Archivio di Luglio, 2010

L’Italia dell’eterno rimpallo fra supermoralisti e “praticoni”

Mercoledì, 28 Luglio, 2010

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di Alberto Mingardi 

Fatta salva l’esigenza (per la verità, poco avvertita da chi i giornali li scrive e evidentemente anche da chi li legge) di accertare i fatti prima di emettere un giudizio, il quadro che emerge dalle inchieste di Firenze e di Milano è sconfortante. Sconfortanti le accuse, sconfortanti le dinamiche d’interazione fra magistratura e media, sconfortante la risposta della politica. Guido Bertolaso è l’unico ad uscirne paradossalmente ferito ma bene, senza svicolare dal confronto, senza scrollarsi di dosso le sue responsabilità.

Il problema, a monte, è che vicende come quelle venute alla luce in questi giorni riattivano riflessi condizionati, nell’opinione pubblica e nella “classe dirigente” del Paese. Se non da che mondo è mondo almeno da che l’Italia è l’Italia, le persone “che contano” costruiscono la propria identità sulla presunzione di essere meglio del resto di noi. Gli scandali, i latrocini, la corruzione che segnano tutta la storia d’Italia dall’unificazione ad oggi raccontano questo eterno rimpallo fra moralisti e “praticoni”. La prassi dell’uso dello Stato ai propri fini, la teoria di un “senso dello Stato” artificiale e posticcio. Ci sono culture politiche in Italia che fanno della propria impotenza un senso di distinzione. Perennemente tese verso il rinnovamento del Paese, si rallegrano segretamente della sua incapacità di rinnovarsi. Corruzione e moralismo sono elementi costitutivi dell’Italia così com’è, e del dibattito pubblico. La convinzione di essere “un’altra Italia” è utilissima ad evitarsi la fatica di impegnarsi davvero in quella che c’è. Certi che il meno peggio sia nemico del bene, i “migliori” non sono mai scesi dall’Aventino.

C’è un altro pezzo di classe dirigente, che costruisce identità non sull’avere un’idea del Paese ma proprio sul non avercela – condizione apparentemente indispensabile, per “gestirlo”, il Paese. Siamo sempre al “governare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Sottinteso: e allora tanto vale godersi la festa. Il risultato della perversa amalgama di queste due culture è l’Italia che abbiamo sotto gli occhi. Un Paese in cui le leggi sono scritte dai francescani ma vengono applicate dai casalesi, dove tutto è peccato però si fa ampio ricorso alla confessione. E proprio per la tensione fra queste due culture, anziché “semplificare” regole e norme, abbiamo imparato ad aggirarle. Con la corruzione – o allargando a dismisura il concetto di “emergenza”, è dopotutto un dettaglio. Qual è il grande non detto, in questa situazione? È l’economia di relazione, che s’innerva in questa attività di lobby spiccia e laterale, fatta di escort e proiezioni di ricatti, di appalti in famiglia e società eterodirette dal Palazzo.

Ciò che è anomalo non è il fatto che le classi dirigenti si parlino, che alti giudici diano del tu a degli imprenditori, che esistano robusti circuiti relazionali. È così in tutto il mondo: ovunque la parte “che conta” della società fa le stesse scuole, legge gli stessi giornali e gli stessi libri, condivide una storia. La “porta girevole” esiste e ruota a velocità ancora più veloce nei Paesi anglosassoni, dove è piuttosto comune che fra accademia, finanza, impresa, grandi fondazioni e politica si trovino a ricoprire posizioni intercambiabili. Quello che è intrinsecamente diverso è il modo in cui i conflitti d’interesse trovano soluzione.

E questo modo così diverso non passa attraverso l’iper-regolazione dei comportamenti, o attraverso la moltiplicazione dei codici etici. Passa per un’idea diversa del rapporto fra Stato e mercato. Per una linea divisoria  limpida, chiara, che non impedisce che le stesse persone possano trovarsi talvolta di qua e talvolta di là, ma cambia il paesaggio morale in cui si muovono.

L’“a Fra’, che te serve” c’è dappertutto – quello che cambia è ciò che può restituire, in cambio, il politico, dall’altra parte della scrivania. Ci sono più lobbisti a Washington che a Roma. Ma il lobbying a Washington è un’attività trasparente, un gioco con regole chiare, che avviene sotto gli occhi di tutti e che richiede qualche sforzo in più rispetto al “presentarti quella persona”. Per Kennedy, il buon lobbista era quello capace di spiegare in dieci minuti un problema che il suo staff ci avrebbe messo ore e ore per comprendere. Spiegare un problema: non semplicemente stornare numeri di telefono, veder gente e fare cose.

Le relazioni esistono dappertutto, e ovunque sono importanti. Ma non sono, non possono essere, l’unico appiglio su cui costruire una carriera. Quanti perfetti cretini conosciamo, che in Italia occupano una posizione apicale soltanto perché testimoniano il potere relazionale di un altro essere umano? Potere relazionale la cui più sfacciata e muscolare manifestazione è sempre imporre un generale idiota. Fregandosene di come andrà poi la guerra. Questa opacità diffusa, questo lobbismo d’accatto, non sono solo l’habitat naturale dei praticoni. Sono anche il risultato delle prediche dei moralisti. I moralisti vogliono che lo Stato sia tutto, e la società nulla. Che l’interesse personale sia dichiarato illegale a norma di legge, per fare degli italiani un popolo di santi. Sono i moralisti che hanno costruito le alcove dei peccatori. Se lo Stato può fare tutto, perché dovrebbe limitare gli “aiutini”?

Ripensare la nostra cultura pubblica non significa lamentarsi che le mezze stagioni non ci sono può, invocare sanzioni per i partiti che si tengono in pancia i corruttori, o nuove regole. L’unica cosa che servirebbe davvero è la separazione fra Stato ed economia. Ma lo spirito dei tempi soffia in tutt’altra direzione.

fonte: Il Riformista

Parole e volgarità

Martedì, 27 Luglio, 2010

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Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento della lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo. Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.

Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.

Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani. L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità. La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato. È la tentazione, strisciante, del populismo. Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.

Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità. Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.

Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. È vero che la fantasia ormai scarseggia; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi Eros e Priapo di Gadda. Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens. E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.

autore: Cesare Segre

fonte: Corriere della sera

Claudio Risè: La società non può fare a meno del padre

Lunedì, 26 Luglio, 2010

il_padre.jpgI padri italiani sono i più negligenti d’Europa, con meno di mezz’ora al giorno dedicati ai propri figli. Così stabilisce una recente ricerca condotta su un campione europeo: sono dati che certamente devono far riflettere sulle motivazioni di questo poco interesse.
Per avere una visione oggettiva del fenomeno ci siamo rivolti a Claudio Risé, psicoanalista, scrittore, docente universitario che con gli uomini italiani dialoga tutte le settimane dalle colonne di Psiche lui, la popolare pagina di Io Donna, il supplemento settimanale del “Corriere della Sera”.
Risé è stato il primo in Italia a introdurre il tema della crisi del maschile, visto in chiave psicanalitica. Il suo ultimo libro sui maschi: Essere uomini (Red edizioni), è oggi alla terza edizione. E sta per uscire presso l’editore Frassinelli un nuovo saggio (scritto con la moglie, il medico Moidi Paregger): Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile.

Professor Risé, è vero che i padri italiani sono così negligenti? E perché?

«Ci sono molte ragioni, in parte psicologiche, in parte economiche. Dal punto di vista psicologico l’Italia, paese mediterraneo, è in gran parte sotto l’influsso dell’Archetipo della Grande Madre, una forza dell’inconscio collettivo (e quindi condizionante la cultura dominante), che tende ad estendere nell’educazione dei figli il potere della madre rispetto a quello del padre. In questa configurazione psicologica gli stessi maschi adulti tendono a viversi più come figli delle loro compagne, cui quindi rivolgono continue richieste di conferma affettiva, piuttosto che come mariti, e padri dei propri bimbi, con cui spesso si sentono in concorrenza. Ci sono però altri aspetti. Da una parte l’Italia è probabilmente il più “americanizzato” dei paesi europei, e dunque quello dove i padri sentono più fortemente, come negli USA, l’imperativo di fornire la maggior quantità possibile di reddito monetario alla famiglia.
Quindi lavorano molto, ed hanno poco tempo di stare coi figli. D’altro lato, nel caso di famiglie di separati, l’Italia applica una legislazione particolarmente punitiva nei confronti dei padri, che possono passare pochissimo tempo coi figli, anche quando desidererebbero farlo. Anche in questa bizzarria, che vede la madre come destinatario privilegiato dell’affidamento dei figli, anche già adolescenti, vediamo, dal punto di vista dell’inconscio collettivo, un effetto del potere esercitato, anche sulla prassi giudiziaria, dall’Archetipo della Grande Madre cui ho accennato prima».

Ma i  padri non hanno responsabilità nell’assenza nei confronti dei figli?

«I padri italiani, come quelli di tutto l’Occidente, hanno da un certo periodo storico (l’industrializzazione) in poi messo in secondo piano la famiglia, per impegnarsi totalmente nel lavoro e nella carriera. Nel paese che è un po’ il pesce pilota dell’Occidente, gli Stati Uniti, il tempo libero dei dipendenti maschi é diminuito del 20% dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Oggi il tempo per crescere i figli i padri non ce l’hanno più. D’altra parte solo oggi si riscopre che la funzione educativa del padre è importante. Per molti decenni, tutto ciò che si riferiva al padre è stato definito con aggettivi dispregiativi che tendono a svalutare il mondo dei comportamenti paterni: paternalista, patriarcale. Per almeno cinquant’anni è come se il padre nel mondo occidentale contemporaneo fosse diventato d’impiccio: l’uomo adulto è stato apprezzato come funzionario aziendale, o come consumatore, ma non doveva pretendere di “fare il padre”».

Quali sono stati gli effetti di questa situazione?

«Simbolicamente il padre è colui che, con la sua presenza e la sua azione, costruisce un ponte tra i figli che crescono, e la società in cui devono entrare. Mentre nella famiglia la madre esprime innanzitutto il mondo degli affetti e dei bisogni. Il padre è l’”iniziatore” alle norme, alla disciplina che dobbiamo esercitare su noi stessi, e all’autorità che dobbiamo riconoscere alla società. Tutti valori fortemente contestati per molto tempo, a favore di quelli dell’appagamento immediato e del piacere.
Il risultato è che  oggi, in una situazione di assenza paterna, si fatica a rispettare norme valide per tutti, ogni piccolo sforzo viene considerato enorme e l’autorità viene vissuta, come un  sopruso
».

C’è anche un aspetto religioso, nel “mestiere del padre”?

«Certo. Il padre che svolge correttamente la propria funzione attiva nell’individuo giovane, nel figlio (o nell’allievo che lo vive come padre), la capacità di relazione con la dimensione sovrapersonale, trascendente. E’ coltivando questo aspetto psichico che l’individuo viene messo in grado di sviluppare la relazione con Dio».

La tendenza è al peggioramento, o qualcosa sta cambiando?

«Come sempre nelle situazioni estreme, nelle quali la stessa vitalità del gruppo umano è a rischio (la difficoltà a riprodursi del maschio occidentale è ormai attorno al 45%), l’istinto di conservazione sviluppa forti controreazioni. Tutta la società si è accorta che non può fare a meno del padre, e questi stessi sondaggi, preoccupati per la sua assenza, lo rivelano. Ma soprattutto, il comportamento e la sensibilità degli uomini-padri va riscoprendo il significato  della loro funzione educativa.
Nelle separazioni, sfortunatamente in aumento, i mariti che chiedono l’affidamento dei figli sono sempre più numerosi.
Anche a livello sociale la pratica dell’affidamento congiunto si diffonde, ed è pronta una legge che propone di farne la  prassi generalmente seguita. Dalla mia pratica di psicoanalista, e dal mio impegno per una nuova coscienza maschile, credo di poter dire che è in netto aumento, nei giovani uomini, la consapevolezza dei valori della famiglia, degli affetti, e dell’educazione dei figli, rispetto a quelli dell’edonismo e dei cosiddetti “simboli di status”, in pratica indotti dalla società dei consumi. Insomma: il padre torna a casa. E la società si è accorta che non può fare a meno di lui».

fonte: L’Eco di Bergamo
autore: Massimo Centini

Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato

Giovedì, 22 Luglio, 2010

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È disponibile online l’Annale 2010 del Centro Studi Tocqueville-Acton: “Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato”.

Viviamo tempi difficili, una crisi nella quale siamo talmente immersi che può capitarci di non coglierne i reali contorni. Con l’Annale 2010: “Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato nelle democrazie contemporanee”, il Centro Studi Tocqueville-Acton intende iniziare una riflessione sulle scienze sociali, assumendo come prospettiva teorica l’ordoliberalismo, ovvero quel liberalismo delle regole che sin dalla metà degli Anni Trenta seppe raccogliere intorno ai circoli e all’Università di Friburgo personalità eminenti della resistenza al nazismo. Senza alcun improprio e ridicolo paragone, facciamo nostro uno dei tanti appelli di Luigi Sturzo: “la battaglia per la libertà non ha mai fine”. Per questa ragione, crediamo che anche nel migliore dei mondi possibili (supponiamo che il nostro lo sia) sia indispensabile tenere alta la guardia contro i tentativi di abbattere le istituzioni liberali. Certo, una demolizione che si realizza un po’ alla volta, magari anche con il concorso del sorriso accattivante di qualche bel volto a tutti noto e per questo motivo particolarmente rassicurante. Ebbene, il Centro Studi Tocqueville-Acton, con il presente Annale 2010, offre la propria riflessione sul tema delle “Regole della libertà”, aggredendo le problematiche tipiche dell’ordine sociale sotto il profilo epistemologico, filosofico, economico, storiografico, politologico e giuridico. Ancora, oltre ad una sezione antologica, quest’anno dedicata ad un saggio di Wilhelm Röpke: Presupposti e limiti del mercato, da molti considerato il suo testamento spirituale, al saggio recensione del 1943 di Luigi Einaudi all’opera di Röpke: La crisi sociale del nostro tempo (1943), e alla recensione di un classico del pensiero liberale: The Road to Serfdom di Friedrich A. von Hayek, scritta dal filosofo statunitense Jude P. Dougherty, il Centro Studi Tocqueville-Acton intende dedicare una sezione specifica allo studio del pensiero sociale cristiano, prestando particolare attenzione al Magistero sociale della Chiesa cattolica.

nella foto, Flavio Felice, Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton

clicca qui per scaricare l’Annale 2010

Dipendenza energetica dell’Europa e dell’Italia

Martedì, 20 Luglio, 2010

La pubblicità

Lunedì, 19 Luglio, 2010

Ecco cosa non va giù ai supermoralisti

Domenica, 18 Luglio, 2010

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di Bruno Mastroianni*

Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.

A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali, a interpellare l’uomo su ciò che veramente conta, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra.

E suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri. Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto. Eppure la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che il suo destino è nelle mani di qualcun Altro.

Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede.

I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.

*Docente di Media Relations presso la Facoltà di Comunicazione della PUSC

fonte: brunomastroianni.blogspot.com
 

La “dolce morte” demografica dell’Abruzzo

Venerdì, 16 Luglio, 2010

piero_angela_buona.jpgLa Regione Abruzzo, secondo l’Ufficio di Statistica Europeo (Eurostat), appare una regione in bilico: l’analisi demografica conferma che la struttura per età della Regione ha una tendenza generalizzata al progressivo invecchiamento della popolazione. La situazione è sicuramente preoccupante: dal 1980 al 2004 il tasso di natalità è passato dall’11,5 all’ 8,6 per mille. Questo significa che i bambini che nascono in Abruzzo sono poco più di 8 su mille, mentre le persone che muoiono sono 10,1 su mille. Nel 2004, quindi, la regione ha perso 1,5 abitanti su mille per saldo naturale (circa 2000 in meno complessivamente).

Il Piano Sociale Regionale per l’Abruzzo evidenzia il pericolo di una involuzione demografica dimostrata dal basso tasso di nascita, lieve incremento dovuto all’immigrazione, aumento dell’invecchiamento, diminuzione del tasso di attività e della forza lavoro.

Le più recenti ricerche mostrano che il tasso di natalità incide significativamente sullo sviluppo economico di un territorio: il beneficio sociale prodotto dai bambini è notevole, mentre il ristagno delle dinamiche demografiche è fonte di rallentamento economico e di improduttività. Un bambino in meno, secondo alcuni ricercatori, implica una diminuzione di circa 100.000 dollari sul Pil nell’arco di vita di una persona (Gosta Espin-Andersen, I bambini nel welfare state. Un approccio all’investimento sociale, in La Rivista delle Politiche Sociali, n. 4/2005).

La denatalità crea quindi un evidente ritardo nella sostenibilità a lungo termine dello sviluppo regionale abruzzese.

Consiglio di lettura 

Fra 12 anni l’Italia avrà 10 milioni di giovani e adulti (sotto i 65 anni) in meno e 5 milioni di ultrasessantacinquenni in più. 

Perché dobbiamo fare più figli? Ce lo spiega Piero Angela insieme a Lorenzo Pinna in questo lodevole ed esauriente saggio. Il crollo delle nascite sta mettendo in crisi il Nostro Paese ed anche tutto quanto l’Occidente. Volete saperne di più? Non resta che tuffarsi in una lettura ricca di contenuti, spiegazioni, risposte a insoliti quesiti. Una lettura interessantissima che cattura il lettore pagina dopo pagina, perché nasce il desiderio di saperne sempre di più.
Piero Angela è un grande giornalista, una firma eccellente. Fin dalla fine degli anni ‘70 si è dedicato interamente alla realizzazione di programmi di divulgazione scientifica. Ricordiamo: Quark, Superquark, Ulisse, programma a puntate monografiche riguardanti scoperte storiche e scientifiche. Numerosissimi i suoi programmi televisivi e altrettanto numerosi i libri pubblicati. Nel 2003 gli è stato assegnato il Premio Letterario Internazionale Il Molinello per la divulgazione scientifica.

L’ultimo dossettiano

Lunedì, 12 Luglio, 2010

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di Roberto de Mattei

Il rapporto tra cattolici e comunisti resta la principale chiave interpretativa della storia italiana del Secondo dopoguerra. Questo rapporto fu teorizzato e vissuto da due forti personalità intellettuali, pur tra loro divergenti: Giuseppe Dossetti (1913-1996) e Franco Rodano (1920-1983). Per entrambi il comunismo non fu il nemico, ma l’occasione storica per realizzare il programma sociale cristiano, che essi contrapponevano al sistema capitalistico dell’occidente.

Il compito dei cattolici, secondo Rodano, doveva essere quello di dare dimensione religiosa e metafisica, all’azione politica di Palmiro Togliatti. Dossetti pensava invece che si dovesse agire all’interno della Dc di De Gasperi, “rifondandola” per conquistare lo stato. Il gruppo “catto-comunista”, che faceva capo a Rodano riteneva che marxismo e cattolicesimo dovessero realizzare, nella comune prassi, una nuova idea di Rivoluzione.

Per la sinistra dossettiana, invece, l’idea di “Rivoluzione” era incorporata nella costituzione antifascista, che andava attuata in tutte le sue potenzialità.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento, Rodano fu il mentore di Enrico Berlinguer, in cui vide il realizzatore della politica di Togliatti. L’epoca del compromesso storico, tra il 1974 e il 1978, fu quella del maggior successo comunista in Italia e, simultaneamente, della peggior crisi del mondo cattolico, che vide il passaggio del divorzio e dell’aborto, sotto governi a guida democristiana.

La morte, nel 1978, di Aldo Moro e di Paolo VI, segnò però il definitivo naufragio del progetto rodanian-berlingueriano. In quegli anni, don Giuseppe Dossetti, dopo aver abbandonato la politica attiva ed essere stato ordinato sacerdote, viveva in ritiro monastico. Il suo programma, dopo aver trovato un primo interprete in Fanfani e nei teorici della “terza via”, avrebbe conosciuto l’ora di apparente trionfo solo vent’anni dopo, con l’entrata in scena di Romano Prodi, sua creatura politica.

Franco Rodano trovò il suo più rigoroso critico in Augusto Del Noce (Il cattolico comunista Rusconi, Milano 1981); Giuseppe Dossetti lo ha trovato in Gianni Baget Bozzo, di cui è appena uscito postumo, in collaborazione con Pier Paolo Saleri, “Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica” (Ares, Milano 2009). Il Foglio ha già dedicato a Dossetti ampi articoli di Maurizio Crippa e dello stesso Baget Bozzo. Chi è interessato a meglio comprendere l’influenza esercitata da Dossetti nella società italiana, troverà ora in questo volume nuovi elementi su cui riflettere.

Il pensiero di Dossetti si era in parte alimentato alle posizioni filo-fasciste dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli. Si trattava, osserva Baget Bozzo, di una interruzione significativa del pensiero cattolico sul diritto naturale (p. 51). Per il giusnaturalismo cattolico, infatti, la legge naturale non può essere assorbita dal diritto positivo dello stato. Il fascismo però produsse nel mondo cattolico l’idea che fosse lo stato il garante naturale della chiesa nella società e l’unica fonte del diritto. Saleri osserva che Dossetti, proprio attraverso la sua esperienza nella Resistenza, capì che nel fascismo c’era un elemento che andava salvato, seppure in forma democratica e antifascista: lo stato che dà forma alla società in chiave anticapitalista (p. 84). Questo stato poteva essere realizzato solo attraverso una stretta alleanza tra i cattolici e le sinistre, in particolare il Pci, in quanto partito capace di dare un senso forte alle istituzioni. “Così il dossettismo appare soprattutto come una connessione nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista dello stato, nella forma che essa prese in Italia, un paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria” (p. 52).

Il ruolo politico di Dossetti è legato a due momenti precisi: il 1948, che vide il giovane “professorino” trasformarsi nel sagace “costituente” che trattò con Togliatti l’articolo 7 della costituzione, e gli anni Novanta, quando l’antico costituente si trasformò in un nuovo “partigiano” della costituzione repubblicana.

In quel momento, dopo il crollo del muro di Berlino, vi era una sola possibilità per i comunisti di cambiare la situazione politica: servirsi della magistratura, che poteva non essere soltanto un potere delle istituzioni, ma anche “un potere sulle istituzioni”.

Per Dossetti l’azione della magistratura corrispondeva alla sua tesi fondamentale, quella per cui la Resistenza era incorporata nella costituzione e le forniva un valore metafisico: l’antifascismo (p. 41). La politica della costituzione antifascista divenne la chiave della legittimità politica dopo la fine dell’egemonia democristiana. I partiti antifascisti, cattolici e comunisti, erano l’essenza della Repubblica costituzionale e la democrazia italiana, secondo Dossetti, si era allontanata, con l’anticomunismo, dall’antifascismo costituzionale. I magistrati erano l’unico potere che non traeva legittimità dal voto popolare, ma dalla costituzione, senza passare attraverso i partiti. Dossetti divenne dunque il garante dell’integrità della costituzione.

Il “gran vecchio” scese dalla Montagna e ritornò sulla scena, promuovendo in tutta Italia i comitati per la difesa della costituzione, per combattere la “democrazia populista” di Silvio Berlusconi, simbolo a un tempo della società borghese e della sovranità popolare che minacciava la costituzione.

La coalizione di sinistra guidata da Romano Prodi, designato a questo ruolo dallo stesso Dossetti, riuscì a vincere le elezioni politiche contro Berlusconi, prima nel 1996 e poi nel 2006. Il ruolo di Dossetti, nelle elezioni del 1996, fu quello di un “contropotere spirituale” rispetto al Vaticano: un monaco che si sostituiva alla chiesa di Roma, assumendo su di sé il ruolo di guida spirituale dei cattolici.

Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini fu il suo maggiore alleato. La chiesa fu costretta ad accettare l’uomo di Dossetti, legittimato da Martini, come mediatore tra la chiesa e lo stato (p. 59). Il monaco Dossetti compì in nome del suo potere spirituale ciò che il politico Dossetti aveva tessuto in forma materiale. “Dossetti e Prodi – sottolinea Baget Bozzo – appartengono alla storia religiosa d’Italia, non soltanto a quella politica” (p. 64). “Senza il tocco monastico, il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo, non sarebbe nato” (p. 65). Il gruppo di Dossetti aveva visto nella costituente e nella costituzione un evento rivoluzionario che dava un nuovo fondamento e un nuovo inizio alla società italiana.

Il secondo evento fu il Concilio Vaticano II. Dossetti era convinto che la collusione con il potere della chiesa post tridentina aveva portato alla separazione tra Dio e il popolo. Per riconciliarli, non era sufficiente l’azione politica, ma occorreva una riforma teologica della chiesa. Il libro di Baget Bozzo e Saleri accenna, ma lascia a margine quest’aspetto, che andrebbe integrato con la lettura dell’ampio saggio di Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, contenuto nella raccolta di saggi dello storico dossettiano, Transizione epocale.

Studi sul Concilio Vaticano II (Il Mulino, Bologna 2009, pp. 393-504). Dossetti partecipò al Concilio come “esperto” del cardinale Giacomo Lercaro, attorno a cui costituì l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna di cui lo stesso Alberigo, e oggi Alberto Melloni, sono eredi. Durante il Concilio, Dossetti e il gruppo di Bologna cercarono di spingere la chiesa sulla via del “conciliarismo”, spogliandola del suo Primato Romano. Il tentativo di trasformare in senso “collegiale” il governo della chiesa fallì, ma la scuola di Bologna divenne il centro di diffusione dello ‘spirito del concilio’ cioè di una chiesa, come ricordò Baget Bozzo sul Foglio, del 23 febbraio 2007, liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi.

Quando, il 15 dicembre 1996, il monacopartigiano muore, a 83 anni, nella Comunità da lui fondata di Oliveto, accorrono a pregare sulla sua bara il capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi. Quest’ultimo, come annota il “Corriere della Sera” del 16 dicembre, afferma di aver perduto in Dossetti “la sua guida spirituale”. Anche il cardinale Martini lo piange definendolo una “figura profetica per il nostro tempo”, e dichiarando di aver avuto in lui “un grande amico e ispiratore”.

Tredici anni della nostra storia sono da allora passati. L’ascesa al Pontificato di Benedetto XVI nel 2005 e la disfatta politica di Romano Prodi nel 2008 sono state svolte epocali che hanno visto l’inesorabile tramonto di un Dossetti profeta politico-religioso, capace di “leggere la storia” e discernere “i segni dei tempi”. Il pensiero di don Giuseppe Dossetti, come quello di Franco Rodano, è oggi archiviato nella storia delle utopie.

fonte:  “Il Foglio” del 22 luglio 2009
 

Gelo con Washington: “Italia e Eni sono troppo amiche della Russia”

Sabato, 10 Luglio, 2010

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Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».

Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».

Poco più giù sulla Quinta Strada, al numero 500, ha sede la società Louis Capital Markets il cui direttore esecutivo Edward Morse ha la fama di essere il maggior esperto mondiale di energia. Camicia celeste senza cravatta e gelato «Ben & Jerry» sul tavolo, Morse ritiene che la partita sia ancora più ampia: «Mosca vuole il South Stream per non dover più far passare il proprio gas destinato all’Europa Occidentale attraverso l’Ucraina, con cui è ai ferri corti, e al tempo stesso per essere lei a distribuire in Occidente il gas dei ricchi giacimenti kazaki e turkmeni», mentre Washington «ha interesse a non veder l’Europa dipendente dalla forniture russe», identificando fonti alternative di gas nelle «disponibilità potenziali di due Stati alleati come l’Azerbaigian e l’Iraq». Sono partite strategiche opposte perché gli Stati Uniti puntano a sfruttare il gas per integrare l’Europa con le repubbliche indipendenti del Caucaso e con l’Iraq, mentre Mosca sta tentando di creare un legame energetico con l’Europa Occidentale talmente consistente da indebolire i rapporti transatlantici, ovvero la solidità della Nato.

«Ciò che colpisce di questa partita è che al momento tanto South Stream che Nabucco sono progetti teorici, perché la Russia non ha gas a sufficienza per il primo e l’Azerbaigian non mette ancora a disposizione il gas per il secondo» aggiunge Morse, secondo il quale «siamo ancora nella fase della trattativa fra i due fronti» e per questo colpisce che «l’Italia, attraverso l’Eni, sta giocando con i russi a poche settimane di distanza dagli abbracci dell’Aquila fra Obama e Berlusconi». Agli specialisti del settore non è sfuggito che lo scorso 5 giugno a San Pietroburgo il vicepremier russo Igor Sechin - ex agente del Kgb, regista della politica energetica del Cremlino e fedelissimo di Putin - nel suo discorso sulle priorità di politica energetica della Federazione russa abbia nominato un unico personaggio straniero: l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, plaudendo alla sua idea di «creare un’agenzia globale del greggio». Nella bozza del testo preparata dagli speechwriter di Sechin il nome di Scaroni non c’era, è stato Sechin ad aggiungerlo di proprio pugno. Ma gli americani non si fidano di Sechin, presidente della compagnia petrolifera Rosneft che ha ingoiato le proprietà della Yukos di Mikhail Khodorkovsky, l’oligarca leader dell’opposizione che Putin fece arrestare per evasione fiscale nel 2004 e sta scontando una condanna a otto anni di carcere.

Ciò che accomuna i diplomatici di Washington e gli analisti di petrolio di New York è l’impressione che l’Italia si sia schierata con la Russia nel grande gioco per gli equilibri energetici del XXI secolo, tanto più che il South Stream dovrebbe vedere la luce nel 2015, appena tre anni dopo il North Stream grazie al quale Mosca potrà esportare direttamente gas alla Germania senza dover più attraversare i territori delle confinanti e irrequiete Bielorussia e Polonia. E’ uno scenario che porta a prevedere che la Russia fornirà alla Germania ben il 60% delle importazioni di gas ed all’Italia almeno il 20%, consentendo a Gazprom di controllare nel 2015 il 33% del mercato europeo rispetto all’attuale 28. Il sospetto che circola a Washington è che «Berlusconi possa avere interessi particolari nell’aumentare i legami energetici con la Russia» ma nelle sue frequenti missioni negli Stati Uniti Scaroni ha spiegato che c’è continuità fra le scelte dei governi Berlusconi e Prodi perché sono frutto della situazione energetica in cui versa l’Europa.

Con la Germania che programma la chiusura totale delle centrali nucleari e la Spagna che fa altrettanto con quelle a carbone, la dipendenza dell’Ue dal gas è destinata ad aumentare. Se a ciò si aggiunge che la produzione europea di gas - Norvegia esclusa - è destinata nei prossimi anni a scendere da 250 a 150 miliardi di metri cubi annui per far fronte a un fabbisogno di 550 miliardi significa dover programmare un aumento delle importazioni, che al momento sono di 300 miliardi di metri cubi. E i maggiori fornitori rimangono Russia e Norvegia, seguiti da Algeria e Libia, con sullo sfondo lo scenario del gas liquido Lng presente nell’Africa meridionale. E’ questa la cornice che spinge l’Italia verso il South Stream, un progetto da 12 miliardi di dollari - per importare 63 miliardi di metri cubi annui - che Gazprom si è già impegnata a finanziare per la metà. Tantopiù che il Nabucco, secondo gli studi dell’Eni, è un progetto indebolito dalla mancanza di impegno degli azeri nel fornire gas e dall’impossibilità di portare quello turkmeno e kazako attraverso il Mar Caspio perché, trattandosi di un lago, far transitare un tubo richiederebbe l’avallo da parte di tutti i Paesi rivieraschi e la Russia, che è fra questi, si oppone.

Ciò che distingue il monopoli dell’energia è però l’incertezza delle alleanze perché trattandosi di geopolitica tutto può cambiare rapidamente, rimettendo in discussione gli attuali equilibri: un rasserenamento dei rapporti fra Mosca e Kiev taglierebbe le gambe al South Stream mentre se Teheran dovesse aprire a sorpresa all’America, l’Occidente avrebbe gas a sufficienza per far decollare il Nabucco. L’amministrazione Obama guarda invece in altra direzione: per garantire all’Europa l’energia di cui avrà bisogno nei prossimi 20 anni pensa a una ricetta composta da nucleare, energie rinnovabili, risparmi nei consumi e carbone pulito. Si spiega così quanto dice Morse sulla «novità europea più interessante del momento» ovvero il «boom di arrivi di carbone nei porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa». Le tensioni fra Italia e Stati Uniti sui temi energici sembrano destinate a segnare l’imminente debutto dei due ambasciatori Giulio Terzi a Washington e David Thorne a Roma.

autore: Maurizio Molinari

fonte: La Stampa
 

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