Archivio di Aprile, 2015

Il trionfo del Grande Fratello

Mercoledì, 29 Aprile, 2015

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di Stefano L. Di Tommaso

Dopo la crisi epocale che la finanza globale ha regalato al mondo si è a lungo aspettata una ripresa che ha attecchito di più nei Paesi più sviluppati e di meno in quelli più deboli. La ripresa economica, trainata dai soliti americani, è stata sostenuta da borse euforiche per la grande liquidità immessa dalle banche centrali di tutto il mondo, ma non si è mai trasformata in un fenomeno di massa: ne hanno beneficiato i più ricchi, i paesi più sviluppati e coloro che avevano investito di più in Borsa.

Non l’hanno invece praticamente avvertita le economie più indebitate e le fasce sociali più deboli, mentre infine ha funzionato addirittura alla rovescia per i Paesi Emergenti: la ripresa economica dell’Occidente ha allargato la capacità di estrarre risorse naturali abbassandone fortemente il prezzo, e sottratto liquidità dal circuito degli investimenti delle economie emergenti per fluire verso i mercati finanziari più frizzanti e più orientati al breve termine.

Così, mentre anche la vecchia e divisa Europa e persino la Cina si sono alfine votate ad una politica economica basata sugli stimoli monetari delle banche centrali, i primi Paesi al mondo ad essersi dotati di politiche monetarie espansive, come il Giappone, gli USA, il Regno Unito, hanno sì per primi beneficiato di un vistoso recupero dalla recessione, ma oggi, dopo poco tempo ancora, le loro economie mostrano di nuovo segni di rallentamento della crescita, lasciando presupporre che ciò contribuirà a ridurre le attese di crescita economica mondiale a livelli appena accettabili dal punto di vista dell’affrancamento del terzo mondo dalla fame, dall’ignoranza e dalle malattie.

Indubbiamente la liquidità immessa in questi anni nel sistema finanziario ne ha permesso la sopravvivenza delle principali istituzioni e di recente anche una certa loro euforia, ma è arrivato oggi il momento di fare i conti con la divaricazione crescente tra le aspettative scintillanti del mercato finanziario e borsistico, da un lato, e quelle piatte e deflattive e dell’economia reale e, dall’altro lato, tra l’ascesa dei corsi dei titoli azionari e l’eccesso di indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni. Cosa che getta un’ombra sinistra sul nostro futuro, sulle prospettive di lungo termine di questa tendenza fatale.

Non che tutti gli elementi di questa divaricazione debbano venire necessariamente per nuocere: l’esuberanza del mercato dei capitali ha aiutato il pianeta ad avviarsi a ridurre il ruolo oligopolistico delle banche, ha fornito capitali coraggiosi alle nuove generazioni e talvolta anche le risorse per i grandi investimenti strutturali. Ha contribuito a selezionare le imprese migliori tra quelle che richiedono finanza per la crescita, o a scommettere sulle più innovative. Se esso fosse stato flaccido e arido come nell’ultimo dopoguerra, anche molte pregevoli iniziative non avrebbero troverebbero supporto.

Ma dall’altra parte il mercato finanziario aiuta innanzitutto sé stesso: favorisce la concentrazione della ricchezza ma pretende poi di influenzare qualsiasi sfera della vita umana, che sia essa scientifica, politica o sociale.

Spingendo verso l’incremento di efficienza dei fattori di produzione esso genera indubbiamente ricchezza, ma dall’altro piatto della bilancia non si può fare a meno di osservare la deriva importante verso una sempre minore speranza di libertà e umanità per i popoli meno orientati all’industria o meno omologati agli standard del nuovo sistema capitalistico.

L’efficientamento del sistema economico contempla infatti sempre un importante prezzo da pagare in termini di debito pubblico, di scarsità di risorse da devolvere a programmi sociali e culturali, di progressiva cancellazione delle diversità e delle tradizioni, contribuendo a ingrigire e omologare tanto i popoli minori quanto le loro “bio-diversità”.

E tuttavia, sebbene già quanto sopra detto possa risultare in un importante forzatura della dimensione umana, c’è ancora qualcosa che sfugge alla logica di questo scenario: il recente progresso tecnologico non solo ha portato la ricchezza finanziaria a concentrarsi in poche mani, non solo ha generato il moltiplicarsi delle differenze di reddito tra i ceti sociali, ma ha anche emarginato intere categorie di individui, nonché intere generazioni di soggetti di mezza età le cui competenze lavorative rischiano di risultare del tutto inadeguate a ciò che viene richiesto dalla nuova era.

L’abbassamento sotto zero degli interessi finanziari percepiti dal risparmio di una vita può costituire inoltre una minaccia serissima alla consistenza futura delle pensioni di anzianità, mentre l’eccesso di debito pubblico globale non potrà che limitare gli ulteriori investimenti infrastrutturali che dovrebbero invece moltiplicarsi, per aiutare a ridurre il divario tra economia di mercato e povertà, tra progressiva digitalizzazione della società civile ed emarginazione delle classi più deboli, tra montagne di elementi conoscitivi (i cosiddetti “big data”) disponibili per coloro che sono dotati di strumenti per elaborarli e l’accrescersi dell’ignoranza generale e dell’analfabetizzazione informatica.

La nuova era non spinge i giovani a studiare la storia e l’umanesimo. La necessità di sempre maggiori guadagni non favorisce la solidarietà e la meditazione. La digitalizzazione non aiuta il dialogo e l’ascolto reciproco.

Il mondo attuale rischia davvero di scivolare insomma verso una dimensione troppo orwelliana per essere applaudita, mentre le pressioni sociali per la redistribuzione delle risorse non potranno che crescere di conseguenza, se non interverrà il buon senso della politica. Un nuovo apartheid è dunque forse alle porte: quello dei popoli ricchi che lo sono sempre più e che vorranno difendersi ulteriormente dal contatto con quelli più poveri, il cui divario economico crescente rischia di costituire una seria minaccia alla pace e alla convivenza civile globale!

I punti deboli del sistema di emergenza-urgenza

Lunedì, 13 Aprile, 2015

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Dalla richiesta di aiuto urgente al 118, alla Centrale operativa che risponde e attiva (in base alle condizioni del paziente) l’intervento delle ambulanze, fino al trasporto al Pronto soccorso e all’eventuale ricovero in reparto per garantire le cure giuste. Il sistema dell’emergenza-urgenza rappresenta la prima risposta alla persona che ha bisogno di assistenza immediata. Ma è un sistema «in sofferenza», con reti territoriali non sempre organizzate o che non dialogano tra loro e Pronto soccorso sovraffollati e vicini al collasso. Sembrano dimostrarlo recenti tragiche vicende. Lo ha denunciato nei giorni scorsi, nel corso di un’audizione alla Commissione igiene e sanità del Senato, la Fimeuc, Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e delle catastrofi, che ha consegnato ai parlamentari un «Manifesto» con alcune proposte per superare le criticità.

Ma quali sono le carenze del sistema?

«A mancare è innanzitutto una reale integrazione tra 118 e professionisti che lavorano dentro i Pronto soccorso - premette Adelina Ricciardelli, presidente di Fimeuc -. Sono ancora pochi, a macchia di leopardo sul territorio nazionale, i Dipartimenti di emergenza unici, cui afferiscono mezzi di soccorso, centrali operative 118, punti di Primo intervento, servizi di Pronto soccorso, servizi di Osservazione breve. Laddove esistono, consentono, per esempio, la rotazione del personale sulle varie articolazioni, col medico dell’emergenza che oggi lavora in Pronto soccorso, domani soccorre i pazienti su un’autoambulanza. Il che facilita anche la condivisione di percorsi diagnostico-terapeutici».«Per ogni tipo di patologia, infatti - continua Ricciardelli - bisogna sapere esattamente che cosa fare e a chi rivolgersi in tutte le fasi, dal trasporto in massima sicurezza alla stabilizzazione del paziente che, se peggiora lungo il viaggio, va portato, indipendentemente dalla disponibilità del posto letto, al Pronto soccorso più vicino per preservare le funzioni vitali». Insomma, una visione dell’emergenza a 360 gradi, che però non sempre è la regola. «Se passi avanti sono stati fatti un po’ ovunque per i traumi, l’ictus, l’infarto, con la costituzione di reti specifiche, capita ancora in alcune realtà che, una volta soccorso il paziente a casa, ci si limiti a trasportarlo al Pronto soccorso, indipendentemente dalle esigenze delle specifiche condizioni - sottolinea la presidente di Fimeuc -. Occorrono provvedimenti a livello nazionale in tema di formazione specifica, comune e articolata nei vari ambiti dell’emergenza, per molto tempo orfana di una scuola di specializzazione, partita solo nel 2009».

Ma come funzionano i diversi anelli della catena del soccorso?

«Esistono protocolli standard per gli operatori delle centrali operative del 118 che ricevono e gestiscono la richiesta telefonica di soccorso - risponde Ricciardelli -. Attraverso un’intervista strutturata di qualche minuto, attribuiscono un codice colore di gravità (rosso, giallo, verde), cioè un livello di priorità d’intervento, mandando sul posto mezzo ed equipaggio più idonei».«In Liguria, per esempio, si usa il sistema Mpds-Medical Priority Dispatch System, già adottato in diversi Paesi e che ora comincia a diffondersi nel nostro - aggiunge Francesco Bermano, presidente della Sis-Società italiana sistema 118 -. L’intervista, che dura al massimo un minuto e mezzo, risponde ai criteri dell’International Academies of Emergency Dispatch per assicurare il soccorso più appropriato e tempestivo in qualsiasi tipo di emergenza, eliminando interpretazioni personali dei sintomi descritti al telefono». Carenze anche gravi, invece, si riscontrano sulle dotazioni dei mezzi di soccorso. «Ci sono, per esempio in Campania, ambulanze prive di defibrillatore o di elettrocardiografo anche se c’è il medico a bordo - riferisce la presidente di Fimeuc -. E in alcune zone del Paese ci sono addirittura due medici a bordo del mezzo di soccorso, mentre in altre neppure uno anche quando servirebbe. Insomma: una babele».

Ma chi decide e chi controlla se un mezzo di trasporto è adatto, se ha le dotazioni necessarie, se il personale è idoneo?

«I requisiti minimi per strutture, tecnologie, organizzazione, personale, sono stabiliti e verificati da ciascuna Regione in assoluta autonomia - dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe-Gruppo italiano medicina basata sulle evidenze». Oggi, tra gli indicatori per verificare l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza per l’area dell’emergenza c’è solo il tempo intercorso tra l’allarme e l’arrivo dei soccorsi sul posto, che non dovrebbe superare i 18 minuti. «Nemmeno questo, però - dice Ricciardelli - è sempre rispettato in tutte le Regioni, come risulta dall’ultimo rapporto del ministero della Salute su dati 2012».

«E se su un territorio si chiudono i Pronto soccorso - interviene Bermano - è necessario garantire l’efficacia dei trasporti con mezzi attrezzati e personale preparato, sia in caso di emergenze tempo-dipendente (quando il tempo è fondamentale per salvare la vita o per la riuscita dell’intervento), sia quando occorrono tempi lunghi per raggiungere il Pronto soccorso di riferimento».

Ma perché non trasportare il paziente sempre al Pronto soccorso più vicino?

«Non sempre è il più idoneo a garantire le cure appropriate - risponde Ricciardelli - . Se, per esempio, il paziente ha un’emorragia e deve essere operato, si perde tempo prezioso se lo si trasporta in un ospedale non attrezzato per fare un intervento chirurgico urgente».

Fonte:Corriere della sera 1° marzo 2015 

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