Categoria ‘Zibaldone’
Giovedì, 2 Febbraio, 2012
di Flavio Felice*
La differenza è di specie, oltre che di grado. La democrazia indica la rete istituzionale che consente il governo diffuso, poi quanto sia diffuso e in che modo sia diffuso dipende dalla specie democratica adottata. Il popolarismo è una specie di democrazia che fa leva sull’elemento poliarchico, sulla pluralità dei centri di potere e sul coordinamento dei centri d’interesse. Un coordinamento che è ottenuto attraverso gli strumenti della democrazia e dell’economia di mercato. E’ questa la grande differenza tra il popolarismo sturziano e il popolarismo corporativista di un certo mondo cattolico. Quest’ultimo tenta di risolvere il tema della coordinazione mediante istituzioni corporative (vedi CNEL) ed attribuiscono allo “Stato” la funzione di omogeneizzatore degli interessi e delle istanze sociali. In breve, valgono le parole di Luigi Sturzo: «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo». E’ chiaro che i principi che sorreggono l’idea democratica tipica della forma “popolare” sono i principi di poliarchia e di sussidiarietà. La sussidiarietà ci dice come articolare le istituzioni democratiche affinché la società assuma i caratteri poliarchici.
* Ordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense.
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Martedì, 18 Ottobre, 2011

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Martedì, 20 Settembre, 2011
di Flavio Felice*
Quanti “Sud” esistono nel mondo? Elementare…, tanti quanti sono i “Nord”. Il Nord è sinonimo di sviluppo, di ricchezza, di flessibilità e di dinamismo. Il “Sud” è percepito come sinonimo di pantano civile, di sottosviluppo, di rigidità e di diffusa malavita.
Per questa ed altre ragioni il “Sud” non è soltanto un’area geografica, anche se è un dato che le quote di “Sud” sono molto più diffuse in alcune aree del mondo piuttosto che in altre.
Se vale quanto detto per il “Sud”, deve valere la stessa logica per il “Nord”. Anch’esso non è soltanto un’area geografica, sebbene le quote di sviluppo e di civismo siano molto più diffuse in alcune aree rispetto ad altre. “Nord” e “Sud” assumono la fisionomia di un archetipo complesso della nostra società.
Accanto ovvero all’interno di realtà politiche, economiche e culturali degradate possiamo trovare significativi esempi di vita civile ad altissimo “capitale sociale”; così come in seno a realtà sociali considerate un esempio di efficienza civile, si possono riscontrare preoccupanti derive di profonda disumanità.
Le città del cosiddetto primo mondo: i “Nord”, sono sempre più popolate da una underclass figlia del “supersviluppo”; l’espressione underclass rappresenta la condizione in primo luogo esistenziale di tutti coloro che effettivamente sono “tagliati fuori” dal contesto civile.
ESISTENZA EQUILIBRATA
La loro non è un’emarginazione che nasce necessariamente dalla mancanza di beni materiali, bensì dipende da un vissuto nel quale gli elementi essenziali per un’esistenza equilibrata: il lavoro, la famiglia e la comunità, sono percepiti e vissuti in maniera distorta e perversa.
Ciò che caratterizza la loro vita non è tanto il fatto di non poter contare su un reddito sufficiente per vivere una vita dignitosa, quanto una sorta di disorganizzazione sociale, una povertà nelle relazioni sociali ed affettive, nonché l’incapacità di comportarsi in modo responsabile rispetto all’adozione di determinati valori.
Si tratta di una specie di egoismo sociale di tipo hobbesiano nel quale sono bandite fiducia e cooperazione, mentre l’egoismo e l’isolamento rappresentano la norma.
Sono questi solo alcuni dei temi affrontati da Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate, riprendendo il concetto di “supersviluppo” formulato da Giovanni Poalo II in Sollicitudo rei socialis (1987).
Avendo posto in questi termini il problema dello sviluppo, assumono rilevanza i concetti di “capitale umano” e del suo possibile corollario: il “capitale sociale”, nel quadro di un ordine interno ed internazionale che li promuova mediante il riconoscimento dei diritti inviolabili alla partecipazione politica, economica e culturale.
A tal proposito, può risultare di particolare interesse la riflessione dell’economista peruviano Hernando De Soto: Povertà e terrorismo.
L’altro sentiero (Rubbettino, 2007); Il mistero del capitale (Garzanti, 2000). De Soto si è prefisso lo scopo di esplorare la sorgente del capitale e di individuare le vie, o correggere le insufficienze, che caratterizzano i progetti atti a combattere la povertà.
La premessa concettuale evidenziata dal De Soto è che i beni vivono vite parallele: da un lato svolgono una funzione fisica (capitale morto): le case servono come dimora, dall’altro esprimono un valore seminale (capitale vivo): si può usare la propria casa come collaterale per prendere in prestito del denaro per finanziare un’impresa.
In tal modo, il capitale presenta una doppia dimensione: una fisica ed una generativa di plusvalore.
Dunque, la formalizzazione del diritto di proprietà, espressione caratterizzante la vicenda storica occidentale, ci consente di evidenziare non solo l’attività di un bene, ma anche la possibilità di essere combinato e suddiviso, sviluppando in tal modo il suo potenziale creativo. In definitiva, ci fa notare De Soto, il sistema formale dei diritti di proprietà è assimilabile ad una centrale idroelettrica: è lì dunque il luogo di nascita del capitale e la ragione per cui il capitalismo ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo.
Risulta molto interessante il modo in cui il nostro autore ha descritto il processo di formalizzazione dei diritti di proprietà posto in essere dalla neonata nazione degli Stati Uniti d’America, che soltanto 150 anni fa era un paese del Terzo Mondo, e che evidenzia il nesso esistente tra la legalizzazione della proprietà e la creazione di capitale vivo.
In seguito ad accurate ricerche sul campo, il nostro autore ha constatato che nelle Filippine, ma la situazione è ancora più grave in altri paesi del Terzo Mondo ed ex comunisti, il 57 per cento degli abitanti delle città ed il 67 per cento della popolazione rurale vivono in case alle quali non è collegato alcun diritto legale di proprietà e, di conseguenza, costituiscono capitale morto.
La tesi di de Soto è che i leader dei paesi del Terzo Mondo e dei paesi ex comunisti non hanno alcun bisogno di diventare clientes delle cancellerie occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali.
“sufficiente che essi comprendano che “nel mezzo dei loro quartieri e baraccopoli ci sono – se non ettari di diamanti – trilioni di dollari, già pronti per essere usati purché riusciranno a svelare il mistero di come le attività si trasformano in capitale vivo”.
SVILUPPO ECONOMICO
Così come l’acqua racchiusa in un lago ha bisogno della centrale idroelettrica per produrre energia fungibile, anche le attività umane hanno bisogno di un “sistema formale di diritti di proprietà” per produrre plusvalore in maniera significativa.
De Soto ha individuato sei effetti della proprietà che svelano il mistero del capitale: fissare il potenziale economico delle attività; integrare informazioni disperse in un unico sistema; rendere le persone responsabili; rendere le attività fungibili; collegare gli individui; tutelare le transazioni.
La proposta del nostro autore, allora, consiste nella formulazione di una concreta agenda di lavoro per avviare un “processo di capitalizzazione” che si traduca in una moderna legislazione sulla proprietà, facendo emergere dalla galassia dell’extralegale le attività di coloro che allo stato attuale, per il diritto, non esistono, in quanto è la legge che fissa il potenziale economico di un bene come dimensione autonoma, un “valore separato” dalle attività materiali e, di conseguenza, consente agli uomini di coglierne il potenziale produttivo: “E’ la legge che connette i beni patrimoniali in circuiti finanziari e d’investimento. Ed è la rappresentazione dei beni patrimoniali fissata in documenti legali della proprietà che dà ad essi il potere di creare plusvalore”.
Lo studio di De Soto, oltre a rappresentare un indispensabile strumento di lavoro in termini di public policy, è una preziosa provocazione che scuote il dibattito sull’effettivo potenziale del microcredito, sulla globalizzazione e sui modelli di sviluppo. Egli propone un’alternativa alle classiche “teorie della dipendenza” che tentano di spiegare la miseria di tutti i “Sud” del mondo a partire da un’idea di sviluppo come un gioco a somma zero, in cui la ricchezza è un dato da distribuire, piuttosto che un processo dinamico di pura creazione di valore.
Una tale concezione dello sviluppo viene limitata da un generico e, sempre in negativo, principio di “sostenibilità”: quando il numero degli uomini sulla terra diventa la cifra della sostenibilità, si coniano termini come “sovrappopolazione” e la barbarie politica, economica e culturale è vicina.
Riflettere sulla formalizzazione del diritto di proprietà privata a partire da un’idea di sviluppo dinamica rappresenta un’opera essenziale per tutti coloro che hanno seriamente a cuore la “promozione” di uno sviluppo stabile e duraturo in tutti “Sud” del mondo, a partire dal nostro Meridione.
Il Centro Studi Tocqueville-Acton, insieme agli amici del “Sudsidiario”, è impegnato nella ricerca accurata e creativa delle vie per elaborare policies orientate allo sviluppo duraturo, in base alle quali, alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, storicizzare – per usare le parole di Giovanni Paolo II – un autentico “capitalismo”, un’”economia d’impresa”, un’”economia di mercato” o, semplicemente, un’”economia libera” (Centesimus annus, n. 42). Ossia, come “sostenere” uno sviluppo economico intensivo, diffuso e duraturo, caratterizzato dall’accumulazione decentrata e diffusa del capitale (in tutte le sue dimensioni), dal ruolo delle organizzazioni sindacali impegnate affinché gli imprenditori perseguano il reinvestimento produttivo dei loro utili e dalla lotta ai monopoli (tanto pubblici quanto privati), favorendo la crescita della concorrenza all’interno di un chiaro quadro normativo.
*Professore ordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” alla Pontificia Università Lateranense
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Mercoledì, 3 Agosto, 2011
“E sempre la penuria d’idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell’affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell’investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. (…) questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d’Achille dei miraggi europei, (…) mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe (…) per far fronte ai problemi (…) che soffocano l’apertura di speranza (…)”.
fonte: Joaquìn Navarro-Valls la Repubblica
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Lunedì, 18 Luglio, 2011
“Solo dopo una quantità incalcolabile di fatiche, ignorate o perdute in apparenza, dopo che molti nobili cuori hanno ormai ceduto allo scoraggiamento, ….
solo allora la causa trionfa”.
Guizot (annotazione dal Diario di Alcide De Gasperi)
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Martedì, 5 Luglio, 2011
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Venerdì, 24 Giugno, 2011
di Flavio Felice*
In un articolo pubblicato su “Il Riformista” del 25 maggio 2011, Luciano Pellicani replica ad un articolo di Giuseppe Bedeschi che recensiva il suo libro: “Dalla Città sacra alla città secolare” (Rubbettino, 2011). Pellicani contesta l’interpretazione di Bedeschi, in forza della quale: “La storia ci dice che la prima grande teoria, espressa nel mondo moderno, dei diritti inviolabili e imprescrittibili della persona, è stata elaborata da un pensatore profondamente cristiano, John Locke”, e, nel contempo, ribadisce la sua tesi che liberalismo (come teoria delle istituzioni politiche) e cristianesimo sarebbero inconciliabili, concludendo che il riferimento alle radici cristiane del costituzionalismo americano sarebbe il frutto di un “grande fraintendimento”. È inutile dire che gli argomenti utilizzati da Pellicani sono forti e denotano una cultura e una conoscenza invidiabili, sebbene rilevino anche una mirata selezione delle fonti.
Altre fonti, non meno autorevoli, mostrano come sia impossibile spiegare la genesi e lo sviluppo della teoria politica liberale e della nazione americana al di fuori della tradizione cristiana, riducendo quella vicenda costituzionale al trionfo di un individualismo e di un volontarismo interpretati in senso ateistico.
Con particolare riferimento alla vicenda storica americana, è stato il gesuita e padre conciliare Murray a sostenere che, per un’inspiegabile ironia della storia, la tradizionale dottrina cattolica del diritto naturale è andata via via decadendo nelle nazioni europee, proprio mentre essa assumeva particolare vigore nella neonata Repubblica d’oltre Atlantico. È questa la regione per cui, anche per Tocqueville, la partecipazione dei cattolici all’esperimento americano è stata sin da subito ampia, libera e senza riserve. I contenuti di quell’esperimento, tanto sotto il profilo etico, quanto sotto il profilo dei principi politici, affondavano le proprie radici nella dottrina del diritto naturale: “we hold these truths”.
Di fronte ad interpretazioni così differenti, autorevoli e legittime di uno stesso fenomeno, invito Pellicani a porsi una domanda: in che modo secondo lui gli americani della prima generazione, quella dei Padri fondatori, interpretarono le proposizioni implicite ed esplicite presenti nella Dichiarazione d’indipendenza? Si leggano, ad esempio, i discorsi di George Washington, le lettere scritte da John Adams, Noah Webster, Samuel Adams e tantissimi altri, sui principi fondamentali sui quali poggia la Nazione. Si leggano, inoltre, la Dichiarazione dei diritti dello Stato della Virginia, le Costituzioni dei nuovi Commonwealths e degli Stati di Pennsylvania, Massachusetts, New Hampshire e altri ancora.
La lettura di questi testi mostra come, su molti temi, ritroviamo la tradizione biblica, gli insegnamenti degli antichi greci e romani sul carattere e sulla virtù, nonché la visione alto-medioevale della libertà e della coscienza, come elementi che affondano le proprie radici nella nozione tutta cristiana di persona umana.
Eh già! La persona umana. Pellicani giunge persino a negare che al centro della tradizione cristiana ci sia la nozione di “persona”; basti dire che “Il Compendio” di dottrina sociale della Chiesa lo innalza a principio primo. Credo che la ragione del fraintendimento – questo si di Pellicani – risieda tutto qui. Secondo la tradizione del liberalismo di ispirazione cattolica: Rosmini, Manzoni, Sturzo e altri, richiamata di recente da Benedetto XVI nella lettera inviata a Giorgio Napolitano il 17 marzo 2011, il liberalismo è tale in quanto elegge la persona come fine della vita associata. Si tratta di uno straordinario punto di incontro tra il liberalismo classico e la tradizione liberale di matrice cattolica. Un punto d’incontro sintetizzato dal seguente brano dell’economista tedesco Wilhelm Röpke: “il liberalismo non è […] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale”. Che poi talvolta i figli e nipoti non siano riconoscenti è tutto un altro discorso.
*Adjunct Fellow American Enterprise Institute – Washington DC
fonte: “Avvenire”, 8 giugno 2011
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Giovedì, 9 Giugno, 2011
“In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi. C’è un lavoro per tutti e un impiego per ciascuno. Ognuno al suo lavoro”.
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Lunedì, 25 Aprile, 2011
Ieri, Pasqua di Resurrezione, ho visto “Habemus Papam”. Non mi sono emozionato. Non mi sono divertito. Non ho imparato nulla. Film senza peso, eppur pesante. Si avvita sulle sue solite maniacalità. Che non risolverà mai più ormai. Data l’età. Stavolta se l’è presa con la Chiesa Cattolica. La prossima ridicolizzerà l’Olocausto dei nostri fratelli maggiori? Avrà conservato un barlume di senso del limite? A pochi minuti dall’inizio del film, il mio pensiero è andato ad Agata Apicella, la dolce mamma di Nanni morta a Roma nell’ottobre del 2010. E ho pensato: si emozionerebbe, si divertirebbe, imparerebbe qualcosa di nuovo Moretti vedendo un film sulla vita di sua madre, realizzato da un regista a lui avverso, un film tutto all’insegna, non di colta satira, ma della più scialba e caprina cifra della ridicolizzazione?
Un Amico mi ha scritto un sms: “La prossima volta, invece di andare al cinema, rileggi Plauto o il Ruzante…Cristo non è morto per la libertà d’informazione”.
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Lunedì, 14 Marzo, 2011

di Luca De Biase
Una volta, nel 1989, l’allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in tv». All’inizio degli anni Ottanta, l’Italia era stata l’ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l’oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l’imperinflazione. I socialisti erano solo all’inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell’”arco costituzionale”. I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell’immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.
Il mondo all’inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell’esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l’esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas. E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l’umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza. La ricostruzione dell’immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un’ineludibile bisogno.
fonte: blog.debiase.com
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