Archivio di Giugno, 2014

Lettera sull’Abruzzo scritta da Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti il 18 novembre 1971

Lunedì, 16 Giugno, 2014

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Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), - la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,

Ennio Flaiano

Presidente Renzi ancora, ancora, l’Italia deve tornare sul Don.

Mercoledì, 4 Giugno, 2014

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di Victor Ciuffa*

Proprio in questi giorni il fiume Don ci sta procurando una serie di preoccupazioni a causa della pretesa dell’Ucraina di staccarsi dall’alleanza con la Russia e di aderire all’Unione Europea, diventata ormai il «refugium peccatorum». Il rifugio di popolazioni che per oltre 70 anni di storia non hanno creato nulla, hanno vivacchiato protette da Stati e regimi autoritari mentre noi abbiamo lavorato sodo per tutta la vita e, grazie al lavoro e ai sacrifici, abbiamo, con gli altri Paesi dell’Europa Centrale, creato un’Eden, un Paradiso terrestre oggi invidiatoci ed agognato da tutto il Terzo Mondo. Tanto che dobbiamo continuare a caricarci sulle spalle tutto il peso non solo delle nostre nuove popolazioni via via abituatesi al benessere da noi creato ma al cui mantenimento non vogliono contribuire, pretendendo solo di avere diritti, tutti i diritti compreso quello di non lavorare, grazie alla protezione mafiosa più che all’assistenza di associazioni sindacali che li sfruttano ulteriormente, non gli fanno produrre nulla ma solo pretendere. Ricordiamo il Don, almeno quei pochi che lo ricordano, che significò per l’Italia e per gli italiani la più grande illusione e tragedia vissuta negli ultimi secoli a causa non tanto e non solo di politici inaccorti come Benito Mussolini, ma dei suoi sostenitori, del suo entourage di vigliacchi, buffoni e traditori, di gente che ad esempio, come Achille Starace, dopo aver obbligato gli italiani anche più sensati e di buon senso alle peggiori buffonate pubbliche, il giorno della caduta della Repubblica di Salò, mentre il suo Duce finiva fucilato e appeso a Piazzale Loreto, continuava a circolare per Milano ad allenarsi in quello che oggi è il cosiddetto footing. Non possiamo avere pietà per i gerarchi fascisti vittime di quella tragica stagione, non possiamo non approvare l’unico sistema messo in atto dagli italiani, cioè dai partigiani, di eliminare fisicamente una classe politica che aveva comandato e rubato per oltre vent’anni; non sarebbe stato possibile cambiare altrimenti la classe politica, come fecero i partigiani, talvolta a torto ma comunque quasi sempre a ragione. Altrimenti i gerarchi, i federali, i consoli della Milizia Volontaria Nazionale non sarebbero mai scomparsi, si sarebbero sempre riciclati, come è avvenuto alla caduta della prima Repubblica, a quella di Bettino Craxi e, attualmente, a quella di Silvio Berlusconi. Anche questo vittima, come Mussolini, della propria ingenuità, della propria convinzione di superiorità, e che si è circondato di mediocri, incapaci e traditori pronti ad abbandonarlo come è accaduto e tuttora accade; ma è anche vero che non ha fatto crescere persone intelligenti e preparate. Il Don fu la linea della sconfitta, del disonore totale per l’Esercito italiano e per tutta l’Italia, che aveva inviato ben 230 mila uomini a sostenere le forze tedesche contro la Russia perché Hitler aveva aiutato le forze italiane nella sfortunata campagna d’Africa. Tra pene, stenti immensi, neve, gelo, fango, acqua, offensive nemiche, lunghe marce a piedi, riuscirono a tornare solo 114.520 militari; Renato Moscatelli, un giovane di Monte Compatri più grande di me, trascorse 33 giorni su una tradotta militare per arrivare a Roma. E poi tutte le conseguenze della guerra perduta, di città bombardate, ferrovie, porti, aeroporti, industrie distrutte: povertà, fame, disoccupazione, cappotti fatti con coperte militari, abiti rivoltati, cioce ai piedi, palazzi sventrati, montagne di macerie. A Frascati bombardata l’8 settembre 1943, mi arrampicavo con una ragazzetta dietro lo scheletro della facciata di un palazzo rimasta in piedi dinanzi alla Cattedrale di San Pietro, e ascoltavo i discorsi della povera gente nella piazza illuminata da una sola, fioca lampadina elettrica. Nel bombardamento era rimasto sepolto in un rifugio, con tutta la famiglia, Mercanti, il mio compagno di banco, figlio d’un sarto. Eppure c’era una grande frenesia di lavorare, fare, sgombrare le macerie, ricostruire, produrre, inventare servizi necessari come i trasporti con le camionette, riparare ingegnosamente mezzi lasciati dagli americani, raccogliere cicche, estrarne il tabacco, ammucchiarlo su banchetti, venderlo per farne schifose sigarette con cartine. E che necessità c’è di enumerare ancora i grandi sacrifici fatti con entusiasmo, abnegazione e solidarierà umana negli anni successivi, subiti anche da noi studenti con impegno straordinario nello studio? In appena una dozzina di anni avevamo ricostruito l’Italia, realizzato grandi infrastrutture, portato l’industria pesante ai primi posti nel mondo. Che significa tutto questo discorso, questo ricordo? Che abbiamo dimenticato tutto. Che la tragedia del Don ripropostaci dalle pretese di due parti un tempo fra loro alleate ci riporta alla nostra italianità vera, esclusiva, ai caratteri e ai valori della nostra popolazione millenaria. C’è una grande crisi mondiale che dura da 5 o 6 anni? Dobbiamo fare sacrifici, dimenticare per un po’ il Paradiso terrestre, rimboccarci le maniche. Che ci ricorda il fiume Don? Gli immensi sacrifici dei nostri giovani, morti abbandonati nel gelo, la voglia di riprendere la vita, lavorare, rinunciare a privilegi, prebende, guadagni eccessivi. Non è più possibile che milioni di dipendenti pubblici protetti dai sindacati che li sfruttano assorbendo una parte cospicua dei loro guadagni senza arrecare loro, almeno ora, alcun miglioramento, continuino a beneficiare di questa situazione di arbitrio, corruzione, approfittamento, furto e rapina a danno dei veri, genuini, storici cittadini italiani. Bisogna interrompere la sequenza, fare un break, avviare una pausa. Basta aiuti a chi non ne ha bisogno, basta stipendi da nababbi e organizzazioni mafiose da Alì Babà e dai 4 milioni di ladroni. Bisogna tornare spiritualmente al Don, a quell’atmosfera, a quei valori. Pochi sopravvissuti ricordano quell’Italia, ma non è detto che i giovani, perché non hanno vissuto tanti sacrifici ma siano cresciuti nell’Eden, non capiscano e non vogliano sacrificarsi. Sono convinto che non aspettano altro che scagliarsi contro gli Alì Babà sparsi in tutte le pubbliche amministrazioni d’Italia, anche nella magistratura. Il presidente Renzi deve andare avanti, tagliare, ridurre, senza farsi impressionare da manovre, inganni, talk show che vanno di colpo aboliti perché diffondono malcostume, inganno, sotterfugi, truffe e tradimenti.

*Direttore Specchio Economico

fonte: specchioeconomico.com
 

Gianni Chiodi, una leadership italiana.

Domenica, 1 Giugno, 2014

gianni_maglione.jpg“Alla fine, attualmente non ha più tanta importanza se un leader sia di sinistra o di destra, se sia progressista o conservatore, ma che egli incarni con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua capacità di governo e perfino con la sua vita, una prospettiva etica credibile e autentica, cioè non superficialmente legata solo al mantenimento del potere. In definitiva, i cittadini vogliono sapere qual è la verità umana che viene proposta e, soprattutto, chi può attuarla concretamente nel futuro”. J. Navarro-Valls

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