potere; Giuliano lasciò il governo al fratello, di cui riconosceva la superiorità nel campo politico. Lorenzo, appena ventenne, sulle prime si mostrò assai incerto di fronte alle insistenze dei fautori dei Medici. Ma questa si rivelò ben presto un’accorta finzione, poiché tutta la sua attività, che dal 1469 al 1472 fu rivolta all’ordinamento interno dello Stato, apparve come il frutto di una lunga e meditata preparazione, sia per la sicurezza dei fini che egli si propose, sia per l’opportuna scelta dei mezzi più adatti a conseguirli. Lorenzo riuscì a spegnere le rivalità più pericolose e a risolvere i contrasti familiari, in modo da poter imporre pacificamente la propria volontà e da diventare arbitro in ogni questione. Nell’annullare la libertà repubblicana usò una tale accortezza da non perdere il favore del popolo che gli agi della vita e lo sfarzo delle feste pubbliche andavano conciliando al nuovo principato. Con ritocchi apparentemente modesti alla costituzione repubblicana del Comune si assicurò il potere, diventando vero signore di Firenze, dopo essere riuscito a superare abilmente la crisi per il trapasso del governo, affermando la continuità della signoria della famiglia.

Domate le ribellioni di Prato e di Volterra, la quale fu messa al sacco dai mercenari di Federico da Montefeltro, i Medici, Giuliano e Lorenzo, dopo un decennio di governo dovettero rintuzzare gli attacchi delle famiglie fiorentine rivali, prima tra tutte la famiglia dei Pazzi, che organizzò la celebre “congiura dei Pazzi” allo scopo di uccidere entrambi i fratelli. Ma se non mancavano motivi di interessi particolari, mancava in tutti i cospiratori ogni ideale di restaurazione della libertà che potesse spiegare e giustificare il loro atto violento. Lorenzo e Giuliano furono aggrediti il 26 aprile 1478 mentre ascoltavano la messa in Santa Reparata a Firenze (oggi Santa Maria del Fiore). Giuliano cadde ucciso dal sicario Bandini, mentre Lorenzo, leggermente ferito poté salvarsi rifugiandosi nella sagrestia insieme a parecchi amici, tra i quali il Poliziano. I congiurati, però, non solo non poterono trarre dal moto alcun vantaggio, ma, abbandonati dal popolo che tenne le parti dei Medici, si trovarono esposti alle più crudeli vendette e rappresaglie.

Il pontefice Sisto IV, sdegnato per la giustizia sommaria che era stata fatta dei congiurati, scomunicò Lorenzo rimasto unico signore e, alleatosi con Ferdinando I di Napoli e con la repubblica di Siena, un gruppo cui si contrapponeva l’altro di Firenze, Milano e Venezia, mosse guerra a Firenze, la quale si trovò ridotta a mal partito dopo la sconfitta subita ad opera delle milizie di Ferdinando a Poggio Imperiale nel 1479. In quei difficili frangenti ebbe modo di manifestarsi l’abilità diplomatica di Lorenzo, che, con audace decisione, si recò personalmente a Napoli e riuscì a staccare Ferdinando dalla lega con Sisto IV. Le buone relazioni ristabilite tra Firenze e Napoli si accompagnavano all’amicizia dei Medici con gli Sforza, signori di Milano, iniziata già dal tempo del vecchio Cosimo.

Il pontefice, rimasto isolato, nel 1480 offrì a Firenze la pace. Salutato dai Fiorentini come “salvatore della patria”, Lorenzo approfittò del momento favorevole e dell’entusiasmo popolare per infliggere un altro colpo decisivo al regime democratico e per rafforzare la propria signoria con l’istituzione di nuovi organi, come il Consiglio dei Settanta, vero strumento di signoria, composto quasi interamente da persone devote ai Medici, e con il diminuire l’autorità dei Priori e del Gonfaloniere. L’alleanza di Napoli con Firenze, nel pensiero di Lorenzo, e la pace fra gli Stati italiani erano necessarie alla conservazione dell’indipendenza di tutta l’Italia. Con il successivo Papa Innocenzo VIII i Medici si legarono strettamente al pontificato, che avrebbe presto portato (nel 1513) un loro esponente, Giovanni, sul trono della Santa Sede col nome di Leone X. Come aveva guadagnato all’intesa il papa, Lorenzo tentò di condurvi anche Venezia, sospettata per la sua politica egoistica di ingrandimento, ma non vi riuscì, e poco mancò che una nuova rottura fra Innocenzo VIII e Ferdinando di Napoli portasse alla guerra; ma si giunse ancora una volta alla riconciliazione.

Lorenzo ebbe autorità di sommo moderatore della politica italiana e, dando a Firenze una posizione centrale, seppe creare fra gli Stati italiani quell’equilibrio che fu apportatore di benefica pace e che si spezzò dopo la sua morte, avvenuta 1′8 aprile 1492, nella villa di Careggi dove Lorenzo passò quasi interi gli ultimi due anni. Specialmente dopo il 1484 egli poté governare tranquillamente, poiché, dopo un tentativo di congiura nel 1481, subito represso nel sangue, e sebbene non mancassero le dicerie di chi lo accusava di valersi dell’erario pubblico per colmare i vuoti delle sue banche, nessuno pensava di metterlo in discussione e la fortuna della città si considerava ormai strettamente legata a quella della famiglia dei Medici.

Questa tranquillità venne anche accresciuta dai due accordi di pace del 1484 e 1486 e dopo che egli si fu accordato con la Chiesa per stabilire la pace in Italia ed escludere la presenza straniera. Neppure le prime opposizioni e i tentativi di riforma del Savonarola turbarono la quiete del governo di Lorenzo, che ammirò e protesse il predicatore ferrarese. A proposito dell’episodio leggendario del colloquio avvenuto tra il Savonarola e Lorenzo, a Careggi, negli ultimi istanti di vita di quest’ultimo, si tende a ritenere che egli ne abbia ricevuto conforto e assoluzione, mentre secondo la tradizione codina il frate avrebbe rifiutato di assolvere il morente, il quale non voleva ridare la libertà al popolo di Firenze.

Lorenzo accrebbe il suo lignaggio familiare anche grazie al matrimonio con Clarice Orsini, con la quale egli si fidanzò nel dicembre 1468, e che sposò nel giugno del 1469; da essa ebbe i figli Piero, Giovanni (il futuro papa Leone X) e Giuliano, e quattro figlie.

Educato con ogni cura dalla madre e istruito in modo tale da formarsi una buona cultura attinse direttamente ai testi classici già raccolti dal nonno Cosimo il Vecchio nelle sale del palazzo mediceo. Frequentò i più famosi umanisti del suo tempo, tra i quali: Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e Luigi Pulci e artisti come il Verrocchio, che sarà poi maestro di Leonardo da Vinci in pittura, l’architetto Giuliano da San Gallo e i pittori Pollaiolo, Filippo Lippi, Sandro Botticelli e Michelangelo, ai quali Lorenzo offrì ospitalità e protezione con una liberalità pari all’intelligenza con cui raccolse opere e oggetti d’arte.

Lorenzo è ricordato anche per la sua attività letteraria, che sembra ricondurlo verso una contraddittorietà di aspetti che caratterizza più generalmente tutta la cultura fiorentina del suo tempo. Intorno al Magnifico vivono e operano Marsilio Ficino, esponente del neoplatonismo, e Pulci, Pico un Poliziano, Pollaiolo e Botticelli. La civiltà, che attraverso questi pensatori e artisti si elabora a Firenze negli ultimi decenni del Quattrocento, si presenta con un aspetto complesso di quella che si svolge nella prima metà del secolo. In essa la vigorosa fede nelle possibilità della “virtute” umana contro la fortuna, intesa in senso boccaccesco, il fervido interesse per i problemi della città terrena, il senso della stretta connessione fra vita politica e cultura, gli elementi insomma dell’umanesimo civile fiorentino sembrano incrociarsi con un nuovo stato d’animo, in cui prevale invece un’inquieta sfiducia nell’azione umana, una volontà di distacco dalla vita politica e in genere pratica, una tendenza a cercare nella fede religiosa o nella cultura o nell’arte un separato e sereno rifugio.

Questo incrocio singolare di interessi terreni e di evasioni contemplative si riscontra in varia forma e misura nei filosofi e negli artisti che abbiamo sopra nominato, ma si riflette, e in modo forse più evidente seppure meno profondo, anche in Lorenzo. Nella sua stessa azione politica all’innegabile passione per gli intricati maneggi e alla sottile abilità diplomatica si mescolano, come è documentato dalle sue lettere e dai suoi Ricordi, atteggiamenti di cauto e ironico scetticismo e di sincera aspirazione alla “pace” e al sereno ozio meditativo. Non diversamente la varietà di aspetti della sua opera letteraria si risolve sostanzialmente in un alternarsi di momenti in cui è più viva e immediata l’adesione al mondo concreto delle passioni umane e in genere dell’esperienza pratica quotidiana con altri momenti in cui questa adesione si fa più disincantata e distaccata fino a giungere talora a un pessimismo severo e al desiderio ansioso di una perfetta e assoluta pace del cuore. Certo bisogna ammettere che questo complesso stato d’animo in un temperamento come quello del Magnifico, che meglio si realizza sul piano pragmaticamente politico, non si concretizza in veri e propri capolavori artistici; e che nei suoi scritti tengono gran posto gli echi e le suggestioni dei suoi più grandi amici e maestri, dai quali egli non nasconde di riprendere i temi e le forme a lui più congeniali. Non gli è negato, tuttavia, di esprimere in alcuni sparuti momenti la sua voce personale. E se la successione delle sue esperienze culturali e letterarie non si compone in un quadro armoniosamente unitario, tali esperienze possono collocarsi in una linea letteraria ricca, vivace e non priva di una certa coerenza di svolgimento.

A Lorenzo de’ Medici va attribuito il grande merito di essere riuscito, con i suoi raggiri e sotterfugi diplomatici, ad appacificare gran parte dell’Italia centro-settentrionale giù giù fino a Napoli. A lui va il grande merito di aver riunito la Toscana, terra di grandi scontri epocali, iniziati con la morte di Matilde di Canossa, sotto l’egida della propria famiglia che sarà mantenuta fino all’unità d’Italia.

autore: lorenzo gabrielli 

fonte: ilpalio.org

Buon Natale

Giovedì, 24 Dicembre, 2009

comunicazione_perbene008005.jpg

Franco Battiato - Inverno

Martedì, 22 Dicembre, 2009

Roma + Milano = Italia?

Lunedì, 21 Dicembre, 2009

lapestedimilano.jpglapresadiroma.jpg
Roma e Milano, avvicinate dall’alta velocità e dalla politica, sembrano monopolizzare l’attenzione riducendo l’Italia che conta, quella dove vive la maggior parte della gente, al rango di comprimaria. Comprenderne le dinamiche interne, discuterne i fallimenti politici, studiarne i cambiamenti, significa forse poter arrivare un giorno a smitizzare queste due capitali molto meno morali di quanto servirebbe all’Italia. Claudio Cerasa, giornalista al Foglio dal 2005, e Marco Alfieri, giornalista al Sole 24 Ore, ricostruiscono le vicende della politica e dell’economia locale rispettivamente a Roma e Milano, in due libri densi di informazioni e suggestioni interpretative.
Milano e Roma continuano ad attrarre intelligenze e speranze, continuano a travolgere vite, continuano a consumare ambiente e relazioni umane. La fragilità che generano è forse più grande della fortuna che offrono, anche se fa meno rumore. Eppure, sebbene si viva peggio a Milano e a Roma che a Trento o a Trieste (ne parla il Sole in questi giorni), le persone che cercano fortuna vanno più spesso nelle due metropoli che altrove. Evidentemente perché sembrano offrire una prospettiva. E non tradirla è una responsabilità di quelle città.
I libri di Cerasa e Alfieri, informatissimi e storicamente consapevoli, mostrano due città in difficoltà. Ne emerge l’impressione che in fondo Milano sia una piccola metropoli, più piccola che metropoli. E Roma sia una piccola capitale, più piccola che capitale. Le beghe del potere, i network sociali che contano, le miserie della spartizione delle risorse, pesano come macigni sulla capacità di queste città di definire un progetto e di sviluppare un futuro.
I momenti decisionali fondamentali per la gestione dei circenses dell’Auditorium riproducono a Roma in chiave modernista dinamiche da basso impero, mentre il fallimento dei primi anni di preparazione all’Expo mostrano a Milano l’incapacità di sviluppare un progetto che superi i particolarismi delle grandi famiglie di poteri locali.
Roma e Milano, nei libri di Cerasa e Alfieri, sembrano incapaci di darsi proprio quello che chi le ammira ritiene che abbiano: ampiezza di prospettiva. Ma è chiaro che la distanza tra l’impressione di chi le studia, soprattutto guardando alla politica locale, e l’aspettativa di chi le sceglie come posto dove vivere, non si spiega considerando i fenomeni in modo unilaterale. Un’ipotesi: forse la politica è sovrastimata, mentre troppo poco ci raccontiamo quella parte della vita delle persone che dipende dalle loro capacità.

fonte: blog.debiase.com

La politica: amore per la verità tra coerenza e ideologia

Venerdì, 18 Dicembre, 2009

Michael Collins è rimasto impresso nella storia irlandese come uno dei grandi “cosa avrebbe potuto essere”. Un uomo di intelligenza straordinaria, con una vitalità incredibile e un attivismo irrefrenabile, la sua morte fu un disastro per il nascente stato irlandese. La sua perdita era resa ancora più tragica dalla morte del Presidente Griffith, avvenuta solo 10 giorni prima a causa del troppo stress. In una delle ultime apparizioni in pubblico Collins stava marciando dietro al feretro del suo amico e collega di gabinetto. Dopo una settimana, Collins raggiunse Griffith nel cimitero monumentale di Glasnevin a Dublino.

Ma quelle che colpirono più di tutto furono le sue parole profetiche nel giorno in cui il trattato fu firmato. Quando Lord Birkenhead, sapendo di quanto il Trattato sarebbe stato impopolare in Inghilterra, commentò che probabilmente stava firmando la sua condanna a morte “politica”, Michael Collins replicò: “Io potrei aver firmato la mia reale condanna a morte.”

Collins rimane nella memoria di tutti come uno straordinario leader che guidò il popolo irlandese ad affrancarsi dal dominio britannico, che ispirò una generazione, e che morì prima del tempo mentre il suo paese faceva i primi passi sulla strada dell’indipendenza.

fonte: wikipedia

35 miliardi alla ricerca, in Francia

Mercoledì, 16 Dicembre, 2009

nicolas-sarkozy4.jpgIl presidente Sarkozy (nella foto) dice che l’anno prossimo la Francia investirà 35 miliardi di euro nella ricerca, nel sostegno all’università, nella banda larga. Un articolo sul Wsj cartaceo riporta i numeri. Si legge tra l’altro: 11 miliardi all’educazione superiore, 8 miliardi ai laboratori di ricerca, 2,5 miliardi a progetti nelle biotecnologie e nella cura della salute, 6,5 miliardi per tecnologie di risparmio energetico (auto, navi, aerei più puliti), 2 miliardi nella banda larga in fibra, 2,5 miliardi per la digitalizzazione di libri, film e altri beni culturali.

In Francia non pensano che queste cose si possano fare solo dopo la fine della crisi. Pensano che servano per superare la crisi.

fonte: blog.debiase.com

Economia della Conoscenza e Innovazione

Lunedì, 14 Dicembre, 2009

Video conferenza di Pier Carlo Padoan, Vicesegretario Generale OCSE, nel corso della sessione plenaria della Giornata Nazionale dell’Innovazione. Roma, 9 giugno 2009. 

Convegno a Roma: “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto” dal 10 al 12 dicembre.

Giovedì, 10 Dicembre, 2009

manifesto-dio-oggi-2009.jpg

di Bruno Mastroianni

Il fatto che la Chiesa italiana a dicembre proponga un convegno su Dio non va confuso con un evento intellettuale. E non va nemmeno preso come un gesto estemporaneo destinato a rispolverare nel nostro Paese un po’ di senso religioso. Ragionare su “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto” è porsi la domanda fondamentale per l’uomo contemporaneo.

Oggi siamo abituati a ritenere che a ogni problema corrisponda una soluzione tecnica, da affidare a specialisti. I ritmi di vita, le giostre mediatiche, perfino la prassi politica ci abituano a valutare ogni questione dal punto di vista del suo funzionamento, del suo posizionamento sulla scacchiera. Al massimo ci fermiamo a valutare le relazioni tra gli elementi in gioco. Le cose serie sembrano dipendere dalla competenza: le ricette concrete e la giustapposizione di misure sembrano l’orizzonte unico entro il quale le azioni e le decisioni umane trovano la loro efficacia. Tutto il resto finisce per esser inteso come irrilevante, o comunque da relegare nella dimensione del tempo libero e delle scelte private.

La Chiesa italiana, pienamente in linea con Benedetto XVI, sta sostenendo l’esatto contrario. E’ quel “resto” – la sfera delle domande sul senso ultimo delle cose – ciò che conta maggiormente. Perché è proprio a partire dalle domande di fondo che tutto acquista direzione e motivazione: le tecniche e le operazioni sono solo una conseguenza. Porsi oggi la questione delle questioni – quella su Dio – non è un esercizio di pia spiritualità, ma la priorità più urgente.

L’avvento della modernità in fin dei conti è stato come un passaggio dalla carrozza all’automobile. È come se una certa mentalità contemporanea si fosse concentrata troppo nel considerare l’aumento dei comfort, la maggiore autonomia di spostamento, la riduzione degli ingombri e tutti i vantaggi. A discapito della domanda fondamentale (la stessa che poneva la carrozza): con questo mezzo di trasporto dove recarsi?

La crisi economica ha dato il colpo di grazia: l’ottimismo tecnicista, secondo cui lo sviluppo sarebbe costantemente cresciuto, è stato brutalmente smentito. L’epoca delle ricette è finita. La diga della gioiosa opulenza si è rotta, facendo fuoriuscire un fiume di domande su cosa è l’uomo e che cosa ci fa in questo mondo. Chi sarà in grado di dare una risposta credibile a quelle domande avrà risposto alla sfida più alta del mondo contemporaneo.

Riportando in primo piano la questione di Dio la Chiesa non vuole far scendere l’uomo dall’auto. Gli sta porgendo una mappa.

tratto da: brunomastroianni.blogspot.com

powered by wordpress - progettazione pop minds