Archivio di Febbraio, 2013

Start-up o nuove imprese?

Martedì, 26 Febbraio, 2013

Il vero problema dell’Italia non è quello di far nascere e crescere start-up che operino nelle tecnologie avanzate. Ma quello - molto più generale - di disinceppare uno dei meccanismi fondamentali dello sviluppo dell’economia del paese: far nascere e crescere nuove imprese, in modo da rimettere in moto il processo di normale ricambio.

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di Umberto Bertelè

Non è un problema da accademia della crusca quello che voglio porre, di critica al ricorso eccessivo alle parole estere. È un problema invece di percezioni, di significati diversi spesso attribuiti - nella testa della gente - a termini che dovrebbero semplicemente essere la traduzione l’uno dell’altro. E conseguentemente di sensibilità e di peso nell’agenda politica.

Il termine start-up, per la maggior parte di coloro (temo non tantissimi) che ritengono di conoscerne il significato, ha tutto il fascino delle parole esotiche. Evoca la California, evoca la Silicon Valley, evoca imprese come Apple, Google, Cisco e Intel, piuttosto che (fra le più recenti) Zynga, LinkedIn e Twitter. Evoca l’interesse a far crescere anche in Italia nuove imprese che si muovano sulla frontiera della tecnologia, mettendo in campo una serie di incentivi pubblici e promuovendo lo sviluppo di strutture - quali business angel e venture capital - in grado di finanziarne le prime fasi del ciclo di vita.

Il limite che io vedo in tutto questo: che la promozione delle start-up venga vissuta come una sorta di optional, come una ciliegina sulla torta, e non come un problema vitale per il nostro paese.

Perché la creazione di nuove imprese è un problema vitale.

Far nascere nuove imprese rappresenta una necessità sempre, se non altro per rimpiazzare - anche se solitamente in settori e attività diversi - quelle che muoiono: perché acquisite e inglobate da altre, perché chiudono i battenti per evitare situazioni peggiori, perché falliscono.

Tutte le statistiche, benché fatte in momenti e paesi diversi, concordano sul fatto che la vita media delle imprese è sensibilmente inferiore a quella degli umani. E che si sta allargando ulteriormente la forbice, perché migliorano le aspettative di vita per i secondi, mentre aumentano i rischi di morte quasi istantanea, senza segnali premonitori, per le prime: come mettono bene in luce nel loro recentissimo articolo “Bing Bang Disruption” Larry Downes e Paul F. Nunes con una serie di esempi (la fotografia digitale che uccide la tradizionale, gli smartphone che con le loro diverse funzionalità penalizzano macchine fotografiche e orologi e modificheranno i sistemi di pagamento, le app con le mappe che ridimensionano drasticamente le vendite di navigatori portatili, e così via).

Far nascere nuove imprese è una necessità, ma i dati dimostrano come larga parte delle imprese che nascono attualmente abbiano come imprenditori immigrati senza particolari titoli di studio e riguardino piccole attività commerciali e di servizi: attività cioè che permettono di partire in piccolo, con un  fabbisogno di capitale ridotto.

Uno schema simile a quello che ci ha caratterizzati per i primi 50 anni dopo la guerra, quando pochissimi imprenditori di prima generazione - anche nel campo industriale - erano laureati, quando il know-how era quello appreso lavorando come operai o impiegati, quando i risparmi propri insieme a quelli di parenti e amici e a qualche prestito bancario permettevano di costruire il capitale iniziale, quando i cicli di vita di molti prodotti erano più lunghi ed era quindi possibile crescere con gradualità e usare i profitti per alimentare progressivamente il capitale.

Questo mondo non c’è quasi più. Molte delle nuove attività, non solo nell’ICT, richiedono livelli di conoscenza (non necessariamente certificata da una laurea) sensibilmente più elevati. I cicli di vita dei prodotti si sono mediamente molto ridotti e i mercati geo-politici potenziali si sono mediamente ampliati, per cui è spesso necessario disporre di un capitale iniziale maggiore. Le banche commerciali - a valle delle diverse Basilea e con i bilanci spesso devastati dalla crisi - sono molto meno disponibili di un tempo a prestare soldi fidandosi delle persone.

Si è inceppato cioè uno dei meccanismi fondamentali dello sviluppo dell’economia del paese. E, tornando alle parole iniziali, il nostro vero problema non è quello (apparentemente di nicchia) di far nascere e crescere start-up che operino nelle tecnologie avanzate; ma quello molto più generale didisinceppare il meccanismo per far nascere e crescere nuove imprese, in modo da rimettere in moto il processo di normale ricambio (nel futuro possiamo sperare anche di crescita) del nostro sistema di imprese.

Ben sapendo, ma questo non è chiaro a tutti, che molte delle nuove imprese che faremo nascere saranno proprio le start-up “modello California”: perché è nell’ICT, o con l’applicazione innovativa dell’ICT, che sono presenti le maggiori opportunità imprenditoriali.

fonte: ict4executive.it 19 Febbraio 2013

In Italia l’iniziativa economica è libera?

Lunedì, 25 Febbraio, 2013

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di Stefano L. Di Tommaso*

Una volta (a dire il vero pochissimi anni fa) un piccolo imprenditore o, più esattamente, un artigiano o un commerciante che avevano raggiunto un discreto successo presso la clientela, si recavano presso la loro banca (e difficilmente ne avevano più d’una) chiedevano un piccolo finanziamento o un mutuo per espandere la loro bottega, il loro magazzino, o il loro parco veicoli (magari un paio di Ape Piaggio) e, se erano bravi o anche solo volenterosi, potevano sperare di fare qualche soldo in più pur sobbarcandosi i costi finanziari dell’espansione (di qualche punto al massimo superiore al tasso interbancario).

Le banche italiane non sono mai state particolarmente dinamiche (anzi ricorreva spesso la battuta che in America finanziavano le idee mentre a casa nostra finanziavano solo le mura), tantomeno dinamici risultavano i mediocrediti regionali, ma alla fine chi lo meritava un po’ di credito lo otteneva, meglio se supportato dalla raccomandazione di qualcuno che contava nella società civile.

Oggi l’aria è cambiata: le banche hanno creato dovunque (anche nei quartieri periferici) il loro centro imprese e i funzionari che vi lavorano non hanno alcuna autonomia decisionale: devono inserire i dati nel sistema e ottenere (raramente invero) una delibera di fido, con l’avvertenza che in molti casi il tasso da essi richiesto corrisponde alla soglia del tasso d’usura oppure a una ventina di volte il livello del tasso interbancario.

Dunque è diventato difficile o impossibile chiedere credito, bisogna farlo scrivendo un piano industriale (anche se si tratta di una farmacia o di una pensione Bed&Breakfast) e sobbarcandosi un tasso che può azzerare il vantaggio a tentare di crescere, nonostante i tassi interbancari siano oggi quasi a zero.

Perdipiù i rischi legati al credito di fornitura sono saliti alle stelle e molti fornitori, viceversa, proprio a causa dell’andazzo generale, chiedono di essere pagati per contanti o con fideiussione. Senza contare che Equitalia, il mostro che in Italia prescinde da leggi, privacy e possibilità economiche, non appena alzi la testa ti prende di mira e inizia a chiedersi in quale modo stai evadendo il fisco.

Poi intervengono INPS, ASL e uffici vari regionali, provinciali e comunali a fare la loro parte per scoraggiare le iniziative, senza pensare che c’è anche l’Ufficio del Lavoro che è pronto a scoraggiare l’assunzione di chiunque con balzelli, leggi e regolamenti, tantomeno se si tratta di un giovane apprendista.

Sì, quasi quasi, il piccolo artigiano o commerciante o albergatore se ha capacità e idee, fa prima a lasciar perdere o, come fanno in tanti, a varcare i confini nazionali per trovare altrove un ambiente più consono alle sue qualità.

Qualche anno fa esisteva soltanto l’Agenzia delle Entrate, i fornitori spesso erano i primi venture capitalists dell’artigiano più bravo degli altri, le banche erano edifici abitati da gente con cui si riusciva anche a parlare, gli uffici pubblici erano computerizzati ma anche meno burocratici e gli apprendisti, se gli facevi apprendere un mestiere, ti ringraziavano anche!

Oggi l’Italia affoga anche grazie al fatto che fare impresa è diventata un’impresa, ma nessuno ne parla in campagna elettorale!

*CEO La Compagnia Finanziaria Milano

Grillo o in-consapevole GRI(malde)LLO?

Domenica, 17 Febbraio, 2013

Grazie

Martedì, 12 Febbraio, 2013

joseph_ratzinger_bambino.jpgGrazie, Maestro, che insegni a rovesciare la realtà. Non attaccandola. Grazie, Maestro, che con un atto rivoluzionario - che provoca immenso dolore in spirito e corpo - rifondi la “Città” su una nuova pietra. Grazie, Maestro, che lasci il potere insegnando a smettere di perseguire il potere. Grazie, Maestro, contenuto dalla Potenza, che insegni a coltivare la potenza.

L’intervento di Gordon Brown nel 2009 sulla crisi economica

Lunedì, 11 Febbraio, 2013

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di Gordon Brown*

Da Rio a Roma e da Lagos a Londra ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide economiche della nostra generazione. In quella che sarà probabilmente definita dagli storici come la prima crisi economica di livello davvero mondiale, le previsioni di crescita per il 2009 sono state ritoccate in quanto vicine allo zero, c’è un crollo del commercio e dei flussi di capitale e si sta estendendo la disoccupazione.

La crisi finanziaria ed economica minaccia l’occupazione e le prospettive delle famiglie di ogni paese e di ogni continente. In tutta Europa, migliaia di persone si trovano improvvisamente senza lavoro e sono sempre più preoccupate per il proprio futuro. Ma si tratta di tendenze internazionali, che hanno impatto anche sui più poveri in Africa, Asia e altrove. Qui la crisi economica significherà fame per altri milioni di persone, meno istruzione e meno servizi sanitari. So che la Chiesa cattolica e il Santo Padre condividono queste preoccupazioni. I paesi più poveri vedono che ogni fonte di finanziamento del proprio sviluppo – esportazioni e domanda di derrate alimentari, commercio e project finance, aiuti, rimesse, flussi di capitale – è stata colpita dalla dimensione e dall’estensione senza precedenti di questa crisi.

Nel Regno Unito stiamo usando ogni mezzo a nostra disposizione perché la recessione sia per quanto possibile breve e poco profonda. Ma la recessione globale richiede una risposta globale, se vogliamo che le nostre misure abbiano successo. Il 2 aprile prossimo il G20 – cioè la riunione dei leader dei paesi più grandi e più ricchi del mondo, che rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e il 90 per cento dell’economia globale – si riunirà a Londra per discutere questa risposta.

Riuscirci è di vitale importanza. Altrimenti, la recessione sarà più profonda, più lunga e colpirà un numero maggiore di persone. Se non risolveremo gli effetti della crisi, la Banca Mondiale stima che da oggi al 2015 nel mondo in via di sviluppo altri 2,8 milioni di bambini potrebbero morire prima di aver compiuto cinque anni. È come se l’intera popolazione di Roma morisse nei prossimi cinque anni.

Non ci potrebbero quindi essere ragioni morali più valide di queste. Ma non si tratta più solo di ragioni morali. Questa crisi ci ha dimostrato che non possiamo permettere che i problemi si aggravino in un paese, poiché di riflesso il loro impatto sarà avvertito da tutti. È dunque nostro dovere comune far sì che le esigenze dei paesi più poveri non siano un pensiero secondario, a cui si aderisce per obbligo morale o per senso di colpa. È ora di vedere i paesi in via di sviluppo inseriti nelle soluzioni internazionali di cui abbiamo bisogno. Ed è fondamentale che queste soluzioni internazionali tengano conto dei paesi in via di sviluppo.

La nostra risposta globale deve perciò in primo luogo prevedere finanziamenti maggiori, migliori e più rapidi da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, che possano contribuire a salvaguardare gli investimenti nella sanità e nell’istruzione e a stimolare le economie. Uno stimolo internazionale funzionerà soltanto se avrà davvero carattere globale. Per troppo tempo solo i paesi ricchi sono stati in grado di introdurre capitali nelle proprie economie nei periodi difficili. Questa volta deve essere diverso.

Ho già avviato colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altri organismi per elaborare proposte che, se accolte dal G20, potrebbero immettere miliardi di dollari nelle economie dei paesi in via di sviluppo. Come secondo punto, sono necessarie riforme delle istituzioni finanziarie internazionali per dare più voce al mondo in via di sviluppo, rendendo le istituzioni più efficaci, legittime e sensibili. E come terzo punto, occorre trovare le vie per mobilitare le risorse a salvaguardia dei più poveri, come il Global Vulnerability Fund, che può essere mirato in modo specifico ai più poveri e più vulnerabili.

Per i cambiamenti climatici, inoltre, dobbiamo fare in modo che la crisi dell’economia non ci distolga dal far fronte a quella del clima. Dobbiamo cogliere il momento per garantire investimenti nelle industrie verdi che ci preparino per il futuro, invece di mettere a repentaglio le generazioni che verranno.

Dobbiamo inoltre cercare di mettere in moto il commercio internazionale. Sappiamo che rifugiarci nel protezionismo ci renderà tutti più poveri, ma questo è anche un momento di opportunità. Se sapremo sfruttare lo slancio politico per concludere l’accordo di Doha sul commercio, si valuta che l’economia mondiale potrebbe beneficiarne per 150 miliardi di dollari. La Santa Sede ha sostenuto con forza un accordo commerciale favorevole ai poveri, e io spero che questa voce sia finalmente ascoltata.

Come politico so che quando le religioni mobilitano le proprie risorse, ne viene vivamente avvertito l’impatto. Abbiamo appena assistito al ruolo preminente delle religioni nell’ambito della più larga alleanza formatasi per sostenere gli obiettivi di sviluppo del millennio nell’evento di alto livello dello scorso settembre a New York.

Valori religiosi, come la giustizia e la solidarietà – valori che affermano che i bambini poveri, come quelli ricchi, devono avere accesso a vaccini e medicinali – hanno portato Regno Unito e Santa Sede a sostenere insieme l’International Finance Facility for Immunisation e gli Advanced Market Commitment. L’acquisto da parte del papa nel 2006 del primo bond per l’immunizzazione è stato espressione tangibile dell’impegno comune di Santa Sede e Regno Unito a favore dello sviluppo internazionale. Grazie a questo bond, sono stati raccolti oltre un miliardo e seicento milioni di dollari, e 500 milioni di bambini saranno immunizzati fra il 2006 e il 2015 – portando a cinque milioni i bambini salvati.

Lo scorso 18 giugno papa Benedetto ha sollecitato attraverso il suo segretario di Stato una “risposta efficace alle crisi economiche che affliggono diverse regioni del pianeta” e l’attuazione di “un piano d’azione internazionale concertato volto a liberare il mondo dalla povertà estrema”. Io sostengo questo appello. Il vertice di Londra ad aprile deve vederci rispondere alla sfida.
fonte: Osservatore Romano 19 febbraio 2009  

Costituzionalmente incapaci

Martedì, 5 Febbraio, 2013

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di Davide Giacalone

Tutti a dire che la campagna elettorale è divenuta il festival della promessa a vanvera. Osservazione ovvia, ma non acuta. Perché perde di vista la ragione dell’andazzo. In tutte le democrazie del mondo la campagna elettorale spinge a toni da imbonitori. E’ naturale. Il candidato repubblicano, negli Stati Uniti, ha fatto la campagna per le primarie interpretando una posizione estremista, salvo correggerla nella corsa effettiva alla Casa Bianca, per conquistare l’elettorato intermedio. Vale a dire quegli elettori che, nelle democrazie funzionanti, risultano decisivi. Il nostro guaio è un altro: visto che nessun vincitore governa da solo, visto che chi prende più voti non conquista più potere, va a finire che ciascuno si ripresenta non rispondendo veramente delle promesse non mantenute, annettendo il tradimento non alla propria inaffidabilità, ma al non avere la possibilità di fare quel che aveva promesso. Da qui una degenerazione ulteriore: a ogni campagna si alza il tiro, sapendo che non se ne risponderà.
Sul terreno fiscale, come al solito, Silvio Berlusconi svolge il ruolo della lepre nelle corse dei cani, lanciandosi in avanti e cercando di non farsi raggiungere. Ma i principali competitori gli vanno dietro, latrando per l’ingiusto vantaggio dato da tale condotta. Mario Monti sostiene il contrario di quel che ha fatto, supponendo che possa bastare il dire: prima ho fatto pagare perché c’era il pericolo del default, ma ora sono pronto ad abbassare le tasse, perché i nostri conti sono splendidamente in ordine. Bubbole, ovviamente. Pier Luigi Bersani ha predicato a lungo la patrimoniale, che non solo è sparita, ma ha lasciato spazio a non meglio precisati sgravi fiscali per quanti “hanno già pagato”. Tutti, abbiamo già pagato, compresa la patrimoniale, che si chiama Imu (e non solo, perché anche della tassa sulla spazzatura hanno fatto una patrimoniale). Quanto sia fasullo un tale confronto lo si evince da due cose: a. non mettono i numeri di sgravi e coperture; b. non mettono i numeri e i settori per i tagli alla spesa pubblica. Senza questi secondi resta solo il gargarismo elettoralistico.
Sappiamo tutti benissimo che la vittoria della sinistra (probabile alla Camera) non prelude ad un governo stabile, perché inficiata da debolezze istituzionali e disomogeneità politiche. Sappiamo che tali disomogeneità ci sono anche nella destra, la cui vittoria, del resto, non è all’ordine del giorno. E sappiamo che le alleanze con i centri (plurale) montiani sarà occasione di ulteriori confusioni. Ammesso che restino uniti, quei centri, cosa sulla quale non scommetterei. E’ tale diffusa consapevolezza che fa crescere i voti grillini. O qualcuno pensa che gli italiani siano impazziti e si lascino abbindolare da uno che mitraglia fesserie?
La debolezza culturale delle proposte politiche maggiori, intendendosi per tali quelle che sono effettivamente candidate a vincere e governare, consiste nel non dire una parola sul nodo dal quale non si può prescindere: occorre cambiare la Costituzione, avere un governo governante, dotato di poteri veri, per poi legare a quella riforma il cambiamento del sistema elettorale, talché contenga non un orribile premio alla maggioranza, ma incorpori un vantaggio per la governabilità (come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania, che sono sistemi diversissimi, ma tutti coerenti con il quadro istituzionale, al contrario che da noi). Chi avesse lucidità e coraggio per sostenere tale tesi dovrebbe aggiungere: mi candido a fare queste cose e se non ci riesco torno davanti agli elettori, se ci riesco, d’altronde, ci torno comunque, per tenere a battesimo la terza Repubblica. Ed è su questa idea forza che dovrebbe offrire il dialogo agli odierni concorrenti, nella consapevolezza di essere legati da sorte comune. E comunemente condannati dal crescere dei voti di vendetta, oggi coagulati attorno a un comico.
E’ il vuoto sul terreno istituzionale a dovere inquietare. E’ il silenzio sulla Costituzione, continuamente sfregiata, a dovere indignare. Non il vociare piazzista dei vari baracconi. Non sono le promesse a offendere l’intelligenza comune, ma la preventiva rassegnazione a che rimangono tali. Ciò deprime la vita collettiva.

fonte: davidegiacalone.it

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