Categoria ‘Zibaldone’

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

Martedì, 6 Settembre, 2016

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di Salvatore Sfrecola*

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

*Presidente Sezione regionale di controllo per l’Umbria presso Corte dei Conti 

fonte: unsognoitaliano.it 

Tempa Rossa e notte nera dell’informazione

Venerdì, 8 Aprile, 2016

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di Giuseppe Mazzei*

Sui giornali e sugli schermi tv in questi giorni stiamo assistendo al solito calderone di notizie e non notizie mescolate in un rumore assordante che confonde le idee.

Girano parole pesanti mescolate a fatti e ipotesi, come in una borbottante pentola di fagioli: scandalo petroli, governo ostaggio delle lobby, corruzione, disastro ambientale, trivelle che spuntano dappertutto.

Un po’ di chiarezza aiuterebbe l’opinione pubblica a capire meglio. Ma chiedere chiarezza al giornalismo roboante è chiedere ad sordo di ascoltare. La parola d’ordine dominante del giornalismo italiano è : fare casino.

Cerchiamo di distinguere un po’.

C’è un problema vero e drammatico: qualcuno sta inquinando la Basilicata violando norme ambientali, truccando analisi, corrompendo chi dovrebbe controllare? La magistratura faccia presto luce su questi criminali e li condanni in modo pesante.

C’è un problema molto grave: qualcuno ha dato autorizzazioni e concessioni in cambio di assunzioni o di favori? I magistrati accertino e condannino senza pietà.

Ci sono poi problemi di galateo della democrazia e delle istituzioni: può un ministro occuparsi direttamente di decisioni che riguardano interessi di propri familiari, persone con cui ha legami affettivi o vincoli di altro genere?  Non può assolutamente. Se lo fa commette un grave errore. Il conflitto di interessi, anche se non è sanzionato, è comunque inammissibile.

Se poi il ministro oltre a seguire personalmente queste decisioni si adopera affinché esse vengano adottate nell’esclusivo o prevalente interesse delle persone a lei care, si possono profilare ipotesi di reato, al momento tutte da verificare.

Poi ci sono pseudo problemi.

1) Il governo decide di sbloccare opere pubbliche che ritiene strategiche: è una scelta politica, criticabile ovviamente, ma non è un reato.

2) Se questa scelta accoglie anche proposte di grandi aziende senza violare l’interesse pubblico, non è un reato.

3) Gruppi di interesse - definiti lobby - senza neanche conoscere il significato di questa parola passe-partout, dialogano con il governo: non è un reato, è la regola della democrazia.

4) Gruppi di interesse convincono rappresentanti del governo sulla validità delle loro richieste. Lo fanno senza promettere o dare denaro o altra utilità e senza che il governo ometta di fare il proprio dovere, senza che il governo ritardi di compiere il proprio dovere e senza che il governo faccia atti contrari al proprio dovere d’ufficio: non c’è nessun traffico di influenze illecite. E’ normale attività di rappresentanza di interessi nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni.

Un’ultima considerazione: giornalisti, opinionisti, politicanti e vocianti vari che oggi tuonano contro le lobby -senza sapere neanche di che parlano- sono gli stessi che non hanno mai voluto affrontare questo problema seriamente e che non hanno mai dato voce a coloro che da anni chiedono di regolamentare questa attività con rigore e trasparenza.

Lo dico con tutto il cuore: queste persone fanno male alla democrazia, tradiscono il proprio dovere di informare e di aiutare l’opinione pubblica a capire. Hanno un solo obbiettivo: confondere le idee per ottenere l’applauso di gente con le idee confuse.

*Presidente dell’Associazione Il Chiostro per la trasparenza della lobby 

fonte: pagina Facebook 

Lettera sull’Abruzzo scritta da Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti il 18 novembre 1971

Lunedì, 16 Giugno, 2014

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Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), - la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,

Ennio Flaiano

Presidente Renzi ancora, ancora, l’Italia deve tornare sul Don.

Mercoledì, 4 Giugno, 2014

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di Victor Ciuffa*

Proprio in questi giorni il fiume Don ci sta procurando una serie di preoccupazioni a causa della pretesa dell’Ucraina di staccarsi dall’alleanza con la Russia e di aderire all’Unione Europea, diventata ormai il «refugium peccatorum». Il rifugio di popolazioni che per oltre 70 anni di storia non hanno creato nulla, hanno vivacchiato protette da Stati e regimi autoritari mentre noi abbiamo lavorato sodo per tutta la vita e, grazie al lavoro e ai sacrifici, abbiamo, con gli altri Paesi dell’Europa Centrale, creato un’Eden, un Paradiso terrestre oggi invidiatoci ed agognato da tutto il Terzo Mondo. Tanto che dobbiamo continuare a caricarci sulle spalle tutto il peso non solo delle nostre nuove popolazioni via via abituatesi al benessere da noi creato ma al cui mantenimento non vogliono contribuire, pretendendo solo di avere diritti, tutti i diritti compreso quello di non lavorare, grazie alla protezione mafiosa più che all’assistenza di associazioni sindacali che li sfruttano ulteriormente, non gli fanno produrre nulla ma solo pretendere. Ricordiamo il Don, almeno quei pochi che lo ricordano, che significò per l’Italia e per gli italiani la più grande illusione e tragedia vissuta negli ultimi secoli a causa non tanto e non solo di politici inaccorti come Benito Mussolini, ma dei suoi sostenitori, del suo entourage di vigliacchi, buffoni e traditori, di gente che ad esempio, come Achille Starace, dopo aver obbligato gli italiani anche più sensati e di buon senso alle peggiori buffonate pubbliche, il giorno della caduta della Repubblica di Salò, mentre il suo Duce finiva fucilato e appeso a Piazzale Loreto, continuava a circolare per Milano ad allenarsi in quello che oggi è il cosiddetto footing. Non possiamo avere pietà per i gerarchi fascisti vittime di quella tragica stagione, non possiamo non approvare l’unico sistema messo in atto dagli italiani, cioè dai partigiani, di eliminare fisicamente una classe politica che aveva comandato e rubato per oltre vent’anni; non sarebbe stato possibile cambiare altrimenti la classe politica, come fecero i partigiani, talvolta a torto ma comunque quasi sempre a ragione. Altrimenti i gerarchi, i federali, i consoli della Milizia Volontaria Nazionale non sarebbero mai scomparsi, si sarebbero sempre riciclati, come è avvenuto alla caduta della prima Repubblica, a quella di Bettino Craxi e, attualmente, a quella di Silvio Berlusconi. Anche questo vittima, come Mussolini, della propria ingenuità, della propria convinzione di superiorità, e che si è circondato di mediocri, incapaci e traditori pronti ad abbandonarlo come è accaduto e tuttora accade; ma è anche vero che non ha fatto crescere persone intelligenti e preparate. Il Don fu la linea della sconfitta, del disonore totale per l’Esercito italiano e per tutta l’Italia, che aveva inviato ben 230 mila uomini a sostenere le forze tedesche contro la Russia perché Hitler aveva aiutato le forze italiane nella sfortunata campagna d’Africa. Tra pene, stenti immensi, neve, gelo, fango, acqua, offensive nemiche, lunghe marce a piedi, riuscirono a tornare solo 114.520 militari; Renato Moscatelli, un giovane di Monte Compatri più grande di me, trascorse 33 giorni su una tradotta militare per arrivare a Roma. E poi tutte le conseguenze della guerra perduta, di città bombardate, ferrovie, porti, aeroporti, industrie distrutte: povertà, fame, disoccupazione, cappotti fatti con coperte militari, abiti rivoltati, cioce ai piedi, palazzi sventrati, montagne di macerie. A Frascati bombardata l’8 settembre 1943, mi arrampicavo con una ragazzetta dietro lo scheletro della facciata di un palazzo rimasta in piedi dinanzi alla Cattedrale di San Pietro, e ascoltavo i discorsi della povera gente nella piazza illuminata da una sola, fioca lampadina elettrica. Nel bombardamento era rimasto sepolto in un rifugio, con tutta la famiglia, Mercanti, il mio compagno di banco, figlio d’un sarto. Eppure c’era una grande frenesia di lavorare, fare, sgombrare le macerie, ricostruire, produrre, inventare servizi necessari come i trasporti con le camionette, riparare ingegnosamente mezzi lasciati dagli americani, raccogliere cicche, estrarne il tabacco, ammucchiarlo su banchetti, venderlo per farne schifose sigarette con cartine. E che necessità c’è di enumerare ancora i grandi sacrifici fatti con entusiasmo, abnegazione e solidarierà umana negli anni successivi, subiti anche da noi studenti con impegno straordinario nello studio? In appena una dozzina di anni avevamo ricostruito l’Italia, realizzato grandi infrastrutture, portato l’industria pesante ai primi posti nel mondo. Che significa tutto questo discorso, questo ricordo? Che abbiamo dimenticato tutto. Che la tragedia del Don ripropostaci dalle pretese di due parti un tempo fra loro alleate ci riporta alla nostra italianità vera, esclusiva, ai caratteri e ai valori della nostra popolazione millenaria. C’è una grande crisi mondiale che dura da 5 o 6 anni? Dobbiamo fare sacrifici, dimenticare per un po’ il Paradiso terrestre, rimboccarci le maniche. Che ci ricorda il fiume Don? Gli immensi sacrifici dei nostri giovani, morti abbandonati nel gelo, la voglia di riprendere la vita, lavorare, rinunciare a privilegi, prebende, guadagni eccessivi. Non è più possibile che milioni di dipendenti pubblici protetti dai sindacati che li sfruttano assorbendo una parte cospicua dei loro guadagni senza arrecare loro, almeno ora, alcun miglioramento, continuino a beneficiare di questa situazione di arbitrio, corruzione, approfittamento, furto e rapina a danno dei veri, genuini, storici cittadini italiani. Bisogna interrompere la sequenza, fare un break, avviare una pausa. Basta aiuti a chi non ne ha bisogno, basta stipendi da nababbi e organizzazioni mafiose da Alì Babà e dai 4 milioni di ladroni. Bisogna tornare spiritualmente al Don, a quell’atmosfera, a quei valori. Pochi sopravvissuti ricordano quell’Italia, ma non è detto che i giovani, perché non hanno vissuto tanti sacrifici ma siano cresciuti nell’Eden, non capiscano e non vogliano sacrificarsi. Sono convinto che non aspettano altro che scagliarsi contro gli Alì Babà sparsi in tutte le pubbliche amministrazioni d’Italia, anche nella magistratura. Il presidente Renzi deve andare avanti, tagliare, ridurre, senza farsi impressionare da manovre, inganni, talk show che vanno di colpo aboliti perché diffondono malcostume, inganno, sotterfugi, truffe e tradimenti.

*Direttore Specchio Economico

fonte: specchioeconomico.com
 

“La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere”.

Giovedì, 22 Maggio, 2014

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di Davide Giacalone 

Gli italiani non sanno votare. A Silvio Berlusconi capita spesso di dare voce, in modo diretto e talora esagerato, a quel che molti pensano e non osano dire. Il leader di Forza Italia considera tale incapacità (addirittura retrodatandola al 1948, che è cosa singolare, dato che quel voto fu di segno opposto) come la propensione a disperdere il voto fra i piccoli partiti, senza consegnare la maggioranza a uno solo e, quindi, mettendolo in grado di governare. Ma eguale sfiducia, nelle capacità degli italiani, si trova in molte analisi e parole della sinistra, sempre pronta a sostenere che se non prende la maggioranza dei voti è perché gli elettori si sono fatti abbindolare da altri. Come se gli italiani fossero tutti minorenni, o minorati. Il lato interessante di questa teoria consiste nel fatto che è priva di fondamento. E’ falsa. E’ la classe dirigente, semmai, a essere incapace.

Non è vero che negli Stati Uniti esistono solo democratici e repubblicani. Più di una corsa alla Casa Bianca è stata determinata dalla presenza di altri candidati, fuori dai due partiti, che hanno “rubato” voti a chi altrimenti sarebbe stato eletto. In Gran Bretagna sia Margaret Thatcher che Tony Blair giunsero a prendere meno del 30% dei voti, quindi meno di quel che in Italia è insufficiente a potere governare da soli. E numerosi sono gli elettori inglesi che hanno votato per candidati indipendenti o partiti che non sono mai entrati in gara o si sono ritrovati con rappresentanze parlamentari striminzite (rispetto ai voti, non pochi). Nella stessa Germania i governi di coalizione, e talora (come oggi) di grande coalizione, quindi composti dagli avversari, sono la regola, perché è raro che gli elettori diano la maggioranza a uno solo. Per non dire della Francia, dove ripetutamente il presidente, eletto direttamente, s’è ritrovato senza maggioranza in Parlamento. E così via. Gli italiani, quindi, non sono più incapaci o meno avveduti di altri. E’ che da noi gli eletti, i partiti politici, le maggioranze parlamentari non sono riuscite a stabilizzare un sistema elettorale e istituzionale che, a parità di dispersione dei voti, restituisse la stabilità e la continuità che altrove è la regola. Ci sono diverse ragioni, per cui questo è accaduto, ma darne la colpa agli elettori è solo una scusa. Patetica.

La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere. E’ un tremore che si riproduce non solo in ambito parlamentare. Tale paura ha generato un vizio: pur di vincere si assemblano coalizioni che contengono i futuri traditori. O, se si vuol dirla in maniera diversa, in ciascuna coalizione si arruolano i rappresentanti degli interessi che dopo saranno contrapposti. Le ragioni storiche sono molteplici, non sto qui a ripeterle. La ragione politica è una: la maggioranza assoluta degli elettori italiani porta il proprio voto, a destra o a sinistra, a soggetti riformisti, ma questi sono incapaci di coalizzarsi fra loro per consolidare un sistema (magari presidenziale e maggioritario) capace di tirare fuori il Paese dall’immobilismo. Il tentativo è stato fatto più volte, ma è sempre abortito per egoismi e miopie. Oppure fanno accordi che nascono sotto stelle furbesche, miranti non a governare l’Italia, ma a far fuori i concorrenti.

Ora, se si sostiene che questa Italia politica è figlia legittima dell’Italia elettorale, divenendo a sua volta genitrice dell’inconcludenza istituzionale, si sostiene una tesi triste, ma veridica. Se, invece, si sostiene che avremmo una classe dirigente fantastica, ove solo gli elettori non fossero svagati, si sostiene una tesi onirica e tarocca. Per chi volesse togliersi il dubbio è sufficiente seguire il dibattito (ammesso che possa definirsi tale) sull’Unione europea e sull’euro, dove il propagandismo e la rozzezza fanno a gara a chi dice la bischerata più grossa. Con l’aggravante che al medesimo partecipano opinionisti e professori, anch’essi esibendo più sé medesimi che non i loro studi (ammesso ci siano). Poi guardi i sondaggi d’opinione e scopri che gli italiani sono più ragionevoli di tanti titoli strillati. No, direi che il problema non sono gli elettori, ma il fatto che si presenti loro una competizione fra idee e persone di trascurabile spessore.

data: 13 maggio 2014

fonte: davidegiacalone.it

“Abruzzo 2020 Sanità Sicura”

Martedì, 28 Gennaio, 2014

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di Gabriele Rossi*

In seguito al devastante terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito l’Abruzzo, anche lo Stato di Israele come molti governi nel mondo, hanno fatto pervenire la loro disponibilità all’aiuto per la ricostruzione de L’Aquila e dei paesi del cratere sismico. Gli israeliani apprezzarono in modo particolare la capacità del sistema sanitario regionale di rispondere alle innumerevoli emergenze della fase immediatamente successiva al terremoto e poi, nei mesi seguenti, all’assistenza alla popolazione nelle condizioni disagiate, soprattutto nei campi delle tendopoli, nonostante la Regione non fosse dotata di un documento ufficiale che regolamentasse la Rete di Emergenza-Urgenza, a distanza di circa vent’anni dall’emanazione del DPR 27 marzo 1992 “Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza” e a quasi dieci anni dalle “Linee Guida su formazione, aggiornamento e addestramento permanente del personale operante nel sistema di emergenza urgenza” pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 196 del 25 agosto 2003.
Il Commissario ad acta alla Sanità Gianni Chiodi, nel piano di risanamento dell’intero sistema, nello scorso febbraio ha emanato un Decreto per il riassetto della Rete di Emergenza-Urgenza del Sistema Sanitario Regionale. Il Decreto riscontra tra le criticità la “mancanza di un programma di formazione e aggiornamento omogeneo, diffuso a tutti gli operatori della rete di emergenza”. Pertanto, ha ritenuto opportuno pervenire ad un accordo tra Regione Abruzzo e Ministero della Sanità dello Stato di Israele per favorire la cooperazione in ambito sanitario a partire proprio dal campo delle emergenze sanitarie, cure intensive e traumi.
Il 1°giugno us, in seno all’Agenzia Sanitaria Regionale, si è insediato un Gruppo di lavoro formato da due docenti universitari delle facoltà di medicina degli atenei abruzzesi di L’Aquila e Chieti-Pescara, da quattro referenti dei direttori generali delle ASL della Regione e dal sottoscritto manager coordinatore di progetto, per l’elaborazione di un Programma di formazione triennale – a partire dal 2014 - che prevede corsi di formazione in Abruzzo e in Israele per gruppi selezionati di medici e infermieri del sistema abruzzese di emergenza-urgenza (DEA e 118) denominato “Abruzzo 2020 Sanità Sicura”, propedeutico ad un programma permanente, stabile e duraturo - in collaborazione con le facoltà di medicina delle università abruzzesi - come dalle linee di intervento del succitato Decreto sulla Rete di Emergenza-Urgenza.

L’Ambasciatore dello Stato di Israele in Italia SE Naor Gilom, è stato invitato dal Commissario e Presidente della Regione Gianni Chiodi a l’Aquila e, successivamente, il 15 luglio us a Pescara, per comunicare ufficialmente il comune intento di dare corso all’accordo di cooperazione in sanità.
La copertura finanziaria dell’intero Progetto “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” è a carico – equamente ripartita - delle quattro Aziende Sanitarie Locali, rispettivamente ASL1 Avezzano-L’Aquila-Sulmona, ASL2 Lanciano-Vasto-Chieti, ASL3 Pescara-Penne e ASL4 Teramo.

*Project Manager ”Abruzzo 2020 Sanità Sicura” 

Nuovo governo, apologia ratzingeriana del compromesso.

Sabato, 27 Aprile, 2013

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di Antonio Socci 

C’è un documento “rivoluzionario” che vale la pena rileggere oggi perché illumina l’attualità politica. Dovrebbero meditarlo tanto i sostenitori del nascente governo Letta, quanto i suoi rabbiosi oppositori.
E’ un formidabile elogio filosofico e teologico del compromesso come moralità della politica. Ed è una bocciatura senza appello di massimalismi, utopismi, fondamentalismi, ideologie e giacobinismi di tutte le epoche e le latitudini (che possono essere atei o religiosi, di sinistra come di destra).
Questo discorso – particolarmente prezioso in giorni nei quali si confonde, deprecandolo, il compromesso con l’inciucio - porta la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Fu pronunciato il 26 novembre 1981, durante una messa per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn.
Il testo è stato poi inserito nel libro “Chiesa, ecumenismo e politica” (edizioni paoline) col titolo “Aspetti biblici del tema fede e politica”.
Ratzinger iniziava spiegando che “lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana… questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale”.
Una simile affermazione
– che è tipicamente cristiana perché in epoca precristiana il potere tendeva a divinizzarsi, a porsi come assoluto – è la base della vera laicità. Perché afferma che non ci si deve aspettare la felicità e il Bene Assoluto dalla politica.
“La fede cristiana” aggiungeva il cardinale “ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione”.
Così la politica è chiamata al buon governo delle cose umane, secondo criteri di realismo, gradualismo e razionalità, nella direzione della libertà e della dignità umana.
Con la consapevole accettazione dell’imperfezione che caratterizza ogni realizzazione terrena.
Invece il desiderio di felicità o di Bene Assoluto che riempie il cuore umano è un desiderio infinito che la politica deve servire, ma che non può appagare.
Si deve cercare altrove.
Ogni volta che la politica è stata investita da un’attesa messianica di palingenesi, di purificazione, di redenzione, di liberazione, ha partorito ideologie e sistemi totalitari che – dopo aver promesso il paradiso in terra - hanno costruito inferni.
Infatti Ratzinger osservava – in quel discorso – che “quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore all’uomo, decade, insorge il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza”.
Essendo stato il cristianesimo a portare la laicizzazione dello Stato e della politica, poi, con la scristianizzazione, sono rispuntate le ideologie e i totalitarismi.
E tramontate le ideologie sistematiche e totalitarie del Novecento, un’analoga tentazione – di messianismo politico - continua a permanere oggi nei fondamentalismi, negli utopismi moralisti e giacobini, nei fanatismi manichei che vedono in una parte politica il Bene assoluto e nella parte avversa il Male assoluto.
Ratzinger ha un giudizio netto: “una simile politica, che fa del Regno di Dio un prodotto della politica… è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
E qui il cardinale sottolinea l’importanza della presenza dei cristiani per proteggere la laicità dello stato dai fanatismi, dai messianismi politici.
Dice: “la fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana… il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. La rinuncia alle speranze mitiche propria della società non tirannica non è rassegnazione, ma lealtà che mantiene l’uomo nella speranza”.
A questo punto Ratzinger introduce un tema che illumina l’attualità. Oggi infatti in Italia sono sostanzialmente tre politici cattolici, cioè Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro a condurre in porto questa svolta che – se ha successo – può farci uscire dalla guerra civile permanente e portare a una pacificazione storica, a una stagione di ragionevolezza, realismo, bene comune e prosperità.
E anche a un salutare rinnovamento generazionale.
Sono tre giovani politici dai percorsi diversi, ma accomunati dalla fede cattolica e politicamente da un’originaria ispirazione degasperiana.
Anche nel dopoguerra del resto fu la classe politica cattolica, guidata da De Gasperi, a portarci fuori dall’incubo delle ideologie totalitarie e dei loro miti che avevano provocato rovine.
Perché tanto ieri che oggi proprio dei politici cattolici hanno questa funzione storica?
Ratzinger spiega: “Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”.
Ed ecco la splendida apologia ratzingeriana della razionalità e del compromesso:
“Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Ratzinger conclude:
“Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.
Sono considerazioni autorevoli da prendere come bussola. Oggi che, ancora una volta nella storia di questo Paese, proprio dei politici cattolici stanno provando a “smilitarizzare” la politica, a sminarla dai fondamentalismi, a laicizzarla, a mostrare che il compromesso (se non viene svilito) ha una profonda moralità.
Come nel dopoguerra, si trovano a fianco i riformisti, i liberali e i socialisti. Tutti deprecati dai massimalisti.
E’ il caso di portare a compimento questa svolta con un certo orgoglio, non “alla vergognosa”, se conveniamo – con Ratzinger – che è davvero morale il realismo della razionalità e del compromesso, non l’utopismo, né il giacobinismo, né il massimalismo, né l’integralismo.
Dietro alle tentazioni ideologiche che, nelle diverse forme, hanno bisogno del Nemico e pretendono di mettere sulla scena della politica lo scontro fra il Bene Assoluto e il Male assoluto, sta sempre una forma di gnosticismo, come ha spiegato un grande filosofo, Erich Voegelin, autore del “Mito del mondo nuovo”.
Il cristianesimo ci libera da questo pericolo sempre incombente. Ma – ovviamente – “ciò non significa” conclude Ratzinger “che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio”.
Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l’orizzonte e l’ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata.
Se non diventa un compromesso al ribasso. Se i protagonisti saranno capaci di far fronte alla grandezza della responsabilità.

fonte:  “Libero”, 27 aprile 2013

In Italia è finito il gioco delle sedie

Martedì, 9 Aprile, 2013

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Ho come la sensazione che in Italia è finito il gioco delle sedie. Il gioco in cui le varie parti politiche fanno a scambio di ruoli. E nessuno si assume veramente la responsabilità di governare il Paese.

Costituzionalmente incapaci

Martedì, 5 Febbraio, 2013

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di Davide Giacalone

Tutti a dire che la campagna elettorale è divenuta il festival della promessa a vanvera. Osservazione ovvia, ma non acuta. Perché perde di vista la ragione dell’andazzo. In tutte le democrazie del mondo la campagna elettorale spinge a toni da imbonitori. E’ naturale. Il candidato repubblicano, negli Stati Uniti, ha fatto la campagna per le primarie interpretando una posizione estremista, salvo correggerla nella corsa effettiva alla Casa Bianca, per conquistare l’elettorato intermedio. Vale a dire quegli elettori che, nelle democrazie funzionanti, risultano decisivi. Il nostro guaio è un altro: visto che nessun vincitore governa da solo, visto che chi prende più voti non conquista più potere, va a finire che ciascuno si ripresenta non rispondendo veramente delle promesse non mantenute, annettendo il tradimento non alla propria inaffidabilità, ma al non avere la possibilità di fare quel che aveva promesso. Da qui una degenerazione ulteriore: a ogni campagna si alza il tiro, sapendo che non se ne risponderà.
Sul terreno fiscale, come al solito, Silvio Berlusconi svolge il ruolo della lepre nelle corse dei cani, lanciandosi in avanti e cercando di non farsi raggiungere. Ma i principali competitori gli vanno dietro, latrando per l’ingiusto vantaggio dato da tale condotta. Mario Monti sostiene il contrario di quel che ha fatto, supponendo che possa bastare il dire: prima ho fatto pagare perché c’era il pericolo del default, ma ora sono pronto ad abbassare le tasse, perché i nostri conti sono splendidamente in ordine. Bubbole, ovviamente. Pier Luigi Bersani ha predicato a lungo la patrimoniale, che non solo è sparita, ma ha lasciato spazio a non meglio precisati sgravi fiscali per quanti “hanno già pagato”. Tutti, abbiamo già pagato, compresa la patrimoniale, che si chiama Imu (e non solo, perché anche della tassa sulla spazzatura hanno fatto una patrimoniale). Quanto sia fasullo un tale confronto lo si evince da due cose: a. non mettono i numeri di sgravi e coperture; b. non mettono i numeri e i settori per i tagli alla spesa pubblica. Senza questi secondi resta solo il gargarismo elettoralistico.
Sappiamo tutti benissimo che la vittoria della sinistra (probabile alla Camera) non prelude ad un governo stabile, perché inficiata da debolezze istituzionali e disomogeneità politiche. Sappiamo che tali disomogeneità ci sono anche nella destra, la cui vittoria, del resto, non è all’ordine del giorno. E sappiamo che le alleanze con i centri (plurale) montiani sarà occasione di ulteriori confusioni. Ammesso che restino uniti, quei centri, cosa sulla quale non scommetterei. E’ tale diffusa consapevolezza che fa crescere i voti grillini. O qualcuno pensa che gli italiani siano impazziti e si lascino abbindolare da uno che mitraglia fesserie?
La debolezza culturale delle proposte politiche maggiori, intendendosi per tali quelle che sono effettivamente candidate a vincere e governare, consiste nel non dire una parola sul nodo dal quale non si può prescindere: occorre cambiare la Costituzione, avere un governo governante, dotato di poteri veri, per poi legare a quella riforma il cambiamento del sistema elettorale, talché contenga non un orribile premio alla maggioranza, ma incorpori un vantaggio per la governabilità (come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania, che sono sistemi diversissimi, ma tutti coerenti con il quadro istituzionale, al contrario che da noi). Chi avesse lucidità e coraggio per sostenere tale tesi dovrebbe aggiungere: mi candido a fare queste cose e se non ci riesco torno davanti agli elettori, se ci riesco, d’altronde, ci torno comunque, per tenere a battesimo la terza Repubblica. Ed è su questa idea forza che dovrebbe offrire il dialogo agli odierni concorrenti, nella consapevolezza di essere legati da sorte comune. E comunemente condannati dal crescere dei voti di vendetta, oggi coagulati attorno a un comico.
E’ il vuoto sul terreno istituzionale a dovere inquietare. E’ il silenzio sulla Costituzione, continuamente sfregiata, a dovere indignare. Non il vociare piazzista dei vari baracconi. Non sono le promesse a offendere l’intelligenza comune, ma la preventiva rassegnazione a che rimangono tali. Ciò deprime la vita collettiva.

fonte: davidegiacalone.it

Se la «democrazia sospesa» rischia di diventare la regola.

Venerdì, 23 Novembre, 2012

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di Piero Ostellino

Che ci si affidi alla logica aristotelica, ovvero al senso comune, è difficile capire come possano conciliarsi la denuncia della «pressione fiscale al limite dell’intollerabilità», la proposta di una «patrimoniale di Stato» che riduca le dimensioni della sfera pubblica e l’idea di una lista, alle elezioni del 2013, capeggiata da Monti, che dell’intollerabile pressione fiscale è responsabile. Eppure, a giudicare dalle parole pronunciate all’atto della costituzione del movimento per la Terza Repubblica, sembra che tale conciliazione sia proprio il programma dei nuovi centristi.

Dicono di voler preservare l’«agenda Monti». Ma due buone indicazioni - una in senso liberale; l’altra del rigore politico-amministrativo - già ci sono all’articolo 81 della Costituzione. Che, al terzo comma, recita: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese»; e al quarto: «Ogni altra legge che importi nuovi o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Se si sostiene di voler associare liberalismo e «montismo» si prospetta un’operazione trasformistica. Che farebbe torto allo stesso Monti - la cui cultura, le cui parole e le cui azioni, come capo del governo, che piacciano o no, hanno almeno il pregio di ispirarsi a una logica dirigista di marca europea - e finirebbe col lasciare le cose come stanno, se non a peggiorarle. Da un lato, fa dunque bene Monti a non impegnarsi politicamente, tanto meno a candidarsi elettoralmente, e a voler restare (formalmente) «un tecnico». Dall’altro, Monti sbaglia a dire di non garantire per l’Italia dopo le elezioni del 2013, lasciando immaginare, così, una quarta soluzione.

Tira un’«arietta», che non prelude al totalitarismo politico, ma soffia per lo spegnimento della democrazia. Lo Stato di polizia fiscale - introdotto dal centrodestra, proseguito col centrosinistra, accentuato dal governo dei tecnici - pare il preludio, sia pure ancora nel rispetto delle forme politiche della democrazia rappresentativa, di certi metodi cari ai totalitarismi del Ventesimo secolo.

Lo scenario di un Monti-bis, quale ne sia la realizzazione pratica, getta sulla democrazia l’ombra lunga di un «salazarismo permanente» che contraddice anche il carattere «temporaneo» che dovrebbe avere il governo tecnico voluto e inventato dal presidente della Repubblica per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. La «sospensione della democrazia» - come è stato definito il governo tecnico - dovrebbe essere l’eccezione, non diventare regola. Ma resta da chiedersi perché una parte della politica ci pensi, i grandi media l’approvino e l’opinione pubblica la ritenga persino auspicabile.

Per una parte della politica, sarebbe un modo - al riparo dello schermo di Monti capo del governo - di aggirare l’esito delle elezioni comunque vadano; che molti temono di perdere, sia a vantaggio di un esito populista, sia a causa di una riproposizione del massiccio astensionismo già accusato in Sicilia. Un modo di evitare di farsi carico del sostegno dato alle misure fiscali depressive dello stesso Monti. I media riflettono l’aspirazione, elitaria, moralistica e anti-democratica tipicamente tardo-azionista, a un improbabile «governo degli onesti» sui fautori del quale Croce aveva esercitato il suo sarcasmo nei Frammenti di etica . La convinzione che ha ispirato l’anti-berlusconismo - come opposizione a una (supposta) vocazione tirannica del Cavaliere, mentre era inadeguatezza a rappresentare gli interessi del ceto medio e incapacità di fare le riforme - è la stessa che aveva indotto il giovane liberale Piero Gobetti a definire il fascismo «l’autobiografia di una nazione», ignorando che non solo l’Italia, ma persino l’Europa democratica e liberale aveva identificato nei totalitarismi una (contingente) occasione di ordine dopo la Prima guerra mondiale.

L’opinione pubblica - ed è questo l’aspetto più preoccupante della (relativa) popolarità di Monti - reagisce ai provvedimenti del governo come fa nei sistemi totalitari, dove non è sempre prevalente la coercizione a imporre i comportamenti della popolazione, bensì è più spesso il fatto che i cittadini sono mantenuti nell’ignoranza dei problemi sul tappeto. Si chiama meccanismo delle «reazioni previste», all’opera in certe tribù primitive della Nuova Guinea. Qui, le donne non partecipavano ai processi decisionali della tribù non perché ne fossero istituzionalmente escluse, ma perché, non abitando nel perimetro dei maschi, erano all’oscuro della circolazione delle informazioni che riguardavano la vita (pubblica) della tribù e, quindi, non erano in condizione di partecipare alle decisioni che riguardavano la vita della collettività.

L’Italia è una democrazia molto imperfetta, ma non è (ancora) un Paese istituzionalmente totalitario. Del giornalismo dei regimi totalitari gran parte del suo sistema informativo è, però, simile; e analoghi ne sono gli effetti. Non si può dire che l’Italia - sotto il profilo della funzione dei suoi media teorizzata da Tocqueville nella Democrazia in America - sia un Paese autenticamente democratico-liberale. La regola pare sia piuttosto quella di ignorare e/o tenere nascosto il «nesso causale» fra i provvedimenti dei governi e gli effetti che essi hanno sulle libertà, i diritti e la vita dei cittadini. Gli italiani non sono geneticamente inclini al totalitarismo come credeva Gobetti. Hanno, storicamente, la tendenza ad esserlo la loro classe dirigente e i loro media.

fonte: Corriere.it

data: 21 novembre 2012  

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