Categoria ‘Zibaldone’

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

Martedì, 6 Settembre, 2016

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di Salvatore Sfrecola*

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

*Presidente Sezione regionale di controllo per l’Umbria presso Corte dei Conti 

fonte: unsognoitaliano.it 

Tempa Rossa e notte nera dell’informazione

Venerdì, 8 Aprile, 2016

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di Giuseppe Mazzei*

Sui giornali e sugli schermi tv in questi giorni stiamo assistendo al solito calderone di notizie e non notizie mescolate in un rumore assordante che confonde le idee.

Girano parole pesanti mescolate a fatti e ipotesi, come in una borbottante pentola di fagioli: scandalo petroli, governo ostaggio delle lobby, corruzione, disastro ambientale, trivelle che spuntano dappertutto.

Un po’ di chiarezza aiuterebbe l’opinione pubblica a capire meglio. Ma chiedere chiarezza al giornalismo roboante è chiedere ad sordo di ascoltare. La parola d’ordine dominante del giornalismo italiano è : fare casino.

Cerchiamo di distinguere un po’.

C’è un problema vero e drammatico: qualcuno sta inquinando la Basilicata violando norme ambientali, truccando analisi, corrompendo chi dovrebbe controllare? La magistratura faccia presto luce su questi criminali e li condanni in modo pesante.

C’è un problema molto grave: qualcuno ha dato autorizzazioni e concessioni in cambio di assunzioni o di favori? I magistrati accertino e condannino senza pietà.

Ci sono poi problemi di galateo della democrazia e delle istituzioni: può un ministro occuparsi direttamente di decisioni che riguardano interessi di propri familiari, persone con cui ha legami affettivi o vincoli di altro genere?  Non può assolutamente. Se lo fa commette un grave errore. Il conflitto di interessi, anche se non è sanzionato, è comunque inammissibile.

Se poi il ministro oltre a seguire personalmente queste decisioni si adopera affinché esse vengano adottate nell’esclusivo o prevalente interesse delle persone a lei care, si possono profilare ipotesi di reato, al momento tutte da verificare.

Poi ci sono pseudo problemi.

1) Il governo decide di sbloccare opere pubbliche che ritiene strategiche: è una scelta politica, criticabile ovviamente, ma non è un reato.

2) Se questa scelta accoglie anche proposte di grandi aziende senza violare l’interesse pubblico, non è un reato.

3) Gruppi di interesse - definiti lobby - senza neanche conoscere il significato di questa parola passe-partout, dialogano con il governo: non è un reato, è la regola della democrazia.

4) Gruppi di interesse convincono rappresentanti del governo sulla validità delle loro richieste. Lo fanno senza promettere o dare denaro o altra utilità e senza che il governo ometta di fare il proprio dovere, senza che il governo ritardi di compiere il proprio dovere e senza che il governo faccia atti contrari al proprio dovere d’ufficio: non c’è nessun traffico di influenze illecite. E’ normale attività di rappresentanza di interessi nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni.

Un’ultima considerazione: giornalisti, opinionisti, politicanti e vocianti vari che oggi tuonano contro le lobby -senza sapere neanche di che parlano- sono gli stessi che non hanno mai voluto affrontare questo problema seriamente e che non hanno mai dato voce a coloro che da anni chiedono di regolamentare questa attività con rigore e trasparenza.

Lo dico con tutto il cuore: queste persone fanno male alla democrazia, tradiscono il proprio dovere di informare e di aiutare l’opinione pubblica a capire. Hanno un solo obbiettivo: confondere le idee per ottenere l’applauso di gente con le idee confuse.

*Presidente dell’Associazione Il Chiostro per la trasparenza della lobby 

fonte: pagina Facebook 

Abruzzo, Reti Sanitarie solo sulla carta?

Giovedì, 26 Novembre, 2015

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LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “IL CENTRO” MAURO TEDESCHINI CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Pescara, 25 novembre 2015

Caro direttore, nel corso del primo convegno regionale “Abruzzo 2020 Sanità Sicura a vent’anni dall’istituzione del 118 in Abruzzo” svoltosi nei giorni scorsi a Montesilvano, è emersa dai sanitari abruzzesi una contrapposizione tra sanità sulla carta e sanità reale contraddistinta dall’assenza di reti – elementi fondanti di un autentico sistema - tra unità operative diffuse negli ospedali dell’intera regione. Una unità operativa semplice o complessa, può essere di eccellente valore, riconosciuto anche in benchmark nazionali. Ma se resta ‘unità’ ed entra in reti solo sulla carta dei documenti di direzioni e agenzie sanitarie regionali, farà fatica a lavorare bene, aumenterà per i medici il rischio di contenziosi, diminuirà la sicurezza di pazienti e malcapitati, come si dice nel gergo della medicina di emergenza-urgenza.

I medici e gli infermieri abruzzesi manifestano un bisogno vitale di lavorare in reti. E la realtà, che spesso rischia di diventare purtroppo cronaca di malasanità, è il giudice inesorabile della carta. Senza reti non si dà un Sistema Sanitario. Le reti garantiscono la continuità delle cure, la presa in carico globale del paziente, l’omogeneità della cura su tutto il territorio regionale attraverso l’integrazione tra le diverse organizzazioni – strutture, il ricorso ai centri di riferimento solo se necessario e il governo dei percorsi sanitari in una rigorosa linea di appropriatezza degli interventi e di sostenibilità economica. E’ voce di popolo tra i numerosi sanitari intervenuti al convegno da tutto l’Abruzzo, che Reti e Sistema sono ancora un libro dei sogni nella nostra regione, nonostante se ne scrive nitidamente come fosse realtà sui documenti più importanti della burocrazia sanitaria regionale. Reti e Sistema che forse diventeranno realtà nel lungo periodo quando – come diceva Keynes – saremo tutti morti? Resta il dubbio se l’amministrazione pubblica gioca a controllare il caos o ha il coraggio di prendere decisioni per governare un sistema ordinato ed efficiente.

Gabriele Rossi

Direttore “Abruzzo 2020 Sanità Sicura Cooperazione Sociosanitaria Italia-Israele”

“Commissario alla Sanità abruzzese D’Alfonso non dimentichi l’importanza del 118″

Sabato, 10 Ottobre, 2015

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LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “IL CENTRO” MAURO TEDESCHINI CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Pescara, 9 ottobre 2015

Caro Direttore Mauro Tedeschini,

le scrivo con la certezza di interpretare i sentimenti di centinaia di sanitari medici e infermieri del 118, dei pronto soccorso e delle rianimazioni di tutto l’Abruzzo. Persone eccellenti che ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, salvano vite umane di tanti abruzzesi e – soprattutto in caso di politrauma – riducono i rischi di invalidità permanente. Da oltre due anni asl abruzzesi e università di L’Aquila e Chieti hanno attivato – con l’aiuto degli amici israeliani -  un processo virtuoso che mira a realizzare quello che i nostri medici e infermieri considerano importantissimo per ridurre i rischi e aumentare la sicurezza per loro e per i pazienti: un programma di formazione permanente qui in Abruzzo, omogeneo tra tutti i territori.

Da oltre un anno, in qualità di manager del programma di formazione, ho chiesto al commissario alla sanità Luciano D’Alfonso di spendere almeno una parola per i sanitari dell’emergenza abruzzese. Non per me. La mia persona conta niente.  Con la morte nel cuore, devo costatare che pur essendo arrivati alla vigilia del 1° Convegno Regionale “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” nel ventennale del 118 abruzzese, il silenzio del presidente D’Alfonso continua ad essere silenzio di tomba.  La ringrazio in anticipo se con il giornale che dirige vorrà contribuire a rompere quel silenzio anche attraverso la sana pressione della pubblica opinione.

Distinti saluti,

Dott. Gabriele ROSSI

Direttore “Abruzzo 2020 Sanità Sicura Cooperazione Sociosanitaria Italia Israele”

I punti deboli del sistema di emergenza-urgenza

Lunedì, 13 Aprile, 2015

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Dalla richiesta di aiuto urgente al 118, alla Centrale operativa che risponde e attiva (in base alle condizioni del paziente) l’intervento delle ambulanze, fino al trasporto al Pronto soccorso e all’eventuale ricovero in reparto per garantire le cure giuste. Il sistema dell’emergenza-urgenza rappresenta la prima risposta alla persona che ha bisogno di assistenza immediata. Ma è un sistema «in sofferenza», con reti territoriali non sempre organizzate o che non dialogano tra loro e Pronto soccorso sovraffollati e vicini al collasso. Sembrano dimostrarlo recenti tragiche vicende. Lo ha denunciato nei giorni scorsi, nel corso di un’audizione alla Commissione igiene e sanità del Senato, la Fimeuc, Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e delle catastrofi, che ha consegnato ai parlamentari un «Manifesto» con alcune proposte per superare le criticità.

Ma quali sono le carenze del sistema?

«A mancare è innanzitutto una reale integrazione tra 118 e professionisti che lavorano dentro i Pronto soccorso - premette Adelina Ricciardelli, presidente di Fimeuc -. Sono ancora pochi, a macchia di leopardo sul territorio nazionale, i Dipartimenti di emergenza unici, cui afferiscono mezzi di soccorso, centrali operative 118, punti di Primo intervento, servizi di Pronto soccorso, servizi di Osservazione breve. Laddove esistono, consentono, per esempio, la rotazione del personale sulle varie articolazioni, col medico dell’emergenza che oggi lavora in Pronto soccorso, domani soccorre i pazienti su un’autoambulanza. Il che facilita anche la condivisione di percorsi diagnostico-terapeutici».«Per ogni tipo di patologia, infatti - continua Ricciardelli - bisogna sapere esattamente che cosa fare e a chi rivolgersi in tutte le fasi, dal trasporto in massima sicurezza alla stabilizzazione del paziente che, se peggiora lungo il viaggio, va portato, indipendentemente dalla disponibilità del posto letto, al Pronto soccorso più vicino per preservare le funzioni vitali». Insomma, una visione dell’emergenza a 360 gradi, che però non sempre è la regola. «Se passi avanti sono stati fatti un po’ ovunque per i traumi, l’ictus, l’infarto, con la costituzione di reti specifiche, capita ancora in alcune realtà che, una volta soccorso il paziente a casa, ci si limiti a trasportarlo al Pronto soccorso, indipendentemente dalle esigenze delle specifiche condizioni - sottolinea la presidente di Fimeuc -. Occorrono provvedimenti a livello nazionale in tema di formazione specifica, comune e articolata nei vari ambiti dell’emergenza, per molto tempo orfana di una scuola di specializzazione, partita solo nel 2009».

Ma come funzionano i diversi anelli della catena del soccorso?

«Esistono protocolli standard per gli operatori delle centrali operative del 118 che ricevono e gestiscono la richiesta telefonica di soccorso - risponde Ricciardelli -. Attraverso un’intervista strutturata di qualche minuto, attribuiscono un codice colore di gravità (rosso, giallo, verde), cioè un livello di priorità d’intervento, mandando sul posto mezzo ed equipaggio più idonei».«In Liguria, per esempio, si usa il sistema Mpds-Medical Priority Dispatch System, già adottato in diversi Paesi e che ora comincia a diffondersi nel nostro - aggiunge Francesco Bermano, presidente della Sis-Società italiana sistema 118 -. L’intervista, che dura al massimo un minuto e mezzo, risponde ai criteri dell’International Academies of Emergency Dispatch per assicurare il soccorso più appropriato e tempestivo in qualsiasi tipo di emergenza, eliminando interpretazioni personali dei sintomi descritti al telefono». Carenze anche gravi, invece, si riscontrano sulle dotazioni dei mezzi di soccorso. «Ci sono, per esempio in Campania, ambulanze prive di defibrillatore o di elettrocardiografo anche se c’è il medico a bordo - riferisce la presidente di Fimeuc -. E in alcune zone del Paese ci sono addirittura due medici a bordo del mezzo di soccorso, mentre in altre neppure uno anche quando servirebbe. Insomma: una babele».

Ma chi decide e chi controlla se un mezzo di trasporto è adatto, se ha le dotazioni necessarie, se il personale è idoneo?

«I requisiti minimi per strutture, tecnologie, organizzazione, personale, sono stabiliti e verificati da ciascuna Regione in assoluta autonomia - dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe-Gruppo italiano medicina basata sulle evidenze». Oggi, tra gli indicatori per verificare l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza per l’area dell’emergenza c’è solo il tempo intercorso tra l’allarme e l’arrivo dei soccorsi sul posto, che non dovrebbe superare i 18 minuti. «Nemmeno questo, però - dice Ricciardelli - è sempre rispettato in tutte le Regioni, come risulta dall’ultimo rapporto del ministero della Salute su dati 2012».

«E se su un territorio si chiudono i Pronto soccorso - interviene Bermano - è necessario garantire l’efficacia dei trasporti con mezzi attrezzati e personale preparato, sia in caso di emergenze tempo-dipendente (quando il tempo è fondamentale per salvare la vita o per la riuscita dell’intervento), sia quando occorrono tempi lunghi per raggiungere il Pronto soccorso di riferimento».

Ma perché non trasportare il paziente sempre al Pronto soccorso più vicino?

«Non sempre è il più idoneo a garantire le cure appropriate - risponde Ricciardelli - . Se, per esempio, il paziente ha un’emorragia e deve essere operato, si perde tempo prezioso se lo si trasporta in un ospedale non attrezzato per fare un intervento chirurgico urgente».

Fonte:Corriere della sera 1° marzo 2015 

“Straw man argument” o “Straw man fallacy”.

Mercoledì, 7 Gennaio, 2015

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Che cos’è lo “straw man argument” ( o “straw man fallacy”)  andrebbe spiegato ogni giorno perché gli Americani gli hanno dato un nome che da noi non c’è, e perché è un elemento centrale degli inganni dialettici contemporanei, nella politica e nel discorso quotidiano (che inganni ne conoscono moltissimi, ci vorrebbe un buon manuale).

Uno “straw man argument” è una tesi che una parte in una discussione attribuisce all’altra parte, malgrado quest’ultima non l’abbia sostenuta: la tesi è una forzatura volutamente e palesemente assurda, sciocca o falsa, in modo da essere facilmente contraddetta. Esempio: io dico che bisogna abolire la caccia e tu mi rispondi che sono un pazzo perché se i bambini non mangiano mai carne non crescono sani. Io non ho mai sostenuto che i bambini non debbano mangiare la carne, ma tu mi hai attribuito questa opinione e io ora dovrò affannarmi a dire che non è vero, ripartendo da un passo indietro.

Questo trucco è abusatissimo, come dicevo e come avrete presente, e funziona sempre: costringe l’ingannato a una smentita che suona sempre debole, o irritata (e lì parte un altro trucco da bambini: “ah, ti irriti, allora è vero!”).

Che gli abbiano dato un nome è una cosa buona perché permette, una volta che sia noto e condiviso, di definirlo e smontarlo immediatamente: “straw man!“.

fonte: wittgenstein

leggi anche The 25 rules of disinformation

fonte: costanzamiriano.com

Israele: quello che la stampa non dice

Lunedì, 22 Settembre, 2014

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di Dan Segre

La commissione parlamentare – creata a Gerusalemme per analizzare le cause e la condotta dei vari responsabili della guerra di Gaza – ha incominciato, come doveroso in ogni libera democrazia, a fare il suo lavoro. In concomitanza, una tregua raggiunta con l’apporto dell’Egitto ha fatto scoppiare sui media locali e esteri la guerra delle chiacchiere, accompagnate dalle solite previsioni per il futuro: chi sarà il prossimo primo ministro? Netanyahu ha annunciato la sua volontà di ripresentarsi: anche se le prossime elezioni sono previste fra due anni, si è già candidato e, come ovvio, vincerà o perderà. La giostra delle inutili speculazione è incominciata, mentre la stampa sembra ignorare tre questioni fondamentali:

La prima chi sarà vivo o morto domani mattina. Mi ricordo che nel 1969 fui invitato ad assistere ad un dibattito fra i massimi esperti del Medio Oriente e dell’Egitto con Nasser dopo che era stato battuto, ma popolarmente rimesso al suo posto dala guerra del 1967. La riunione si teneva nel piccolo anfiteatro dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Fu un tripudio di idee, ipotesi, indagini sociologiche, ecc. Sino al momento in cui un noto professore di Harvard intervenne con questa semplice domanda: e se Nasser morisse? Uno scoppio di ilarità accolse l’ipotesi, specie da parte dei generali e diplomatici. (Come nella risposta di Laplace a Napoleone che gli chiedeva dove mettesse Dio: “ Non è un’ipotesi che mi interessa”). Nasser morì poco tempo dopo e la sua scomparsa cambiò il corso degli avvenimenti nel Medio Oriente.

La seconda questione, qualunque cosa ne pensino gli esperti, riguarda Hamas. Non essendo uno stato ma un movimento di Resistenza, sopravvivere significa vincere.

La terza questione, storicamente e socialmente inspiegabile, sino a quando arabi, palestinesi, antisemiti, liberali di sinistra, continueranno “costituzionalmente” e praticamente a voler distruggere lo stato di Israele opereranno per il suo rafforzamento, sviluppo e successo (per lo meno militare e socioeconomico). Ci è stato solo uomo che comprese questo paradosso. In un discorso tenuto nel 1964 dal tunisino Habib Bourguiba, davanti ai profughi palestinesi a Gerico, disse “Se volete distruggere Israele, fate pace con lui”. L’indomani l’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche. Il resto è storia e commenti.

La guerra d’Indipendenza di Israele ne ha permesso la sopravvivenza fisica. Fu vinta da una popolazione ideologicamente impegnata, con solide strutture pre statali e una percentuale di vittime ( parte reduci dai campi di sterminio) in 18 mesi pari a 5 anni delle perdite della Francia nel primo conflitto mondiale. Poi ci fu la cacciata degli ebrei dai paesi arabi che rinforzò demograficamente Israele (l’aggiunta di un milione di cittadini di lingua araba) distruggendo le élite economiche, finanziarie e culturali e la classe media in Iraq, Egitto, Siria, Libia, in parte in Marocco di cui si vedono oggi le conseguenze. L’ottusità, l’antisemitismo sovietico unito alla stupidità dei partiti comunisti e delle élite europee, portarono in Israele oltre un milione di specialisti, scienziati, educatori “prefatti” alle spese dei paesi di provenienza che hanno trasformato Israele in un centro di high tech mondiale. Se all’inizio di questo secolo molti davano per morta l’avventura sionista con una crescente emigrazione israeliana all’estero (una delle comunità ebraiche più popolosa è quella degli Israeliani installatisi a Berlino), alla fine di questo anno l’immigratorio in Israele è stata più alta grazie alle migliaia di ebrei francesi che cercano sicurezza nello stato ebraico portandosi dietro un bagaglio di cultura, finanza, tecnologia inimmaginabile solo tre anni fa.

La guerra di Gaza non ha diminuito la popolazione israeliana, semmai l’ha aumentata coi riservisti venuti dall’estero. Nelle chiacchere giornalistiche Israele, “stato apartheid”, incomincia a scricchiolare di fronte alle minacce di un boicottaggio economico diplomatico, politico internazionale. Forse, dal momento che i governanti israeliani sono abituati a sprecare le opportunità che gli avvenimenti offrono loro.

Una cosa è certa: la guerra di Gaza oltre a rinforzare la compattezza interna sta facendo prendere coscienza delle vere debolezza israeliane: mercato interno troppo piccolo, ingiustizia sociale, basso livello di educazione scolastica, impedimenti linguistici e soprattutto una smoderata fiducia nella capacità tecnologica militare di sostituire la fantasia e l’inventiva umana.

Dove porterà tutto questo? Impossibile immaginarlo anche a causa degli sconvolgimenti internazionali e del crollo della leadership americana. In fondo, come diceva l’economista Keynes, alla fine saremo tutti morti. È vero, ma la scelta di come vivere dipende solo da noi perché come insegna la “scienza della Kabbalah” tutto dipende dal passaggio volontario, in ciascuno di noi, dell’egoismo all’altruismo. Dall’Ego all’Altro e chissà per quanto tempo ancora dal sostegno dei suoi nemici.

fonte: Il Giornale

data: 9 settembre 2014

Lettera sull’Abruzzo scritta da Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti il 18 novembre 1971

Lunedì, 16 Giugno, 2014

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Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), - la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,

Ennio Flaiano

Presidente Renzi ancora, ancora, l’Italia deve tornare sul Don.

Mercoledì, 4 Giugno, 2014

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di Victor Ciuffa*

Proprio in questi giorni il fiume Don ci sta procurando una serie di preoccupazioni a causa della pretesa dell’Ucraina di staccarsi dall’alleanza con la Russia e di aderire all’Unione Europea, diventata ormai il «refugium peccatorum». Il rifugio di popolazioni che per oltre 70 anni di storia non hanno creato nulla, hanno vivacchiato protette da Stati e regimi autoritari mentre noi abbiamo lavorato sodo per tutta la vita e, grazie al lavoro e ai sacrifici, abbiamo, con gli altri Paesi dell’Europa Centrale, creato un’Eden, un Paradiso terrestre oggi invidiatoci ed agognato da tutto il Terzo Mondo. Tanto che dobbiamo continuare a caricarci sulle spalle tutto il peso non solo delle nostre nuove popolazioni via via abituatesi al benessere da noi creato ma al cui mantenimento non vogliono contribuire, pretendendo solo di avere diritti, tutti i diritti compreso quello di non lavorare, grazie alla protezione mafiosa più che all’assistenza di associazioni sindacali che li sfruttano ulteriormente, non gli fanno produrre nulla ma solo pretendere. Ricordiamo il Don, almeno quei pochi che lo ricordano, che significò per l’Italia e per gli italiani la più grande illusione e tragedia vissuta negli ultimi secoli a causa non tanto e non solo di politici inaccorti come Benito Mussolini, ma dei suoi sostenitori, del suo entourage di vigliacchi, buffoni e traditori, di gente che ad esempio, come Achille Starace, dopo aver obbligato gli italiani anche più sensati e di buon senso alle peggiori buffonate pubbliche, il giorno della caduta della Repubblica di Salò, mentre il suo Duce finiva fucilato e appeso a Piazzale Loreto, continuava a circolare per Milano ad allenarsi in quello che oggi è il cosiddetto footing. Non possiamo avere pietà per i gerarchi fascisti vittime di quella tragica stagione, non possiamo non approvare l’unico sistema messo in atto dagli italiani, cioè dai partigiani, di eliminare fisicamente una classe politica che aveva comandato e rubato per oltre vent’anni; non sarebbe stato possibile cambiare altrimenti la classe politica, come fecero i partigiani, talvolta a torto ma comunque quasi sempre a ragione. Altrimenti i gerarchi, i federali, i consoli della Milizia Volontaria Nazionale non sarebbero mai scomparsi, si sarebbero sempre riciclati, come è avvenuto alla caduta della prima Repubblica, a quella di Bettino Craxi e, attualmente, a quella di Silvio Berlusconi. Anche questo vittima, come Mussolini, della propria ingenuità, della propria convinzione di superiorità, e che si è circondato di mediocri, incapaci e traditori pronti ad abbandonarlo come è accaduto e tuttora accade; ma è anche vero che non ha fatto crescere persone intelligenti e preparate. Il Don fu la linea della sconfitta, del disonore totale per l’Esercito italiano e per tutta l’Italia, che aveva inviato ben 230 mila uomini a sostenere le forze tedesche contro la Russia perché Hitler aveva aiutato le forze italiane nella sfortunata campagna d’Africa. Tra pene, stenti immensi, neve, gelo, fango, acqua, offensive nemiche, lunghe marce a piedi, riuscirono a tornare solo 114.520 militari; Renato Moscatelli, un giovane di Monte Compatri più grande di me, trascorse 33 giorni su una tradotta militare per arrivare a Roma. E poi tutte le conseguenze della guerra perduta, di città bombardate, ferrovie, porti, aeroporti, industrie distrutte: povertà, fame, disoccupazione, cappotti fatti con coperte militari, abiti rivoltati, cioce ai piedi, palazzi sventrati, montagne di macerie. A Frascati bombardata l’8 settembre 1943, mi arrampicavo con una ragazzetta dietro lo scheletro della facciata di un palazzo rimasta in piedi dinanzi alla Cattedrale di San Pietro, e ascoltavo i discorsi della povera gente nella piazza illuminata da una sola, fioca lampadina elettrica. Nel bombardamento era rimasto sepolto in un rifugio, con tutta la famiglia, Mercanti, il mio compagno di banco, figlio d’un sarto. Eppure c’era una grande frenesia di lavorare, fare, sgombrare le macerie, ricostruire, produrre, inventare servizi necessari come i trasporti con le camionette, riparare ingegnosamente mezzi lasciati dagli americani, raccogliere cicche, estrarne il tabacco, ammucchiarlo su banchetti, venderlo per farne schifose sigarette con cartine. E che necessità c’è di enumerare ancora i grandi sacrifici fatti con entusiasmo, abnegazione e solidarierà umana negli anni successivi, subiti anche da noi studenti con impegno straordinario nello studio? In appena una dozzina di anni avevamo ricostruito l’Italia, realizzato grandi infrastrutture, portato l’industria pesante ai primi posti nel mondo. Che significa tutto questo discorso, questo ricordo? Che abbiamo dimenticato tutto. Che la tragedia del Don ripropostaci dalle pretese di due parti un tempo fra loro alleate ci riporta alla nostra italianità vera, esclusiva, ai caratteri e ai valori della nostra popolazione millenaria. C’è una grande crisi mondiale che dura da 5 o 6 anni? Dobbiamo fare sacrifici, dimenticare per un po’ il Paradiso terrestre, rimboccarci le maniche. Che ci ricorda il fiume Don? Gli immensi sacrifici dei nostri giovani, morti abbandonati nel gelo, la voglia di riprendere la vita, lavorare, rinunciare a privilegi, prebende, guadagni eccessivi. Non è più possibile che milioni di dipendenti pubblici protetti dai sindacati che li sfruttano assorbendo una parte cospicua dei loro guadagni senza arrecare loro, almeno ora, alcun miglioramento, continuino a beneficiare di questa situazione di arbitrio, corruzione, approfittamento, furto e rapina a danno dei veri, genuini, storici cittadini italiani. Bisogna interrompere la sequenza, fare un break, avviare una pausa. Basta aiuti a chi non ne ha bisogno, basta stipendi da nababbi e organizzazioni mafiose da Alì Babà e dai 4 milioni di ladroni. Bisogna tornare spiritualmente al Don, a quell’atmosfera, a quei valori. Pochi sopravvissuti ricordano quell’Italia, ma non è detto che i giovani, perché non hanno vissuto tanti sacrifici ma siano cresciuti nell’Eden, non capiscano e non vogliano sacrificarsi. Sono convinto che non aspettano altro che scagliarsi contro gli Alì Babà sparsi in tutte le pubbliche amministrazioni d’Italia, anche nella magistratura. Il presidente Renzi deve andare avanti, tagliare, ridurre, senza farsi impressionare da manovre, inganni, talk show che vanno di colpo aboliti perché diffondono malcostume, inganno, sotterfugi, truffe e tradimenti.

*Direttore Specchio Economico

fonte: specchioeconomico.com
 

“La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere”.

Giovedì, 22 Maggio, 2014

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di Davide Giacalone 

Gli italiani non sanno votare. A Silvio Berlusconi capita spesso di dare voce, in modo diretto e talora esagerato, a quel che molti pensano e non osano dire. Il leader di Forza Italia considera tale incapacità (addirittura retrodatandola al 1948, che è cosa singolare, dato che quel voto fu di segno opposto) come la propensione a disperdere il voto fra i piccoli partiti, senza consegnare la maggioranza a uno solo e, quindi, mettendolo in grado di governare. Ma eguale sfiducia, nelle capacità degli italiani, si trova in molte analisi e parole della sinistra, sempre pronta a sostenere che se non prende la maggioranza dei voti è perché gli elettori si sono fatti abbindolare da altri. Come se gli italiani fossero tutti minorenni, o minorati. Il lato interessante di questa teoria consiste nel fatto che è priva di fondamento. E’ falsa. E’ la classe dirigente, semmai, a essere incapace.

Non è vero che negli Stati Uniti esistono solo democratici e repubblicani. Più di una corsa alla Casa Bianca è stata determinata dalla presenza di altri candidati, fuori dai due partiti, che hanno “rubato” voti a chi altrimenti sarebbe stato eletto. In Gran Bretagna sia Margaret Thatcher che Tony Blair giunsero a prendere meno del 30% dei voti, quindi meno di quel che in Italia è insufficiente a potere governare da soli. E numerosi sono gli elettori inglesi che hanno votato per candidati indipendenti o partiti che non sono mai entrati in gara o si sono ritrovati con rappresentanze parlamentari striminzite (rispetto ai voti, non pochi). Nella stessa Germania i governi di coalizione, e talora (come oggi) di grande coalizione, quindi composti dagli avversari, sono la regola, perché è raro che gli elettori diano la maggioranza a uno solo. Per non dire della Francia, dove ripetutamente il presidente, eletto direttamente, s’è ritrovato senza maggioranza in Parlamento. E così via. Gli italiani, quindi, non sono più incapaci o meno avveduti di altri. E’ che da noi gli eletti, i partiti politici, le maggioranze parlamentari non sono riuscite a stabilizzare un sistema elettorale e istituzionale che, a parità di dispersione dei voti, restituisse la stabilità e la continuità che altrove è la regola. Ci sono diverse ragioni, per cui questo è accaduto, ma darne la colpa agli elettori è solo una scusa. Patetica.

La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere. E’ un tremore che si riproduce non solo in ambito parlamentare. Tale paura ha generato un vizio: pur di vincere si assemblano coalizioni che contengono i futuri traditori. O, se si vuol dirla in maniera diversa, in ciascuna coalizione si arruolano i rappresentanti degli interessi che dopo saranno contrapposti. Le ragioni storiche sono molteplici, non sto qui a ripeterle. La ragione politica è una: la maggioranza assoluta degli elettori italiani porta il proprio voto, a destra o a sinistra, a soggetti riformisti, ma questi sono incapaci di coalizzarsi fra loro per consolidare un sistema (magari presidenziale e maggioritario) capace di tirare fuori il Paese dall’immobilismo. Il tentativo è stato fatto più volte, ma è sempre abortito per egoismi e miopie. Oppure fanno accordi che nascono sotto stelle furbesche, miranti non a governare l’Italia, ma a far fuori i concorrenti.

Ora, se si sostiene che questa Italia politica è figlia legittima dell’Italia elettorale, divenendo a sua volta genitrice dell’inconcludenza istituzionale, si sostiene una tesi triste, ma veridica. Se, invece, si sostiene che avremmo una classe dirigente fantastica, ove solo gli elettori non fossero svagati, si sostiene una tesi onirica e tarocca. Per chi volesse togliersi il dubbio è sufficiente seguire il dibattito (ammesso che possa definirsi tale) sull’Unione europea e sull’euro, dove il propagandismo e la rozzezza fanno a gara a chi dice la bischerata più grossa. Con l’aggravante che al medesimo partecipano opinionisti e professori, anch’essi esibendo più sé medesimi che non i loro studi (ammesso ci siano). Poi guardi i sondaggi d’opinione e scopri che gli italiani sono più ragionevoli di tanti titoli strillati. No, direi che il problema non sono gli elettori, ma il fatto che si presenti loro una competizione fra idee e persone di trascurabile spessore.

data: 13 maggio 2014

fonte: davidegiacalone.it

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