Categoria ‘Zibaldone’

Mille e una notte di trame

Giovedì, 8 Novembre, 2018

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di Geminello Alvi

Lo scarso pregio delle più varie teorie del complotto, che pure dilagano dopo l’11 settembre, è scoraggiante. Ormai il barbiere sotto casa volentieri ci spiega che l’aereo sul Pentagono non sarebbe caduto o che le due torri le ha fatte cadere la Cia; e intanto il no global, vicino di posto in treno, con discrezione rispiega che Bin Laden sarebbe in un ospedale americano in Arabia. Un genere, quello della letteratura complottista che ha creato libri ingenui o abietti, e talora però anche idee, ne risulta umiliato. Dilagano libruzzi o notiziole pescate anonime nei siti alternativi, subito smentite. Un peccato. Anche perché niente meglio del Medio Oriente e dei suoi serragli da secoli genera complotti e teorie dei complotti vari come favole delle Mille e una notte . E da essi potrebbe pur sempre impararsi qualcosa. Come verificheremo nel nostro tentativo di parlare di una cosa di cui molto si disserta, ma poco si sa.

Apprenderemo che il padre della spia Kim Philby sarebbe stato più bravo di Lawrence d’Arabia…, e da chi Gheddafi voleva proteggere gli ebrei…, e di Diana principessa martire, sempre secondo le teorie del complotto, dell’amore arabo.

Ma in così tanti intrighi ci terremo a qualche ordine, e quindi partiremo dalle teorie dei complotti che si attribuiscono a Bush. Quelli odierni, come le sciocchezze sui Cruise caduti invece dell’aereo sul Pentagono sono di nessun pregio. E dire che sarebbe bastato rileggersi America’s Secret Establishment, an introduction to the Order of Skull & Bones del professore inglese Anthony Sutton per avere un bel complotto attribuito ai Bush almeno da tre generazioni. Una pietra miliare nella letteratura complottista, il libro studiava una setta di studenti di Yale e faceva d’essa un filtro delle élites americane da un secolo. E fin qui qualcosa d’interessante, giacché Club e consorterie pesano tra le élites anglofone. Ma poi Sutton perdeva la testa, attribuendo al nonno di Bush, ai Whitney e agli Harriman, ogni nefandezza occorsa al mondo durante il secolo trascorso  . Anche l’erudito Carroll Quigley , professore tra l’altro di Bill Clinton, nel 1966 complicò non poco la questione. Nel libro Tragedy and Hope accennò all’esistenza di un network anglofono internazionale, creato dall’imperialista Cecil Rhodes che riuniva banchieri e governanti delle due sponde dell’Oceano.

In effetti la politica estera americana in Europa fu negli anni Venti l’affare, disastroso per il mondo, di una élite di banchieri anglofoni. E ancora più curiosamente fu proprio Quigley che raccomandò Clinton a una borsa di studio Rhodes a Oxford. E tuttavia, se s’ammettono più complotti in concorrenza e non uno solo, la tesi del complotto di Yale sostenuta da Sutton ne è dissolta per logica. Il libro di Quigley fu peraltro saccheggiato da dilettanti .

Ma The Naked Capitalist e ancor più None Dare Call it Conspiracy resero milioni ai loro autori . Ma tra una sfilata e l’altra in molti distribuiscono i loro dubbi complottistici, e vedono una complicità totale tra Israele e insiders americani, come siano tutt’uno. A torto. Costoro non soltanto dimenticano che George W. Bush era appunto il candidato «arabo» delle ultime elezioni, contro Gore che schierava un vicepresidente ebreo. Ma neppure badano al fatto che esiste anche il filone dei libri sui complotti antisionisti . Ed è non meno vario degli altri. Si prendano, ad esempio, ] John Loftus e Mark Aarons The Secret War against the Jews , St. Martins Press, 1994 . Libro con molti dei difetti dei libri sui complotti, per cui il particolare si estende con paranoia al generale. Ma è un altro punto fermo della letteratura sui complotti; a cui si deve perlomeno l’invenzione dell’anti Lawrence d’Arabia ovvero di H. St. John Philby . Il quale meriterebbe una fama maggiore di suo figlio Kim.

John Kilby fu l’eccentrico inglese convertito all’Islam che comprò una schiava per i suoi piaceri, fu l’arabista che scrisse Arabia of Wahabis nel 1928 e colui sulla cui tomba a Beirut quando morì fu scritto «il più grande degli esploratori arabi». Ma fu anche consigliere adrenalitico di re Abdul Aziz Ibn Saud che s’impadronì dell’Arabia, il rivale dei re di Iraq e di Giordania favoriti da Lawrence d’Arabia. Ma se, malgrado una certa pigrizia, Lawrence agì per dover patrio e amore d’un giovane arabo, Philby agì per eccesso d’adrenalina e un movente più terreno: il denaro. Almeno secondo i teorici del complotto antisionista, i quali avrebbero avuto accesso agli archivi americani e intervistato ex agenti segreti. A dir loro Philby sarebbe stato il ganglio di un complotto che avrebbe coinvolto Hitler, Ibn Saud e Allen Dulles. Ma anche questo libro sui complotti patisce qualche logico difetto . Ibn Saud sottomise l’Arabia prima dell’arrivo al potere di Hitler e il petrolio dell’Arabia Saudita fu scoperto nel 1938 in quantità commerciali, e solo un anno dopo, troppo tardi, ne iniziò l’esportazione. Inoltre i banchieri inglesi di Londra amici del banchiere centrale tedesco Schacht non avrebbero avuto bisogno di Ibn Saud per aiutare Hitler.

Ma ecco i nostri lettori arabi, come i militanti di sinistra, pronti a saltare sulle loro seggiole, e dirci che se complotto ci fu esso fu all’opposto quello sionista. E qui invero s’aprirebbero altri labirinti sterminati di complotti pretesi. Perché se in Occidente le teorie dei complotti sono in tempi normali la passione di pochi, in Medio Oriente sono il cibo quotidiano di molti . Si tratta di un mondo nel quale la democrazia, com’è concepita in Occidente, è più rara e nel quale non mancano Stati retti come sceiccati da élites più attente ai complotti. Ed infine all’occasione tutti possono dubitare di qualunque verità . Di qui il gran successo nelle nazioni arabe del libro di una complicata personalità, di Roger Garaudy : Les Mythes fondateurs de la politique israélienne . E la persuasione araba che gli ebrei ispirino la politica estera degli anglofoni almeno da quando nel 1917 fu spedita la nota Balfour con cui il governo inglese favoriva insediamenti ebraici in Palestina. Ma ancora a mitigare i fervori complottisti sarà forse il caso di rammentare che a disapprovare la nota fu proprio un membro ebreo di quel governo.

Ma le teorie dei complotti in Medio Oriente sono assai più mobili che da noi. E per taluni arabi più benevoli, se non sono gli ebrei a usare coi loro complotti l’Occidente, è esso a usare gli ebrei. E sarebbe questa, secondo Daniel Pipes, autorevole commentatore di fatti del Medio Oriente, la tesi di Gheddafi , per cui la creazione di Israele è «una grande cospirazione contro gli ebrei» ; che avrebbe anche avvisato: gli europei «vogliono sbarazzarsi di voi ebrei e gettarvi in Palestina, perché gli arabi un giorno vi eliminino». Per evitarlo dovevano lasciare la Palestina e tornare ai loro Paesi. Ma per qualunque teoria di un complotto c’e n’é sempre una opposta e dopo l’11 settembre commentatori americani rumoreggiano di un complotto arabo, e vedono ovunque a Washington i corrotti dall’oro saudita.

Ma come completare una rassegna sulle teorie dei complotti senza la principessa Diana? In un sondaggio buona parte dei palestinesi si dice persuasa ch’ella sia stata uccisa; e per alcuni giornali prima di morire già s’era convertita all’Islam. Ed ecco quindi una Diana martire dell’amore arabo, riconquista islamica certa dell’Occidente negata dalla viltà di un complotto. Giudizi che, sempre secondo Pipes, riflettono forse il fatto che alle arabe non è facile maritarsi fuori della fede o con qualcuno di grado sociale inferiore. E in effetti il più palese difetto delle teorie dei complotti è nel fatto che i loro autori o chi presta loro fede vi proiettano i propri odi contorti, filtrandovi il mondo. Di qui il senso di paranoia che emanano. E tuttavia v’è in esse un pregio, che è però più complicato da dire.

Solo incrociando senza avversioni teorie avverse, se ne può ricavare qualche verità, peraltro delicata, e facile a sciuparsi. Ma sono rari quelli senza preconcette avversioni, e la letteratura sui complotti resta per i pochi . Agli altri, e a chi vi ricerca materia per i propri odi o slogan per le sfilate, e quindi agli intellettuali italiani di destra e di sinistra, io sospetto faccia solo del male “.

Cordiali saluti

fonte:  IL CORRIERE DELLA SERA del 10 febbraio 2003 

Il Presidente della Repubblica è il simbolo dell’unità nazionale.

Lunedì, 28 Maggio, 2018

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La politica e la comunicazione politica non sono due cose diverse. Non lo trascurerei nel riflettere su ciò che sta accadendo. Quello che conta infatti, al netto delle esultanze o delle accuse incrociate, è come sarà percepito ciò che ha fatto Mattarella nella mente degli elettori. Purtroppo bisogna dirselo, nella mente di chi ha eletto M5S e Lega risulterà un gigantesco “come volevasi dimostrare”: il potere istituzionale ha posto il veto al governo del cambiamento. Un come volevasi dimostrare che nelle prossime ore si nutrirà del dibattito binario pro/contro Mattarella.

Se il dibattito sarà impostato così, favorirà soltanto l’acuirsi di quella percezione. Le relazioni di potere, non ce lo ricordiamo mai abbastanza, si costruiscono nella mente delle persone, e il luogo dove si costruiscono le percezioni è la comunicazione, che ha un peso politico cruciale. Aver ceduto ormai da anni a affrontare ogni questione come in un conflitto pro/contro sta favorendo chi in quel duello è capace di essere più brutale, diretto, elementare. Annunciare con fierezza e trasporto emotivo il proprio “stare col Presidente” non è altro che alimento per l’opposizione binaria di cui si nutre il consenso. Ci vuole qualcosa di più, come quando in una disputa si è in un angolo, e bisogna trovare una via per divincolarsi dalla discussione così come è stata impostata da chi la conduce. Mi chiedo chi oggi in Italia abbia la forza politica e la pazienza comunicativa (perché di pazienza si tratta) di farlo.

Bruno Mastroianni

La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge

Giovedì, 15 Febbraio, 2018

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(nella foto, al centro Gianni Chiodi, Presidente Emerito Regione Abruzzo, Commissario alla Sanità e alla Ricostruzione Terremoto L’Aquila. Candidato alla Camera nelle elezioni del 4 marzo Collegio L’Aquila-Teramo)

I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione contro l’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.

di Leonardo Becchetti

fonte: La Repubblica

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

Martedì, 6 Settembre, 2016

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di Salvatore Sfrecola*

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

*Presidente Sezione regionale di controllo per l’Umbria presso Corte dei Conti 

fonte: unsognoitaliano.it 

Tempa Rossa e notte nera dell’informazione

Venerdì, 8 Aprile, 2016

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di Giuseppe Mazzei*

Sui giornali e sugli schermi tv in questi giorni stiamo assistendo al solito calderone di notizie e non notizie mescolate in un rumore assordante che confonde le idee.

Girano parole pesanti mescolate a fatti e ipotesi, come in una borbottante pentola di fagioli: scandalo petroli, governo ostaggio delle lobby, corruzione, disastro ambientale, trivelle che spuntano dappertutto.

Un po’ di chiarezza aiuterebbe l’opinione pubblica a capire meglio. Ma chiedere chiarezza al giornalismo roboante è chiedere ad sordo di ascoltare. La parola d’ordine dominante del giornalismo italiano è : fare casino.

Cerchiamo di distinguere un po’.

C’è un problema vero e drammatico: qualcuno sta inquinando la Basilicata violando norme ambientali, truccando analisi, corrompendo chi dovrebbe controllare? La magistratura faccia presto luce su questi criminali e li condanni in modo pesante.

C’è un problema molto grave: qualcuno ha dato autorizzazioni e concessioni in cambio di assunzioni o di favori? I magistrati accertino e condannino senza pietà.

Ci sono poi problemi di galateo della democrazia e delle istituzioni: può un ministro occuparsi direttamente di decisioni che riguardano interessi di propri familiari, persone con cui ha legami affettivi o vincoli di altro genere?  Non può assolutamente. Se lo fa commette un grave errore. Il conflitto di interessi, anche se non è sanzionato, è comunque inammissibile.

Se poi il ministro oltre a seguire personalmente queste decisioni si adopera affinché esse vengano adottate nell’esclusivo o prevalente interesse delle persone a lei care, si possono profilare ipotesi di reato, al momento tutte da verificare.

Poi ci sono pseudo problemi.

1) Il governo decide di sbloccare opere pubbliche che ritiene strategiche: è una scelta politica, criticabile ovviamente, ma non è un reato.

2) Se questa scelta accoglie anche proposte di grandi aziende senza violare l’interesse pubblico, non è un reato.

3) Gruppi di interesse - definiti lobby - senza neanche conoscere il significato di questa parola passe-partout, dialogano con il governo: non è un reato, è la regola della democrazia.

4) Gruppi di interesse convincono rappresentanti del governo sulla validità delle loro richieste. Lo fanno senza promettere o dare denaro o altra utilità e senza che il governo ometta di fare il proprio dovere, senza che il governo ritardi di compiere il proprio dovere e senza che il governo faccia atti contrari al proprio dovere d’ufficio: non c’è nessun traffico di influenze illecite. E’ normale attività di rappresentanza di interessi nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni.

Un’ultima considerazione: giornalisti, opinionisti, politicanti e vocianti vari che oggi tuonano contro le lobby -senza sapere neanche di che parlano- sono gli stessi che non hanno mai voluto affrontare questo problema seriamente e che non hanno mai dato voce a coloro che da anni chiedono di regolamentare questa attività con rigore e trasparenza.

Lo dico con tutto il cuore: queste persone fanno male alla democrazia, tradiscono il proprio dovere di informare e di aiutare l’opinione pubblica a capire. Hanno un solo obbiettivo: confondere le idee per ottenere l’applauso di gente con le idee confuse.

*Presidente dell’Associazione Il Chiostro per la trasparenza della lobby 

fonte: pagina Facebook 

Abruzzo, Reti Sanitarie solo sulla carta?

Giovedì, 26 Novembre, 2015

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LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “IL CENTRO” MAURO TEDESCHINI CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Pescara, 25 novembre 2015

Caro direttore, nel corso del primo convegno regionale “Abruzzo 2020 Sanità Sicura a vent’anni dall’istituzione del 118 in Abruzzo” svoltosi nei giorni scorsi a Montesilvano, è emersa dai sanitari abruzzesi una contrapposizione tra sanità sulla carta e sanità reale contraddistinta dall’assenza di reti – elementi fondanti di un autentico sistema - tra unità operative diffuse negli ospedali dell’intera regione. Una unità operativa semplice o complessa, può essere di eccellente valore, riconosciuto anche in benchmark nazionali. Ma se resta ‘unità’ ed entra in reti solo sulla carta dei documenti di direzioni e agenzie sanitarie regionali, farà fatica a lavorare bene, aumenterà per i medici il rischio di contenziosi, diminuirà la sicurezza di pazienti e malcapitati, come si dice nel gergo della medicina di emergenza-urgenza.

I medici e gli infermieri abruzzesi manifestano un bisogno vitale di lavorare in reti. E la realtà, che spesso rischia di diventare purtroppo cronaca di malasanità, è il giudice inesorabile della carta. Senza reti non si dà un Sistema Sanitario. Le reti garantiscono la continuità delle cure, la presa in carico globale del paziente, l’omogeneità della cura su tutto il territorio regionale attraverso l’integrazione tra le diverse organizzazioni – strutture, il ricorso ai centri di riferimento solo se necessario e il governo dei percorsi sanitari in una rigorosa linea di appropriatezza degli interventi e di sostenibilità economica. E’ voce di popolo tra i numerosi sanitari intervenuti al convegno da tutto l’Abruzzo, che Reti e Sistema sono ancora un libro dei sogni nella nostra regione, nonostante se ne scrive nitidamente come fosse realtà sui documenti più importanti della burocrazia sanitaria regionale. Reti e Sistema che forse diventeranno realtà nel lungo periodo quando – come diceva Keynes – saremo tutti morti? Resta il dubbio se l’amministrazione pubblica gioca a controllare il caos o ha il coraggio di prendere decisioni per governare un sistema ordinato ed efficiente.

Gabriele Rossi

Direttore “Abruzzo 2020 Sanità Sicura Cooperazione Sociosanitaria Italia-Israele”

“Commissario alla Sanità abruzzese D’Alfonso non dimentichi l’importanza del 118″

Sabato, 10 Ottobre, 2015

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LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “IL CENTRO” MAURO TEDESCHINI CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Pescara, 9 ottobre 2015

Caro Direttore Mauro Tedeschini,

le scrivo con la certezza di interpretare i sentimenti di centinaia di sanitari medici e infermieri del 118, dei pronto soccorso e delle rianimazioni di tutto l’Abruzzo. Persone eccellenti che ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, salvano vite umane di tanti abruzzesi e – soprattutto in caso di politrauma – riducono i rischi di invalidità permanente. Da oltre due anni asl abruzzesi e università di L’Aquila e Chieti hanno attivato – con l’aiuto degli amici israeliani -  un processo virtuoso che mira a realizzare quello che i nostri medici e infermieri considerano importantissimo per ridurre i rischi e aumentare la sicurezza per loro e per i pazienti: un programma di formazione permanente qui in Abruzzo, omogeneo tra tutti i territori.

Da oltre un anno, in qualità di manager del programma di formazione, ho chiesto al commissario alla sanità Luciano D’Alfonso di spendere almeno una parola per i sanitari dell’emergenza abruzzese. Non per me. La mia persona conta niente.  Con la morte nel cuore, devo costatare che pur essendo arrivati alla vigilia del 1° Convegno Regionale “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” nel ventennale del 118 abruzzese, il silenzio del presidente D’Alfonso continua ad essere silenzio di tomba.  La ringrazio in anticipo se con il giornale che dirige vorrà contribuire a rompere quel silenzio anche attraverso la sana pressione della pubblica opinione.

Distinti saluti,

Dott. Gabriele ROSSI

Direttore “Abruzzo 2020 Sanità Sicura Cooperazione Sociosanitaria Italia Israele”

I punti deboli del sistema di emergenza-urgenza

Lunedì, 13 Aprile, 2015

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Dalla richiesta di aiuto urgente al 118, alla Centrale operativa che risponde e attiva (in base alle condizioni del paziente) l’intervento delle ambulanze, fino al trasporto al Pronto soccorso e all’eventuale ricovero in reparto per garantire le cure giuste. Il sistema dell’emergenza-urgenza rappresenta la prima risposta alla persona che ha bisogno di assistenza immediata. Ma è un sistema «in sofferenza», con reti territoriali non sempre organizzate o che non dialogano tra loro e Pronto soccorso sovraffollati e vicini al collasso. Sembrano dimostrarlo recenti tragiche vicende. Lo ha denunciato nei giorni scorsi, nel corso di un’audizione alla Commissione igiene e sanità del Senato, la Fimeuc, Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e delle catastrofi, che ha consegnato ai parlamentari un «Manifesto» con alcune proposte per superare le criticità.

Ma quali sono le carenze del sistema?

«A mancare è innanzitutto una reale integrazione tra 118 e professionisti che lavorano dentro i Pronto soccorso - premette Adelina Ricciardelli, presidente di Fimeuc -. Sono ancora pochi, a macchia di leopardo sul territorio nazionale, i Dipartimenti di emergenza unici, cui afferiscono mezzi di soccorso, centrali operative 118, punti di Primo intervento, servizi di Pronto soccorso, servizi di Osservazione breve. Laddove esistono, consentono, per esempio, la rotazione del personale sulle varie articolazioni, col medico dell’emergenza che oggi lavora in Pronto soccorso, domani soccorre i pazienti su un’autoambulanza. Il che facilita anche la condivisione di percorsi diagnostico-terapeutici».«Per ogni tipo di patologia, infatti - continua Ricciardelli - bisogna sapere esattamente che cosa fare e a chi rivolgersi in tutte le fasi, dal trasporto in massima sicurezza alla stabilizzazione del paziente che, se peggiora lungo il viaggio, va portato, indipendentemente dalla disponibilità del posto letto, al Pronto soccorso più vicino per preservare le funzioni vitali». Insomma, una visione dell’emergenza a 360 gradi, che però non sempre è la regola. «Se passi avanti sono stati fatti un po’ ovunque per i traumi, l’ictus, l’infarto, con la costituzione di reti specifiche, capita ancora in alcune realtà che, una volta soccorso il paziente a casa, ci si limiti a trasportarlo al Pronto soccorso, indipendentemente dalle esigenze delle specifiche condizioni - sottolinea la presidente di Fimeuc -. Occorrono provvedimenti a livello nazionale in tema di formazione specifica, comune e articolata nei vari ambiti dell’emergenza, per molto tempo orfana di una scuola di specializzazione, partita solo nel 2009».

Ma come funzionano i diversi anelli della catena del soccorso?

«Esistono protocolli standard per gli operatori delle centrali operative del 118 che ricevono e gestiscono la richiesta telefonica di soccorso - risponde Ricciardelli -. Attraverso un’intervista strutturata di qualche minuto, attribuiscono un codice colore di gravità (rosso, giallo, verde), cioè un livello di priorità d’intervento, mandando sul posto mezzo ed equipaggio più idonei».«In Liguria, per esempio, si usa il sistema Mpds-Medical Priority Dispatch System, già adottato in diversi Paesi e che ora comincia a diffondersi nel nostro - aggiunge Francesco Bermano, presidente della Sis-Società italiana sistema 118 -. L’intervista, che dura al massimo un minuto e mezzo, risponde ai criteri dell’International Academies of Emergency Dispatch per assicurare il soccorso più appropriato e tempestivo in qualsiasi tipo di emergenza, eliminando interpretazioni personali dei sintomi descritti al telefono». Carenze anche gravi, invece, si riscontrano sulle dotazioni dei mezzi di soccorso. «Ci sono, per esempio in Campania, ambulanze prive di defibrillatore o di elettrocardiografo anche se c’è il medico a bordo - riferisce la presidente di Fimeuc -. E in alcune zone del Paese ci sono addirittura due medici a bordo del mezzo di soccorso, mentre in altre neppure uno anche quando servirebbe. Insomma: una babele».

Ma chi decide e chi controlla se un mezzo di trasporto è adatto, se ha le dotazioni necessarie, se il personale è idoneo?

«I requisiti minimi per strutture, tecnologie, organizzazione, personale, sono stabiliti e verificati da ciascuna Regione in assoluta autonomia - dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe-Gruppo italiano medicina basata sulle evidenze». Oggi, tra gli indicatori per verificare l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza per l’area dell’emergenza c’è solo il tempo intercorso tra l’allarme e l’arrivo dei soccorsi sul posto, che non dovrebbe superare i 18 minuti. «Nemmeno questo, però - dice Ricciardelli - è sempre rispettato in tutte le Regioni, come risulta dall’ultimo rapporto del ministero della Salute su dati 2012».

«E se su un territorio si chiudono i Pronto soccorso - interviene Bermano - è necessario garantire l’efficacia dei trasporti con mezzi attrezzati e personale preparato, sia in caso di emergenze tempo-dipendente (quando il tempo è fondamentale per salvare la vita o per la riuscita dell’intervento), sia quando occorrono tempi lunghi per raggiungere il Pronto soccorso di riferimento».

Ma perché non trasportare il paziente sempre al Pronto soccorso più vicino?

«Non sempre è il più idoneo a garantire le cure appropriate - risponde Ricciardelli - . Se, per esempio, il paziente ha un’emorragia e deve essere operato, si perde tempo prezioso se lo si trasporta in un ospedale non attrezzato per fare un intervento chirurgico urgente».

Fonte:Corriere della sera 1° marzo 2015 

“Straw man argument” o “Straw man fallacy”.

Mercoledì, 7 Gennaio, 2015

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Che cos’è lo “straw man argument” ( o “straw man fallacy”)  andrebbe spiegato ogni giorno perché gli Americani gli hanno dato un nome che da noi non c’è, e perché è un elemento centrale degli inganni dialettici contemporanei, nella politica e nel discorso quotidiano (che inganni ne conoscono moltissimi, ci vorrebbe un buon manuale).

Uno “straw man argument” è una tesi che una parte in una discussione attribuisce all’altra parte, malgrado quest’ultima non l’abbia sostenuta: la tesi è una forzatura volutamente e palesemente assurda, sciocca o falsa, in modo da essere facilmente contraddetta. Esempio: io dico che bisogna abolire la caccia e tu mi rispondi che sono un pazzo perché se i bambini non mangiano mai carne non crescono sani. Io non ho mai sostenuto che i bambini non debbano mangiare la carne, ma tu mi hai attribuito questa opinione e io ora dovrò affannarmi a dire che non è vero, ripartendo da un passo indietro.

Questo trucco è abusatissimo, come dicevo e come avrete presente, e funziona sempre: costringe l’ingannato a una smentita che suona sempre debole, o irritata (e lì parte un altro trucco da bambini: “ah, ti irriti, allora è vero!”).

Che gli abbiano dato un nome è una cosa buona perché permette, una volta che sia noto e condiviso, di definirlo e smontarlo immediatamente: “straw man!“.

fonte: wittgenstein

leggi anche The 25 rules of disinformation

fonte: costanzamiriano.com

Israele: quello che la stampa non dice

Lunedì, 22 Settembre, 2014

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di Dan Segre

La commissione parlamentare – creata a Gerusalemme per analizzare le cause e la condotta dei vari responsabili della guerra di Gaza – ha incominciato, come doveroso in ogni libera democrazia, a fare il suo lavoro. In concomitanza, una tregua raggiunta con l’apporto dell’Egitto ha fatto scoppiare sui media locali e esteri la guerra delle chiacchiere, accompagnate dalle solite previsioni per il futuro: chi sarà il prossimo primo ministro? Netanyahu ha annunciato la sua volontà di ripresentarsi: anche se le prossime elezioni sono previste fra due anni, si è già candidato e, come ovvio, vincerà o perderà. La giostra delle inutili speculazione è incominciata, mentre la stampa sembra ignorare tre questioni fondamentali:

La prima chi sarà vivo o morto domani mattina. Mi ricordo che nel 1969 fui invitato ad assistere ad un dibattito fra i massimi esperti del Medio Oriente e dell’Egitto con Nasser dopo che era stato battuto, ma popolarmente rimesso al suo posto dala guerra del 1967. La riunione si teneva nel piccolo anfiteatro dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Fu un tripudio di idee, ipotesi, indagini sociologiche, ecc. Sino al momento in cui un noto professore di Harvard intervenne con questa semplice domanda: e se Nasser morisse? Uno scoppio di ilarità accolse l’ipotesi, specie da parte dei generali e diplomatici. (Come nella risposta di Laplace a Napoleone che gli chiedeva dove mettesse Dio: “ Non è un’ipotesi che mi interessa”). Nasser morì poco tempo dopo e la sua scomparsa cambiò il corso degli avvenimenti nel Medio Oriente.

La seconda questione, qualunque cosa ne pensino gli esperti, riguarda Hamas. Non essendo uno stato ma un movimento di Resistenza, sopravvivere significa vincere.

La terza questione, storicamente e socialmente inspiegabile, sino a quando arabi, palestinesi, antisemiti, liberali di sinistra, continueranno “costituzionalmente” e praticamente a voler distruggere lo stato di Israele opereranno per il suo rafforzamento, sviluppo e successo (per lo meno militare e socioeconomico). Ci è stato solo uomo che comprese questo paradosso. In un discorso tenuto nel 1964 dal tunisino Habib Bourguiba, davanti ai profughi palestinesi a Gerico, disse “Se volete distruggere Israele, fate pace con lui”. L’indomani l’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche. Il resto è storia e commenti.

La guerra d’Indipendenza di Israele ne ha permesso la sopravvivenza fisica. Fu vinta da una popolazione ideologicamente impegnata, con solide strutture pre statali e una percentuale di vittime ( parte reduci dai campi di sterminio) in 18 mesi pari a 5 anni delle perdite della Francia nel primo conflitto mondiale. Poi ci fu la cacciata degli ebrei dai paesi arabi che rinforzò demograficamente Israele (l’aggiunta di un milione di cittadini di lingua araba) distruggendo le élite economiche, finanziarie e culturali e la classe media in Iraq, Egitto, Siria, Libia, in parte in Marocco di cui si vedono oggi le conseguenze. L’ottusità, l’antisemitismo sovietico unito alla stupidità dei partiti comunisti e delle élite europee, portarono in Israele oltre un milione di specialisti, scienziati, educatori “prefatti” alle spese dei paesi di provenienza che hanno trasformato Israele in un centro di high tech mondiale. Se all’inizio di questo secolo molti davano per morta l’avventura sionista con una crescente emigrazione israeliana all’estero (una delle comunità ebraiche più popolosa è quella degli Israeliani installatisi a Berlino), alla fine di questo anno l’immigratorio in Israele è stata più alta grazie alle migliaia di ebrei francesi che cercano sicurezza nello stato ebraico portandosi dietro un bagaglio di cultura, finanza, tecnologia inimmaginabile solo tre anni fa.

La guerra di Gaza non ha diminuito la popolazione israeliana, semmai l’ha aumentata coi riservisti venuti dall’estero. Nelle chiacchere giornalistiche Israele, “stato apartheid”, incomincia a scricchiolare di fronte alle minacce di un boicottaggio economico diplomatico, politico internazionale. Forse, dal momento che i governanti israeliani sono abituati a sprecare le opportunità che gli avvenimenti offrono loro.

Una cosa è certa: la guerra di Gaza oltre a rinforzare la compattezza interna sta facendo prendere coscienza delle vere debolezza israeliane: mercato interno troppo piccolo, ingiustizia sociale, basso livello di educazione scolastica, impedimenti linguistici e soprattutto una smoderata fiducia nella capacità tecnologica militare di sostituire la fantasia e l’inventiva umana.

Dove porterà tutto questo? Impossibile immaginarlo anche a causa degli sconvolgimenti internazionali e del crollo della leadership americana. In fondo, come diceva l’economista Keynes, alla fine saremo tutti morti. È vero, ma la scelta di come vivere dipende solo da noi perché come insegna la “scienza della Kabbalah” tutto dipende dal passaggio volontario, in ciascuno di noi, dell’egoismo all’altruismo. Dall’Ego all’Altro e chissà per quanto tempo ancora dal sostegno dei suoi nemici.

fonte: Il Giornale

data: 9 settembre 2014

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