Archivio di Dicembre, 2010

La politica è “guerra”

Mercoledì, 29 Dicembre, 2010

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di Adriano Segatori - psichiatra

Ha scritto Paolo Borsellino: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Credo che in queste parole si possa riassumere il problema generale, e quello politico in particolare, che affligge la cosiddetta <<società civile>>. Siamo assistendo al periodo più anestetizzato e più demoralizzante che la mia memoria possa rievocare. In ogni settore della vita personale e collettiva aleggia quella sensazione depressogena e disfattista che ha una connotazione emozionale ben precisa: la rassegnazione.

È un’atmosfera mortifera che avvolge la giustizia, la scuola, i legami interpersonali, la cultura, la capacità di progetto, e che trova il suo terreno di coltura nella degradazione di quell’elemento generico nel vocabolo ma preciso e rigoroso nel contenuto che si chiama <<politica>>.

È la politica, nel senso più alto e aristocratico del termine che dovrebbe costituire la linfa vitale del singolo e della comunità di appartenenza. Quella politica che dovrebbe essere capace di disegnare scenografie dell’arte, panorami di destino, mappe di idee e geografie intellettuali è stata ridotta a gestione mercantile e merceologica del quotidiano, azzerando stimoli e sedando esaltazioni, per un semplice e banale conteggio dell’utile e dell’interesse.

Tutto è nato dalla voluta e suicida scomunica del <<nemico>> dal linguaggio delle contese, e l’espulsione del conflitto nel rapporto contrastato tra le parti. Visto che per poter dare un po’ di colore al grigiume della modernità non resta che rifarsi agli antichi, riporto alcune osservazioni molto importanti di Eraclito, che servono a comprendere la causa della nostra condizione attuale all’inizio denunciata. Innanzitutto che “Polemos, la guerra, è padre di tutte le cose, di tutte re”: è dall’antagonismo radicale che nascono le differenze, le identità, le opportunità. Dove c’è piattume meschino, convergenza complice e indifferenza morale non può esistere che una diffusa e pervasiva apatia ed un condiviso cinismo. La nuova politica politicante, quella che rivendica la diversità dal passato ed un irenistico futuro di collaborazione tra le parti, altro non è che l’esautorazione del rango di nemico al gradino inferiore di avversario, per giungere poi – come nel tempo corrente – al livello ancora più infimo di concorrente.

Ora, tutte le parole hanno un senso e un peso, e servono a costruire il valore di un discorso, checché ne dicano i più beceri manovali del relativismo e del prospettivismo.

Nemico è colui con il quale ingaggio una lotta che ha come fattore scatenante e come motore trainante una idea, una concezione del mondo, una visione della vita; avversario è colui che si trova in una posizione diversa dalla mia per quanto concerne una modalità pragmatica di applicare una certa programmazione di intenti nei confronti di un problema altrettanto pratico e contingente; concorrente è, infine, colui che etimologicamente corre insieme a me per raggiungere una stessa meta condivisa.

Nel primo caso, alla fine del contendere, c’è un vincitore e un vinto, e con il vinto si conclude necessariamente una pace; nel secondo, c’è la riuscita o meno di una procedura, con l’acquiescenza di chi non vede prevalere la propria, ma con la possibilità di trarne comunque dei benefici attraverso un accordo sugli esiti; nel terzo, c’è un patto di complicità, senza nessuna vittoria e nessuna sconfitta, con una correità più o meno vistosa al fine di suddividere equamente i profitti di una operazione. In entrambe gli ultimi due casi la tregua è sempre precaria e legata alle contingenze di utilità.

È questa o no la situazione politica attuale? È questa o no la condizione di mercato delle vacche che concretamente si delinea ai nostri occhi in tutte le faccende di malcostume quotidiano?

Per dare un po’ di tono allo squallore dilagante come reagiscono i giovani. Due casi emblematici: un coordinatore provinciale della Giovane Italia – vecchia e onorata sigla scippata dagli azzurri e dagli aennini del Pdl – afferma che il nucleo giovanile è composto da “un gruppo di amici” che si riunisce “ogni venerdì sera” (roba da bocciofila paesana e da animazione di ospizio); uno dei Giovani comunisti, invece, è più lanciato verso il futuro: “siamo circa una ventina e ci riuniamo una volta alla settimana”, ma la cosa più rivoluzionaria è che “molti dei nostri militanti, con un’età che va dai 17 ai 27 anni, militano nelle file dell’Anpi” (avete capito bene: l’organizzazione dei partigiani di una guerra civile conclusa sessantacinque anni fa!).

Una gioventù finita ai the danzanti o alle sfilate allegoriche della partigianeria, senza nulla di futuribile da proporre, da costruire e per il quale combattere. Un’accozzaglia di reduci senza aver combattuto.

I rampanti griffati, invece, partecipano al festival partitico in cerca di una occupazione fruttuosa e gratificante per l’immagine narcisistica. Dice sempre il nostro Eraclito: “Unico e comune è il modo di sentire per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio particolare”. Questi ultimi citati sono quelli del “sonno” e del “particolare”. Rifiutato, o forse non sentito perché anestetizzato, un mondo vivo di lotta e di fede, quindi intenso per passione e per slancio, rincorrono il sogno di una realizzazione in quel dispositivo degradato della politica fatto di privilegi, di apparizioni, di esibizione di potere. A chi non ha l’intelligenza per emergere nella cultura, o una bellezza spregiudicata per sfondare nella velineria, o un  fisico strutturato per riuscire nello sport – e con ciò avere notorietà, soldi e agi – non gli resta che aggregarsi alla greppia politica. E qui il particolare la fa da padrone. Non ci sono nemici da combattere e con i quali confrontarsi, ma solo “amici” dai quali guardarsi alle spalle. Gli alleati di oggi possono diventare i concorrenti di domani, e perciò antagonisti nella spartizione del bottino; ogni rapporto, perciò, deve essere calibrato e necessariamente circospetto e ponderato. Quando capita di far notare a questi controllati e compunti aspiranti politici la mancanza di tensione ideale e di sprezzo della sicurezza, rispetto agli anni turbolenti del novecento, assumono un fastidioso atteggiamento da professorini del buon senso e della ponderatezza, elencando tragedie e calamità come se fossero capi d’accusa, e rivendicando la pacificazione attuale e la loro propensione a ragionamento e alla negoziazione. Piccolo particolare: alla prova dei fatti – anche di quelli ultimi che hanno caratterizzato il quadro politico parlamentare in senso trasversale – si vede a cosa servono la riflessione e l’avvedutezza. In questo senso è centrata la considerazione di Nicolás Gómez Dávila su questo tanto apprezzato comportamento: “Nessun partito, setta o religione deve fidarsi di chi sa i motivi per cui vi aderisce. Ogni opzione autentica, in religione, in politica, in amore, precede il raziocinio. Il traditore è sempre uno che ha scelto razionalmente il partito che tradisce”[i].

Tolto il nemico contro cui lottare, e scomunicata l’idea che è la motivazione della lotta, rimangono in campo soltanto gli individui affetti da istinto parassitario e da incoscienza straviziata. Ed è sempre Eraclito ad inquadrare con acume e precisione lo stile di questi sopravvissuti: “Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano a saziarsi come bestie”[ii].

È questa o no la condizione dei moderni politici arrivati: sempre insoddisfatti nell’avere, sempre insufficienti nell’apparire, sempre svuotati nell’essere? È questa o no la finalità dell’attuale politica come professione, in antitesi all’antica politica per passione – per dirla alla Max Weber?

Ad esclusione di un certo numero di giovani che ancora hanno in sé, per destino o per contagio, il germe dell’ideale, e di quelli spregiudicati inquadrabili nella descrizione fatta, o un certo numero di manovrati qualunquisti in eterna agitazione, gli altri si diluiscono nella quotidianità dell’individualismo e della volontaria omologazione. Assuefatti ad ogni tipo di propaganda e ad ogni novità consumista, come prescritto dal controllo democratico delle coscienze, si assopiscono nello spirito e nella coscienza. È il risultato di una operazione studiata, voluta e condotta dal sistema, perché: “(…) è stato proprio l’avvento delle forme di governo ‘democratico’ e delle libertà individuali, assieme all’industrializzazione a produrre la necessità oggettiva, sia politica che economica, di governare (manipolare) dall’alto il pensiero e il comportamento della gente, sia come elettori che come consumatori”[iii].

Il problema che si pone è come scuotere le coscienze, come riattivare i sogni e risvegliare le speranze, come riacutizzare lo sguardo verso il destino, come dare di nuovo un senso al sacrificio, come far capire ai sonnolenti e sedati contemporanei – per rifarsi alle parole di Paolo Borsellino – che una intera generazione sta morendo ogni giorno, più volte al giorno, di noia, di paura, di disinteresse e di cinismo, mentre l’unica vita a disposizione sta sfuggendo di mano verso l’unica meta naturale, ma senza alcuna consapevolezza, alla fine, di avere vissuto con passione e dignità.
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[i] N.G. DÀVILA, Pensieri antimoderni, trad. it., Edizioni di Ar, Padova 2008, p. 29.

[ii] Le citazioni sono tratte da AA.VV., Filosofia antica, Raffaello Cortina, Milano 2005, pp. 31-2

[iii] M. DELLA LUNA / P. CIONI, Neuro Schiavi, Macro Edizioni, Cesena (FC) 2009, p. 30.

fonte: Arianna editrice

Heidegger e Ratzinger

Martedì, 21 Dicembre, 2010

heidegger.jpgratzinger_2.jpg“L’uomo si comporta come se fosse il creatore e il padrone del Linguaggio, mentre è il Linguaggio che rimane il signore dell’uomo. Quando questo rapporto di sovranità si rovescia, l’uomo s’inventa strane macchinazioni.”

“La Verità non è determinabile da un voto di maggioranza.” 

Coltivare/cultura

Lunedì, 13 Dicembre, 2010

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di Susanna Tamaro 

Viviamo in tempi di assolute certezze e di pochi dubbi. Tempi  in cui non sembra esserci spazio per le inquietudini,  le malinconie, i sentimenti più sottilmente umani che sono alla base di tanta letteratura che ci ha formato e fatto crescere. Alla cultura si è sostituita l’informazione, la denuncia, il consumo, la polemicaNiente sedimenta, tutto scorre. E così mi sono trovata a riflettere sul significato e l’origine della parola ‘cultura’. Etimologicamente, alla base della parola, c’è la radice indoeuropea kwel, il cui  significato è quello di produrre un movimento circolare. Nel passaggio al latino è diventato ‘colere’, coltivare. Coltivare, appunto.

Quest’anno, per la prima volta, non ho coltivato i campi davanti a casa perché, ormai, anche per chi è coltivatore diretto, lavorare la terra è diventata un’impresa totalmente fallimentare. Il periodo natalizio è stato contrassegnato prima da neve e ghiaccio, poi da piogge torrenziali che hanno dilavato la terra, tracciando solchi grandi quasi come trincee sui terreni in pendenza. Se avessi seminato, ho pensato con sollievo, i fragili steli sarebbero stati trascinati a valle, lasciando, al tempo della crescita, il desolato spettacolo di grandi zone spoglie senza vegetazione. Ma questo sollievo è stato di breve durata, perché, in realtà, vedere i campi incolti suscita in me un dolore e una tristezza difficilmente cancellabili. E’ un fenomeno in sempre maggior espansione, purtroppo, basta avere lo sguardo un po’ attento per rendersi conto della modificazione del paesaggio: soprattutto nelle zone collinari e montane, dove una volta si stendevano vasti campi di orzo e di grano, ora  non ci sono che le sagome scure di rovi o brulli pascoli disseminati di pecore. Una sofferenza ancora più grande provoca in me la frutta lasciata a marcire sugli alberi. La natura ci offre i suoi doni e noi voltiamo la testa dall’altra parte. No grazie, siete troppi, non sappiamo che farcene. Succede sempre più spesso. Dalle mie parti con gli ulivi, i ciliegi, al sud con gli aranci, i mandarini, perché ormai per un coltivatore - in balia di  folli leggi di mercato europee e senza più l’aiuto di una grande famiglia in grado di collaborare alla raccolta -  il prezzo del prodotto finale è troppo basso per  riuscire a rientrare nelle spese. Ne sono testimonianza indiretta anche i tristi fatti di Rosarno, dove nonostante la grande offerta di manodopera in nero, come ha testimoniato il vicepresidente di Confagricoltura della provincia di Reggio Calabria, quest’anno verranno lasciati marcire sugli alberi ottocentomila quintali di agrumi.
C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questo rifiutare i frutti, nel non poter più coltivare i campi. In un mondo in cui il cibo è un problema per milioni di persone, fa male al cuore vedere un tale inconcepibile spreco, ma il turbamento più profondo viene dalla consapevolezza che si sia incrinato il rapporto primario dell’uomo con la sua natura e con la natura che lo circonda. La civiltà, così come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Le tribù dei cacciatori nomadi non avevano un’idea precisa del tempo. Cacciavano, consumavano -  dato che non si poteva conservare – e tornavano a cacciare. L’irrompere dell’agricoltura ha portato la concezione della circolarità del tempo, kwel,  e la consapevolezza  che il  lavoro è la via per renderlo produttivo. Per coltivare la terra,  bisogna conoscere il passato, vedere il presente e immaginare il futuro, sapendo che ogni nostro gesto potrà produrre nuova vita, nuova fertilità. Per rendere fecondo il terreno, è necessario sapere osservare con molta attenzione, saper ascoltare, sapere leggere i legami chiari tra le cose  e intuire quelli meno chiari, bisogna essere curiosi,  provare, sperimentare, sforzarsi,  consapevoli che l’impegno non sempre sarà ripagato dal successo. Si  deve soprattutto amare e credere nella vita, perché non si coltiva solo nutrimento, ma qualcosa di molto più grande, che è l’idea di un futuro in cui le generazioni si susseguono.
Col tempo, poi, questa capacità si è espansa in altri campi del vivere umano. Dall’idea di coltivare la terra si è passati all’idea di coltivare la propria interiorità, i propri talenti, i rapporti. La ‘cultura’ della mente - la cultura che nasce dai libri, dall’arte,  dalla spiritualità e che ha creato la straordinaria ricchezza della nostra civiltà -

non richiede attitudini molto diverse dalla ‘coltura’ del campi: senso del passato, del presente e  del futuro, saper creare legami, essere spinti a crearne sempre di nuovi  sulla base di un’insaziabile curiosità e coltivare il dubbio come costante fattore di crescita.
Guardandomi intorno, mi domando: siamo ancora una società che conserva al suo interno il senso profondo del coltivare o  stiamo in qualche modo progredendo/regredendo verso una nuova forma di nomadismo tribale, dove l’idea del tempo e della costruzione del tempo è totalmente assente? Si catturano immagini, opinioni, polemiche, indignazioni, le si consumano, e subito, con un’ansia bulimica, si riparte alla ricerca di altre immagini, altre opinioni, altre polemiche, altre indignazioni da consumare. In una tale frenetica frantumazione del pensiero, il sapere non potrà che essere superficiale e privo di radici; e se è privo di radici, è incapace di assorbire il nutrimento, che, nell’ambito della cultura,  significa riuscire a cogliere connessioni profonde, conoscere il passato ed essere aperti e vigili nel presente senza avere pregiudizi, vuol dire vivere la curiosità e il desiderio della scoperta come forze fondanti dell’essere umano. Una persona che coltiva -  e che si coltiva -  non è mai manipolabile ed è sempre lontana dalle ottuse tempeste dei fanatismi.
La nuova tribalità verso cui ci spinge il mondo contemporaneo rischia, alla fine, di essere vittima delle stesse rigidità delle tribalità primitive. Al posto del dubbio,  si professano unicamente certezze, destinate a scontrarsi di continuo con altre certezze di segno opposto, senza possibilità di vero dialogo. E l’assenza di dialogo è spesso presagio di tempi oscuri.  Anche se può sembrare arcaico e lontano, il mondo naturale che ci circonda è lo specchio della società degli uomini e una società come la nostra che, per le sue leggi economiche, costringe ad abbandonare i campi in balia dei rovi e la frutta a marcire sugli alberi, è una società che ha smesso da tempo di coltivare il senso della vita e culla dentro di sé il germe dell’autodistruzione.

fonte: Corriere della sera, 27 gennaio 2010

8 dicembre

Mercoledì, 8 Dicembre, 2010

madonna_022.jpg“Aveva quindici anni, sedici anni - era minore di voi - e da sola sosteneva l’inizio del mondo, senza sapere tutto quel che voleva dire, però sapendolo - come seme della cosa lo sapeva -: sapeva che in lei si era adempiuta la grande promessa del popolo”.  (Luigi Giussani)
 

Un inconscio collettivo senza più legge, né desiderio

Venerdì, 3 Dicembre, 2010

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Le «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis (nella foto, il presidente Giuseppe De Rita) sulla situazione sociale del Paese/2010

La società slitta sotto un’onda di pulsioni sregolate. Viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nell’efficacia delle classi dirigenti. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare le dinamiche sociali.

Roma, 3 dicembre 2010 – Abbiamo resistito. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.

Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».

Un’onda di pulsioni sregolate. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».

Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo. Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».

Tornare a desiderare. Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunitàin luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città).

fonte: Censis
 

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