Archivio di Maggio, 2011

Facebook e i Signori Grigi. Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo

Giovedì, 26 Maggio, 2011

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Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende?

C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo.

In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente.

Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.

La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo dello sfruttamento capitalistico nell’era dell’economia immateriale. È di ieri un terzetto di notizie che viene direttamente da Palo Alto, la sede di Facebook.

1) Il signor Mark Zuckerberg (27 anni, nella foto sopra) si è comprato la prima casa come si deve: una villa da sette milioni di euro. Non quell’appartamentino da nerd in cui ha vissuto fin adesso.

2) Il signor Mark Zuckerberg ha deciso di competere con Google per l’acquisto di Skype.

3) (ed è la notizia più interessante) Il signor Mark Zuckerberg sta pensando di pagare dieci centesimi di dollaro a chi guarda – fino in fondo – degli spot su Facebook: il pagamento avverrà in crediti virtuali che però diventeranno l’unica moneta disponibile su Facebook per comprare gadget, applicazioni, etc… e magari in futuro varranno come moneta valida per tutto internet e, perché no, anche per il mondo reale.

È un’iniziativa win-win, dicono la maggior parte dei siti in Italia, da Repubblica.it ai vari blog di smanettoni. Ossia tutti ci guadagnano: l’utente guadagna fruendo del suo contenuto culturale, l’azienda sa che il consumatore ha visto lo spot fino in fondo. Siamo contenti anche noi? Sorrideremo anche noi ai nuovi capitalisti che siedono al posto d’onore con Barack Obama alla prima apparizione del presidente americano per la campagna elettorale 2012?

Facebook è un congegno strano: sta compiendo in maniera cristallina quello che il capitalismo non era mai riuscito a fare. Mettere a profitto ogni singola attività umana – come direbbero i Signori Grigi: il tempo. Perché perdere tempo a chiacchierare, oziare, guardare video, scambiare foto, commentare le notizie del mondo, farsi i fatti degli altri, vivere insomma, perché farlo altrove quando lo puoi fare meglio qui? Perché si chiama tempo perso se invece ci si può guadagnare sopra?

Ed ecco, se ci pensate, ogni volta che postate un video, cambiate uno status, invitate un amico, insomma ogni volta che svolgete una piccola azione su Facebook, le quotazioni virtuali a Palo Alto aumentano di un’anticchia, uno zero virgola zero zero zero uno.

Ma, come si dice, le gocce nel mare. Quello che circa mezzo miliardo e passa di persone (bambini e vecchi compresi) producono, alle volte per sei, otto, dieci ore della loro vita, non è altro che quello che potremmo definire pluslavoro cognitivo e relazionale: che non gli viene retribuito. Il plusvalore generato da questi più di 600 milioni di “amici” secondo l’ultima proiezione del New York Times di qualche mese fa corrisponderebbe a 50 miliardi di dollari. È comprensibile che Mark Zuckerberg si senta abbastanza sicuro dell’investimento per comprarsi la sua villa da vip; come è comprensibile che decida di monetizzare esplicitamente questo pluslavoro cognitivo e relazionale, e di distribuire qualche spicciolo a coloro che sono disposti a farlo per bene. Hai cinque minuti per guardare un video pubblicitario fino in fondo? Ecco il tuo soldino. Effettivamente sembra proprio una situazione win-win. La pubblicità non finanzia più le aziende, ma i consumatori. Pare quasi Keynes in salsa Paypal.

Cosa allora fa storcere il naso? Immaginate una scena di questo tipo. Immaginate che un giorno vi chiami un amico un po’ di giù di corda e vi chieda se vi va di farvi una chiacchierata. Vi vedete, un giro al parco, una birra. Alla fine della serata, questo vostro amico vi sorride e vi dice: “Grazie. Mi sei stato di grande aiuto. Scusami, ma visto che ci sono, un podcast con la registrazione di questa nostra bella conversazione amicale lo posso mettere su e-bay e venderlo?”.

Questo è Facebook, come è stato fin adesso. Così, se voi alla proposta del vostro amico ci pensate un po’ su e replicate: “Va bene, ma magari un centesimo per ogni utente che se lo scarica me lo versi?” avete capito il senso del nuovo Facebook.

Che è un pochino diverso dall’idea di una redistribuzione equa degli utili, attenzione. Perché uno potrebbe dire, facciamo due calcoli approssimativi. 50.000.000.000 di dollari che sono prodotti da 500.000.000 di utenti: fanno cento dollari a capoccia, e potrebbe proporre invece della nuova funzionalità Facebook: facciamo che ve tenete 50 e mi date il resto, e io lo continuo a usare come voglio?

Nel mondo che ci aspetta si sta profilando uno scenario talmente limpido che non l’avevamo immaginato. Ieri uno sciopero di quattro ore chiedeva per l’ennesima volta una serie di tutele per chi vive in una società in cui il mondo del lavoro si sta trasformando molto in fretta. Le parole nuove sono precariato, lavoro atipico, terziario avanzato, reddito di cittadinanza… Nello stesso giorno il signor Mark Zuckerberg inaugurava il suo nuovo sistema di welfare del futuro: il reddito di consumo. Pensaci, lavoratore del 2020: quanto tempo affettivo, relazionale, ozioso della tua vita sei disposto a passare su Facebook? Quanto tempo della tua vita puoi dedicare a vedere spot?

E se un giorno ti pagheranno anche per scrivere soltanto Mi piace o per mandare un poke o per invitare più amici possibile o per fare la corte a una vecchia fiamma del liceo? Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?

autore: Christian Raimo

fonte: Doppiozero

L’Italia ha bisogno come il pane di politici di stampo popolare.

Martedì, 24 Maggio, 2011

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di Flavio Felice*

“Se Sturzo fosse vivo oggi avrebbe centoventicinque anni”, con queste parole un noto intellettuale cattolico ed autorevole storico del “cattolicesimo democratico” iniziò il suo intervento ad un convegno del 1996 che intendeva celebrare don Luigi Sturzo a centoventicinque anni dalla nascita.
La sentenza di morte del pensiero sturziano appare fin troppo evidente dalle parole dell’autorevole studioso. Invero, una simile sentenza è più che legittima e potremmo persino riconoscerle una qualche utilità – quanto meno a frenare inopportuni ed opportunistici apparentamenti – se non fosse altro che essa appare tutt’altro che originale, ma già scritta ai tempi in cui Sturzo fondava il Partito Popolare.
Proprio così, sembrerebbe quasi che il messaggio sturziano sia nato vecchio, o almeno tale sembrò a molti, quando, nel 1919, da un albergo al centro di Roma, il prete siciliano si appellò “a tutti gli uomini liberi e forti”, in un’epoca in cui si faceva strada l’idea che tutto dovesse ridursi allo Stato onnipotente. Continuò ad apparire vecchio durante gli anni del Regime fascista e del suo lungo esislio, un esilio che durò ben 22 anni. Ma ancor più vetuste apparvero le idee di Sturzo quando, nel 1946, fece ritorno in Italia. Lui, che suo malgrado aveva conosciuto una delle più grandi, antiche e – all’epoca – poche democrazie della terra, torna in Italia con l’ansia tipica dell’esule e rimane letteralmente atterrito dal grado di fascistizzazione di cui sono stati vittima il suo Paese e tanti dei suoi vecchi amici popolari.
Dunque, non è una novità che a qualcuno quel pensiero appaia non adatto ai nostri tempi ed è legittimo sostenere che una parte consistente della cultura politica cattolica (il cosiddetto “cattolicesimo democratico”) abbia poco o nulla a che fare con il popolarismo sturziano. Ad ogni modo, quali sono i punti che caratterizzano il pensiero di Sturzo – il suo cattolicesimo liberale – e che da sempre suonano così “fuori stagione”? Sturzo è figlio del suo tempo, e del suo tempo visse le dispute più significative.
Dalla lettura del saggio Del metodo sociologico si comprende che Sturzo si oppose decisamente tanto alla “pan-sociologia” comtiana, quanto all’organicismo durkheimiano, tanto all’idealismo hegeliano quanto al materialismo storico marxiano, mentre tentò di sviluppare – certo in un modo originale – il principio di avalutatività rispetto ai valori di matrice weberiana.
I punti sensibili del suo percorso intellettuale possono essere espressi nei seguenti quattro principi: la “centralità della persona”, la “libertà integrale ed indivisibile”, “l’antiperfettismo sociale” e la “soggettività creativa”. Rispetto alla centralità della persona, Sturzo è inequivocabile sotto il profilo ontologico, metodologico e politico: “L’unico vero agente della società è l’uomo individuo in quanto associato con altri uomini a scopi determinati”. In secondo luogo, la libertà di cui gode la persona non può che essere una libertà integrale ed indivisibile, in tal senso Sturzo entrò nel vivo della disputa su “liberismo-liberalismo” tra Croce ed Einaudi e si posizionò chiaramente al fianco di Einaudi: “Se la libertà è violata in campo economico, è lesa anche, secondo me, in quello culturale, in quello politico e sociale e viceversa. Non c’è esempio nella storia di una libertà che stia insieme da sola”. Riguardo all’antiperfettismo sociale, per Sturzo non esistono società perfette, poiché tutte presentano i limiti che contraddistinguono la costituzione fisica e morale della persona. Infine, per Sturzo la soggettività creativa, in forza della quale gli individui cooperano per rispondere ad una vocazione universale, li spingerà a dar vita ad istituzioni politiche, economiche e culturali nelle quali potersi realizzare.
I quattro principi disegnano un programma intellettuale e politico di matrice liberale, un liberalismo che Sturzo esprimerà in ambito economico battendosi con forza contro le cosiddette tre “male bestie”: la “partitocrazia”, lo “statalismo” e lo “sperpero del denaro pubblico”: “Infatti dopo gli ammassi, i miliardi dell’INAM, i deficit della cinematografia, vengono pretenziose le iniziative ENI, che pompano il denaro pubblico […]; così noi possiamo registrare uno Stato non solo ‘non sociale’ ma ‘antisociale’, che disgrega, dissipa, disfa tutto quello che pensa di promuovere a vantaggio del popolo”.
La risposta di Sturzo è incentrata sul ruolo attivo delle comunità intermedie; lo statalismo si combatte facendo emergere dal basso le forze vive della nazione. È questo il senso più profondo anche dell’autonomismo sturziano. Il federalismo sturziano, di conseguenza, non è una semplice devoluzione dei poteri dal “centro” verso altri “centri” minori. Non che ciò non sia utile e, nel caso italiano, evidentemente indispensabile, ma Sturzo lo giudicherebbe ancora insufficiente: si corre il rischio che ad un centralismo si risponda con tanti piccoli centralismi. Il suo federalismo sgorga dal principio di sussidiarietà orizzontale e si propone di risolvere le difficoltà create dalla centralizzazione illiberale del potere dello Stato attraverso il ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile. Infine, il federalismo di Sturzo è proiettato verso la dimensione europea senza disconoscere il valore dell’identità nazionale: “Solo attraverso le autonomie locali si prepara una vita nazionale sempre più viva e coerente e una coesione internazionale sempre più effettiva e sentita”.
Credo che nessuno onestamente possa dire che cosa Sturzo avrebbe pensato oggi della “devolution”, di sicuro non avrebbe urlato alla “dissolution” nazionale, ma non avrebbe neppure brindato alla vittoria. Si sarebbe battuto come un leone per migliorare la riforma, e in ogni caso non l’avrebbe gettata tutta al macero. Disgraziatamente però dobbiamo ammettere che Sturzo non ha eredi né nell’accademia né nella politica, nella sua lunga vita ha avuto molti nemici, ha sofferto il dileggio e l’emarginazione di coloro che lui chiamava i “sinistri DC” e la generale indifferenza dei cattolici.
Le ragioni di tale incomprensione affondano in un profondo deficit culturale che ha interessato la cultura politica cattolica. Infatti, è ragionevole ritenere che l’oblio di cui è stato vittima Sturzo vada di pari passo con la debolezza della cultura cattolica dagli anni ’60 in poi, ossia, con la sua incapacità di formulare un’originale interpretazione della storia contemporanea.
Tale carenza si è manifestata attraverso l’adozione, da parte di tanti intellettuali cattolici, di un’analisi della storia e della società di tipo marxista.
L’idea molto diffusa soprattutto negli ambienti della sinistra, secondo la quale non esisterebbe un motivo valido, tale da legittimare un’incisiva ed unitaria presenza dei cattolici nella vita pubblica, ha prodotto la diffusa concezione che il cattolico impegnato in politica si differenzi dai non cattolici tutt’al più per una maggiore dose di generosità.
Contro una tale impostazione, Sturzo propone di considerare la realtà di una Chiesa che si esprime riguardo agli avvenimenti socio-politici per mezzo di una propria dottrina che ha il compito, attraverso un’adeguata interpretazione della storia, di creare il terreno favorevole per la nascita e lo sviluppo di nuovi fermenti sociali che operino in vario modo in ciascuna sfera storico-esistenziale: politica, economia, cultura.
Così interpretata, la dottrina sociale della Chiesa può anche rappresentare un chiaro punto di riferimento ed un concreto strumento d’azione per una rinnovata filosofia civile. Ecco come Augusto Del Noce inquadrava il problema politico dei cattolici, evidenziando la forza dirompente della filosofia marxista, di fronte alla quale la “Democrazia cristiana” apparve impotente: “il difetto principale della democrazia cristiana […] mi sembra quello di avere sottovalutato l’enorme potenza filosofica del marxismo e soprattutto la correlazione strettissima tra la sua potenza filosofica e la sua potenza pratica: correlazione che dà al marxismo e al comunismo il carattere di una forma nuova mai presentatasi per l’innanzi nella storia. Questo punto mi pare sinora sfuggito nella sua definizione più rigorosa così alla considerazione dei filosofi e degli storici, come a quella dei politici in senso stretto”.
Il pensiero cattolico, posto di fronte all’ineludibile cambiamento, spesso si è mostrato incapace di dare risposte ai reali bisogni che man mano si elevavano dalla società, fornendo giudizi che investivano esclusivamente il modello etico, correndo il rischio, talvolta, di chiudersi in una sterile nostalgia del tempo che fu, in una “civiltà tradizionale”, idealizzata sicuramente più di quanto essa realmente meriti. Per questa ragione, tanti cattolici, nel passato, ma anche nel presente, hanno interpretato l’alleanza con la sinistra come, per usare le parole di Del Noce, “un evento storico irreversibile”, dal momento che essa avrebbe condotto al definitivo divorzio tra cattolicesimo e conservatorismo: “Secondo il modo progressista l’accordo coi socialisti rappresenta […] la rottura con tutte le posizione dipendenti dal cattolicesimo controriformista, e perché afferma la priorità di valore del nucleo di verità contenuto nel socialismo rispetto a quello contenuto nel liberalismo. Osserviamo che questa seconda impostazione rompa in maniera davvero irreversibile con le linee di don Sturzo e De Gasperi”.
Che ben vengano allora oggi politici che s’ispirano alla sua opera, ma per cortesia e per decenza che nessuno si erga a suo erede.

* Economista - Pontificia Università Lateranense

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Giovedì, 19 Maggio, 2011

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