Archivio di Dicembre, 2011

Nel 2012 decidi di allargare il tuo orizzonte. Con sollecitudine.

Sabato, 31 Dicembre, 2011

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Sviluppismo recessionista

Sabato, 31 Dicembre, 2011

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di Davide Giacalone 

Il 2012 sarà un anno di recessione. Quella ufficialmente prevista non è drammatica, quella effettivamente attesa più significativa (non è escluso un -3%). Il governo si prepara a questa stagione annunciando la fase “cresci-Italia”. Diciamo che non manca l’ottimismo della volontà. Diciamo anche, però, che non si dovrebbe lasciare del tutto a digiuno la ragione, e se è certamente vero che c’è bisogno di misure che favoriscano competitività e sviluppo sarebbe gradevole sapere anche quali sono. Invece, dopo il silenzio con cui s’è chiuso il Consiglio dei ministri straordinario, mercoledì scorso, anche la conferenza stampa di fine anno non ha portato particolari lumi.

Il ragionamento svolto da Monti è stato interessante, ma sia la tabella di marcia che l’itinerario del cammino governativo restano allo stato d’indicazioni. Nella descrizione dello scenario, però, si trovano passaggi illuminanti. Rispondendo alla domanda postagli dal Financial Times il presidente del Consiglio ha detto di non essere in grado d’indicare quale dovrebbe essere il giusto spread, ripetendo che, come per i prezzi, è il mercato a decidere, ma ha aggiunto che nei fondamentali della nostra economia non ci sono ragioni per cui debbano essere così alti. Giusto, ha ragione. Noi lo abbiamo sostenuto fin dall’inizio, quando il salire dello spread era letto come una specie di divina condanna per i nostri peccati. Se i fondamentali non giustificano tale distanza fra i tassi d’interesse che si devono pagare per i debiti pubblici, allora vuol dire che la causa è da un’altra parte. Difatti è nell’euro: nella sua debolezza istituzionale e nella sua incompiutezza politica. Ma se così stanno le cose ne deriva che così stavano fin dall’inizio e che la soluzione non può essere trovata (solo) in misure restrittive e impositive fatte subire ad aziende e cittadini italiani.

E’ un punto decisivo. Monti ha ragione anche quando dice che non si deve dare troppa importanza allo spread, ma sarebbe elegante che lo sostenesse anche per il passato, quando, invece, sembrava essere l’unico termometro utilizzabile. Mentre non solo è inelegante, ma totalmente contraddittorio che abbia cercato di dimostrare che da quando è al governo lo spread è sceso: a. perché non è vero (è sceso rispetto al picco, ma è altissimo); b. perché se la causa non è interna, se i fondamentali sono i medesimi, è come dire che il cambio della guardia ha avuto un valore estetico. Tesi debole, oltre che offensiva.

Altro passaggio importante è quello in cui Monti ha detto che la Banca centrale europea ha diminuito e quasi cessato gli acquisti di titoli dei debiti sovrani. Come a dire: la distanza fra i tassi d’interesse resta alta, è vero, ma prima c’era l’aiuto della Bce, mentre ora no. Proprio in queste ore abbiamo la dimostrazione del contrario: l’asta dei titoli italiani a scadenza semestrale è andata bene, segnando un tutto esaurito; l’asta dei titoli a più lunga scadenza, tenutasi ieri, ha registrato un invenduto pari a 1,5 miliardi. Spiegazione: la Bce ha pompato liquidità nel mercato concedendo alle banche prestiti triennali per 500 miliardi, al tasso dell’1%, le stesse banche comprano titoli a breve scadenza, che offrono come garanzia alla stessa Bce, lucrando (molto) sulla differenza dei tassi e non correndo rischi; quando le scadenze si allungano, però, superando il lasso temporale coperto dal prestito, la domanda scende. Morale: la Bce sta comprando eccome, solo che lo fa per interposte banche.

Ciò nonostante lo spread rimane altissimo, come si spiega? Perché ha ragione il Monti analista, quando chiarisce che la causa di quell’andamento è estranea all’affidabilità e sostenibilità del nostro debito pubblico. Il che, però, dà torto al Monti politico, quando sostiene che lo spread altissimo ha condannato il governo precedente e lui è riuscito a farlo scendere.

Sottolineo queste cose non perché ci sia gusto nel segnalare le contraddizioni altrui, ma perché è contraddittoria la situazione nella quale ci troviamo, derivante dal sommarsi di due crisi, una interna e una europea. Quella interna ha origini antiche, segnalate da un calo di competitività, da una bassa crescita e da un alto debito pubblico che convivono, nocivamente, da una ventina d’anni. A questa crisi si deve reagire con riforme che liberino il mercato e con minore pressione fiscale. Poi c’è la crisi dell’euro, che origina dalla crisi del debito covata negli Stati Uniti e che è deflagrata mettendo a nudo l’incredibile fragilità interna della moneta unica. A questa crisi si può rispondere con maggiore integrazione politica e fiscale, in Europa, e con la diminuzione dei debiti sovrani, il che comporta tagli alla spesa e più tasse. Sono due mali diversi, ma vanno curati contemporaneamente. In ciò consiste la difficoltà politica, mentre non serve a nulla continuare a dire che ci troviamo in questa situazione perché le riforme non sono state fatte prima e per tempo: è vero, e se non fosse vero, del resto, non ci sarebbe un governo commissariale.

Monti ha colto il nodo politico nel passaggio in cui ha sostenuto che le riforme per lo sviluppo devono essere fatte nello stesso momento, in modo da scontentare tutti nella stessa misura. E’ quel che qui abbiamo sostenuto fin dal primo momento: se il governo Monti cerca il consenso è finito, mentre è forte nel fare le cose dovute mantenendo un equilibrio del dissenso. La riforma del mercato del lavoro e le liberalizzazioni devono procedere in parallelo. Aggiungo che è non solo opportuno e prudente, ma anche giusto. Perché a chi perde sicurezze si devono offrire opportunità, a chi perde rendite si devono offrire nuovi mercati. Solo in questo modo si avrà la sensazione di riforme non penitenziali, ma indirizzate alla crescita. Monti, però, si è fermato qui, riservando al governo il tempo per potere formulare proposte concrete.

E’ legittimo. Anche la creazione non si esaurì in un solo giorno, pur disponendosi di poteri vasti e possibilità infinite. Ma non sfugga al presidente del Consiglio l’effetto collaterale: più passa il tempo più i veti si solidificano, e già mi pare, ad esempio, che sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori si sia passati dal freno alla marcia indietro. Procedura pericolosa, perché tutta la forza di Monti sta nel procedere, mentre basta cedere una volta per essere costretti a cedere sempre.

A gennaio si terranno gli incontri europei bilaterali. La sede giusta per sostenere due cose: 1. l’Italia non intende pagare per colpa dell’euro; 2. l’Unione deve essere collegiale, gli assi e i bilaterali la portano a morire.

fonte: davidegiacalone.it

Geminello Alvi

Martedì, 27 Dicembre, 2011

repubblica_fondata_su_rendite.jpg“Tanto più con il denaro si crea fraternità e inoltre bellezza, meraviglia rivolta al cielo, tanto più l’economia ha senso, il lucro si purifica”.

San Benedetto da Norcia Patrono d’Europa

Lunedì, 26 Dicembre, 2011

sanbenedetto.jpg“Viviamo anche in Italia l’esito della globalizzazione. Sgretolare gli stati nazionali creando spezzatini di zone ricche e povere da aizzare l’una contro l’altra come è stato fatto in Jugoslavia e come vorrebbero fare anche in Italia tra la ricca valle del Po e il sud lasciato alla deriva verso il nordafrica. Noi invece dobbiamo fare l’unità dell’Europa come fece San Benedetto, dal quale Ratzinger ha preso significativamente il nome, e dentro questa unità curare lo sviluppo dell’Italia come hanno fatto i monaci benedettini nel Medioevo: impedire alle foreste di coprire il continente, far rifiorire l’agricoltura e ricopiare i manoscritti antichi in modo da consegnarli alle generazioni future. Mettere al centro l’uomo libero, la fede in Dio e l’ordine del Creato come amava dire Giovanni Paolo II. Ci troviamo adesso all’imbocco di questa strada: salvare millenni di civiltà dall’abbrutimento contabile e finanziario per goderci ancora a lungo le rose, il sole e il cielo azzurro che Dio ci ha dato in dote”. Ettore Bernabei

Buon Natale…

Venerdì, 23 Dicembre, 2011

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Macroaree della geoeconomia globale

Lunedì, 19 Dicembre, 2011

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Coraggio, Italia!

Giovedì, 8 Dicembre, 2011

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di Pippo Corigliano 

“(…) il mondo sembra definitivamente dominato da un sistema tecnocratico finanziario privo di pensiero, se si esclude una larva di pensiero protestante secolarizzato propria dei paesi anglosassoni. Per la logica dominante dopo il crollo del muro di Berlino, l’Italia è tornato ad essere un paese che ha perso la guerra, indifeso rispetto alle speculazioni finanziarie. Ma l’Italia non è un paese ateo. E’ un paese che ha inventato la finanza ed ha prestato soldi ai re di Francia. E’ il paese che ha inventato nel Medio Evo le confraternite di mutuo soccorso, alcune delle quali sopravvivono ancora. E’ il paese della bellezza e dell’umanità. Perciò guai a scoraggiarci. I nostri giovani devono studiare l’economia come la storia e la teologia. E saranno loro che sapranno costruire un mondo in cui la persona tornerà ad essere il centro”.

Il padrone del mondo

Mercoledì, 7 Dicembre, 2011

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Robert Hugh Benson, con Il padrone del mondo (1907), ci porta in una realtà nella quale l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, dove tutto è meccanizzato e programmato per un unico grande progetto: il trionfo dell’Umanitarismo. L’eliminazione della guerra, l’abolizione dei rumori, la legalizzazione dell’eutanasia, l’adozione di cibi artificiali, l’uso dell’esperanto sono solo alcune tra le caratteristiche che fanno da naturale corollario al nuovo tipo di convivenza civile.
In questo paesaggio si muovono, con estrema ponderatezza, i personaggi di Benson, ricchi di umanità e descritti in modo sapiente: Oliviero Brand, il politico, teorico del nuovo sistema che vede l’uomo unico dio e signore delle cose; Mabel, la deliziosa compagna di Oliviero, che sceglie la dolce morte offerta dalle case dell’eutanasia e che, nel momento estremo, quando l’ultimo soffio di vita fugge dal suo corpo provato dal lungo conflitto esistenziale, vede, capisce e prova, netta la sensazione del misterioso Altro. Giuliano Felsemburgh, l’uomo che costituisce la sintesi più sconcertante dei sentimenti e delle aspirazioni che l’Umanitarismo suscita, l’uomo che contende a Dio il dominio del mondo; Percy Franklin, un prete, combattuto internamente dall’intensa lotta in cui la fede vacilla per poi riconfermarsi più viva e vera.

SOS credito

Venerdì, 2 Dicembre, 2011

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di Davide Giacalone 

Il mondo del credito lancia un SOS: manca la liquidità, costa troppo, e questo toglie linfa vitale alle imprese. Corrado Faissola, ex presidente dell’Associazione Bancaria Italiana e presidente del Gruppo Ubi, ha chiesto un intervento della Banca centrale europea, affinché vari un prestito a breve termine, tre anni, in modo da alleggerire la situazione. “Le banche italiane – ha detto – stanno toccando con mano una tensione senza precedenti nei mercati internazionali della liquidità”. Detta in maniera meno paludata: non trovano più quattrini. Se non ne trovano non ne prestano, se non ne prestano le aziende chiudono.

Le banche, dalle nostre parti, ma non solo dalle nostre, non godono di molti consensi, né li meritano. Di banchieri pronti a fare il loro mestiere, quindi ad assistere le imprese valutandone i piani di sviluppo e sostenendone la crescita, se ne trovavano già pochi. Ora punti. Già da tempo il credito è in relazione alle garanzie, piuttosto che alle idee e alle opportunità: se offri beni in grado di coprire il rischio del credito lo ottieni, altrimenti niente. Peccato che, in questo modo, l’attività creditizia perde la sua funzione. Le cose, adesso, vanno peggio, tanto che non sono pochi i casi di prestiti già accordati, già garantiti dal sistema Cofidi (nato per offrire le garanzie necessarie e agevolare il credito all’impresa), ma poi non effettivamente erogati. E c’è di peggio: imprenditori che si recano in banca per chiedere un fido, o l’allargamento di quello esistente e si sentono chiedere il rientro dalle esposizioni. In queste condizioni restano poche alternative alla chiusura.

Molti cittadini seguono con apprensione, ma anche con estraneità, le cronache relative agli spread. Numerosi si domandano: ma cosa succede, in concreto? In concreto si esaurisce l’ossigeno del credito, il che porta al depauperamento del sistema produttivo. Da qui poi partono reazioni a catena, che non è difficile immaginare. E anche quando il credito non viene negato, come capita nella grande maggioranza dei casi, resta il fatto che se nel mercato interbancario la raccolta di liquidità avviene a tassi superiori al 7%, quelli poi praticati alle imprese superano il 10%. In assenza d’inflazione, o, meglio, in assenza degli effetti alleggerenti che l’inflazione porta con sé, quei tassi sono usurai.

Allarghiamo il ragionamento, per giungere ad una conclusione politica. L’Italia è la settima potenza economica del mondo, mica un paesello secondario, ed è destinata a restare, per il tempo prevedibile, fra le prime dieci. Siamo ricchi e potenti, grazie ad imprese forti e capaci. Se si asfissia il credito quelle aziende boccheggiano, dopo di che possono essere raccattate facilmente, quasi con l’aria di salvarle, da investitori esteri che abbiano liquidità a disposizione. E ce ne sono. Come anche ci sono banche che guardano all’Italia con interesse, per portare via valore. Dopo un passaggio di questo tipo verremmo declassati da potenza economica a paradiso delle vacanze, e per renderle più piacevole si prodigheranno compagnie aeree altrui, catene di alberghi stranieri, costruttori d’infrastrutture che vengono da lontano. Ci lasceranno scolare gli spaghetti, perché in effetti restiamo i più bravi, ma saranno loro ad arrotolarli, magari aiutandosi con il cucchiaio. E’ chiaro lo scenario? Motivo per cui il nostro dovere, e il nostro diritto, non è quello di spremerci e ammazzarci per buttare denaro nella macina degli spread, ma di comunicare ai fratelli d’Europa che non intendiamo farci massacrare restando inerti. A questo servono i governi, mica solo a tassare.

A proposito di tasse: se si vara una patrimoniale è ragionevole supporre che si vada a colpire, oltre alle famiglie, proprio quegli imprenditori oggi in crisi di liquidità. E’ vero che anche le imprese hanno le loro magagne, è vero che si mettono troppo pochi quattrini propri nell’azienda (tendendo a fare il contrario), ma è anche vero che se quei cittadini li colpiamo da due parti, contemporaneamente, possono solo che stramazzare. Ciò valga per quanti credono che la patrimoniale sia l’anticamera della giustizia sociale, anziché della miseria socializzata.

Molte banche italiane meritano scudisciate, come chi le ha governate pensando al potere anziché al mestiere, ma quel che rischia di accadere, che sta accadendo, non vendica nessuno e danneggia tutti.

 fonte: davidegiacalone.it

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