Categoria ‘Zibaldone’

Orizzonte radioso

Sabato, 18 Maggio, 2013

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di Davide Giacalone 

C’è un orizzonte radioso, davanti a noi, se solo si solleva la testa dalla palta in cui ci dibattiamo. Ad averne consapevolezza c’è anche la chiave per far uscire l’Europa dall’asfissia cui è stata ridotta. Passiamo il tempo a dipingerci come ridotti in miseria e destinati al decadimento, sicché non vediamo non solo le opportunità che ci sono, ma anche la realtà della nostra forza nazionale. Anzi, peggio: se provi a parlarne ti riempiono d’insulti, considerando il disastro l’unica verità accettabile. Eppure quell’orizzonte c’è.

I dati del primo trimestre 2013 segnalano un calo delle nostre esportazioni, dello 0,7%. Brutta cosa, perché quello è il nostro forte. Ma se si guarda dentro si scopre che le esportazioni al di fuori dell’Unione europea sono cresciute del 5%. Siamo forti e sappiamo correre. Paghiamo la recessione europea, certo, ma la pagano di più i tedeschi, che pure l’hanno provocata: le loro esportazioni calano dell’1,2%, e segnatamente dello 0,2 al di fuori dell’Ue. Li abbiamo battuti. E ci siamo riusciti partendo da condizioni di enorme svantaggio, perché le nostre imprese non trovano credito e quando lo trovano lo pagano assai più dei concorrenti tedeschi (che è la colpa più grande dei nostri governi, incapaci di far valere la negazione del mercato europeo che questo comporta, incapaci di dire che se la Germania rifiuta il sistema bancario europeo allora non possono valere gli altri vincoli che ci vengono imposti).

Tutti si sono messi a parlare dell’Abeconomics, che sarebbe quella impostata dal nuovo capo del governo giapponese, Shinzo Abe: stampando denaro ha strappato il suo Paese dalla stagnazione-recessione e gli sta consentendo di crescere più del 3%. In Giappone, però, il debito pubblico è al 240% sul pil, posseduto per la grandissima parte dai cittadini giapponesi. Era l’Italia degli anni 70-80, con un debito assai inferiore. Non è solo il Giappone, però, a muoversi: il mercato interno cinese è divenuto sempre più ricco e sempre più propenso a consumi di qualità, mentre la convenienza produttiva dell’oriente diminuisce, crescendo il costo del lavoro, e molte aziende statunitensi rientrano in patria. Per noi sono due fortune. La Cina non deve essere vista, con un ritardo decennale (come i loro piani) d’analisi, come il concorrente per la merce di scarso valore e basso costo, anche grazie a dumping sociale, ma un mercato in cui espandersi. In cui “made in Italy” è sinonimo di roba buona e preziosa. Il rimpatrio statunitense ci riconsegna un mercato crescente per i nostri prodotti a maggiore valore aggiunto, anche di ricerca, tecnologia e innovazione. Senza dimenticare che nelle nostre esportazioni sono incorporati anche semilavorati che ancora importiamo in condizioni di convenienza (questa quota di valore era pari al 20,8% nel 2000 ed è giunta al 27,1 nel 2011).

A ciò aggiungete che i francesi si sono finalmente accorti che mettersi sotto l’ala tedesca, come ciecamente e colpevolmente fecero, non significa ripararsi, ma farsi soffocare. Si sono accorti che se loro salvano le loro banche questo gli pesa sul debito pubblico, mentre i tedeschi fanno la stesa cosa contabilizzandola in modo diverso e, quindi, sfuggendo ai costi che il mercato impone. Hanno capito che non c’è una sola ragione al mondo per rassegnarsi alla recessione economica, propiziata dalla regressione politica. Quindi si creano le condizioni per rompere l’assedio dell’ottusità e dell’egoismo.

Però, attenti a due cose. Primo, che nessuno pensi di usare quest’ultima condizione per ridare flusso alla spesa pubblica improduttiva, che, invece, va tagliata, tagliata e ritagliata, al fine di far scendere l’intollerabile pressione burofiscale e recuperare risorse per gli investimenti. Secondo, se non ci sbrighiamo a capire e far valere la nostra forza va a finire che anziché occupare noi i mercati che crescono, con i nostri prodotti e le nostre idee, sarà la loro ricchezza finanziaria, con la liquidità, a occupare il nostro sistema produttivo. L’Italia senza sistema industriale è meno di una meta turistica, al più un giardino per anziani. Abbiamo il dovere di difendere le nostre aziende, piantando duramente la grana del sistema bancario europeo. Invece che praticare l’eutanasia tributaria.

L’orizzonte è radioso, ma noi ce ne stiamo girati dall’altra parte. Per vederlo si devono gettare le bende nere del nostro fazioso e deficiente dibattito interno. Abbiamo già pagato prezzi enormi all’incapacità di capire e difendere gli interessi nazionali, dileggiandosi ciascuno nel vedere l’avversario interno cotto alla brace dell’ostilità esterna, sogghignando nel mentre i tizzoni ci arrostivano le terga.

fonte: davidegiacalone.it

Nuovo governo, apologia ratzingeriana del compromesso.

Sabato, 27 Aprile, 2013

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di Antonio Socci 

C’è un documento “rivoluzionario” che vale la pena rileggere oggi perché illumina l’attualità politica. Dovrebbero meditarlo tanto i sostenitori del nascente governo Letta, quanto i suoi rabbiosi oppositori.
E’ un formidabile elogio filosofico e teologico del compromesso come moralità della politica. Ed è una bocciatura senza appello di massimalismi, utopismi, fondamentalismi, ideologie e giacobinismi di tutte le epoche e le latitudini (che possono essere atei o religiosi, di sinistra come di destra).
Questo discorso – particolarmente prezioso in giorni nei quali si confonde, deprecandolo, il compromesso con l’inciucio - porta la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Fu pronunciato il 26 novembre 1981, durante una messa per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn.
Il testo è stato poi inserito nel libro “Chiesa, ecumenismo e politica” (edizioni paoline) col titolo “Aspetti biblici del tema fede e politica”.
Ratzinger iniziava spiegando che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana… questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale”.
Una simile affermazione
– che è tipicamente cristiana perché in epoca precristiana il potere tendeva a divinizzarsi, a porsi come assoluto – è la base della vera laicità. Perché afferma che non ci si deve aspettare la felicità e il Bene Assoluto dalla politica.
“La fede cristiana” aggiungeva il cardinale “ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione”.
Così la politica è chiamata al buon governo delle cose umane, secondo criteri di realismo, gradualismo e razionalità, nella direzione della libertà e della dignità umana.
Con la consapevole accettazione dell’imperfezione che caratterizza ogni realizzazione terrena.
Invece il desiderio di felicità o di Bene Assoluto che riempie il cuore umano è un desiderio infinito che la politica deve servire, ma che non può appagare.
Si deve cercare altrove.
Ogni volta che la politica è stata investita da un’attesa messianica di palingenesi, di purificazione, di redenzione, di liberazione, ha partorito ideologie e sistemi totalitari che – dopo aver promesso il paradiso in terra - hanno costruito inferni.
Infatti Ratzinger osservava – in quel discorso – che “quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade, insorge il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”.
Essendo stato il cristianesimo a portare la laicizzazione dello Stato e della politica, poi, con la scristianizzazione, sono rispuntate le ideologie e i totalitarismi.
E tramontate le ideologie sistematiche e totalitarie del Novecento, un’analoga tentazione – di messianismo politico - continua a permanere oggi nei fondamentalismi, negli utopismi moralisti e giacobini, nei fanatismi manichei che vedono in una parte politica il Bene assoluto e nella parte avversa il Male assoluto.
Ratzinger ha un giudizio netto: “una simile politica, che fa del Regno di Dio un prodotto della politica… è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
E qui il cardinale sottolinea l’importanza della presenza dei cristiani per proteggere la laicità dello stato dai fanatismi, dai messianismi politici.
Dice: “la fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana… il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. La rinuncia alle speranze mitiche propria della società non tirannica non è rassegnazione, ma lealtà che mantiene l’uomo nella speranza”.
A questo punto Ratzinger introduce un tema che illumina l’attualità. Oggi infatti in Italia sono sostanzialmente tre politici cattolici, cioè Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro a condurre in porto questa svolta che – se ha successo – può farci uscire dalla guerra civile permanente e portare a una pacificazione storica, a una stagione di ragionevolezza, realismo, bene comune e prosperità.
E anche a un salutare rinnovamento generazionale.
Sono tre giovani politici dai percorsi diversi, ma accomunati dalla fede cattolica e politicamente da un’originaria ispirazione degasperiana.
Anche nel dopoguerra del resto fu la classe politica cattolica, guidata da De Gasperi, a portarci fuori dall’incubo delle ideologie totalitarie e dei loro miti che avevano provocato rovine.
Perché tanto ieri che oggi proprio dei politici cattolici hanno questa funzione storica?
Ratzinger spiega: “Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”.
Ed ecco la splendida apologia ratzingeriana della razionalità e del compromesso:
“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Ratzinger conclude:
“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.
Sono considerazioni autorevoli da prendere come bussola. Oggi che, ancora una volta nella storia di questo Paese, proprio dei politici cattolici stanno provando a “smilitarizzare” la politica, a sminarla dai fondamentalismi, a laicizzarla, a mostrare che il compromesso (se non viene svilito) ha una profonda moralità.
Come nel dopoguerra, si trovano a fianco i riformisti, i liberali e i socialisti. Tutti deprecati dai massimalisti.
E’ il caso di portare a compimento questa svolta con un certo orgoglio, non “alla vergognosa”, se conveniamo – con Ratzinger – che è davvero morale il realismo della razionalità e del compromesso, non l’utopismo, né il giacobinismo, né il massimalismo, né l’integralismo.
Dietro alle tentazioni ideologiche che, nelle diverse forme, hanno bisogno del Nemico e pretendono di mettere sulla scena della politica lo scontro fra il Bene Assoluto e il Male assoluto, sta sempre una forma di gnosticismo, come ha spiegato un grande filosofo, Erich Voegelin, autore del “Mito del mondo nuovo”.
Il cristianesimo ci libera da questo pericolo sempre incombente. Ma – ovviamente – “ciò non significa” conclude Ratzinger “che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio”.
Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l’orizzonte e l’ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata.
Se non diventa un compromesso al ribasso. Se i protagonisti saranno capaci di far fronte alla grandezza della responsabilità.

fonte:  “Libero”, 27 aprile 2013

In Italia è finito il gioco delle sedie

Martedì, 9 Aprile, 2013

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Ho come la sensazione che in Italia è finito il gioco delle sedie. Il gioco in cui le varie parti politiche fanno a scambio di ruoli. E nessuno si assume veramente la responsabilità di governare il Paese.

Costituzionalmente incapaci

Martedì, 5 Febbraio, 2013

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di Davide Giacalone

Tutti a dire che la campagna elettorale è divenuta il festival della promessa a vanvera. Osservazione ovvia, ma non acuta. Perché perde di vista la ragione dell’andazzo. In tutte le democrazie del mondo la campagna elettorale spinge a toni da imbonitori. E’ naturale. Il candidato repubblicano, negli Stati Uniti, ha fatto la campagna per le primarie interpretando una posizione estremista, salvo correggerla nella corsa effettiva alla Casa Bianca, per conquistare l’elettorato intermedio. Vale a dire quegli elettori che, nelle democrazie funzionanti, risultano decisivi. Il nostro guaio è un altro: visto che nessun vincitore governa da solo, visto che chi prende più voti non conquista più potere, va a finire che ciascuno si ripresenta non rispondendo veramente delle promesse non mantenute, annettendo il tradimento non alla propria inaffidabilità, ma al non avere la possibilità di fare quel che aveva promesso. Da qui una degenerazione ulteriore: a ogni campagna si alza il tiro, sapendo che non se ne risponderà.
Sul terreno fiscale, come al solito, Silvio Berlusconi svolge il ruolo della lepre nelle corse dei cani, lanciandosi in avanti e cercando di non farsi raggiungere. Ma i principali competitori gli vanno dietro, latrando per l’ingiusto vantaggio dato da tale condotta. Mario Monti sostiene il contrario di quel che ha fatto, supponendo che possa bastare il dire: prima ho fatto pagare perché c’era il pericolo del default, ma ora sono pronto ad abbassare le tasse, perché i nostri conti sono splendidamente in ordine. Bubbole, ovviamente. Pier Luigi Bersani ha predicato a lungo la patrimoniale, che non solo è sparita, ma ha lasciato spazio a non meglio precisati sgravi fiscali per quanti “hanno già pagato”. Tutti, abbiamo già pagato, compresa la patrimoniale, che si chiama Imu (e non solo, perché anche della tassa sulla spazzatura hanno fatto una patrimoniale). Quanto sia fasullo un tale confronto lo si evince da due cose: a. non mettono i numeri di sgravi e coperture; b. non mettono i numeri e i settori per i tagli alla spesa pubblica. Senza questi secondi resta solo il gargarismo elettoralistico.
Sappiamo tutti benissimo che la vittoria della sinistra (probabile alla Camera) non prelude ad un governo stabile, perché inficiata da debolezze istituzionali e disomogeneità politiche. Sappiamo che tali disomogeneità ci sono anche nella destra, la cui vittoria, del resto, non è all’ordine del giorno. E sappiamo che le alleanze con i centri (plurale) montiani sarà occasione di ulteriori confusioni. Ammesso che restino uniti, quei centri, cosa sulla quale non scommetterei. E’ tale diffusa consapevolezza che fa crescere i voti grillini. O qualcuno pensa che gli italiani siano impazziti e si lascino abbindolare da uno che mitraglia fesserie?
La debolezza culturale delle proposte politiche maggiori, intendendosi per tali quelle che sono effettivamente candidate a vincere e governare, consiste nel non dire una parola sul nodo dal quale non si può prescindere: occorre cambiare la Costituzione, avere un governo governante, dotato di poteri veri, per poi legare a quella riforma il cambiamento del sistema elettorale, talché contenga non un orribile premio alla maggioranza, ma incorpori un vantaggio per la governabilità (come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania, che sono sistemi diversissimi, ma tutti coerenti con il quadro istituzionale, al contrario che da noi). Chi avesse lucidità e coraggio per sostenere tale tesi dovrebbe aggiungere: mi candido a fare queste cose e se non ci riesco torno davanti agli elettori, se ci riesco, d’altronde, ci torno comunque, per tenere a battesimo la terza Repubblica. Ed è su questa idea forza che dovrebbe offrire il dialogo agli odierni concorrenti, nella consapevolezza di essere legati da sorte comune. E comunemente condannati dal crescere dei voti di vendetta, oggi coagulati attorno a un comico.
E’ il vuoto sul terreno istituzionale a dovere inquietare. E’ il silenzio sulla Costituzione, continuamente sfregiata, a dovere indignare. Non il vociare piazzista dei vari baracconi. Non sono le promesse a offendere l’intelligenza comune, ma la preventiva rassegnazione a che rimangono tali. Ciò deprime la vita collettiva.

fonte: davidegiacalone.it

Se la «democrazia sospesa» rischia di diventare la regola.

Venerdì, 23 Novembre, 2012

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di Piero Ostellino

Che ci si affidi alla logica aristotelica, ovvero al senso comune, è difficile capire come possano conciliarsi la denuncia della «pressione fiscale al limite dell’intollerabilità», la proposta di una «patrimoniale di Stato» che riduca le dimensioni della sfera pubblica e l’idea di una lista, alle elezioni del 2013, capeggiata da Monti, che dell’intollerabile pressione fiscale è responsabile. Eppure, a giudicare dalle parole pronunciate all’atto della costituzione del movimento per la Terza Repubblica, sembra che tale conciliazione sia proprio il programma dei nuovi centristi.

Dicono di voler preservare l’«agenda Monti». Ma due buone indicazioni - una in senso liberale; l’altra del rigore politico-amministrativo - già ci sono all’articolo 81 della Costituzione. Che, al terzo comma, recita: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese»; e al quarto: «Ogni altra legge che importi nuovi o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Se si sostiene di voler associare liberalismo e «montismo» si prospetta un’operazione trasformistica. Che farebbe torto allo stesso Monti - la cui cultura, le cui parole e le cui azioni, come capo del governo, che piacciano o no, hanno almeno il pregio di ispirarsi a una logica dirigista di marca europea - e finirebbe col lasciare le cose come stanno, se non a peggiorarle. Da un lato, fa dunque bene Monti a non impegnarsi politicamente, tanto meno a candidarsi elettoralmente, e a voler restare (formalmente) «un tecnico». Dall’altro, Monti sbaglia a dire di non garantire per l’Italia dopo le elezioni del 2013, lasciando immaginare, così, una quarta soluzione.

Tira un’«arietta», che non prelude al totalitarismo politico, ma soffia per lo spegnimento della democrazia. Lo Stato di polizia fiscale - introdotto dal centrodestra, proseguito col centrosinistra, accentuato dal governo dei tecnici - pare il preludio, sia pure ancora nel rispetto delle forme politiche della democrazia rappresentativa, di certi metodi cari ai totalitarismi del Ventesimo secolo.

Lo scenario di un Monti-bis, quale ne sia la realizzazione pratica, getta sulla democrazia l’ombra lunga di un «salazarismo permanente» che contraddice anche il carattere «temporaneo» che dovrebbe avere il governo tecnico voluto e inventato dal presidente della Repubblica per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. La «sospensione della democrazia» - come è stato definito il governo tecnico - dovrebbe essere l’eccezione, non diventare regola. Ma resta da chiedersi perché una parte della politica ci pensi, i grandi media l’approvino e l’opinione pubblica la ritenga persino auspicabile.

Per una parte della politica, sarebbe un modo - al riparo dello schermo di Monti capo del governo - di aggirare l’esito delle elezioni comunque vadano; che molti temono di perdere, sia a vantaggio di un esito populista, sia a causa di una riproposizione del massiccio astensionismo già accusato in Sicilia. Un modo di evitare di farsi carico del sostegno dato alle misure fiscali depressive dello stesso Monti. I media riflettono l’aspirazione, elitaria, moralistica e anti-democratica tipicamente tardo-azionista, a un improbabile «governo degli onesti» sui fautori del quale Croce aveva esercitato il suo sarcasmo nei Frammenti di etica . La convinzione che ha ispirato l’anti-berlusconismo - come opposizione a una (supposta) vocazione tirannica del Cavaliere, mentre era inadeguatezza a rappresentare gli interessi del ceto medio e incapacità di fare le riforme - è la stessa che aveva indotto il giovane liberale Piero Gobetti a definire il fascismo «l’autobiografia di una nazione», ignorando che non solo l’Italia, ma persino l’Europa democratica e liberale aveva identificato nei totalitarismi una (contingente) occasione di ordine dopo la Prima guerra mondiale.

L’opinione pubblica - ed è questo l’aspetto più preoccupante della (relativa) popolarità di Monti - reagisce ai provvedimenti del governo come fa nei sistemi totalitari, dove non è sempre prevalente la coercizione a imporre i comportamenti della popolazione, bensì è più spesso il fatto che i cittadini sono mantenuti nell’ignoranza dei problemi sul tappeto. Si chiama meccanismo delle «reazioni previste», all’opera in certe tribù primitive della Nuova Guinea. Qui, le donne non partecipavano ai processi decisionali della tribù non perché ne fossero istituzionalmente escluse, ma perché, non abitando nel perimetro dei maschi, erano all’oscuro della circolazione delle informazioni che riguardavano la vita (pubblica) della tribù e, quindi, non erano in condizione di partecipare alle decisioni che riguardavano la vita della collettività.

L’Italia è una democrazia molto imperfetta, ma non è (ancora) un Paese istituzionalmente totalitario. Del giornalismo dei regimi totalitari gran parte del suo sistema informativo è, però, simile; e analoghi ne sono gli effetti. Non si può dire che l’Italia - sotto il profilo della funzione dei suoi media teorizzata da Tocqueville nella Democrazia in America - sia un Paese autenticamente democratico-liberale. La regola pare sia piuttosto quella di ignorare e/o tenere nascosto il «nesso causale» fra i provvedimenti dei governi e gli effetti che essi hanno sulle libertà, i diritti e la vita dei cittadini. Gli italiani non sono geneticamente inclini al totalitarismo come credeva Gobetti. Hanno, storicamente, la tendenza ad esserlo la loro classe dirigente e i loro media.

fonte: Corriere.it

data: 21 novembre 2012  

Per ri-costituire l’Italia “c’è da chiudere una guerra”.

Sabato, 7 Luglio, 2012

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Venti anni non sono bastati. Anche perché stiamo ancora sguazzando nelle conseguenze del manipulitismo. Dal passato non si esce mai se si continua a mentire. C’è da strappare lo scenario dell’ipocrisia, c’è da guardare in faccia il male morale che rode l’Italia, c’è da chiudere una guerra, di cui i più non ricordano la ragione. Lascio delle mollichine, sapendo che uccellaci le mangeranno, ma sapendo anche che Pollicino la strada la ritrova. Perché è giusto così.

1. La storia del dopoguerra va letta senza dimenticare la guerra fredda e senza dimenticare la condizione particolare in cui si trovavano l’Italia e la Germania. Non si tratta di evocare scenari globali per giustificare mazzette locali, ma solo di richiamare l’ovvio, da cui discende molto.

2. Quello in cui i grandi gruppi industriali e le società delle partecipazioni statali presero a finanziare i partiti democratici (le coalizioni che andavano dal centro destra al centro sinistra) fu un giorno positivo, per l’Italia. Perché quel finanziamento, dietro al quale si consumavano vari reati, pagava il prezzo della nostra possibile sovranità.

3. Lo scontro divenne feroce in occasione del passaggio che cambiò la storia d’Europa, quando tedeschi occidentali e italiani consentirono lo schieramento degli euromissili. Lì la potenza sovietica cominciò a morire. In Germania lo fecero i socialdemocratici, in Italia Craxi e Spadolini. La battaglia fu durissima e la potenza economica del Pci temibile. Resistere e batterla fu un dovere, essendo di secondarissima importanza la provenienza dei soldi necessari.

4. La legge sul finanziamento pubblico dei partiti era ipocrita, tanto quanto i partiti che la votavano e violavano. Non c’è scusante per questo. E’ una colpa politica, com’è stato segno d’incapacità il non aver capito le conseguenze della fine della guerra fredda. I partiti fucilati fra il 1992 e il 1994 erano già gravemente malati. Non c’entra quel che si ripete a pappagallo, ovvero il troppo alto debito pubblico e la pressione fiscale, perché il debito era la metà di oggi e la pressione più bassa. Il finanziamento pubblico di allora era insufficiente, oltre che violato, quello di oggi, in barba ai referendum, non solo è violato, ma è spropositatamente alto. Il caso dei soldi della Margherita, e del loro gestore, Luigi Lusi, dimostra che palate di quattrini pubblici sono usati per fini privati. Laddove i partiti di un tempo avevano debiti (solo il Pci aveva un patrimonio immobiliare occulto) quelli di oggi traboccano soldi e li investono variamente. Quando non se li fregano. Bel risultato.

5. La necessità di finanziare i partiti non ha nulla a che vedere con la corruzione. La prima cosa fu spesso affidata ai più onesti, la seconda fu praticata dai manigoldi. Avere mischiato le due cose è una colpa dei vecchi partiti come delle inchieste. I primi per non avere rivendicato quei soldi come un merito, le seconde per aver fatto di tutta l’erba un fascio, pur di perseguire un obiettivo politico.

6. Che consisteva nel far fuori i partiti senza far fuori la democrazia, quindi appoggiandosi al fu partito comunista, di cui la propaganda avvalorava un’inesistente onestà (lì albergava la più ripugnante immoralità). Fu grazie a quel disegno che alcune privatizzazioni (vedi il caso di Telecom Italia) si tradussero nel più gigantesco ladrocinio mai perpetrato ai danni della collettività.

7. La corruzione avvelena la politica così come il giustizialismo avvelena la giustizia. Sono fratelli. Figli di genitori pessimi, la cui regola è il disprezzo delle regole. Lo spettacolo dell’accusa ha divelto le regole del diritto e massacrato i diritti individuali, senza che questo sia minimamente servito a sconfiggere il malaffare. In un Paese serio il politico sospettato si dimette. In un Paese serio il magistrato che teorizza la carcerazione come sistema estorsivo viene buttato fuori. Noi abbiamo coltivato, per venti anni, ladri e manettari, pretendendo di dar del delinquente alle persone per bene. La Corte dei conti che denuncia la corruzione, sedendo nei consigli d’amministrazione che gestiscono la spesa pubblica, è il grottesco ritratto di un Paese che disonora le regole.

8. La distanza siderale fra le accuse mosse e le risultanze processuali, l’assenza di condanne effettive, il continuare a raccontare come delinquenti coloro i quali sono stati assolti, il descrivere la vita pubblica come popolata solo da lestofanti serve ad una sola cosa: mostrare che le regole non valgono e ci si fa valere con la disonestà e la prepotenza. A giudicare dalla scena e da come è popolata, direi che tale teoria ha avuto successo.

9. Raccontare il debito pubblico come frutto delle ruberie e l’opacità della vita economica come opera dei criminali serve solo a non volere ammettere che il nostro patto sociale s’è corrotto al punto da basarsi su quei pilastri, coinvolgendo moltissimi, se non tutti. Si accusano pochi per salvare un equilibrio insostenibile.

10. Per forza che la corruzione cresce. Dalle Aule del Parlamento a quelle dei tribunali sono le regole a perdere la partita. Lasciando che dilaghi l’Italia peggiore.

Fatele pure sparire, queste mollichine, continuate a pascervi diffondendo letame. Non è difficile immaginare il risultato.

autore: Davide Giacalone

fonte: davidegiacalone.it

Una nuova nozione di emigrazione

Mercoledì, 4 Luglio, 2012

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“C’è una parte di italiani, pieni di energia e spirito di innovazione, che sta creando una nuova nozione di emigrazione: stare in questo territorio ma non usarlo, non viverlo, pensando “internazionale” o “comunitario” o “localistico”. Intanto la dimensione delle lotte e delle decisioni “nazionali” si rimpicciolisce, proprio mentre il sistema delle loro conseguenze si ingigantisce assieme al tema del debito sovrano. Mentre questa questione matura, molta gente di buona volontà continua a lavorare per tutti”. Luca De Biase

Vivere è andare contro la corrente del nulla. Come Sal(o)moni.

Mercoledì, 27 Giugno, 2012

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di Gabriele Rossi 

Il comportamento di un uomo nel tempo si dimensiona in un orizzonte di senso. Il suo pensare, fare, amare, lavorare, vivere… è spinto da un motore la cui generatività non è enumerabile. Accecare questo orizzonte - obiettivo dell’ideologia nichilista (anche quella morbida della vita intesa come susseguirsi di dolci emozioni, anche prodotte dalla chimica) - è un delitto ignobile ed efferato. Non è una questione di religione. Sono in gioco la dignità e l’autentica libertà di qualsiasi essere umano sulla faccia della terra. Senza questo motore l’uomo non è più capace né di amare, né di lavorare: il suo sguardo pietrifica la realtà che vede come la Medusa di Caravaggio.

Abbattere la casa costruita sulla roccia minando la credibilità del padre di famiglia?

Lunedì, 28 Maggio, 2012

napoleone_bonaparte.jpg«Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi». Cardinale Ercole Consalvi, grande segretario di Stato di Pio VII, a Napoleone che minacciava di distruggere la Chiesa.

Il lavoro è da rifare

Mercoledì, 7 Marzo, 2012

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di Luigino Bruni 

Per rilanciare l’Italia e l’Europa occorre creare nuovi posti di lavoro. E fin qui è facile essere tutti d’accordo. Su come e dove crearli le opinioni però divergono, e di mol­to. Ciò che è certo è che nei prossimi anni i due principali settori dell’economia, quello pubblico e quello privato-capitalistico (o, con una espressione fondamentalmente fuorviante, l’economia “for profit”), potran­no assorbire poco più della metà della quo­ta di lavoro che occupavano prima della cri­si. E la ragione è semplice, sebbene un po’ ar­ticolata.

In primo luogo, c’è l’emergere di nuovi co­lossi economici – come Brasile e India – che nella divisione internazionale del lavoro svol­gono oggi, a costi più bassi, buona parte del­le attività manifatturiere su cui l’Italia ha co­struito, a partire soprattutto dal dopoguer­ra, il suo miracolo industriale. In questi an­ni abbiamo già visto un forte cambiamento dell’industria manifatturiera italiana, desti­nato ad accentuarsi. In secondo luogo, si la­vorerà più a lungo, e la quota di occupazio­ne femminile crescerà, essendo ancora mol­to, troppo, bassa in Italia. Infine, la ragione forse più decisiva è l’inesorabile (e salutare) decrescita dell’occupazione nella Pubblica amministrazione cui assisteremo nei pros­simi anni: tra dieci anni i dipendenti pubblici saranno circa 1/3 meno di quelli del pre-cri­si, e tra venti anni meno della metà.

Il debito pubblico è cresciuto anche come risposta sbagliata a un settore privato in cri­si, che ha determinato una crescita dopata del settore pubblico, evidentemente inso­stenibile (in Grecia, ma anche in Italia, Fran­cia e altri Paesi latini). E qui c’è anche una re­sponsabilità della teoria economica di ori­gine keynesiana, che ha centrato sulla do­manda da parte del settore pubblico il ful­cro della leva economica di un Paese, muo­vendosi così in direzione opposta a quella indicata da Friedrich Von Hayek. Questo e­conomista austriaco aveva invece capito che se i posti di lavoro non nascono “dal basso”, dai cittadini-imprenditori che hanno le informazioni e le conoscenze dei bisogni propri e di quelli degli altri, questi posti di la­voro funzionano, a volte e in parte, per ri­lanciare l’economia nel breve periodo, ma sono posti di lavoro normalmente insoste­nibili nel tempo. Quando il lavoro nasce dal Settore pubblico, questa occupazione è, in larga misura, ’sfasata’ di un ciclo tempora­le rispetto ai cambiamenti dei gusti e dei bi­sogni della gente; e in un mondo veloce e globalizzato come il nostro, questa sfasatu­ra significa produrre beni e servizi inadeguati o inutili.

Di Hayek, purtroppo, è stato spesso fatto un uso ideologico a difesa del libero mercato come l’unico meccanismo che assicura sem­pre e in ogni caso il massimo di efficienza e di libertà, una strumentalizzazione che ha allontanato dal suo pensiero molta gente, impedendo così che arrivasse al grande pub­blico la perla nascosta all’interno del suo si­stema teorico, vale a dire il ruolo cruciale svolto nelle società moderne dalla divisione della conoscenza. Questa divisione della co­noscenza (diversa dalla “smithiana” e classi­ca divisione del lavoro ), fa sì che solo chi è vi­cino ai problemi abbia gli elementi rilevan­ti per fare le scelte giuste e sostenibili, anche e soprattutto in faccende economiche e di impresa. Che cosa serve ai coltivatori delle viti delle Langhe lo conosce la comunità dei mestieri che ruota attorno a quella produ­zione, fatta di conoscenza tacita e specifica accumulata nelle scelte quotidiane compiute attraverso i secoli. È questa conoscenza quel­la veramente utile e indispensabile per fare le scelte produttive giuste. Se, quindi, i nuo­vi lavori non nascono dal basso, dai cittadi­ni e dalla società civile, dell’emergere cioè di questo intreccio di cultura e conoscenza con­testualizzata, i posti di lavoro saranno qua­si sempre insostenibili. Se vogliamo, allora, rilanciare davvero l’oc­cupazione in Italia e in Europa, occorre o­perare una rivoluzione pacifica, ma di enor­me portata culturale. Occorre liberare le for­ze civili che sono state occupate in questi ul­timi decenni dalla burocrazia (e da partiti senza partecipazione di base), e far sì che i cittadini si ri-occupino della cosa pubblica.

Nella storia dopo gravi crisi se ne usciti con un nuovo protagonismo della società civile, che ha dato vita a cooperative, banche, imprese, mutue, formazioni partiti, sindacati: oggi ci attende qualcosa del genere, e subito.

Non per metterci nelle mani del mercato “for profit” o degli speculatori, ma per riattivare l’economia civile, la tradizione che ha fatto grande l’Italia, dal Quattrocento ai distretti del made in Italy. È da qui che rinasceranno anche oggi quei nuovi posti di lavoro, e quindi proprio dai punti di forza del modello italiano-comunitario, che già oggi continua a creare nuovi posti di lavoro nel cosiddetto Terzo Settore. Che merita tutta la giusta considerazione da parte di chi sta traghettando l’Italia fuori dalla tempesta, e che va fatto crescere. C’è infatti bisogno di un nuovo e più ampio Terzo Settore, capace di entrare stabilmente in nuovi ambiti – quali cibo, arte, artigianato, il mondo della creatività, ma anche dell’energia e dei beni comuni – perché esistono, e proprio in questi tempi di crisi, enormi potenzialità ancora non sfruttate. Ogni crisi è «distruzione creatrice», ma è necessario saperla leggere, interpretare, muoversi insieme, e senza aspettare ancora a lungo.

fonte: avvenire.it

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