Categoria ‘Business’

Il nuovo libro di Romolo Bugaro

Domenica, 31 Maggio, 2015


Effetto domino
Romolo Bugaro
2015
Supercoralli
pp. 236
€ 19,50
ISBN 978880622501

Ci sono uomini abituati a esprimersi solo attraverso il denaro. Uomini che non vanno liquidati con facili parole: lo sa bene Romolo Bugaro, che - oltre a essere uno scrittore ipnotizzato dal mondo - è un avvocato che conosce da vicino, per lavoro, le traiettorie di ascese e fallimenti. Ritrarli con verità, nel bene e nel male di cui sono capaci, è la scommessa di questo suo romanzo. Perché la verità non indebolisce il giudizio etico, anzi lo rafforza proprio nella misura in cui lo complica. Quando uomini come questi si mettono in testa di concludere un grande affare - ad esempio di costruire una città di lusso nella provincia veneta, facendola spuntare come un fungo dall’oggi al domani - niente può fermarli. O forse sí. Forse può accadere che il semplice «no» di una banca produca un effetto domino senza fine, travolgendo le esistenze di tutti. Grandi costruttori, piccoli imprenditori, camionisti, casalinghe, bambini ignari di ogni cosa. Perché quando la valanga comincia a rotolare non c’è salvezza per nessuno. Ma non tutto è come sembra, in una storia di uomini ossessionati dal lavoro, dal denaro e dal potere al punto da apprezzare l’abilità di chi è riuscito a fregarli. E forse l’espressione tecnica «segnalazione a sofferenza» può diventare per molti una metafora perfetta.

Il trionfo del Grande Fratello

Mercoledì, 29 Aprile, 2015

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di Stefano L. Di Tommaso

Dopo la crisi epocale che la finanza globale ha regalato al mondo si è a lungo aspettata una ripresa che ha attecchito di più nei Paesi più sviluppati e di meno in quelli più deboli. La ripresa economica, trainata dai soliti americani, è stata sostenuta da borse euforiche per la grande liquidità immessa dalle banche centrali di tutto il mondo, ma non si è mai trasformata in un fenomeno di massa: ne hanno beneficiato i più ricchi, i paesi più sviluppati e coloro che avevano investito di più in Borsa.

Non l’hanno invece praticamente avvertita le economie più indebitate e le fasce sociali più deboli, mentre infine ha funzionato addirittura alla rovescia per i Paesi Emergenti: la ripresa economica dell’Occidente ha allargato la capacità di estrarre risorse naturali abbassandone fortemente il prezzo, e sottratto liquidità dal circuito degli investimenti delle economie emergenti per fluire verso i mercati finanziari più frizzanti e più orientati al breve termine.

Così, mentre anche la vecchia e divisa Europa e persino la Cina si sono alfine votate ad una politica economica basata sugli stimoli monetari delle banche centrali, i primi Paesi al mondo ad essersi dotati di politiche monetarie espansive, come il Giappone, gli USA, il Regno Unito, hanno sì per primi beneficiato di un vistoso recupero dalla recessione, ma oggi, dopo poco tempo ancora, le loro economie mostrano di nuovo segni di rallentamento della crescita, lasciando presupporre che ciò contribuirà a ridurre le attese di crescita economica mondiale a livelli appena accettabili dal punto di vista dell’affrancamento del terzo mondo dalla fame, dall’ignoranza e dalle malattie.

Indubbiamente la liquidità immessa in questi anni nel sistema finanziario ne ha permesso la sopravvivenza delle principali istituzioni e di recente anche una certa loro euforia, ma è arrivato oggi il momento di fare i conti con la divaricazione crescente tra le aspettative scintillanti del mercato finanziario e borsistico, da un lato, e quelle piatte e deflattive e dell’economia reale e, dall’altro lato, tra l’ascesa dei corsi dei titoli azionari e l’eccesso di indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni. Cosa che getta un’ombra sinistra sul nostro futuro, sulle prospettive di lungo termine di questa tendenza fatale.

Non che tutti gli elementi di questa divaricazione debbano venire necessariamente per nuocere: l’esuberanza del mercato dei capitali ha aiutato il pianeta ad avviarsi a ridurre il ruolo oligopolistico delle banche, ha fornito capitali coraggiosi alle nuove generazioni e talvolta anche le risorse per i grandi investimenti strutturali. Ha contribuito a selezionare le imprese migliori tra quelle che richiedono finanza per la crescita, o a scommettere sulle più innovative. Se esso fosse stato flaccido e arido come nell’ultimo dopoguerra, anche molte pregevoli iniziative non avrebbero troverebbero supporto.

Ma dall’altra parte il mercato finanziario aiuta innanzitutto sé stesso: favorisce la concentrazione della ricchezza ma pretende poi di influenzare qualsiasi sfera della vita umana, che sia essa scientifica, politica o sociale.

Spingendo verso l’incremento di efficienza dei fattori di produzione esso genera indubbiamente ricchezza, ma dall’altro piatto della bilancia non si può fare a meno di osservare la deriva importante verso una sempre minore speranza di libertà e umanità per i popoli meno orientati all’industria o meno omologati agli standard del nuovo sistema capitalistico.

L’efficientamento del sistema economico contempla infatti sempre un importante prezzo da pagare in termini di debito pubblico, di scarsità di risorse da devolvere a programmi sociali e culturali, di progressiva cancellazione delle diversità e delle tradizioni, contribuendo a ingrigire e omologare tanto i popoli minori quanto le loro “bio-diversità”.

E tuttavia, sebbene già quanto sopra detto possa risultare in un importante forzatura della dimensione umana, c’è ancora qualcosa che sfugge alla logica di questo scenario: il recente progresso tecnologico non solo ha portato la ricchezza finanziaria a concentrarsi in poche mani, non solo ha generato il moltiplicarsi delle differenze di reddito tra i ceti sociali, ma ha anche emarginato intere categorie di individui, nonché intere generazioni di soggetti di mezza età le cui competenze lavorative rischiano di risultare del tutto inadeguate a ciò che viene richiesto dalla nuova era.

L’abbassamento sotto zero degli interessi finanziari percepiti dal risparmio di una vita può costituire inoltre una minaccia serissima alla consistenza futura delle pensioni di anzianità, mentre l’eccesso di debito pubblico globale non potrà che limitare gli ulteriori investimenti infrastrutturali che dovrebbero invece moltiplicarsi, per aiutare a ridurre il divario tra economia di mercato e povertà, tra progressiva digitalizzazione della società civile ed emarginazione delle classi più deboli, tra montagne di elementi conoscitivi (i cosiddetti “big data”) disponibili per coloro che sono dotati di strumenti per elaborarli e l’accrescersi dell’ignoranza generale e dell’analfabetizzazione informatica.

La nuova era non spinge i giovani a studiare la storia e l’umanesimo. La necessità di sempre maggiori guadagni non favorisce la solidarietà e la meditazione. La digitalizzazione non aiuta il dialogo e l’ascolto reciproco.

Il mondo attuale rischia davvero di scivolare insomma verso una dimensione troppo orwelliana per essere applaudita, mentre le pressioni sociali per la redistribuzione delle risorse non potranno che crescere di conseguenza, se non interverrà il buon senso della politica. Un nuovo apartheid è dunque forse alle porte: quello dei popoli ricchi che lo sono sempre più e che vorranno difendersi ulteriormente dal contatto con quelli più poveri, il cui divario economico crescente rischia di costituire una seria minaccia alla pace e alla convivenza civile globale!

Facebank?

Giovedì, 26 Marzo, 2015

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di Andrea Iemma 

L’apoteosi del social banking è racchiusa in uno spiffero di qualche giorno fa proveniente dalla California. Una notizia riportata dal Financial Times e non commentata ufficialmente da nessuno dei portavoce di Menlo Park. Quella che racconta di come Facebook si stia muovendo in varie direzioni per diventare il prototipo più raffinato di banca social. Il web intanto non ha perso tempo, coniando il nuovo nome e parlando già di Facebank. Le indiscrezioni riportano di una trattativa in fase di definizione con la Banca Centrale Irlandese. Facebook avrebbe chiesto un via libera, che non dovrebbe tardare ad arrivare, per diventare di fatto un istituto di emoney. 

Gli utenti potrebbero così depositare i propri soldi ed utilizzarli non solo per fare acquisti all’interno dell’ecosistema Facebook, ma anche all’esterno, scambiandoli e inviandoseli con un click. Il concetto e il mercato più vicino è quello del money transfer, che Zuckerberg vorrebbe aggredire proponendo tariffe notevolmente più basse, avvalendosi della diffusione capillare della propria creatura e della comodità che incontrerebbero gli utenti a sfruttare la piattaforma social per svolgere le transazioni. 

Nell’avvicinare persone distanti, Facebook non ha competitor, quindi l’operazione potrebbe trasformarsi in un altro successo, anche considerando i volumi di questo mercato: ad esempio nel 2013 dall’Italia gli immigrati che lavorano nel nostro Paese hanno spostato complessivamente verso il Paese d’origine 7 miliardi di euro. Questa strategia favorirebbe ulteriormente la penetrazione della piattaforma di Mark Zuckerberg nei mercati emergenti: Facebook diventerebbe una vera e propria utility per i Paesi in via di sviluppo. In attesa degli sviluppi concreti dell’operazione è curioso prendere atto di come questa intuizione made in Palo Alto rappresenti un climax nel processo di crescita del social banking. 

Se, come abbiamo riportato all’interno del Primo White Paper della II Edizione della Ricerca di Social Minds il 53% delle banche italiane, all’interno del campione osservato, ha aperto una FanPage e le banche stanno sempre di più includendo nella propria strategia i social network, è interessante osservare come anche Facebook stia pensando di sfruttare le opportunità di business e inclusione proprie dei servizi finanziari.

fonte: socialminds.it 

Chi guadagna e chi perde con la fine della crisi

Venerdì, 6 Marzo, 2015

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 di Stefano L. Di Tommaso

Viviamo il momento con molta trepidazione: riuscirà questo nuovo Benito ad imporre riforme tali da rilanciare l’economia italiana? Riuscirà il nostro Paese a saltare sull’onda positiva che sembra arrivare? Riusciranno i piccoli e medi imprenditori a darsi un assetto idoneo alla sfida che li attende per essere pronti ad una piccola ripresa?

Questi ed altri interrogativi provengono dalla presa di coscienza del momento particolare che stiamo vivendo: l’Euro si svaluta, i tassi vanno sotto zero, le Borse galleggiano alte (sin troppo) e i consumi nazionali invece continuano a scendere. Qualche spiraglio di luce sembra provenire dalla statistica sulla disoccupazione, nonché dal ribasso di materie prime ed energia. Ma sebbene un rimbalzo tecnico sia atteso, noi Italiani quest’anno stapperemo ancor meno champagne degli anni passati.

Negli stessi giorni di angoscia e della speranza per l’evoluzione del nostro Paese appaiono sulla stampa notizie relative a due opposte icone della moda italiane: Borsalino, azienda famigliare che si appresta a portare i libri in a Tribunale e Moncler, azienda manageriale che invece infila l’ennesimo rialzo borsistico dopo la notizia che le sue vendite globali sono attese in crescita di un ulteriore 20% quest’anno. Due modi opposti di approcciare al business più antico del mondo: il tessile-abbigliamento.

Questa è forse la sintesi estrema di quel che è oggi e potrebbe essere domani per la maggior parte delle imprese italiane!

Quali sono allora i “fattori di successo”per le imprese che vogliono cavalcare la primavera italiana? In ordine logico:

- Idee / Prodotti / Competenze

- Distribuzione / Organizzazione / Controllo di Gestione

- Capitali e Finanza per lo sviluppo globale.

Nient’altro (di rilevante) se non le idee chiare su come agire.

E nessuna distrazione dagli obiettivi!

Perché serve un partito del Mezzogiorno

Martedì, 16 Settembre, 2014

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di Paolo Savona

Nell’ultimo numero dell’Economist è stato pubblicato – con un titolo ironico molto british –un grafico della crescita monetaria dell’euroarea dal 2007, data di inizio della crisi mondiale originata dalla conduzione sconsiderata della finanza americana; in esso si evidenzia che Stati Uniti, Regno Unito e Giappone hanno costantemente pompato moneta nelle loro economie, mentre la Bce dal 2012 ha ridotto i suoi interventi in coincidenza della decisione del presidente Draghi di svolgere, dopo tante esitazioni, il ruolo indispensabile per una banca centrale di«prestatore di ultima istanza», qualsiasi fosse la dimensione dell’intervento necessario.

È noto che, se il mercato crede a queste dichiarazioni, gli interventi necessari per contrastare la speculazione cessano. La caduta della creazione monetaria europea può essere la conseguenza di questo ben noto effetto, ma altre cause hanno certamente concorso.

Una spiegazione è che Draghi, una volta cessato di creare base monetaria attraverso l’acquisto di titoli pubblici, avrebbe dovuto sostituire questi interventi con altri direttamente collegati alla ripresa produttiva.

Invece è tornato all’interpretazione ridotta del suo Statuto limitandosi a finanziare le banche, invece di passare subito alle decisioni annunciate a luglio, ma avviate solo a settembre.

Le banche hanno utilizzato, consenziente la Bce, i minori finanziamenti ricevuti per acquistare titoli di Stato e hanno lesinato, per timori di ulteriori insolvenze, il credito alle imprese, contribuendo ad aggravare gli effetti delle esitazioni della Bce nel contrastare la recessione deflattiva. I motivi li conosciamo: invece di considerare prioritario l’obiettivo di sospingere crescita e occupazione, l’Unione europea ha privilegiato la stabilità finanziaria degli Stati membri, imponendo vincoli tanto più stringenti quanto più grave era la crisi nazionale. La Bce ha assecondato e tuttora asseconda questa politica suicida.

La recessione produttiva accompagnata da deflazione dei prezzi e aumenti di disoccupazione è una combinazione micidiale per lo sviluppo economico e civile, con effetti più marcati sulle aree arretrate, come il Mezzogiorno d’Italia. Si può fondatamente sostenere che la Bce ha sbagliato politica a causa delle sue previsioni errate di crescita della produzione e dei prezzi e ora deve fronteggiare la situazione con armi spuntate.

In questi casi l’efficacia della politica monetaria a tassi quasi nulli, spesa pubblica in declino e domanda aggregata calante è pressoché nulla. I testi di economia elementare la chiamano «trappola della liquidità» e in essa la Bce è caduta in pieno.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno si può quindi concordare con coloro i quali insistono sugli errori di politica economica dell’Ue e puntano molto su modifiche ai vincoli fiscali (la tanto conclamata flessibilità) e su maggiori investimenti pubblici (da affidare alla Banca europea degli investimenti). Queste decisioni sono improcrastinabili per dare fiato all’economia e impedire una caduta ulteriore della crescita reale, dell’occupazione e dei prezzi che complicherebbero ancor più la ricerca di una soluzione. Ammesso che vengano decise (e le reazioni negative ancora prevalgono), non sarebbero però la soluzione del problema, né europeo né meridionale. Il difetto è nell’architettura istituzionale europea che è afflitta da: 1) una banca centrale con poteri limitati rispetto a quelli delle altre principali banche centrali del mondo e, di fatto, poco indipendente sul piano intellettuale e politico dagli organi europei, con un aggravante sul fronte tedesco; 2) una Commissione dipendente dalla volontà molto divergente tra i membri del Consiglio dei Capi di stato e di governo, l’unico abilitato a decidere la politica economica europea; 3) un Parlamento che è un pallido esempio di democrazia rappresentativa; 4) l’assenza di una volontà di procedere alla necessaria unificazione politica. Queste istituzioni hanno mostrato che non possono funzionare, ma non si riesce a trovare un consenso per cambiarle.

Il Mezzogiorno resta schiacciato da questa bardatura istituzionale. I vincoli di bilancio pubblico, aggravati da una loro estensione più rigida a livello locale, unitamente a un credito che non affluisce più alla produzione, hanno precluso la possibilità di attuare un progetto di completamento della sua infrastrutturazione materiale e immateriale e la concessione di una fiscalità di vantaggio che l’aiuti a uscire dallo stato di grave dualismo in cui è ricaduto.

Che il Mezzogiorno abbia i suoi torti è un dato di fatto, ma essi non giustificano che i gruppi dirigenti nazionali ed europei si ritengano assolti dall’attuare politiche di sviluppo economico e civile. Il Sud deve quindi scrollarsi di dosso la bardatura imposta e recuperare fiducia nelle proprie possibilità indipendenti di riscossa.

Abbiamo speso giorni e giorni in lunghe e interminabili discussioni sul tema, senza nulla ottenere.

Credo ormai che sia indispensabile l’avvio di un movimento civile che porti alla nascita di un partito meridionale e meridionalista, non indipendentista, che rivendichi con forza il rispetto dei principi di libertà e di equità del contratto sociale che ci lega all’Italia e all’Europa. Siamo disposti a discuterne seriamente?

fonte: Il Mattino

data: 15/09/14

Renzi nella trappola manierista, stessi nemici ed errori di Berlusconi

Lunedì, 1 Settembre, 2014

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di Giuliano Ferrara

Renzi oggi ha gli stessi avversari di Berlusconi vent’anni fa. Vero che il gruppo De Benedetti è diviso, come dimostra il malumore di Scalfari contro la buona volontà di Mauro, e questa è quasi nuova. Per quel che conti, il Fogliuzzo, che è troppo piccolo per permettersi divisioni (sarebbe comico), e troppo intimamente plurale o composito per essere omogeneo, ha una direzione renziana oggi come berlusconiana ieri (e oggi), e per il resto ognuno fa ciò che gli dettano coscienza e incoscienza. Ma la Fiat è emigrata, e una certa ambiguità è connaturale alla famiglia proprietaria che resta molto italiana. L’establishment già terzista è blandamente ma sicuramente contro, con qualche controassicurazione, Confindustria confusa, i sindacati confusi: non sono novità, i bazolismi e i classismi fiacchi. Il Pd è diviso tra una maggioranza baldante o di sopravvivenza e un’opposizione velleitaria e malmostosa, con la famiglia politica di Prodi che spiccica a stento prudenti cattiverie. I manettari lo vogliono morto. Il catalogo è questo. Stessi nemici, in contesti diversi, e in contesti diversi forse gli stessi errori dovuti a personalità non troppo dissimili, un consenso popolare notevole ma che si può presto consumare, un’Europa abbagliata dallo sprint del ragazzo ma anche perfida, come dimostra il cono gelato dell’Economist (anche Renzi unfit to lead Italy?).

Io sono sempre di quell’idea lì. Il rischio è il pantano. Le guasconate possono piacere o non piacere, ma non sono il problema. Il problema è l’illusione, nutrita di cautele anche decorose ma letali, che si possa fare alcunché, qui da noi, senza che corra un po’ di sangue, senza che si provi alcun dolore. Luca Ricolfi ha detto non bene, benissimo (la Stampa di sabato scorso). Siamo in crisi nera da declino, ha detto, ma ricchi. E i ricchi scivolano insensibilmente, con le loro guarentigie di reddito e patrimoniali, verso la noncuranza, l’indifferenza, la consolazione. Non è una caratteristica solo italiana. Riguarda l’Europa tutta, che però ha slanci, ritmi e scale dei problemi diversi dai nostri, gli indebitatissimi, i deflazionari antemarcia, i recessivi tecnici apparentemente inguaribili. Da notare: la disoccupazione al nord è sostenibile, l’8 per cento, e diventa disastrosa nel centro-sud, nel sud in particolare (non c’è bisogno di misure d’eccezione?). Da notare: la riduzione della spesa è un balletto, invece dovrebbe essere un’orgia dionisiaca, con la rinuncia al posto dell’edoné. Da notare: tutto quello che piace ed è destinato a piacere, tutto quello che è piacione, è un pannicello caldo. Passo dopo passo, e i mille giorni: ecco la tiritera che riconcilia renzismo e burocrazia, ceto politico e rivoluzione delle aspettative giovanili, inerzia ed energia, consenso ed equilibrio funebre di sistema. Insomma, l’orizzonte o pericolo di un gigantesco Letta bis, molto più divertente ma eguale negli effetti di blandizie e irriformabilità politica, è davanti a noi. Spero non già consolidato, non già alle spalle. Tempo fa parlai, a proposito di certi aspetti caduchi e loffi del renzismo, dei tempi di montaggio di quei film iraniani in cui la mia amica Mancuso dice che “si vede crescere l’erba”. Ecco, non vorrei che fossimo già in moviola.

Sono un patriota, nonostante tutto. Disilluso e lettore di Francesco De Sanctis, che ci spiegò una volta per tutte come l’assenza di una coscienza nazionale e di senso della realtà avessero cacciato la nostra vita e letteratura nel cul di sacco del manierismo, del subiettivismo: “Ci è il poeta, ma non ci è l’uomo”. Non vorrei che tutti gli elogi alle grandi doti di comunicatore, per Renzi oggi come per Berlusconi ieri, alludano a questo, all’artista compiaciuto di sé che prende il posto dello statista. Finché assumeremo insegnanti a derrate, posto che lo si possa fare; finché pagheremo i fornitori della sanità e i suoi consumatori con la fiscalità generale ai ritmi del momento; finché lasceremo che municipalizzate ed enti locali e Regioni facciano il cazzo che gli pare; finché sul mercato del lavoro non vareremo un decreto Ichino, né più né meno; finché non taglieremo la pretesa di mettere le braghe ambientali, umanitarie e solidali all’economia, anche con le sentenze dei pretori d’assalto e dei pm da battaglia; finché non liberalizzeremo tutto quello che fa ricchezza sociale, con il rasoio di Occam; finché non faremo una politica estera ed europea aggressiva e disinibita e un discorso alla nazione sorridente quanto si voglia ma pieno di verità, non ce la caveremo. E Renzi ha già metà del piede nella tagliola. Che in Italia non tarda mai a scattare.

fonte: il foglio 31 agosto 2014

Gianni Chiodi, una leadership italiana.

Domenica, 1 Giugno, 2014

gianni_maglione.jpg“Alla fine, attualmente non ha più tanta importanza se un leader sia di sinistra o di destra, se sia progressista o conservatore, ma che egli incarni con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua capacità di governo e perfino con la sua vita, una prospettiva etica credibile e autentica, cioè non superficialmente legata solo al mantenimento del potere. In definitiva, i cittadini vogliono sapere qual è la verità umana che viene proposta e, soprattutto, chi può attuarla concretamente nel futuro”. J. Navarro-Valls

Quel valore della prossimità nelle banche popolari

Mercoledì, 9 Aprile, 2014

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di Giuseppe de Lucia Lumeno*

E’ recente la notizia secondo cui le esportazioni di merci delle imprese italiane riunite nei 156 distretti industriali individuati dall’Istat sono cresciute per il sedicesimo trimestre consecutivo. In particolare, dall’analisi condotta sulla performance di queste aziende le cui produzioni sono rivolte ai mercati esteri, risulta che l’export è cresciuto in un anno del 6,1% contro un incremento del 3% registrato dalle imprese che operano al di fuori dei distretti industriali e superiore anche a quanto evidenziato dal sistema imprenditoriale tedesco.

Questi dati confermano come già ora molte aziende italiane si siano attrezzate per affrontare l’aumento della domanda estera e recuperare importanti margini di visibilità in un mercato sempre più concorrenziale investendo notevoli risorse per migliorare e rendere sempre più originali e qualitativamente distinguibili le proprie produzioni. Se sotto questo punto di vista è possibile quindi registrare un miglioramento importante dell’attività produttiva, notevoli difficoltà permangono, tuttavia, per tutte quelle imprese la cui offerta è rivolta al mercato italiano vista l’estrema debolezza della domanda interna.

Le Banche Popolari, per la loro innata vocazione di banche del territorio, da sempre svolgono la loro attività creditizia proprio per supportare il più possibile le realtà produttive locali, favorendo sia l’espansione delle aziende che hanno bisogno di ampliare la propria presenza sui mercati internazionali e sia offrendo sostegno anche a quelle che, invece, continuano ad evidenziare difficoltà perché maggiormente dipendenti dal mercato domestico. Questa mission che viene portata avanti dalle Banche Popolari è supportata da dati concreti.

Innanzitutto, le Popolari storicamente si sono sempre dimostrate anticicliche ed hanno confermato questa tendenza anche nel corso dell’attuale fase di crisi che perdura con alti e bassi ormai dall’autunno del 2008. Il credito erogato da questi istituti, infatti, segue meno le fasi del ciclo economico contribuendo alla stabilizzazione dell’economia, al contrario di quanto fatto da altre banche che non essendo radicate sul territorio sono portate ad erogare più credito nei momenti espansivi dell’economia, salvo poi ridurre considerevolmente il flusso dei finanziamenti incentivando e stimolando così le oscillazioni e l’instabilità del sistema economico.

Ma non è solo questo che differenzia una banca popolare da un’altra banca che non rientra nell’ambito delle banche del territorio. Se prendiamo in considerazione i 686 sistemi locali del lavoro elaborati dall’Istat, ossia aggregazioni di comuni basate sull’autocontenimento dei flussi di pendolarismo (classificazione da cui derivano anche i distretti industriali), troviamo che la presenza delle Popolari si concentra soprattutto nelle aree dove prevale la presenza delle piccole e medie imprese (72%), un dato superiore a quanto evidenziato dalle altre banche (67%) che concentrano il 33% degli sportelli nelle aree urbane o delle grandi imprese.

Queste differenze sono ancora più evidenti se si esaminano i dati relativi alle grandezze patrimoniali. In particolare, dall’esame dei dati aggiornati a dicembre 2013 risulta che oltre il 72% degli impieghi delle Popolari si concentra in aree di piccole e medie imprese, mentre per le altre banche tale dato è di appena il 35%, meno della metà. Inoltre, anche sul lato della provvista si osservano dati analoghi, con le Popolari che raccolgono il 71,4% dei depositi nelle aree di PMI e il resto del sistema che invece in tale aree concentra solo il 34% del risparmio dei propri clienti.

Una differenza di comportamento evidente, questa appena sottolineata, che mostra cosa significhi veramente essere una banca del territorio e che anche nel caso dei distretti industriali indica una maggiore partecipazione delle Popolari, presenti in questi sistemi locali con il 35% ed il 30% del loro portafoglio crediti e dei depositi, contro un dato per le altre banche rispettivamente del 14% e del 13%.

Proprio per assicurare che i primi segnali di ripresa presenti all’orizzonte possano essere raccolti e resi produttivi, è indispensabile che questo legame tra importanti realtà produttive e creditizie a livello locale possa continuare ad operare se si vuole preservare quel patrimonio che nel corso degli anni la nostra industria manifatturiera ha saputo creare e che ancora oggi permette alle nostre aziende  di svolgere un ruolo di rilievo nei mercati internazionali.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

fonte: L’Occidentale orientamento quotidiano del 6 aprile 2014

Guzzetti: «Il nuovo Welfare: plurale e ancorato al territorio».

Lunedì, 11 Novembre, 2013

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Una crisi economica pesantissima, che si protrae da troppo tempo. Il debito pubblico che ha sfondato quota 2.000 miliardi e continua a crescere. E un Paese sempre più vecchio. Tre ingredienti di un cocktail micidiale per il sistema italiano di Welfare, una fra le più belle architetture sociali del nostro Novecento. Per questo Giuseppe Guzzetti, presidente Acri e Fondazione Cariplo, inserisce la rimodulazione dello Stato sociale fra le urgenze del Paese. «Non solo per ragioni di costo – spiega –, ma soprattutto per rendere il sistema italiano dei servizi sociali più capace di affrontare le nuove sfide che si presentano al Paese. Per tornare a pensare il Welfare come un fattore propulsivo del nostro sistema economico e sociale e non come una zavorra».

Eppure c’è stato un tempo non remoto in cui proprio il nostro sistema di Stato sociale era considerato un modello da seguire anche per altri Paesi, non solo europei.
Vero, ma i “rischi sociali” a cui tale sistema tenta di rispondere sono molto cambiati negli ultimi vent’anni: l’invecchiamento della popolazione, la caduta della natalità, l’impatto della “globalizzazione” sul mercato del lavoro e la forte immigrazione, per citare i principali, sono tutti fattori che hanno contribuito a cambiare le condizioni senza che il Welfare pubblico abbia ancora prodotto risposte adeguate.

A tutto questo si è aggiunta la crisi più grave dal 1929. Con il ricorso massiccio, in Italia, a uno degli ammortizzatori sociali di cui in realtà il sistema dispone, la cassa integrazione, ma che sembra avere il fiato corto.
Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno messo in evidenza l’insufficienza degli strumenti italiani di lotta alla povertà, stante la scarsa incisività dei trasferimenti monetari non previdenziali, modesti nell’ammontare, erogati a pioggia e con ampi margini di discrezionalità, spesso senza progetti di accompagnamento all’autonomia. Proprio la crisi ha poi mostrato i possibili effetti distorsivi degli strumenti di protezione sul mercato del lavoro, a partire dalla Cassa in deroga: questi strumenti tendono a proteggere i posti di lavoro, anche quando non ha più senso difenderli, impedendo così una più rapida riconversione del sistema produttivo e sottraendo risorse a possibili misure di protezione dei redditi. Specie dei soggetti, come i giovani, che faticano a entrare nel mercato e pertanto rischiano di restare privi di ogni protezione.

Difficile però intervenire quando la coperta è corta: basti pensare alle capriole che sta facendo il governo per risolvere i «nodi» Iva e Imu…
Sono necessarie misure che favoriscano una ricalibratura del sistema. Che re-indirizzino cioè i finanziamenti verso i nuovi rischi sociali (la povertà, la disoccupazione, la non-autonomia) e mobilitino tutte le risorse disponibili del Paese, in primo luogo quelle delle singole persone, così da renderle in grado di guadagnare il massimo grado di autonomia possibile.

Per il sistema di welfare a finanziamento pubblico quali sono i primi problemi da affrontare?
Il sistema ha davanti due sfide cruciali: lavorare sull’efficienza dei meccanismi di produzione dei servizi, così da contenerne il più possibile costo, e misurare l’efficacia delle prestazioni e dei servizi, spesso stratificati nel tempo e poco incisivi nel raggiungere risultati concreti con gli utenti. Ma una sfida importante è anche quella dell’integrazione degli attori e dei finanziamenti: la spesa privata in campo sociale, infatti, è male organizzata e spesso poco efficace. Basta pensare al fenomeno delle badanti.

Anche le aziende più virtuose, stimolate forse dalla crisi stessa, stanno mettendo a punto dei piani interni di Welfare, che talvolta suppliscono quello pubblico. Non si rischiano però dei doppioni?
Purtroppo sono spesso dispersi anche gli interventi che oggi chiamiamo di “secondo Welfare”. E che vanno dal welfare aziendale, al neo-mutualismo sino alla filantropia e al terzo settore. Eppure potrebbero rappresentare una risorsa importante per integrare le prestazioni pubbliche e, soprattutto, per modularle adeguatamente a livello locale in un sistema plurale di Welfare territoriale.

La parola chiave, insomma, è integrazione. O meglio: sussidiarietà.
Una collaborazione più proficua tra sistema a finanziamento pubblico e attori privati è non solo auspicabile ma necessaria, per evitare di limitarsi a utilizzare il Terzo settore per abbassare i costi delle prestazioni pubbliche senza coglierne invece il potenziale di innovazione. E per contenere poi i problemi di iniquità impliciti nel welfare aziendale, per definizione limitato a pochi soggetti destinatari.

Che ruolo giocano o possono giocare in questa “filiera” le Fondazioni?
Le Fondazioni di origine bancaria sono parte di questo sistema integrato. Per ragioni di risorse e di legittimazione, non sono la risposta alle nuove sfide del welfare. Possono però contribuire aiutando l’innovazione, permettendo sperimentazioni, costruendo cultura tecnica e amministrativa, favorendo le reti.

In quali ambiti? Con quali sfide?
La prima sfida è legata all’integrazione dei giovani nel sistema sociale ed economico del Paese. Che passa innanzitutto dal miglioramento della qualità del nostro sistema di istruzione e di formazione del capitale umano. Su questo tema le nostre fondazioni sono fortemente impegnate e ancora di più lo saranno in futuro. La seconda sfida è quella di coniugare principi generali validi per l’intero territorio nazionale e specificità locali, in una declinazione che sappia valorizzare le diverse risorse presenti nei territori. La terza sfida, infine, è quella dell’adozione di logiche graduali e sperimentali, che sappiano partire da esperienze promettenti, siano in grado di valutarne con precisione pregi e difetti e si propongano di estendere quelle esperienze su scale più ampie. Anche qui le Fondazioni, forti della loro maggiore flessibilità rispetto all’ente pubblico, possono giocare un ruolo importante nel definire e attuare una “filiera delle politiche” in campo sociale, in maniera complementare ad altri soggetti pubblici e privati.

autore: Marco Girardo

fonte: Avvenire, 15 luglio 2013

Responsabilità personale, valore n.1 per la nuova generazione di italiani.

Martedì, 20 Agosto, 2013

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