Archivio di Agosto, 2013

Butta la casta

Sabato, 31 Agosto, 2013

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di Luca De Biase 

Un frame, nel linguaggio degli studiosi dei media, è un quadro interpretativo forte della realtà. Tanto forte che una grande parte della popolazione lo condivide. Un frame diventa un modo di vedere il mondo che accomuna molte persone. La sua conseguenza è che tutte le notizie che avvalorano il frame diventano più importanti perché appaiono più significative, in quanto si riferiscono al contesto che tanti condividono. Mentre tutte le notizie che non avvalorano il frame diventano meno rilevanti se non sono addirittura oscurate.

Un frame di successo è basato sui fatti. Ma ne dà spesso una prospettiva parziale. E diminuisce l’importanza di altri fatti che consentirebbero di vedere altri fenomeni o di modificare la lettura della realtà in modo da comprenderne i risvolti più complessi.

La “casta” è diventato un frame di enorme successo in Italia. È basato su una quantità di fatti davvero disarmante. I politici che si comportano come se appartenessero a una casta e che approfittano della loro posizione per fare i loro comodi senza temere davvero di essere perseguiti sono in un numero imbarazzante. I piccoli e grandi poteri descritti dal libro seminale di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, del 2007 sono spesso ancora dove erano quando il libro è stato scritto. E anzi molto spesso le malversazioni di politici emerse dopo quella data si sono dimostrate sfavorevolmente sorprendenti anche per i lettori più entusiasti di quel libro.

Il fatto che una delle regioni più colpite dalla casta, la Lombardia, non abbia cambiato il suo voto alle ultime elezioni può essere un segnale sul quale riflettere.

Nonostante il successo del libro sulla casta sia stato enorme e abbia davvero generato un frame fortissimo, la popolazione lombarda non ha cambiato il suo voto altrettanto sostanzialmente. In genere, in Italia c’è stato in effetti un terremoto, con il M5S e tutto il resto. Ma non è stato sufficiente. Si può dire che, per ora, la casta è ancora dove era nel 2007. Probabilmente anche perché la popolazione non si è ribellata abbastanza alla casta.

Il frame della casta, insomma, riesce a unire tutti nella critica ai politici: ma da questa critica non è ancora emerso un superamento della casta.

Un frame non è la premessa di un cambiamento. È, di per se, soltanto un modo di conformare il pensiero collettivo a un’interpretazione. Nel caso della casta rischia di contaminare ogni politico con l’idea che appartenga alla casta. Rischia di ridurre le probabilità dell’accesso di brave e democratiche persone alla politica per il timore di dover poi fronteggiare il frame della casta: “sei diventato potente dunque sei entrato nella casta”. Rischia di ridurre al banale giudizio del tipo “sono tutti uguali” una lettura della complessa realtà politica. Finisce, probabilmente, per abbattere gli incentivi a un comportamento lineare e corretto, democratico e generoso, da parte dei politici, perché finché dura il frame non riescono a scrollarsi di dosso il sospetto che comunque facciano parte della casta. Come si può incentivare una buona politica se il frame continua a funzionare come collante interpretativo principale di ogni cosa abbia a che fare con i politici?

Forse è tempo di cambiare frame. La casta è un modo di dire. Che sintetizza una serie di fatti impressionante e inaccettabile. Ma che è troppo statico nella sua interpretazione. Non dà conto del cambiamento. Non aiuta nessun politico serio e non riesce comunque a eliminare i politici poco seri, per non dire francamente fuori legge. La casta è stato un frame di enorme successo. Ma non ha più molto da dire di costruttivo, mentre rischia di avere ancora molto da dire di distruttivo.

Spero che da chi è arrivata la parola che ha costruito il frame o da altri arrivi una nuova parola che serva da incentivo a fare seriamente politica. La casta è da buttare. Come realtà politica. E forse ormai anche come parola.

Forse, addirittura, dovremo cominciare a ragionare fuori dai frame. E ripartire con una prospettiva un po’ più articolata. Ma tale da dare risposte, aprire porte e creare incentivi a un comportamento più civile.
 

fonte: Blog De Biase

Responsabilità personale, valore n.1 per la nuova generazione di italiani.

Martedì, 20 Agosto, 2013

Condannato, e poi?

Sabato, 3 Agosto, 2013

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di Davide Giacalone 

L’ultimo dei problemi è quello che riguarda la persona di Silvio Berlusconi. Anzi, hanno trovato il modo di farlo passare da protagonista assoluto della seconda Repubblica a soggetto dotato di senso dello Stato. A statista che esclude di sfuggire alla legge e alle sentenze. Prodigi della faziosità e della persecuzione, che nelle pagine di storia faranno scomparire nel nulla quanti lo contrastarono e gli consegneranno capitoli che saranno a lungo oggetto di ricerca e riflessione. No, il problema non è lui e non è suo. Il problema è nostro ed è collettivo.
Mi sono sbagliato, circa la sentenza della Cassazione, prevedendola di segno opposto. La prevedevo diversa per ragioni di diritto, giacché mi sembrava stridesse sia il reato che il processo. Non credo i giudici della cassazione siano stati teleguidati, la cosa è più grave: non avevano guida. Sono stati ragionieri del procedimento, senza neanche provare a essere almeno contabili della giustizia. Prevedevo l’opposto anche per ragioni più generali. Lo sbigottimento delle persone assennate e l’euforia degli sfasciacarrozze certificano l’opportunità che fosse diversa. L’annaspare nel vuoto di un Quirinale le cui parole suonano tardive, vane, vuote, riconsegna lo spessore del problema. Giorgio Napolitano ha detto che i magistrati vanno rispettati, ma la giustizia finalmente riformata. Alla storia passerà come l’epitaffio di una sconfitta. Oltre che come una sollecitazione che sollecita più o meno il contrario.
I supremi giudici non dovevano tenere conto di tutto questo e di nulla che non fosse il rispetto della procedura. Pregherei i sostenitori di questa tesi di documentarsi sulla giurisprudenza e poi guardarsi allo specchio. Il resto lo lascio al loro senso estetico.
Ora, a danno irrimediabile, il problema non è Berlusconi, ma la nostra democrazia. Affetta da mali profondi. Una parte dell’elettorato è convinta che l’altra parte sia moralmente malata o intellettualmente minorata. Una parte della politica e della cultura pensa di potere vincere solo impedendo all’altra d’esistere. Pur di non sbloccare il gioco al massacro sono venti anni che non si fa nulla di quel che tutte le persone ragionevoli considerano necessario e urgente. Il conflitto d’interesse s’è fatto valere non in modo da impedire a chi ha potere economico di farlo troppo valere in politica, ma per far fuori il politico usando la sua funzione economica. Si è scaricata sulla giustizia la vita politica e sulla vita politica la giustizia, così minando sia la democrazia che lo Stato di diritto. S’è confusa la stabilità con l’immobilità, tanto che ora ci si chiede come potrà andare avanti il governo, avendo smesso di chiedersi cosa è in grado di fare. Tanto è inutile. (A proposito di cose inutili: forse Enrico Letta avrebbe dimostrato di avere un qualche spessore personale e un pizzico di coraggio politico correndo a rendere visita al leader politico che per primo propose il governo che ora lui presiede, e avrebbe evitato di dover dire qualche cosa sul processo anticipando il problema e parlandogli di governo. Ma, come fu noto a Don Abbondio, se il coraggio non ce l’hai no te lo dai).
E ora, come ne usciamo? Per farlo in modo dignitoso esistono due strade: la prima consiste nel tornare subito al voto, chiedendo agli elettori di riregolare i rapporti di forza, fosse anche per confermarli; la seconda consiste in un’iniziativa politica della sinistra, che nel prolungare la vita grama del governo, offra l’immediata e profonda riforma della giustizia, ivi compresa la necessaria e civile separazione delle carriere. Lo so, non lo faranno. Non ne sono capaci. Non hanno testa né coraggio bastevoli. Le terze vie sono infinite, ma portano tutte verso l’autodistruzione di chi si crede troppo furbo per essere anche intelligente.

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