Archivio di Novembre, 2010

Se nulla è vero, come dice Eco, perché i “Protocolli” sarebbero falsi?

Martedì, 30 Novembre, 2010

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di Roberto de Mattei

“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco (nella foto) è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto “L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010).

Ma il discorso merita di essere approfondito. Eco tiene ad assicurarci che nel suo romanzo nulla è fantasioso, ma tutto è storico, tranne la figura del protagonista, Simonino Simonini, l’unico personaggio inventato, che però “è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi” (p. 515). Per la verità, il geniale falsario Simonini, “incapace di nutrire sentimenti diversi da un ombroso amore di sé, che aveva a poco a poco assunto la calma serenità di un’opinione filosofica” (p. 103), ci appare come una sorta di controfigura dello stesso Eco. Il punto è che, ne “Il Cimitero di Praga”, Eco non si limita a sostenere la falsità di opere come i “Protocolli dei Savi di Sion”, ma è convinto della falsificabilità di ogni documento storico. Simonini – scrive – “ci teneva a che i suoi falsi fossero, per così dire, autentici” (p. 428). D’altronde, “chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi” (p. 121). Ma se nessun documento è, in sé, vero, tutti i documenti sono, almeno potenzialmente, falsi e se nessuno è certamente vero, di nessuno si può dire che è certamente falso. Per dire infatti che un documento è falso, occorre che ve ne sia almeno uno vero, il che non è, non tanto perché non esistano di fatto documenti veri, quanto perché, per Eco, la verità stessa non esiste in sé. Con ciò arriviamo al punto centrale del discorso di Eco: un relativismo assoluto che pretende di dissolvere non tanto la verità filosofica quanto quella fattuale, che costituisce la trama oggettiva della storia.

Le radici di questo relativismo stanno nel nominalismo medioevale, che non ha niente a che vedere con la Scolastica, ma ne rappresenta il momento di crisi e di decadenza. Umberto Eco si è formato alla scuola tomista e ci ha consegnato uno dei migliori studi sull’estetica medioevale (“Il problema estetico in san Tommaso”, Torino 1956). Da allora però la sua deriva intellettuale ha seguito il percorso che dal nominalismo (di cui ha fatto l’apologia ne “Il nome della Rosa”) conduce all’illuminismo.

Dell’illuminismo torinese del Novecento, tanto bene analizzato da Augusto Del Noce, se Norberto Bobbio costituisce la versione neokantiana, Eco incarna quella neolibertina, più dissacrante, ma anche più coerente di quella dei “padri nobili” azionisti. Eco spinge il suo relativismo al punto di considerare correlativi vero e falso, non solo sul piano filosofico e morale, come voleva Spinoza, ma anche su quello fattuale. Ma se il falso storico è indistinguibile dal vero, solo la parola del falsario e dei suoi complici potrà attestare la non veridicità del falso. Con ciò Eco restituisce dignità storica ai “Protocolli dei Savi di Sion”, perché se tutto può essere falsificato e nulla esiste di certamente vero, la verità non è altro che la maschera soggettiva dell’interesse.

E’ vero ciò a cui il documento attribuisce verità. Se, come scrive Eco, “non c’è che parlare di qualcosa per farla esistere” (p. 385), c’è da chiedersi se definire falso un documento è sufficiente a metterne in dubbio l’esistenza e, di conseguenza, se il suo libro contribuirà a diminuire il numero dei lettori dei “Protocolli dei Savi di Sion” o non contribuirà piuttosto ad aumentarli, stimolandone la morbosa curiosità.

“Il Cimitero di Praga” è l’apologia implicita di quel cinismo morale che segue necessariamente all’assenza di vero e o di bene. Nelle oltre cinquecento pagine del libro non c’è un solo impeto ideale, né figura che si muova spinta da amore o idealismo. “L’odio è la vera passione primordiale. E’ l’amore che è una situazione anomala” (p. 400) fa dire Eco a Rachkovskij. “Odi ergo sum” (p. 23) ripete Simonini, a cui Rachkovskij insegna cinicamente che “mentre si lavora per il padrone di oggi bisogna prepararsi a servire il padrone di domani” (p. 499). E tuttavia, malgrado le figure spregevoli e i fatti criminosi di cui il libro è infarcito, manca nelle sue pagine quella nota tragica che sola può far grande un’opera letteraria. Il tono è piuttosto quello sarcastico di una commedia in cui l’autore si fa beffe di tutto e di tutti, perché l’unica cosa in cui veramente crede sono i filets de barbue sauce hollandaise che si mangiano da Laperouse al quais des Grands-Augustin, le écrevisses bordelaises o le mousses de Volailles del Café Anglais di rue Gramont, i filets de poularde piqués aux truffes del Rocher du Cancale in rue Montorgueil.

Il cibo è l’unica cosa che esce trionfante dal romanzo, continuamente celebrato dal protagonista, che confessa: “La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso. Forse un’impronta che mi hanno lasciato i preti” (p. 24). Eco è tecnicamente un grande giocoliere, perché si prende gioco di tutti: dei suoi lettori, dei suoi critici e soprattutto dei cattolici che lo invitano nei loro convegni alla stregua di un oracolo, dimenticando che al “quid est veritas” di Pilato, Gesù Cristo risponde con le parole “Ego sum via et veritas et vita” (Gv, 14, 6), affermazione esclusiva e sfolgorante pervicacemente negata da tutti i relativisti, da duemila anni a questa parte. “Il Cimitero di Praga” costituisce una conferma, a contrario, dell’esistenza di questa verità, senza la quale tutto è privo di senso e di significato e si spalanca per l’uomo l’abisso dell’orrido, senza possibilità di riscatto. 

fonte: “Il Foglio” del 12/11/2010
 
 

A Pescara Ario Ceccotti, capo-progetto della casa antisismica in legno che ha superato i più severi test antisismici del mondo in Giappone

Sabato, 27 Novembre, 2010

 

ARIO CECCOTTI, CAPO-PROGETTO DELLA CASA ANTISISMICA IN LEGNO CHE HA SUPERATO I PIU’ SEVERI TEST ANTISISMICI DEL MONDO IN GIAPPONE, IL 29 NOVEMBRE A PESCARA PER IL CONVEGNO “COSTRUIRE PER ECOABITARE” ORGANIZZATO DALL’AGENZIA MIRUS DI MICHELE RUSSO.


A Miki, cittadina giapponese a pochi chilometri da Kobe, la casa in legno X-lam ha superato i più severi test antisismici del mondo.
La casa progettata dal CNR-Ivalsa di Firenze, diretto da Ario Ceccotti,  aveva già ottenuto il record del superamento dei test antifuoco: dopo oltre un’ora di incendio, la struttura conservava ancora intatte le sue proprietà meccaniche e inalterata la sua struttura, ribaltando così il pregiudizio che il legno resiste al fuoco meno del cemento. In seguito al terremoto di Kobe, che ha distrutto una regione del Giappone facendo 6 mila morti, le autorità del paese asiatico hanno creato un laboratorio dove testare i prototipi di ogni struttura civile. Dopo cinque anni di lavoro e 4 miliardi di dollari di investimento, è nata “Monster” la piattaforma sismica sperimentale più grande del mondo, in grado di riprodurre qualsiasi terremoto, anche di elevatissima magnitudo.
Su questa piattaforma è stata eretta la palazzina di legno, 7 piani e 24 metri di altezza, ideata, progettata, brevettata e costruita dai tecnici italiani guidati da Ceccotti. “Il nostro obiettivo – ha spiegato Ario Ceccotti - non è solo quello di salvare le vite umane, ma di mantenere integre le strutture”. Ad assistere alla prova erano presenti oltre 400 persone, studiosi e imprenditori, provenienti da paesi di quattro Continenti: Canada, Stati Uniti, Colombia, Vietnam, India, Nuova Zelanda, Germania, Korea e Slovenia. L’idea del legno come materiale per l’edilizia è una scommessa per un’alternativa ai metodi costruttivi tradizionali. Yoshimitsu Okada, tra i massimi esperti al mondo di terremoti, ha auspicato che grazie al progetto italiano possa cambiare il modo di costruire le case in tutto il mondo.
      
 

L’impresa irresponsabile

Domenica, 21 Novembre, 2010

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di Marco Vitale 

Il professor Luciano Gallino ha recentemente pubblicato un libro importante dal titolo L’Impresa irresponsabile. In esso Gallino indaga l’apparente contraddizione tra il fatto che mai come nei nostri anni si è scritto e parlato tanto di etica d’impresa, di responsabilità sociale dell’impresa e mai abbiamo visto un susseguirsi impressionante di casi gravi di imprese dai comportamenti gravemente irresponsabili.
Gallino dà una definizione ineccepibile di impresa irresponsabile:
“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività”.

Da questa definizione possiamo anche dedurre il concetto di impresa responsabile. Responsabile è l’impresa che oltre ad osservare le leggi, come ogni buon cittadino, risponde con convinzione alla collettività del suo operato, dei suoi obiettivi, dei suoi risultati, dei suoi frutti. Se abbiamo il coraggio di guardarci intorno, e qualche volta dentro, con freddezza il quadro è scoraggiante. Al di là della orrenda retorica sulla responsabilità sociale d’impresa, divulgata dai sicofanti d’impresa, il sistema sembra premiare chi esercita il massimo grado di irresponsabilità e di appropriazione.

E qui può aiutarci a superare lo scoramento l’antico mito. Prometeo, colpito dal vedere l’uomo debole ed indifeso di fronte agli altri animali, dona all’uomo il sapere tecnologico, il fuoco e la capacità di utilizzarlo, dona all’uomo il know how e the will to manage, cioè l’essenza dello spirito d’impresa. Ma poi il fratello Epimeteo, colui che capisce sempre in ritardo e quindi non capisce mai, apre l’otre di Pandora che doveva rimanere chiuso e inonda l’umanità di terribili malanni. Ma, dice il mito, quando i malanni sono tutti volati fuori dall’otre, nel fondo dell’otre di Epimeteo si scopre che sopravvive la speranza. La speranza non muore mai. Questo grande concetto cristiano è già presente nel mito di Epimeteo.
Perciò anche noi coltiviamo la speranza e continuiamo a cercare di insegnare l’impresa responsabile. Confortati da tanti esempi di imprese responsabili che, se non riescono ad influenzare il costume dominante, riescono a tenere accesa la fiaccola del bene fare.

Per queste imprese e questi imprenditori l’antico capitalismo esiste ancora e le antiche virtù borghesi rimangono, come virtù personali, i presupposti generali del progresso economico. Per esse resta valida la definizione di Cotruglio: “mercatura è arte o vera disciplina intra persone ligiptime giustamente ordinata in cose mercantili, per  conservatione dell’humana generatione, con ispereanza niente di meno di guadagno”. Paragoniamola a quella di un maestro della moderna teoria d’impresa: “le imprese… sono organi della società. Esse non sono fine a sé stesse, ma esistono per svolgere una determinata funzione sociale… Esse sono strumenti per assolvere fini che le trascendono” (P.E. Drucker, Manuale di Management, Etas Libri, Milano 1978). In entrambe, la legittimazione e l‘obiettivo centrale non è il profitto, ma l’assolvimento di un compito utile e legittimo nello sviluppo della società. E, dunque, per esse posso tranquillamente riprendere la definizione con la quale concludevo una mia lezione: “Un’etica d’impresa non può essere derivata che dalla natura e dalla funzione dell’impresa nella società umana. Le imprese, afferma Drucker, sono organo della società, non sono fine a sé stesse, ma esistono per svolgere una determinata funzione sociale, esse sono strumenti per assolvere “fini che le trascendono”. Quali fini? Essenzialmente quello di contribuire  allo sviluppo attraverso una continua produzione di produttività. “Designiamo con il termine impresa le attività consistenti nella realizzazione di innovazioni, chiamiamo imprenditori coloro che le realizzano” ( J.A. Schumpeter, Business Cycles. A Theoretical, Historical and Statistical Analysis of the Capitalist Process. 1939-1964; trad. It. Boringhieri, Torino 1967).

Affermare che la regola morale fondamentale dell’impresa è di produrre profitti è, più che un’insensatezza sotto un profilo etico, un errore sotto un profilo manageriale. L’impresa che persegue il profitto, fine a se stesso, va infatti più o meno rapidamente in crisi ed ha un basso livello di sopravvivenza a lungo termine. L’impresa sana, ed al contempo eticamente corretta, è quella che realizza l’armonica compenetrazione di tre processi di accumulazione : accumulazione della conoscenza tecnologica, accumulazione della conoscenza organizzativa e, come conseguenza dei primi due, accumulazione del capitale. I tre processi di accumulazione sono alimentati dalla continua ricerca di innovazioni, tecniche, organizzative, culturali. Del pari poco sensato è impostare il problema dell’eticità del management in funzione del fatto che esso tenga più o meno conto dei vari interessi che nell’impresa confluiscono. Anche questa non è una questione etica, ma di semplice professionalità, e che ha già, da tempo, trovato una sua precisa sistemazione nella teoria manageriale, senza disturbare l’etica. Il manager che non sa o non vuole o non può tenere conto, in modo equilibrato, dei vari interessi che confluiscono nell’impresa non è una persona poco etica. E’ solamente un cattivo manager.

L’impresa sana è un’organizzazione di lavoro, una società di uomini e di beni, riuniti intorno ad un progetto legittimo, dove, in modo più o meno soddisfacente, il sistema stimola tutti i protagonisti a perseguire, collettivamente, i seguenti obiettivi:

produrre produttività ed innovazione al servizio di beni e servizi legittimi ed utili;
realizzare, attraverso queste attività, un surplus, nell’ambito di rigorosi obiettivi di economicità;
assicurare la sana sopravvivenza dell’impresa nel tempo;
valorizzare e far crescere i talenti delle persone anziché umiliarli;
far prevalere, in tutta l’organizzazione, la progressione per meriti anziché per altri fattori;
farsi carico, nei limiti della propria sfera di azione, responsabilità e possibilità, dei problemi generali dello sviluppo e della comunità.
Un’impresa così concepita è un’impresa più capace di resistere, nel tempo, alla buona ed alla cattiva sorte ed è, al contempo, eticamente corretta perché è fattore di sviluppo, assolve cioè alla sua funzione sociale, realizza i  “fini che la trascendono”. Che poi vi siano tante imprese lontane da questo modello non ne inficia la validità, così come l’ideale di parrocchia non viene intaccato dall’esistenza di tante parrocchie che non assolvono alla loro funzione.

In questo sforzo noi non lavoriamo solo per l’impresa ma per la collettività. Perché, ed è l’ultima lezione, è storicamente e ampiamente provato il

THĒORÈME BREF
 
L’ APTITUDE D’UN PEUPLE À SE DÉVELOPPER EST DIRECTEMENT PROPORTIONNELLE A’ SA CAPACITÉ DE CRÉER DES ENTREPRISES, AGRICOLES, ARTISANALES, INDUSTRIELLES, DE SERVICES, ET DE LES GÉRER SAINEMENT DANS LA DURÉE.  CETTE CAPACITÉ EST FONCTION DU SYSTHÈME ÉTHIQUE ET CULTUREL DU PEUPLE CONSIDÉRÉ. LE DÉVELOPPEMENT INTÉGRAL - TECHNIQUE-ÉCONOMIQUE, POLITIQUE-SOCIAL, CULTUREL- SPIRITUEL – N’EST BIEN ASSURÉ QUE PAR LE  DÉVELOPPEMENT SPÉCIFIQUE ET COORDONNÉ DES TROIS DIMENSIONS DU SYSTHÈME, QUE L’ON PEUT APPELER CAPITALISME DEMOCRATIQUE ET ETHIQUE.
Tratto dal libro “Dieu est-il contre l’economie?”  (di Paternot, Veraldi – Editions De Fallois; L’Age d’homme)
 

Ma per chiudere con leggerezza, lasciatemelo fare con questa vignetta che illustra meglio di tanti libri il ruolo fondamentale dell’innovazione.

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Piano nazionale di edilizia abitativa. Al via la fase attuativa dell’housing sociale

Domenica, 14 Novembre, 2010

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L’ANCE, Associazione Nazionale Costruttori Edili, e molti Comuni ad alta emergenza abitativa si aspettano molto dalla seconda fase dell’Housing Sociale, in merito al Piano nazionale di edilizia abitativa.

Tramite il DM 8 marzo 2010, il Governo ha ripartito tra le Regioni (per un totale di 377.885.270 euro) le risorse per finanziare alcune delle linee di intervento principali e in particolare:
- incremento del patrimonio di edilizia residenziale pubblica;
- promozione finanziaria di interventi in project financing, anche da parte di privati;
- agevolazioni a cooperative edilizie;
- programmi integrati di promozione di edilizia residenziale sociale.

Entro il prossimo mese di novembre le Regioni dovranno inviare al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti (MIT) le proposte di programma definitive. Le Regioni hanno già pubblicato appostiti bandi specifici (con indicazioni dei requisiti e dei criteri di selezione) per valutare le proposte di intervento provenienti da Comuni, soggetti pubblici, ex IACP comunque denominati e da soggetti privati interessati, onde inserirle poi nel programma complessivo da consegnare al MIT.

Il MIT promuoverà quindi, ai sensi dell’art. 11 comma 4 DL 112/2008 e artt. 4 e 8 del DPCM 16 luglio 2009, con le Regioni ed i Comuni, la sottoscrizione di appositi accordi di programma al fine di concentrare gli interventi sull’effettiva richiesta abitativa nei singoli contesti, rapportati alla dimensione fisica e demografica del territorio di riferimento, attraverso la realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia residenziale, di housing sociale e di riqualificazione urbana, caratterizzati principalmente da elevati livelli di vivibilità, salubrità, sicurezza e sostenibilità ambientale ed energetica.

autore: Lorenzo Margiotta

Il ritorno dei valori in politica

Lunedì, 1 Novembre, 2010

navarro-valls.jpg Oggi 12 novembre alle ore 18 nella Sala Consiliare del Comune di Pescara, Joaquìn Navarro-Valls terrà una conferenza dal titolo “Realtà Umana della Santità”, sulla figura e l’opera di San Josemarìa Escrivà, fondatore dell’Opus Dei.

di Joaquìn Navarro-Valls 

Fino a qualche tempo fa, pochi erano coloro che scomodavano l’etica parlando di politica. Ciò non perché vi fosse insensibilità verso le grandi questioni umane, ma perché era diffuso il pensiero che la gente non avesse interesse a sentir parlare di cose noiose, astratte, impegnative. Oltretutto a fare le prediche ci pensano già i filosofi ed altri, perciò è inutile che le facciano pure i politici.

Chi governa deve risolvere semmai la crisi dell’economia, organizzare il mercato del lavoro, salvaguardare la sicurezza dei cittadini, rilanciare le esportazioni e gli investimenti, senza avanzare inutili pretese. Sembra un discorso sensato, apparentemente, ma è invece totalmente sbagliato. Oggi, infatti, abbiamo scoperto che le cose non vanno quasi mai così. La logica del consenso non autorizza mai l’estromissione dei contenuti fondamentali, vale a dire di quei valori che non dipendono dalle circostanze, dal novero fluttuante delle proposte che un politico o un partito intendono presentare agli elettori, di volta in volta. Se, come insegnava Niccolò Machiavelli, la politica e la morale sono due cose separate, di certo non possono esserlo etica e consenso. Per lo meno, non senza gravi difficoltà. La gente normalmente si aspetta qualcosa in più di una competenza tecnica da un politico per votarlo. Altrimenti rimane a casa. Non stupisce, di conseguenza, che nei recenti avvicendamenti della nomenclatura al governo, tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti abbia fatto ritorno la moda delle grandi proposte di sostanza. Possiamo dire che si tratta di una buona norma che si sta propagando un po’ dappertutto, dopo tanti anni di dogmatica indifferenza. Il premier britannico David Cameron, ad esempio, attualmente in carica nel Regno Unito, ha portato nuovamente al successo i Tory nel maggio scorso, proponendo proprio un’innovativa proposta organica di società. In molti suoi discorsi si è fatto portavoce nel mondo della cosiddetta “Big Society”, ossia di un programma di solidarietà e di liberalizzazione del capitale improduttivo, elaborato teoricamente tra il 1988 ed il 1993 quando era direttore del Dipartimento di Ricerca Conservatore. In uno dei suoi interventi ha chiarito che «si devono creare comunità che abbiano verve; quartieri che si facciano carico del proprio destino, che sentano che mettendosi insieme possono plasmare il mondo attorno a loro». In una parola, si tratta di proporre un grande disegno etico-politico, capace di comprendere e gestire laicamente le dinamiche culturali del momento, e non solo di presentare una serie minimale di punti programmatici. Assiduamente egli utilizza il termine “mission” per far capire il motivo ispiratore della sua politica, dando alla parola un accento persino esageratamente mistico. Fin qui i Conservatori. Ma anche dall’altra parte, i Laburisti, con l’elezione pochi giorni fa di Ed Miliband a nuovo leader, stanno vivendo una netta crescita di adesioni, grazie alle attese che il nuovo programma e la giovane figura promettono. Certo, le sue idee politiche sono opposte a quelle di Cameron, almeno in linea di principio, anche se il metodo appare lo stesso. Infatti, medesimo è anche il consenso che produce. Secondo gli analisti, Ed Miliband ha battuto suo fratello David non tanto perché questi fosse più moderato di lui, ma perché ha trasferito al popolo inglese una spinta etica di maggiore intensità, accompagnandola efficacemente ad una seria promessa di riscossa del partito e del Paese. È curioso che, saltando l’ Atlantico, si constata un fenomeno analogo anche negli Stati Uniti. Sorvolando sull’elezione di Barack Obama di due anni fa, che è stata caricata fin troppo da un’ondata di riscossa morale, il popolo statunitense ha salutato il ritorno in pista dei Repubblicani nelle prossime elezioni del 2 novembre con un notevole entusiasmo. Nei contestati ma efficaci Tea Party elettorali, segnati da un riferimento costante all’ethos comunitario tradizionale, Sarah Palin, ritenuta fino a ieri una stelletta ormai al tramonto, ha esposto con successo ampie sezioni del suo manifesto politico, pubblicato integralmente su Facebook, in cui carica di colori etici perfino le cose più banali che i conservatori intendono fare per l’America di domani. Il suo slogan «Pace attraverso la forza e orgoglio americano contro una politica centrata sul nemico» sottende, a ben vedere, una critica severa ai Democratici, ai quali è imputato l’errore di aver legittimato, per l’appunto, i nemici “etici” dell’America, dalla Corea all’Iran, fino a Cuba e al Venezuela. La conclusione che si può ricavare da questi esempi emblematici è una soltanto. La politica può di certo fare a meno dei riferimenti valoriali, ma solo per un breve periodo, perché alla lunga il consenso è legato strettamente alla capacità d’inserire, nei programmi e nelle proposte che vengono offerte agli elettori, prospettive economiche, sociali e strategiche guidate da idee forti e durature sulla persona umana e sul senso del suo futuro. L’etica, infatti, non è una vuota retorica o uno sciocco moralismo: è l’anima culturale profonda che dà combustibile di umanità alla politica, spingendo i cittadini ad impegnarsi e a partecipare attivamente per migliorare la propria esistenza e quella altrui. Alla fine, attualmente non ha più tanta importanza se un leader sia di sinistra o di destra, se sia progressista o conservatore, ma che egli incarni con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua capacità di governo e perfino con la sua vita, una prospettiva etica credibilee autentica, cioè non superficialmente legata solo al mantenimento del potere. In definitiva, i cittadini vogliono sapere qual è la verità umana che viene proposta e, soprattutto, chi può attuarla concretamente nel futuro.

fonte:  la Repubblica — 11 ottobre 2010  

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