Archivio di Agosto, 2011

Soluzioni strategiche per la ripresa

Domenica, 28 Agosto, 2011

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di Ettore Gotti Tedeschi

Di fronte a questa emergenza è inutile cercare le responsabilità degli errori commessi: è meglio utilizzare le risorse creative in modo produttivo. È inutile, per esempio, enfatizzare la situazione statunitense come quella di una Nazione in declino o colpita al cuore. Gli Stati Uniti restano infatti il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo e con il pil più alto, che supera di oltre una volta e mezzo quello dell’Europa, di quattro volte quello cinese, di dieci volte quello italiano. Il fatto che sia stato declassato non lo mette a terra, ma probabilmente lo indurrà a essere più umile e disponibile a collaborare con l’Europa.

Non è poi utile sottolineare oltre misura il ruolo economico della Cina. Il grande Paese asiatico ha infatti un pil non molto superiore a quello della sola Germania e deve affrontare una serie di problemi non facili: l’assorbimento delle esportazioni fortemente ridotte, la crescita interna dei consumi e il conseguente innalzamento dei costi di produzione, la minore competitività, i rischi di inflazione. La Cina ha avuto inoltre un ruolo non indifferente nella crescita a debito degli Stati Uniti, finanziando essa stessa gli acquisti americani delle sue esportazioni, fatto che le ha permesso di diventare una vera potenza.

Le grandi economie mondiali dovrebbero smettere di cercare soluzioni individuali contrastanti fra loro, come stanno invece facendo da quando è iniziata la crisi. Ci vorrebbe un vero vertice, con un’agenda precisa, dove discutere finalmente regole compatibili di risanamento. Soprattutto, sarebbe necessario giungere a un consenso comune sul fatto che solo un periodo di austerità, gestito in modo integrato, può essere la vera chiave per tornare a crescere.

Non esistono più Paesi esenti dalla crisi o immuni dalla tentazione di accrescere il proprio debito pubblico per risolvere i problemi che li assillano. Ma tentativi di soluzione individuali possono aggravare la situazione comune e favorire la speculazione. Non sono quindi più opportune — anzi sarebbero nocive — bolle speculative, manovre inflazionistiche per sgonfiare i debiti e le incertezze nel salvataggio dal default di Nazioni vicine.

Esistono invece strategie di crescita, valide soprattutto per Paesi che possono contare su valori economici quali il risparmio delle famiglie, un sistema efficiente di medie imprese e banche forti sul territorio. Questi Paesi, invece di lasciarsi tentare da soluzioni in apparenza facili come quella di usare il denaro delle famiglie per ridurre il debito pubblico, dovrebbero individuare le strade per convogliare parte del risparmio liquido disponibile nel rafforzamento delle medie imprese, senza penalizzare il risparmio stesso.

È una soluzione questa che permetterebbe davvero di produrre crescita e occupazione. Convogliando, per esempio, circa il dieci per cento del risparmio delle famiglie di un Paese sulle medie imprese sane e trainanti — attraverso lo strumento di obbligazioni convertibili a dieci anni con un tasso che copra l’inflazione, collocate dalle banche e possibilmente in base a proposte fatte dalle locali associazioni degli industriali — si potrebbero mettere ingenti capitali a disposizione di alcune decine di migliaia di aziende.

Questa strategia garantirebbe nuove risorse per gli investimenti oggi non ottenibili dalle banche e dai fondi, produrrebbe piani di crescita più aggressivi, rafforzerebbe l’occupazione e offrirebbe persino maggiori garanzie alle banche per i loro finanziamenti. Potrebbe inoltre diventare la base per attrarre e raccogliere altri capitali di rischio, anche internazionali.

Riguardo al debito pubblico, le partecipazioni di Stato, soprattutto quelle strategiche (come energia, difesa, infrastrutture), potrebbero, invece di essere cedute, essere poste a garanzia reale del debito stesso, per renderlo meno oneroso e più attraente per i sottoscrittori internazionali. Di fronte a emergenze gravi, una percentuale del debito pubblico — e non certo quello in mano alle famiglie — potrebbe inoltre venire congelata per un periodo accettabile a un tasso che preservi solo dalla inflazione. In molti Paesi non mancano competenze accademiche e industriali che potrebbero collaborare con i Governi. È forse giunto il momento di istituire degli advisory board permanenti.

fonte: Osservatore Romano del 9 agosto 2011
 

Mario Calabresi

Venerdì, 26 Agosto, 2011

cosa_tiene_accese_le_stelle.jpg“La cultura della lamentela in questi anni ha raggiunto livelli terribili, è la cosa più negativa che ci sia, perché cancella davvero ogni possibilità di riscatto e cambiamento. Innamorarsi delle proprie sfighe è rassicurante e ti fa vivere in un territorio protetto, in un mondo che riconosci e ti rassicura. Ogni epoca impone una forma di resistenza, la nostra è non essere lamentosi”.

Per rilanciare la crescita, risvegliamo le passioni

Sabato, 20 Agosto, 2011

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di Luigino Bruni

In questi giorni si susseguono segnali di allarme per gli attacchi speculativi, alternati ad altri di distensione e di ottimismo. In realtà, dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave, e dobbiamo attrezzarci come Paese e come Europa per affrontare una fase che potrebbe rilevarsi non meno difficile e lunga di quella dell’autunno del 2009. Infatti, la crisi che stiamo vivendo in questi giorni è molto più di un fenomeno di contagio (delle crisi greca e/o portoghese): è una crisi di fragilità strutturale dell’Italia e dell’Europa. Il malato è grave: non si tratta ancora di una malattia mortale, ma neanche di una semplice influenza stagionale: è un secondo mini-infarto che se non produce un cambiamento degli stili di vita può portare a conseguenze fatali. Nell’intervallo tra le due crisi il “paziente Italia” ha continuato a comportarsi di fatto come prima, tranne per qualche passeggiatina pomeridiana o alcune pillole, senza aver però dato un segnale forte di inversione di tendenza.

Sono almeno tre gli elementi per proporre una diagnosi, e per proporre una possibile terapia. Il primo elemento per una corretta diagnosi ha a che fare con la demografia. Non capiremo mai bene che cosa sta avvenendo se non partiamo da un dato strutturale e di lungo periodo: l’Italia, come e più degli altri Paesi europei, negli ultimi anni ha radicalmente abbassato il rapporto tra la popolazione attiva e quella in pensione, parallelamente ad un forte aumento dell’aspettativa di vita. Tutto l’impianto dello Stato sociale si fondava su un’attesa di vita molto più bassa (e su più giovani che lavoravano), che consentiva alla generazione giovane di sostenere l’onere delle pensioni. Inoltre, la famiglia, che è stata il vero centro del nostro Stato sociale (molto più dello Stato o del mercato), non riesce più a svolgere le sue funzioni di cura e accudimento. Se allora non facciamo presto non solo una riforma delle pensioni ma un nuovo patto intergenerazionale il debito pubblico non potrà essere ridotto.

Il debito pubblico è, infatti, il secondo elemento della diagnosi: la speculazione colpisce l’Italia perché l’enorme debito pubblico rende indispensabile la sottoscrizione periodica dei titoli di stato, pena il default. Da qui la richiesta, in momenti di fragilità anche della politica, di rendimenti sempre crescenti per i nostri titoli. E’ il debito pubblico la vera spada di Damocle della crisi di questi giorni.

Il terzo elemento riguarda l’Europa, cioè l’assenza di una realtà politica dietro l’euro. Il progetto dei padri fondatori dell’Europa era soprattutto un progetto politico. La storia ci dice che una moneta è forte quando è sorretta da e esprime un potere politico: le incertezze nella gestione della crisi greca è un segnale importante, poiché dice che oltre agli interessi economici in questa Europa dell’euro c’è troppo poco: le forze dei mercati finanziari lo sanno, e colpiscono le fiancate più fragili di questa compagine. Senza un nuovo patto politico, una costituzione europea e istituzioni forti (e agili: occorre ridurre anche i costi della burocrazia europea), l’euro non reggerà a lungo.

La terapia che oggi tutti propongono è il rilancio della crescita economica. Va però ricordato che l’insufficiente crescita economica è anche una conseguenza dei primi due elementi, cioè di un Paese invecchiato e indebitato che non trova le risorse per crescere. La crescita economica richiede molti ingredienti, tutti co-essenziali: investimenti pubblici (soprattutto in istruzione e ricerca), creatività, innovazione e, soprattutto, entusiasmo e passioni nei cittadini. Oggi in Italia mancano certamente risorse per gli investimenti pubblici, ma manca ancor di più l’entusiasmo e il desiderio di vita. Per capire che cosa sia questo entusiasmo, è sufficiente fare un giro in Asia, in Medioriente o in Africa: nel mio ultimo viaggio in Kenya più della miseria materiale, mi ha colpito vedere giovani studiare la sera ammucchiati sotto i lampioni delle strade: è questa fame di vita e di futuro che domani può sconfiggere la fame di cibo e dar vita a sviluppo e benessere. Se oggi l’Italia e l’Europa non ritrovano questo entusiasmo, nessuna finanziaria potrà rilanciare la crescita; anche perché i nostri politici e l’opinione pubblica sistematicamente dimenticano la più grande lezione delle scienze sociali del Novecento: la crescita e lo sviluppo di un Paese non dipendono principalmente dall’azione dei governi ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche. Certo, tra questi agenti economici c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e debbono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto si e ci raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi costi).

La soluzione alla crisi economica si trova fuori della sfera economica: si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano anche la vita economica. Non si va a lavorare tutte le mattine per ridurre il debito pubblico, ma per realizzare dei progetti, dei sogni. Siamo anche capaci di fare grandi sacrifici solo se dietro ad essi intravvediamo un progetto collettivo grande capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l’entusiasmo. Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente: perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Ma perché questo gioco funzioni c’è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell’arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. In particolare sono convinto che oggi c’è un estremo bisogno di una sorta di giubileo, nel significato biblico del termine: una stagione di perdono reciproco, di riconciliazione e di pace, per dimenticare le cattiverie e gli avvelenamenti reciproci di cui siamo stati capaci in questi venti anni sia nella classe politica che nel Paese, e guardare avanti assieme. Oggi l’Italia è in uno stato sociale molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani. Ma possiamo uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica.

fonte: “Avvenire” del 24 luglio 2011

Addio a padre Busa, pioniere dell’informatica

Martedì, 16 Agosto, 2011

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di Stefano Lorenzetto

A un giornalista capita di rado, anzi mai, di sentirsi dare appuntamento in paradiso al termine di un’intervista. A chi scrive accadde il 28 settembre dello scorso anno. «Come s’immagina il paradiso?», era stata l’ultima domanda che avevo posto a padre Roberto Busa, il gesuita che ha inventato la linguistica informatica. «Come il cuore di Dio: immenso», rispose. Poi soggiunse: «Guardi che aspetto anche lei in paradiso, mi raccomando». Si girò verso il fotografo Maurizio Don: «Anche lei. E se tardate, come mi auguro, mi troverete seduto sulla porta così». Incrociò le mani e cominciò a girarsi i pollici: «Non arrivano mai, quei macachi…».

Dalle ore 22 di martedì 9 agosto padre Busa è sull’uscio ad aspettarci. «Senza fretta», ribadirebbe adesso con la sua bonomia di veneto nato a Vicenza da genitori originari di Lusiana, sull’altopiano di Asiago, e più precisamente della contrada Busa, donde il cognome. Il grande studioso, il compilatore dell’Index Thomisticus, è morto di vecchiaia all’Aloisianum, l’istituto di Gallarate (Varese), dove s’era ritirato a vivere dagli anni Sessanta insieme con i grandi decani della Compagnia di Gesù, fra cui il cardinale Carlo Maria Martini, del quale è stato amico e interlocutore. In precedenza fu per lungo tempo docente alla Pontificia Università Gregoriana e alla Cattolica, nonché, dal 1995 al 2000, al Politecnico di Milano, dove teneva corsi di intelligenza artificiale e robotica. La sua ricerca gli è valsa l’istituzione del Roberto Busa Award, massima onorificenza del settore.

Avrebbe compiuto 98 anni il prossimo 28 novembre. Quando nel 1955 morì Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, un quotidiano milanese del pomeriggio titolò: «Lettore fermati! È morto Fleming, forse anche tu gli devi la vita». Un invito analogo potrebbe essere rivolto oggi a tutti coloro che in questo preciso istante sono davanti a un computer.

Se esiste una santità tecnologica, credo d’aver avuto il privilegio d’incontrarla: essa aveva il volto di padre Busa. Perciò inginocchiati anche tu, lettore, davanti alle spoglie mortali di questo vecchio prete, linguista, filosofo e informatico. Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se saltabecchi da un sito all’altro cliccando sui link sottolineati di colore blu, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo, lo devi lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo, a lui. Era nato solo per far di conto, il computer, dall’inglese to compute, calcolare, computare. Ma padre Busa gli insufflò nelle narici il dono della parola.

Accadde nel 1949. Il gesuita s’era messo in testa di analizzare l’opera omnia di san Tommaso: un milione e mezzo di righe, nove milioni di parole (contro le appena centomila della Divina Commedia). Aveva già compilato a mano diecimila schede solo per inventariare la preposizione «in», che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti. In viaggio negli Stati Uniti, padre Busa chiese udienza a Thomas Watson, fondatore dell’Ibm. Il magnate lo ricevette nel suo ufficio di New York.

Nell’ascoltare la richiesta del sacerdote italiano, scosse la testa: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi». Padre Busa allora estrasse dalla tasca un cartellino trovato su una scrivania, recante il motto della multinazionale coniato dal boss — Think, pensa — e la frase «Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo». Lo restituì a Watson con un moto di delusione. Il presidente dell’Ibm, punto sul vivo, ribatté: «E va bene, padre. Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà Ibm, acronimo di International business machines, in International Busa machines».

È da questa sfida fra due geni che nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse. Il termine hypertext fu coniato da Ted Nelson nel 1965 per ipotizzare un sistema software in grado di memorizzare i percorsi compiuti da un lettore. Ma, come ammise lo stesso autore di Literary Machines, l’idea risaliva a prima dell’invenzione del computer. E, come ha ben documentato Antonio Zoppetti, esperto di linguistica e informatica, chi davvero operò sull’ipertesto, con almeno quindici anni d’anticipo su Nelson, fu proprio padre Busa. Fra Pisa, Boulder (Colorado) e Venezia, il gesuita diede vita a un’impresa titanica durata quasi mezzo secolo, investendovi un milione e ottocentomila ore, grosso modo il lavoro di un uomo per mille anni a orario sindacale; oggi è disponibile su cd-rom e su carta: occupa cinquantasei volumi, per un totale di settantamila pagine. A partire dal primo tomo, uscito nel 1951, il religioso ha catalogato tutte le parole contenute nei centodiciotto libri di san Tommaso e di altri sessantuno autori.

Roberto Busa era il secondo dei cinque figli di un capostazione. «Ci trasferivamo da una città all’altra: Genova, Bolzano, Verona», mi raccontò. «Nel 1928 approdammo a Belluno e lì entrai in seminario. Ero in classe con Albino Luciani. In camerata il mio era l’ultimo letto della fila, dopo quelli di Albino e di Dante Cassoli. Niente riscaldamento. Sveglia alle 5.30. Ai piedi del letto c’era il catino con la brocca. Dovevamo rompere l’acqua ghiacciata. In quei cinque minuti perdevo la vocazione. Dicevo fra me: no, Signore, l’acqua gelata no, voglio tornare dalla mamma che me la scalda sulla stufa. Mezz’ora per lavarci, vestirci e rifare il giaciglio. Albino se la sbrigava in 10 minuti e impiegava gli altri 20 a leggere le opere devozionali di Jean Croiset, gesuita francese del Seicento, e le commedie di Carlo Goldoni». Nel 1933 il giovane Busa entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo gli studi in filosofia e teologia, il 30 maggio 1940 fu ordinato sacerdote.

Nella sua lunga vita ha conosciuto sette pontefici. Frequenti e molto cordiali furono soprattutto i contatti con Paolo VI e, ovviamente, con l’amico Giovanni Paolo I, «che m’invidiava», mi confidò, «perché io ero diventato gesuita e lui no. Albino avrebbe voluto fare il missionario come i primi compagni di sant’Ignazio di Loyola. Ma il vescovo Giosuè Cattarossi non glielo permise. A dire il vero anch’io, dopo essere diventato gesuita, sognavo di partire per l’India. Invece il superiore provinciale mi chiese a bruciapelo: “Le piacerebbe fare il professore?”. No, risposi. E lui: “Ottimo. Lo farà lo stesso”. Fui spedito alla Gregoriana per una libera docenza in filosofia su san Tommaso d’Aquino».

Sui temi di sua competenza, padre Busa era in grado di dibattere, oltre che in italiano, anche in latino, greco, ebraico, francese, inglese, spagnolo, tedesco. «Mi sono dovuto arrangiare con i rotoli di Qumrân, che sono scritti in ebraico, aramaico e nabateo, con tutto il Corano in arabo, col cirillico, col finnico, col boemo, col giorgiano, con l’albanese», mi spiegò. «A volte mi lamento col mio Principale, dicendogli: Signore, sembra che tu abbia concepito il mondo come un’aula d’esame. E Lui mi risponde: “Ho lasciato che gli uomini facessero ciò che vogliono. Se fanno il bene, avranno il bene; se fanno il male, avranno il male”». A ogni domanda, lo studioso gesuita si portava le mani giunte davanti alla bocca, guardava verso l’infinito, meditava a lungo.

La sua mente sembrava obbedire al linguaggio binario, perché articolava ogni risposta per punti, dicendo «primo», poi «secondo», mai «terzo», e intanto contava sulle dita partendo dal mignolo per arrivare al pollice, come fanno gli americani. Non c’era una parola, fra quelle che gli uscivano dalle labbra, che fosse superflua o pronunciata a casaccio.

Padre Busa aveva le idee ben chiare sulle origini della scienza informatica: «Una mente che sappia scrivere programmi è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi i quali ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza. Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore e il produttore. Noi Dio lo chiamiamo Mistero perché nei circuiti dell’affaccendarsi quotidiano non riusciamo a incontrarlo. Ma i Vangeli ci assicurano che duemila anni fa scese dal cielo». È andato a incontrarlo.

fonte: Osservatore Romano 10-8-2011

Intervista a Mario Baldassarri: “Le riforme strutturali per uscire dalla crisi”

Martedì, 9 Agosto, 2011

Le promesse della cattiva politica mancano innanzitutto di sano realismo e soffocano l’apertura di speranza

Mercoledì, 3 Agosto, 2011

“E sempre la penuria d’idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell’affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell’investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. (…) questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d’Achille dei miraggi europei, (…) mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe (…) per far fronte ai problemi (…) che soffocano l’apertura di speranza (…)”.

fonte: Joaquìn Navarro-Valls  la Repubblica

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