Categoria ‘Business’

Macroaree della geoeconomia globale

Lunedì, 19 Dicembre, 2011

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Il padrone del mondo

Mercoledì, 7 Dicembre, 2011

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Robert Hugh Benson, con Il padrone del mondo (1907), ci porta in una realtà nella quale l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, dove tutto è meccanizzato e programmato per un unico grande progetto: il trionfo dell’Umanitarismo. L’eliminazione della guerra, l’abolizione dei rumori, la legalizzazione dell’eutanasia, l’adozione di cibi artificiali, l’uso dell’esperanto sono solo alcune tra le caratteristiche che fanno da naturale corollario al nuovo tipo di convivenza civile.
In questo paesaggio si muovono, con estrema ponderatezza, i personaggi di Benson, ricchi di umanità e descritti in modo sapiente: Oliviero Brand, il politico, teorico del nuovo sistema che vede l’uomo unico dio e signore delle cose; Mabel, la deliziosa compagna di Oliviero, che sceglie la dolce morte offerta dalle case dell’eutanasia e che, nel momento estremo, quando l’ultimo soffio di vita fugge dal suo corpo provato dal lungo conflitto esistenziale, vede, capisce e prova, netta la sensazione del misterioso Altro. Giuliano Felsemburgh, l’uomo che costituisce la sintesi più sconcertante dei sentimenti e delle aspirazioni che l’Umanitarismo suscita, l’uomo che contende a Dio il dominio del mondo; Percy Franklin, un prete, combattuto internamente dall’intensa lotta in cui la fede vacilla per poi riconfermarsi più viva e vera.

SOS credito

Venerdì, 2 Dicembre, 2011

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di Davide Giacalone 

Il mondo del credito lancia un SOS: manca la liquidità, costa troppo, e questo toglie linfa vitale alle imprese. Corrado Faissola, ex presidente dell’Associazione Bancaria Italiana e presidente del Gruppo Ubi, ha chiesto un intervento della Banca centrale europea, affinché vari un prestito a breve termine, tre anni, in modo da alleggerire la situazione. “Le banche italiane – ha detto – stanno toccando con mano una tensione senza precedenti nei mercati internazionali della liquidità”. Detta in maniera meno paludata: non trovano più quattrini. Se non ne trovano non ne prestano, se non ne prestano le aziende chiudono.

Le banche, dalle nostre parti, ma non solo dalle nostre, non godono di molti consensi, né li meritano. Di banchieri pronti a fare il loro mestiere, quindi ad assistere le imprese valutandone i piani di sviluppo e sostenendone la crescita, se ne trovavano già pochi. Ora punti. Già da tempo il credito è in relazione alle garanzie, piuttosto che alle idee e alle opportunità: se offri beni in grado di coprire il rischio del credito lo ottieni, altrimenti niente. Peccato che, in questo modo, l’attività creditizia perde la sua funzione. Le cose, adesso, vanno peggio, tanto che non sono pochi i casi di prestiti già accordati, già garantiti dal sistema Cofidi (nato per offrire le garanzie necessarie e agevolare il credito all’impresa), ma poi non effettivamente erogati. E c’è di peggio: imprenditori che si recano in banca per chiedere un fido, o l’allargamento di quello esistente e si sentono chiedere il rientro dalle esposizioni. In queste condizioni restano poche alternative alla chiusura.

Molti cittadini seguono con apprensione, ma anche con estraneità, le cronache relative agli spread. Numerosi si domandano: ma cosa succede, in concreto? In concreto si esaurisce l’ossigeno del credito, il che porta al depauperamento del sistema produttivo. Da qui poi partono reazioni a catena, che non è difficile immaginare. E anche quando il credito non viene negato, come capita nella grande maggioranza dei casi, resta il fatto che se nel mercato interbancario la raccolta di liquidità avviene a tassi superiori al 7%, quelli poi praticati alle imprese superano il 10%. In assenza d’inflazione, o, meglio, in assenza degli effetti alleggerenti che l’inflazione porta con sé, quei tassi sono usurai.

Allarghiamo il ragionamento, per giungere ad una conclusione politica. L’Italia è la settima potenza economica del mondo, mica un paesello secondario, ed è destinata a restare, per il tempo prevedibile, fra le prime dieci. Siamo ricchi e potenti, grazie ad imprese forti e capaci. Se si asfissia il credito quelle aziende boccheggiano, dopo di che possono essere raccattate facilmente, quasi con l’aria di salvarle, da investitori esteri che abbiano liquidità a disposizione. E ce ne sono. Come anche ci sono banche che guardano all’Italia con interesse, per portare via valore. Dopo un passaggio di questo tipo verremmo declassati da potenza economica a paradiso delle vacanze, e per renderle più piacevole si prodigheranno compagnie aeree altrui, catene di alberghi stranieri, costruttori d’infrastrutture che vengono da lontano. Ci lasceranno scolare gli spaghetti, perché in effetti restiamo i più bravi, ma saranno loro ad arrotolarli, magari aiutandosi con il cucchiaio. E’ chiaro lo scenario? Motivo per cui il nostro dovere, e il nostro diritto, non è quello di spremerci e ammazzarci per buttare denaro nella macina degli spread, ma di comunicare ai fratelli d’Europa che non intendiamo farci massacrare restando inerti. A questo servono i governi, mica solo a tassare.

A proposito di tasse: se si vara una patrimoniale è ragionevole supporre che si vada a colpire, oltre alle famiglie, proprio quegli imprenditori oggi in crisi di liquidità. E’ vero che anche le imprese hanno le loro magagne, è vero che si mettono troppo pochi quattrini propri nell’azienda (tendendo a fare il contrario), ma è anche vero che se quei cittadini li colpiamo da due parti, contemporaneamente, possono solo che stramazzare. Ciò valga per quanti credono che la patrimoniale sia l’anticamera della giustizia sociale, anziché della miseria socializzata.

Molte banche italiane meritano scudisciate, come chi le ha governate pensando al potere anziché al mestiere, ma quel che rischia di accadere, che sta accadendo, non vendica nessuno e danneggia tutti.

 fonte: davidegiacalone.it

Mario’s Road Map

Lunedì, 14 Novembre, 2011

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TRA EFFICIENZA E SOLIDARIETA’ 

Nuove regole di politica economica 

Un programma complessivo per un nuovo modo di gestire l’economia. Più discipline e regole, più mercato, no a consociativismo e solidarietà assistenziale.

di Mario Monti

In un periodo di così intenso rivolgimento politico e civile, colpisce l’assenza di un dibattito su come dovrà essere organizzata e gestita l’economia dei prossimi anni. Sembra quasi che non venga percepita la necessità di una svolta radicale rispetto al tradizionale metodo di governo dell’economia seguito in Italia. Un metodo che ha dato alterni risultati nel corso del tempo, ma che è comunque figlio di una realtà politica e istituzionale in via di superamento. Un metodo che non appare in grado di promuovere la crescita e l’occupazione in Italia, di fronte all’agilità maggiore che hanno già oggi - e che stanno cercando di accrescere - le economie di diversi Paesi europei, del Nord America, dell’Asia. Se respingiamo l’idea di voler competere con quei Paesi, perché non siamo disposti a inseguire troppo l’efficienza a scapito della solidarietà, senza volerlo prepariamo l’Italia a un futuro di disoccupazione. Se invece abbandoniamo gli obiettivi di solidarietà, rinunciamo a valori che (benché spesso non realizzati in concreto) sono parte importante del nostro patrimonio culturale. Ma non occorre abbandonare quei valori. Basta affidarne l’attuazione a strumenti che non ostacolino troppo l’efficienza del sistema produttivo. In particolare, al mercato e al sistema dei prezzi dobbiamo chiedere l’efficienza; per la ridistribuzione e la solidarietà va usato il sistema fiscale. “Confondere meccanismi diversi, vuol dire fracassare ambedue” (Luigi Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1949). Nell’intento di stimolare riflessioni - e senza alcuna pretesa di completezza - ho provato a elencare (vedi tabella a pagina 2) quelli che a mio parere dovrebbero essere i punti principali di una svolta radicale. Non si tratta certo di un programma specifico di politica economica, ma di uno schema di ragionamento ad esso ben preliminare. Già così molti elementi dello schema non saranno condivisi da tutti. Ma sarebbe utile, per noi cittadini, che su queste cose - non solo su quali alleanze ricercare - le forze politiche prendessero posizione. A livello macroeconomico, la disciplina di bilancio richiede che venga eliminato il disavanzo corrente, salvo oscillazioni legate al ciclo economico, e che lo Stato si indebiti solo a fronte di investimenti. La disciplina monetaria comporta che alla Banca d’Italia vengano attribuiti sia la piena autonomia sulla politica monetaria sia l’obiettivo specifico della stabilità monetaria. E’ questa la tendenza negli altri Paesi, utile ad evitare che - come è avvenuto in passato in Italia - la Banca centrale assuma un ruolo ausiliario rispetto ad altri obiettivi e finisca per deresponsabilizzare governo e Parlamento sulla finanza pubblica. Legato a una piena responsabilizzazione dei pubblici poteri è anche il superamento del consociativismo. I sindacati dei lavoratori (confederali o autonomi) e degli imprenditori (industriali, bancari, eccetera) potranno essere ascoltati, ma non devono partecipare alla formulazione della politica di bilancio, fiscale, finanziaria, eccetera, che è di competenza esclusiva dei pubblici poteri. Dovrebbe invece venire incoraggiata la compartecipazione dei sindacati a livello d’impresa: compartecipazione alla gestione (modello tedesco) e ai risultati. Pubblici poteri meno condizionati dalle parti sociali, meno “protetti” dalla Banca centrale (e, si dovrebbe aggiungere, maggiormente in grado di assumere decisioni responsabili in un sistema istituzionale riformato) avranno più incentivo, e più facilità, ad operare per il superamento dell’improduttività. Cioè degli impieghi improduttivi del lavoro (nel solo settore pubblico: 200 300.000 secondo il ministro per la Funzione pubblica; 500.000 secondo altre stime) e del capitale (solo per il disavanzo pubblico corrente, 1.4 del risparmio privato ogni anno). I mercati in generale devono essere più regolati e, al tempo stesso, più liberi: più intervento pubblico a tutela della concorrenza, meno interferenza pubblica nel fissare prezzi e quantità. Un’economia resa più agile dalla politica economica radicale che stiamo individuando tenderà a una crescita maggiore. Ma perché questa dia pieni frutti in termini di maggiore occupazione, è necessario che il mercato del lavoro sia reso ancora molto più flessibile, con minori vincoli su assunzioni e licenziamenti, più spazio alla contrattazione decentrata e individuale. In caso contrario, la tutela rigida degli occupati andrà sempre più a scapito dei disoccupati e dei giovani che non trovano lavoro. Insieme con i minori vincoli nel mercato del lavoro, per le imprese dovrebbe esserci una drastica riduzione dei sussidi da parte dello Stato e un minor ricorso ai salvataggi a carico, in varie forme, della collettività. Mercati più liberi di operare (ma, ricordiamo, in un quadro di maggiore tutela pubblica della concorrenza) e politiche di bilancio rigorose non comportano affatto la rinuncia alla difesa dei più deboli. Ci può, e a mio parere ci deve, essere solidarietà, ma vera. Cioè quella basata, come ho cercato di mostrare in questa sede il 30 maggio scorso, non sui prezzi politici o sulla spesa sociale in disavanzo (ambedue limitano l’efficienza e comprimono la crescita economica), ma sulla spesa sociale coperta con tasse. (Proprio per questo, bisognerebbe pensarci due volte prima di prospettare ai contribuenti un futuro con una pressione fiscale molto minore, o con una progressività molto ridotta). Elemento di fondo - e, per così dire, di chiusura logica - della svolta radicale è quello di un maggior rispetto dei nostri figli. A questo dovere veniamo gravemente meno oggi, soprattutto perché ci apprestiamo a consegnare loro un’eredità costituita da un attivo impoverito (spendiamo, ad esempio, in stipendi su posti di lavoro improduttivi invece di investire nella tutela dell’ambiente) e da un passivo impressionante (il debito costituito dal cumulo dei disavanzi correnti, a fronte del quale sta in realtà il nulla). Scusandomi per l’esposizione lunga, e tuttavia sommaria, concludo con due osservazioni e una domanda. Che quella qui prospettata si configuri come una svolta radicale - contraria a una visione cristallizzata e rituale dei ruoli del governo e delle parti sociali - mi pare inutile illustrarlo oltre. Che questa svolta sia possibile e quando, non so: ma credo che nell’Italia del prossimo futuro essa potrebbe risultare più fattibile che nell’Italia del passato. Soprattutto se rifletteremo su quali conseguenze avrebbe, a lungo andare, non compiere questa svolta. La domanda, imbarazzante. E’ una svolta di “destra” o di “sinistra”? Più imbarazzante ancora: è “progressista” o no? Sono quesiti ai quali non oso rispondere. Anche perché li considero piuttosto irrilevanti. Mi limiterò a dire che vedo elementi solitamente considerati di “destra” (ad esempio: obiettivo della stabilità monetaria; meno interferenza pubblica su prezzi e quantità; più flessibilità nel mercato del lavoro) accanto a elementi solitamente considerati di “sinistra” (ad esempio: più incisiva tutela antitrust; meno sussidi alle imprese; molta attenzione alla solidarietà sociale). Elementi, gli uni e gli altri, che mi sembrano perfettamente compatibili. Anzi, sono componenti necessarie di una visione moderna dell’economia di mercato. Visione che dovremmo sforzarci di sostituire presto a quella dell’economia corporativa, la quale rischia di sopravvivere non solo al fascismo ma anche alla Prima Repubblica.

fonte:  - Corriere della Sera - 3 settembre 1993

Le regole segrete del denaro

Giovedì, 3 Novembre, 2011

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di Francesco Carlà 

La Felicità Finanziaria è molto importante. Il regno del denaro non è mai stato democratico: chi ha molto tende a volere di più e a far pagare caro il prestito dei suoi soldi. Del resto tutti vogliono consumare e così abboccano. Per questo risparmiare ed investire non è mai stato così apparentemente difficile in Italia e in tutto l’Occidente. Si vedano i problemi dei debiti sovrani italiani ed europei. Il risparmio è minacciato dal consumo inutile e finanziato, mentre l’investimento è circondato dalla nebbia della comunicazione professionale.

Sarò semplicissimo:

1. C’è tutta un’industria che non desidera che voi possiate risparmiare in tranquillità;

2. C’è tutta un’industria che non apprezza che voi possiate investire in autonomia.

L’industria anti-risparmio ci finanzia qualunque cosa (auto, moto, casa, mobili, vacanze etc etc) purchè non ci salti in mente di risparmiare.

L’industria anti-investimento ci fa sentire incompetenti e a rischio, per convincerci che è meglio affidare i nostri denari ai suoi funzionari.

Ci conviene? Vediamo insieme queste cosette:

1. Risparmiare si può e si deve;
2. Gli automatismi sono vincenti;
3. Il tempo è il nostro alleato;
4. Il rischio è un mito pericoloso;
5. L’indipendenza si riconosce al tatto;
6. Semplice è bello e giusto.

E adesso vediamole una per volta:

1. Risparmiare si può e si deve: ma è proprio così difficile risparmiare oggi?

Orazio, sì proprio quello del Carpe Diem, diceva che la sorgente della felicità sta nel ridurre le esigenze inutili. E se ne intendeva del tema.

La fonte della Felicità Finanziaria, e quindi del risparmio che ne è la prima indispensabile parte, sta nell’individuare e ridurre, o eliminare, i ‘bisogni non gratificanti e inutili’.

Portatevi dietro un taccuino. Scriveteci tutte le spese che fate ogni giorno, e questo per un mese. Poi dopo i trenta giorni rileggete con calma e decidete quali sono i nemici del vostro risparmio. E agite spietatamente.

2. Gli automatismi sono vincenti:

Fate tutto in automatico: risparmio ed investimento.
Come si dice in America: pay yourself first. Decidete qual è la somma che potete destinare al risparmio e all’investimento ogni mese, e automatizzate questo versamento. Praticamente datevi lo stipendio.

3. Il tempo è il nostro alleato:

Se riuscite a darvi una paga da 400 euro di risparmio ogni mese, e investite questi denari al 10% all’anno (al momento con i nostri servizi Premium state andando molto meglio di così), in 5 anni avete messo assieme un capitale di 31.000 euro.

Sempre con questo ritmo, in 10 anni diventano oltre 80.000, mentre in 20 anni esplodono a quota 290.000, euro.

In 30 anni siete quasi milionari: 832.000 euro. E’ il risultato di quella che noi chiamiamo la Maratona dell’Investimento Intelligente. Ovviamente il metodo funziona con qualunque somma riusciate a risparmiare. Non importa quanto piccola e meglio se grande. Nel corso degli anni potete e dovete aumentare il vostro stipendio. Premiatevi. Magari in proporzione a quanto siete stati bravi.

4. Il rischio è un mito pericoloso:

Cosa è rischioso negli investimenti e cosa no? C’è il mito del rischio delle azioni e il mito del non rischio di obbligazioni e immobili. Tutte sciocchezze come hanno imparato a loro spese gli investitori di questi ultimi anni.

Il vero rischio è non fare nulla. Non risparmiare e non investire. E nei piccoli esempi che vi ho fatto sopra, avete anche sicuramente capito perché.

L’altro mito è ‘diversificare’. Warren Buffett, che ha dedicato una vita al risparmio e all’investimento, diventando il secondo uomo più ricco al mondo dopo Gates, e senza aver inventato la Microsoft, una volta ha scritto che ‘La diversificazione è la protezione dall’ignoranza. Ma non ha senso se sapete quello che state facendo.’ Cioè se siete InvestitoriIntelligenti.

Quindi state lontani dal ‘capitale garantito’.

Il capitale non può essere garantito perché viene ridotto anno dopo anno dall’inflazione e messo in pericolo dai default.

L’unica garanzia possibile per il vostro capitale è il risparmio e l’investimento intelligente. Quello che deriva dal sapere come, perché e in cosa state investendo il vostro denaro.

5. L’Indipendenza si riconosce al tatto.

E’ facile riconoscere chi è davvero Indipendente: solo chi guadagna se voi fate profitti può essere davvero interessato a consigliarvi bene.

Chi guadagna in ogni caso, indifferente ai vostri profitti e alle vostre perdite, non è il consigliere adatto a voi.

Con noi non succede, non può succedere.

6. Semplice è bello e giusto.

Visto che era semplice? Solo i metodi semplici di risparmio ed investimento funzionano sul serio. Aggiungete al cocktail la vostra intelligenza e la Felicità Finanziaria è a portata di mano.

Finalmente.

Ma lo sviluppo della Lombardia è solo merito dei politici?

Domenica, 2 Ottobre, 2011

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Quando si scriverà la storia dei tanti anni del governo Formigoni in Lombardia, tra i vari aspetti, emergerà che l’azione di governo non è stata solo degli uomini che sono stati eletti dal popolo, dei politici in senso stretto, ma anche di tante intelligenze residenti nei diversi territori della Lombardia che hanno cooperato con i politici rispondendo alla propria responsabilità di farsi parte dirigente. I politici hanno avuto il coraggio di collaborare in spirito di sussidiarietà con quelle intelligenze senza imporre padrinati e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Invece… più si scende giù, meno si sale su.

Soluzioni strategiche per la ripresa

Domenica, 28 Agosto, 2011

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di Ettore Gotti Tedeschi

Di fronte a questa emergenza è inutile cercare le responsabilità degli errori commessi: è meglio utilizzare le risorse creative in modo produttivo. È inutile, per esempio, enfatizzare la situazione statunitense come quella di una Nazione in declino o colpita al cuore. Gli Stati Uniti restano infatti il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo e con il pil più alto, che supera di oltre una volta e mezzo quello dell’Europa, di quattro volte quello cinese, di dieci volte quello italiano. Il fatto che sia stato declassato non lo mette a terra, ma probabilmente lo indurrà a essere più umile e disponibile a collaborare con l’Europa.

Non è poi utile sottolineare oltre misura il ruolo economico della Cina. Il grande Paese asiatico ha infatti un pil non molto superiore a quello della sola Germania e deve affrontare una serie di problemi non facili: l’assorbimento delle esportazioni fortemente ridotte, la crescita interna dei consumi e il conseguente innalzamento dei costi di produzione, la minore competitività, i rischi di inflazione. La Cina ha avuto inoltre un ruolo non indifferente nella crescita a debito degli Stati Uniti, finanziando essa stessa gli acquisti americani delle sue esportazioni, fatto che le ha permesso di diventare una vera potenza.

Le grandi economie mondiali dovrebbero smettere di cercare soluzioni individuali contrastanti fra loro, come stanno invece facendo da quando è iniziata la crisi. Ci vorrebbe un vero vertice, con un’agenda precisa, dove discutere finalmente regole compatibili di risanamento. Soprattutto, sarebbe necessario giungere a un consenso comune sul fatto che solo un periodo di austerità, gestito in modo integrato, può essere la vera chiave per tornare a crescere.

Non esistono più Paesi esenti dalla crisi o immuni dalla tentazione di accrescere il proprio debito pubblico per risolvere i problemi che li assillano. Ma tentativi di soluzione individuali possono aggravare la situazione comune e favorire la speculazione. Non sono quindi più opportune — anzi sarebbero nocive — bolle speculative, manovre inflazionistiche per sgonfiare i debiti e le incertezze nel salvataggio dal default di Nazioni vicine.

Esistono invece strategie di crescita, valide soprattutto per Paesi che possono contare su valori economici quali il risparmio delle famiglie, un sistema efficiente di medie imprese e banche forti sul territorio. Questi Paesi, invece di lasciarsi tentare da soluzioni in apparenza facili come quella di usare il denaro delle famiglie per ridurre il debito pubblico, dovrebbero individuare le strade per convogliare parte del risparmio liquido disponibile nel rafforzamento delle medie imprese, senza penalizzare il risparmio stesso.

È una soluzione questa che permetterebbe davvero di produrre crescita e occupazione. Convogliando, per esempio, circa il dieci per cento del risparmio delle famiglie di un Paese sulle medie imprese sane e trainanti — attraverso lo strumento di obbligazioni convertibili a dieci anni con un tasso che copra l’inflazione, collocate dalle banche e possibilmente in base a proposte fatte dalle locali associazioni degli industriali — si potrebbero mettere ingenti capitali a disposizione di alcune decine di migliaia di aziende.

Questa strategia garantirebbe nuove risorse per gli investimenti oggi non ottenibili dalle banche e dai fondi, produrrebbe piani di crescita più aggressivi, rafforzerebbe l’occupazione e offrirebbe persino maggiori garanzie alle banche per i loro finanziamenti. Potrebbe inoltre diventare la base per attrarre e raccogliere altri capitali di rischio, anche internazionali.

Riguardo al debito pubblico, le partecipazioni di Stato, soprattutto quelle strategiche (come energia, difesa, infrastrutture), potrebbero, invece di essere cedute, essere poste a garanzia reale del debito stesso, per renderlo meno oneroso e più attraente per i sottoscrittori internazionali. Di fronte a emergenze gravi, una percentuale del debito pubblico — e non certo quello in mano alle famiglie — potrebbe inoltre venire congelata per un periodo accettabile a un tasso che preservi solo dalla inflazione. In molti Paesi non mancano competenze accademiche e industriali che potrebbero collaborare con i Governi. È forse giunto il momento di istituire degli advisory board permanenti.

fonte: Osservatore Romano del 9 agosto 2011
 

Per rilanciare la crescita, risvegliamo le passioni

Sabato, 20 Agosto, 2011

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di Luigino Bruni

In questi giorni si susseguono segnali di allarme per gli attacchi speculativi, alternati ad altri di distensione e di ottimismo. In realtà, dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave, e dobbiamo attrezzarci come Paese e come Europa per affrontare una fase che potrebbe rilevarsi non meno difficile e lunga di quella dell’autunno del 2009. Infatti, la crisi che stiamo vivendo in questi giorni è molto più di un fenomeno di contagio (delle crisi greca e/o portoghese): è una crisi di fragilità strutturale dell’Italia e dell’Europa. Il malato è grave: non si tratta ancora di una malattia mortale, ma neanche di una semplice influenza stagionale: è un secondo mini-infarto che se non produce un cambiamento degli stili di vita può portare a conseguenze fatali. Nell’intervallo tra le due crisi il “paziente Italia” ha continuato a comportarsi di fatto come prima, tranne per qualche passeggiatina pomeridiana o alcune pillole, senza aver però dato un segnale forte di inversione di tendenza.

Sono almeno tre gli elementi per proporre una diagnosi, e per proporre una possibile terapia. Il primo elemento per una corretta diagnosi ha a che fare con la demografia. Non capiremo mai bene che cosa sta avvenendo se non partiamo da un dato strutturale e di lungo periodo: l’Italia, come e più degli altri Paesi europei, negli ultimi anni ha radicalmente abbassato il rapporto tra la popolazione attiva e quella in pensione, parallelamente ad un forte aumento dell’aspettativa di vita. Tutto l’impianto dello Stato sociale si fondava su un’attesa di vita molto più bassa (e su più giovani che lavoravano), che consentiva alla generazione giovane di sostenere l’onere delle pensioni. Inoltre, la famiglia, che è stata il vero centro del nostro Stato sociale (molto più dello Stato o del mercato), non riesce più a svolgere le sue funzioni di cura e accudimento. Se allora non facciamo presto non solo una riforma delle pensioni ma un nuovo patto intergenerazionale il debito pubblico non potrà essere ridotto.

Il debito pubblico è, infatti, il secondo elemento della diagnosi: la speculazione colpisce l’Italia perché l’enorme debito pubblico rende indispensabile la sottoscrizione periodica dei titoli di stato, pena il default. Da qui la richiesta, in momenti di fragilità anche della politica, di rendimenti sempre crescenti per i nostri titoli. E’ il debito pubblico la vera spada di Damocle della crisi di questi giorni.

Il terzo elemento riguarda l’Europa, cioè l’assenza di una realtà politica dietro l’euro. Il progetto dei padri fondatori dell’Europa era soprattutto un progetto politico. La storia ci dice che una moneta è forte quando è sorretta da e esprime un potere politico: le incertezze nella gestione della crisi greca è un segnale importante, poiché dice che oltre agli interessi economici in questa Europa dell’euro c’è troppo poco: le forze dei mercati finanziari lo sanno, e colpiscono le fiancate più fragili di questa compagine. Senza un nuovo patto politico, una costituzione europea e istituzioni forti (e agili: occorre ridurre anche i costi della burocrazia europea), l’euro non reggerà a lungo.

La terapia che oggi tutti propongono è il rilancio della crescita economica. Va però ricordato che l’insufficiente crescita economica è anche una conseguenza dei primi due elementi, cioè di un Paese invecchiato e indebitato che non trova le risorse per crescere. La crescita economica richiede molti ingredienti, tutti co-essenziali: investimenti pubblici (soprattutto in istruzione e ricerca), creatività, innovazione e, soprattutto, entusiasmo e passioni nei cittadini. Oggi in Italia mancano certamente risorse per gli investimenti pubblici, ma manca ancor di più l’entusiasmo e il desiderio di vita. Per capire che cosa sia questo entusiasmo, è sufficiente fare un giro in Asia, in Medioriente o in Africa: nel mio ultimo viaggio in Kenya più della miseria materiale, mi ha colpito vedere giovani studiare la sera ammucchiati sotto i lampioni delle strade: è questa fame di vita e di futuro che domani può sconfiggere la fame di cibo e dar vita a sviluppo e benessere. Se oggi l’Italia e l’Europa non ritrovano questo entusiasmo, nessuna finanziaria potrà rilanciare la crescita; anche perché i nostri politici e l’opinione pubblica sistematicamente dimenticano la più grande lezione delle scienze sociali del Novecento: la crescita e lo sviluppo di un Paese non dipendono principalmente dall’azione dei governi ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche. Certo, tra questi agenti economici c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e debbono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto si e ci raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi costi).

La soluzione alla crisi economica si trova fuori della sfera economica: si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano anche la vita economica. Non si va a lavorare tutte le mattine per ridurre il debito pubblico, ma per realizzare dei progetti, dei sogni. Siamo anche capaci di fare grandi sacrifici solo se dietro ad essi intravvediamo un progetto collettivo grande capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l’entusiasmo. Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente: perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Ma perché questo gioco funzioni c’è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell’arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. In particolare sono convinto che oggi c’è un estremo bisogno di una sorta di giubileo, nel significato biblico del termine: una stagione di perdono reciproco, di riconciliazione e di pace, per dimenticare le cattiverie e gli avvelenamenti reciproci di cui siamo stati capaci in questi venti anni sia nella classe politica che nel Paese, e guardare avanti assieme. Oggi l’Italia è in uno stato sociale molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani. Ma possiamo uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica.

fonte: “Avvenire” del 24 luglio 2011

Intervista a Mario Baldassarri: “Le riforme strutturali per uscire dalla crisi”

Martedì, 9 Agosto, 2011

C’è o no oggi, in Italia, l’urgenza di un partito di cattolici liberali?

Mercoledì, 20 Luglio, 2011

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Alla luce delle ultime iniziative, volte al superamento della diaspora dei cattolici in politica, pubblichiamo un articolo di Dario Antiseri, tratto dal numero 1 della nuova rivista “Libertas. Cattolici per la libertà”. E’ questo un contributo del Centro Studio Tocqueville-Acton alla comune riflessione.

La diaspora dei cattolici nelle diverse formazioni politiche ha posto fine alla loro incidenza nella vita politica.

E pensare che il mondo cattolico nel dopoguerra ha salvato (con l’aiuto degli Americani) il Paese: è stato un presidio della libertà e con ciò dello sviluppo economico.

Il popolo cattolico sparso nelle 25.000 parrocchie, attivo nelle tante sedi e iniziative della Caritas, generosamente presente nel vasto universo del volontariato non ha e non trova, ai nostri giorni, una rappresentanza politica. È diffusa l’idea che non ci siano le condizioni o, addirittura, che non ci sia affatto bisogno di un partito dei cattolici. I cattolici, si è detto e si continua a ripetere, dovrebbero dare testimonianza dei valori in cui credono in tutte le formazioni in cui si trovano a militare. Nobile intenzione, indubbiamente; una meritevole proposta morale. Solo che, nella quasi totalità dei casi, gli esiti di questa posizione si sono risolti e si risolvono in una completa serie di disfatte politiche. Tu cattolico sei in una Commissione, in un partito; fai presente soluzioni in linea con i tuoi valori; la maggioranza, però, vota – per convinzione, opportunismo, vigliaccheria, bassi interessi – per soluzioni in contrasto con i tuoi valori; tu hai testimoniato, ma inutilmente; hai salvato l’anima, ma quello che tu reputi “il sale della terra” non ha neppure l’effetto dell’acqua calda.

La persona è sacra e inviolabile dal concepimento all’ultimo istante della vita. L’anno scorso ci sono stati in Italia aborti in un numero equivalente ai cittadini di una città come Bergamo. Sacro l’embrione, inviolabile il feto. Ma la persona sta anche sui banchi di scuola e nelle aule dell’Università. Del “buono-scuola”, strumento di libertà di scelta da parte delle famiglie, non si parla più. Si ha quasi paura di parlarne. Eppure esso costituirebbe l’introduzione nel sistema formativo italiano di quelle linee di competizione in grado di aiutare sia quel grande patrimonio costituito dalla scuola di Stato sia le scuole non statali a sollevarsi dalla non brillante situazione in cui si trovano. E quali aiuti ha avuto la famiglia (nidi, asili) – della quale da tante parti ci si è proposti come paladini? È stata fatta una riforma dell’Università: se ne è parlato e discusso per mesi e mesi, una questione di fondamentale importanza per il futuro del Paese, ma il mondo cattolico è rimasto sostanzialmente taciturno. Che fine ha fatto quella grande scuola che è stata la FUCI? E che ne è dell’AIMC e dell’UCIIM?. Ininfluenti nell’ambito mediatico – sempre meno edificante – e poco ascoltati, nonostante tanti nobili e generosi sforzi, in quello della più ampia informazione, le tante iniziative di gruppi, centri e associazioni non riescono ad andare al di là del livello del “prepolitico” – gli altri hanno in mano “il politico”, fanno cioè politica, noi ci affaccendiamo nel “prepolitico” e proponiamo “ascari” per altri eserciti. E, intanto, sulle nostre strade muoiono ogni anno circa 6.000 persone e 250.000 sono i feriti, di cui 20.000 restano seriamente handicappati: un vero bollettino di guerra. E se drammatica, come più volte denunciato da esponenti radicali, è la situazione delle “persone” nelle nostre carceri, mai un partito si è preso cura di ascoltare coloro che forse meglio degli altri ne conoscono i problemi, cioè i cappellani delle carceri. E ci accorgiamo dei Rom solo quando ci troviamo a piangere sui loro piccoli morti bruciati o annegati. Nel frattempo la classe politica si occupa di “altro”. Predica il merito e pratica la più squallida logica della corte – di una corte abbastanza affollata da servi in livrea e clarinetti “ben remunerati”.

Siamo tutt’altro che disfattisti. Proprio per questo non ce la sentiamo di restare nelle retrovie. Non ci sono più le condizioni per cui tutti i cattolici si sentano chiamati a militare in un unico partito, ma quello che sosteniamo come possibile – e di cui si avverte l’urgenza e la mancanza – è un significativo partito di cattolici liberali che si situi nella grande tradizione di quel cattolicesimo liberale che va da Tocqueville a don Sturzo. Protagonisti e non ascari – devoti peccatori ben distinti dagli atei devoti; laici perché cattolici; capaci da laici perché cattolici di una azione politica cristianamente ispirata «a difesa – come voleva don Sturzo – della libertà per tutti e sempre». C’è o no oggi, in Italia, l’urgenza di un partito di cattolici liberali?
 

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