La “dolce morte” demografica dell’Abruzzo

16 Luglio, 2010

piero_angela_buona.jpgLa Regione Abruzzo, secondo l’Ufficio di Statistica Europeo (Eurostat), appare una regione in bilico: l’analisi demografica conferma che la struttura per età della Regione ha una tendenza generalizzata al progressivo invecchiamento della popolazione. La situazione è sicuramente preoccupante: dal 1980 al 2004 il tasso di natalità è passato dall’11,5 all’ 8,6 per mille. Questo significa che i bambini che nascono in Abruzzo sono poco più di 8 su mille, mentre le persone che muoiono sono 10,1 su mille. Nel 2004, quindi, la regione ha perso 1,5 abitanti su mille per saldo naturale (circa 2000 in meno complessivamente).

Il Piano Sociale Regionale per l’Abruzzo evidenzia il pericolo di una involuzione demografica dimostrata dal basso tasso di nascita, lieve incremento dovuto all’immigrazione, aumento dell’invecchiamento, diminuzione del tasso di attività e della forza lavoro.

Le più recenti ricerche mostrano che il tasso di natalità incide significativamente sullo sviluppo economico di un territorio: il beneficio sociale prodotto dai bambini è notevole, mentre il ristagno delle dinamiche demografiche è fonte di rallentamento economico e di improduttività. Un bambino in meno, secondo alcuni ricercatori, implica una diminuzione di circa 100.000 dollari sul Pil nell’arco di vita di una persona (Gosta Espin-Andersen, I bambini nel welfare state. Un approccio all’investimento sociale, in La Rivista delle Politiche Sociali, n. 4/2005).

La denatalità crea quindi un evidente ritardo nella sostenibilità a lungo termine dello sviluppo regionale abruzzese.

Consiglio di lettura 

Fra 12 anni l’Italia avrà 10 milioni di giovani e adulti (sotto i 65 anni) in meno e 5 milioni di ultrasessantacinquenni in più. 

Perché dobbiamo fare più figli? Ce lo spiega Piero Angela insieme a Lorenzo Pinna in questo lodevole ed esauriente saggio. Il crollo delle nascite sta mettendo in crisi il Nostro Paese ed anche tutto quanto l’Occidente. Volete saperne di più? Non resta che tuffarsi in una lettura ricca di contenuti, spiegazioni, risposte a insoliti quesiti. Una lettura interessantissima che cattura il lettore pagina dopo pagina, perché nasce il desiderio di saperne sempre di più.
Piero Angela è un grande giornalista, una firma eccellente. Fin dalla fine degli anni ‘70 si è dedicato interamente alla realizzazione di programmi di divulgazione scientifica. Ricordiamo: Quark, Superquark, Ulisse, programma a puntate monografiche riguardanti scoperte storiche e scientifiche. Numerosissimi i suoi programmi televisivi e altrettanto numerosi i libri pubblicati. Nel 2003 gli è stato assegnato il Premio Letterario Internazionale Il Molinello per la divulgazione scientifica.

L’ultimo dossettiano

12 Luglio, 2010

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di Roberto de Mattei

Il rapporto tra cattolici e comunisti resta la principale chiave interpretativa della storia italiana del Secondo dopoguerra. Questo rapporto fu teorizzato e vissuto da due forti personalità intellettuali, pur tra loro divergenti: Giuseppe Dossetti (1913-1996) e Franco Rodano (1920-1983). Per entrambi il comunismo non fu il nemico, ma l’occasione storica per realizzare il programma sociale cristiano, che essi contrapponevano al sistema capitalistico dell’occidente.

Il compito dei cattolici, secondo Rodano, doveva essere quello di dare dimensione religiosa e metafisica, all’azione politica di Palmiro Togliatti. Dossetti pensava invece che si dovesse agire all’interno della Dc di De Gasperi, “rifondandola” per conquistare lo stato. Il gruppo “catto-comunista”, che faceva capo a Rodano riteneva che marxismo e cattolicesimo dovessero realizzare, nella comune prassi, una nuova idea di Rivoluzione.

Per la sinistra dossettiana, invece, l’idea di “Rivoluzione” era incorporata nella costituzione antifascista, che andava attuata in tutte le sue potenzialità.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento, Rodano fu il mentore di Enrico Berlinguer, in cui vide il realizzatore della politica di Togliatti. L’epoca del compromesso storico, tra il 1974 e il 1978, fu quella del maggior successo comunista in Italia e, simultaneamente, della peggior crisi del mondo cattolico, che vide il passaggio del divorzio e dell’aborto, sotto governi a guida democristiana.

La morte, nel 1978, di Aldo Moro e di Paolo VI, segnò però il definitivo naufragio del progetto rodanian-berlingueriano. In quegli anni, don Giuseppe Dossetti, dopo aver abbandonato la politica attiva ed essere stato ordinato sacerdote, viveva in ritiro monastico. Il suo programma, dopo aver trovato un primo interprete in Fanfani e nei teorici della “terza via”, avrebbe conosciuto l’ora di apparente trionfo solo vent’anni dopo, con l’entrata in scena di Romano Prodi, sua creatura politica.

Franco Rodano trovò il suo più rigoroso critico in Augusto Del Noce (Il cattolico comunista Rusconi, Milano 1981); Giuseppe Dossetti lo ha trovato in Gianni Baget Bozzo, di cui è appena uscito postumo, in collaborazione con Pier Paolo Saleri, “Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica” (Ares, Milano 2009). Il Foglio ha già dedicato a Dossetti ampi articoli di Maurizio Crippa e dello stesso Baget Bozzo. Chi è interessato a meglio comprendere l’influenza esercitata da Dossetti nella società italiana, troverà ora in questo volume nuovi elementi su cui riflettere.

Il pensiero di Dossetti si era in parte alimentato alle posizioni filo-fasciste dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli. Si trattava, osserva Baget Bozzo, di una interruzione significativa del pensiero cattolico sul diritto naturale (p. 51). Per il giusnaturalismo cattolico, infatti, la legge naturale non può essere assorbita dal diritto positivo dello stato. Il fascismo però produsse nel mondo cattolico l’idea che fosse lo stato il garante naturale della chiesa nella società e l’unica fonte del diritto. Saleri osserva che Dossetti, proprio attraverso la sua esperienza nella Resistenza, capì che nel fascismo c’era un elemento che andava salvato, seppure in forma democratica e antifascista: lo stato che dà forma alla società in chiave anticapitalista (p. 84). Questo stato poteva essere realizzato solo attraverso una stretta alleanza tra i cattolici e le sinistre, in particolare il Pci, in quanto partito capace di dare un senso forte alle istituzioni. “Così il dossettismo appare soprattutto come una connessione nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista dello stato, nella forma che essa prese in Italia, un paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria” (p. 52).

Il ruolo politico di Dossetti è legato a due momenti precisi: il 1948, che vide il giovane “professorino” trasformarsi nel sagace “costituente” che trattò con Togliatti l’articolo 7 della costituzione, e gli anni Novanta, quando l’antico costituente si trasformò in un nuovo “partigiano” della costituzione repubblicana.

In quel momento, dopo il crollo del muro di Berlino, vi era una sola possibilità per i comunisti di cambiare la situazione politica: servirsi della magistratura, che poteva non essere soltanto un potere delle istituzioni, ma anche “un potere sulle istituzioni”.

Per Dossetti l’azione della magistratura corrispondeva alla sua tesi fondamentale, quella per cui la Resistenza era incorporata nella costituzione e le forniva un valore metafisico: l’antifascismo (p. 41). La politica della costituzione antifascista divenne la chiave della legittimità politica dopo la fine dell’egemonia democristiana. I partiti antifascisti, cattolici e comunisti, erano l’essenza della Repubblica costituzionale e la democrazia italiana, secondo Dossetti, si era allontanata, con l’anticomunismo, dall’antifascismo costituzionale. I magistrati erano l’unico potere che non traeva legittimità dal voto popolare, ma dalla costituzione, senza passare attraverso i partiti. Dossetti divenne dunque il garante dell’integrità della costituzione.

Il “gran vecchio” scese dalla Montagna e ritornò sulla scena, promuovendo in tutta Italia i comitati per la difesa della costituzione, per combattere la “democrazia populista” di Silvio Berlusconi, simbolo a un tempo della società borghese e della sovranità popolare che minacciava la costituzione.

La coalizione di sinistra guidata da Romano Prodi, designato a questo ruolo dallo stesso Dossetti, riuscì a vincere le elezioni politiche contro Berlusconi, prima nel 1996 e poi nel 2006. Il ruolo di Dossetti, nelle elezioni del 1996, fu quello di un “contropotere spirituale” rispetto al Vaticano: un monaco che si sostituiva alla chiesa di Roma, assumendo su di sé il ruolo di guida spirituale dei cattolici.

Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini fu il suo maggiore alleato. La chiesa fu costretta ad accettare l’uomo di Dossetti, legittimato da Martini, come mediatore tra la chiesa e lo stato (p. 59). Il monaco Dossetti compì in nome del suo potere spirituale ciò che il politico Dossetti aveva tessuto in forma materiale. “Dossetti e Prodi – sottolinea Baget Bozzo – appartengono alla storia religiosa d’Italia, non soltanto a quella politica” (p. 64). “Senza il tocco monastico, il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo, non sarebbe nato” (p. 65). Il gruppo di Dossetti aveva visto nella costituente e nella costituzione un evento rivoluzionario che dava un nuovo fondamento e un nuovo inizio alla società italiana.

Il secondo evento fu il Concilio Vaticano II. Dossetti era convinto che la collusione con il potere della chiesa post tridentina aveva portato alla separazione tra Dio e il popolo. Per riconciliarli, non era sufficiente l’azione politica, ma occorreva una riforma teologica della chiesa. Il libro di Baget Bozzo e Saleri accenna, ma lascia a margine quest’aspetto, che andrebbe integrato con la lettura dell’ampio saggio di Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, contenuto nella raccolta di saggi dello storico dossettiano, Transizione epocale.

Studi sul Concilio Vaticano II (Il Mulino, Bologna 2009, pp. 393-504). Dossetti partecipò al Concilio come “esperto” del cardinale Giacomo Lercaro, attorno a cui costituì l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna di cui lo stesso Alberigo, e oggi Alberto Melloni, sono eredi. Durante il Concilio, Dossetti e il gruppo di Bologna cercarono di spingere la chiesa sulla via del “conciliarismo”, spogliandola del suo Primato Romano. Il tentativo di trasformare in senso “collegiale” il governo della chiesa fallì, ma la scuola di Bologna divenne il centro di diffusione dello ‘spirito del concilio’ cioè di una chiesa, come ricordò Baget Bozzo sul Foglio, del 23 febbraio 2007, liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi.

Quando, il 15 dicembre 1996, il monacopartigiano muore, a 83 anni, nella Comunità da lui fondata di Oliveto, accorrono a pregare sulla sua bara il capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi. Quest’ultimo, come annota il “Corriere della Sera” del 16 dicembre, afferma di aver perduto in Dossetti “la sua guida spirituale”. Anche il cardinale Martini lo piange definendolo una “figura profetica per il nostro tempo”, e dichiarando di aver avuto in lui “un grande amico e ispiratore”.

Tredici anni della nostra storia sono da allora passati. L’ascesa al Pontificato di Benedetto XVI nel 2005 e la disfatta politica di Romano Prodi nel 2008 sono state svolte epocali che hanno visto l’inesorabile tramonto di un Dossetti profeta politico-religioso, capace di “leggere la storia” e discernere “i segni dei tempi”. Il pensiero di don Giuseppe Dossetti, come quello di Franco Rodano, è oggi archiviato nella storia delle utopie.

fonte:  “Il Foglio” del 22 luglio 2009
 

Gelo con Washington: “Italia e Eni sono troppo amiche della Russia”

10 Luglio, 2010

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Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».

Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».

Poco più giù sulla Quinta Strada, al numero 500, ha sede la società Louis Capital Markets il cui direttore esecutivo Edward Morse ha la fama di essere il maggior esperto mondiale di energia. Camicia celeste senza cravatta e gelato «Ben & Jerry» sul tavolo, Morse ritiene che la partita sia ancora più ampia: «Mosca vuole il South Stream per non dover più far passare il proprio gas destinato all’Europa Occidentale attraverso l’Ucraina, con cui è ai ferri corti, e al tempo stesso per essere lei a distribuire in Occidente il gas dei ricchi giacimenti kazaki e turkmeni», mentre Washington «ha interesse a non veder l’Europa dipendente dalla forniture russe», identificando fonti alternative di gas nelle «disponibilità potenziali di due Stati alleati come l’Azerbaigian e l’Iraq». Sono partite strategiche opposte perché gli Stati Uniti puntano a sfruttare il gas per integrare l’Europa con le repubbliche indipendenti del Caucaso e con l’Iraq, mentre Mosca sta tentando di creare un legame energetico con l’Europa Occidentale talmente consistente da indebolire i rapporti transatlantici, ovvero la solidità della Nato.

«Ciò che colpisce di questa partita è che al momento tanto South Stream che Nabucco sono progetti teorici, perché la Russia non ha gas a sufficienza per il primo e l’Azerbaigian non mette ancora a disposizione il gas per il secondo» aggiunge Morse, secondo il quale «siamo ancora nella fase della trattativa fra i due fronti» e per questo colpisce che «l’Italia, attraverso l’Eni, sta giocando con i russi a poche settimane di distanza dagli abbracci dell’Aquila fra Obama e Berlusconi». Agli specialisti del settore non è sfuggito che lo scorso 5 giugno a San Pietroburgo il vicepremier russo Igor Sechin - ex agente del Kgb, regista della politica energetica del Cremlino e fedelissimo di Putin - nel suo discorso sulle priorità di politica energetica della Federazione russa abbia nominato un unico personaggio straniero: l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, plaudendo alla sua idea di «creare un’agenzia globale del greggio». Nella bozza del testo preparata dagli speechwriter di Sechin il nome di Scaroni non c’era, è stato Sechin ad aggiungerlo di proprio pugno. Ma gli americani non si fidano di Sechin, presidente della compagnia petrolifera Rosneft che ha ingoiato le proprietà della Yukos di Mikhail Khodorkovsky, l’oligarca leader dell’opposizione che Putin fece arrestare per evasione fiscale nel 2004 e sta scontando una condanna a otto anni di carcere.

Ciò che accomuna i diplomatici di Washington e gli analisti di petrolio di New York è l’impressione che l’Italia si sia schierata con la Russia nel grande gioco per gli equilibri energetici del XXI secolo, tanto più che il South Stream dovrebbe vedere la luce nel 2015, appena tre anni dopo il North Stream grazie al quale Mosca potrà esportare direttamente gas alla Germania senza dover più attraversare i territori delle confinanti e irrequiete Bielorussia e Polonia. E’ uno scenario che porta a prevedere che la Russia fornirà alla Germania ben il 60% delle importazioni di gas ed all’Italia almeno il 20%, consentendo a Gazprom di controllare nel 2015 il 33% del mercato europeo rispetto all’attuale 28. Il sospetto che circola a Washington è che «Berlusconi possa avere interessi particolari nell’aumentare i legami energetici con la Russia» ma nelle sue frequenti missioni negli Stati Uniti Scaroni ha spiegato che c’è continuità fra le scelte dei governi Berlusconi e Prodi perché sono frutto della situazione energetica in cui versa l’Europa.

Con la Germania che programma la chiusura totale delle centrali nucleari e la Spagna che fa altrettanto con quelle a carbone, la dipendenza dell’Ue dal gas è destinata ad aumentare. Se a ciò si aggiunge che la produzione europea di gas - Norvegia esclusa - è destinata nei prossimi anni a scendere da 250 a 150 miliardi di metri cubi annui per far fronte a un fabbisogno di 550 miliardi significa dover programmare un aumento delle importazioni, che al momento sono di 300 miliardi di metri cubi. E i maggiori fornitori rimangono Russia e Norvegia, seguiti da Algeria e Libia, con sullo sfondo lo scenario del gas liquido Lng presente nell’Africa meridionale. E’ questa la cornice che spinge l’Italia verso il South Stream, un progetto da 12 miliardi di dollari - per importare 63 miliardi di metri cubi annui - che Gazprom si è già impegnata a finanziare per la metà. Tantopiù che il Nabucco, secondo gli studi dell’Eni, è un progetto indebolito dalla mancanza di impegno degli azeri nel fornire gas e dall’impossibilità di portare quello turkmeno e kazako attraverso il Mar Caspio perché, trattandosi di un lago, far transitare un tubo richiederebbe l’avallo da parte di tutti i Paesi rivieraschi e la Russia, che è fra questi, si oppone.

Ciò che distingue il monopoli dell’energia è però l’incertezza delle alleanze perché trattandosi di geopolitica tutto può cambiare rapidamente, rimettendo in discussione gli attuali equilibri: un rasserenamento dei rapporti fra Mosca e Kiev taglierebbe le gambe al South Stream mentre se Teheran dovesse aprire a sorpresa all’America, l’Occidente avrebbe gas a sufficienza per far decollare il Nabucco. L’amministrazione Obama guarda invece in altra direzione: per garantire all’Europa l’energia di cui avrà bisogno nei prossimi 20 anni pensa a una ricetta composta da nucleare, energie rinnovabili, risparmi nei consumi e carbone pulito. Si spiega così quanto dice Morse sulla «novità europea più interessante del momento» ovvero il «boom di arrivi di carbone nei porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa». Le tensioni fra Italia e Stati Uniti sui temi energici sembrano destinate a segnare l’imminente debutto dei due ambasciatori Giulio Terzi a Washington e David Thorne a Roma.

autore: Maurizio Molinari

fonte: La Stampa
 

Proposta: affidare la massima libertà di imposizione fiscale ai municipi

8 Luglio, 2010

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di Carlo Lottieri

Può anche darsi, come sostiene Gianfranco Fini, che la Padania non esista e che pure essa rientri in quel gruppo di entità che il principe di Metternich definiva semplici «espressioni geografiche». Ma se il dibattito sul federalismo si fermasse a tale livello e pretendesse di basare le proprie linee-guida unicamente sulla storia, sarebbe molto alto il rischio di perdere tempo. La questione cruciale è infatti un’altra e ci chiede di comprendere quale possa essere il migliore assetto istituzionale per aiutare il Paese nel suo insieme a reggere di fronte alla crisi e ad offrire un futuro alle giovani generazioni.
Mentre il federalismo “in costruzione”- vero o falso che sia - è basato solo per ragioni di Realpolitik sulle attuali venti regioni (e perfino sulla difesa delle province), può essere interessante confrontare questo schema con quello di un’Italia macroregionale. Tanto più che proprio dalla Germania giungono ipotesi di accorpamenti dei Länder.
In Italia l’ipotesi di dar vita a tre macroregioni (Nord, Centro e Sud) non è nuova, dato che era al centro della proposta di Gianfranco Miglio, quando fu senatore della Lega e anche in seguito. Tale progetto può trovare varie giustificazioni: a partire dallo squilibrato rapporto che esiste tra mícro-regioni come il Molise o la Valle d’Aosta ed realtà di bel altre dimensioni come la Lombardia e la Campania.
In Miglio, però, l’idea centrale era strategica. Egli era infatti persuaso che soltanto creando contro-poteri basati su vaste realtà economiche e territoriali sarebbe stato possibile contrastare lo Stato centrale e avviare un autentico processo di federalizzazione. Lo studioso di Como, che dalla sua abitazione amava gettare il suo sguardo sul territorio svizzero, era perfettamente consapevole che una vera federazione ha solo da guadagnare da giurisdizioni di piccole dimensioni e, di conseguenza, dall’alta concorrenza istituzionale che ne deriva. Se le entità federate sono numerose e di modesta entità, per le imprese e per le famiglie è molto facile sottrarsi a governanti esosi e impiccioni, e questo favorisce in linea di massima il prevalere di una buona amministrazione. Ma Miglio puntò sull’idea di tre realtà corpose che corrispondessero alle tre aree in cui effettivamente si divide il Paese con l’obiettivo di creare blocchi sociali ed elettorali assai corposi. Tanto più che si può benissimo compensare questo federalismo a pochissimi attori (le tre macro-regioni, più eventualmente le due isole) con un sistema istituzionale e fiscale che conferisca il massimo di libertà, responsabilità e autonomia a tutti i comuni.
Un progetto autenticamente federale dovrebbe rovesciare la piramide attuale e, in particolare, affidare ai municipi la massima libertà di tassare: decidendo l’entità del prelievo e, se fosse possibile, anche le stesse modalità. Ovviamente bisognerebbe stabilire che ai comuni resti solo una quota percentuale delle risorse raccolte, poiché il resto dovrebbe essere destinato alle macro-regioni e allo Stato centrale. Una riforma di questo tipo creerebbe il massimo di responsabilizzazione a livello locale, poiché sarebbero appunto i sindaci a mettere le mani nelle tasche della gente (e quindi essi potrebbero sentire il fiato sul collo dei cittadini). Ne deriverebbe, in modo molto naturale, un vero processo di riduzione del prelievo tributario e una corsa tra comuni a chi riesce a tassare meno e a dare, al contempo, i servizi migliori. Per giunta, con la costituzione di ampie macro-regioni lo Stato italiano - per la prima volta nella sua storia - dovrebbe confrontarsi con realtà forti, articolate, rappresentative di decine di milioni di persone. La Repubblica attuale, fossilizzata sulla burocrazia romana e su ministeri tanto onerosi quanto inefficienti, verrebbe costantemente incalzata da organismi legittimati a rappresentare aree tanto vaste quanto sostanzialmente coerenti. È chiaro che in questo quadro la dialettica Nord - Sud, che comunque è già nelle cose stesse, verrebbe ancor più alla luce, ma anche il Centro finirebbe per avere un ruolo peculiare, proprio in funzione mediatrice ed equilibratrice. Chi avesse il coraggio di esaltare il ruolo dei mille campanili e - al tempo stesso - di riconoscere come dato essenziale con cui fare i conti quella “disunità d’Italia” che le tre macro-regioni in qualche modo certificherebbero farebbe un bel servizio al Paese. Soprattutto, come si è detto, se si avesse il coraggio di obbligare la periferia a finanziarsi da sé, facendo sì che siano i primi cittadini a chiedere direttamente alla loro popolazione le risorse di cui hanno bisogno. Purtroppo ci si sta muovendo in tutt’altra direzione. Quanti invocano il federalismo puntano in genere a vedere affluire più risorse alle regioni, senza però che le stesse abbiano un vero ruolo nella determinazione e nella raccolta delle imposte. Soprattutto nessuno sembra aver capito l’esigenza di indirizzarsi verso quella competizione fiscale che invece è indispensabile se si vogliono avere amministrazioni meno costose e meglio gestite. Non è comunque un caso che in Germania si pensi a ridurre il numero degli Stati federati e che in Italia da vent’anni si provi, con fatica, a costruire una struttura federale. Questi due Paesi sono accomunati dal fatto di aver costruito la loro unità molto tardi, solo intorno a metà Ottocento, e proprio per questo continuano a essere caratterizzati da forti differenze interne. Ma proprio per gestire al meglio questa complessità bisognerebbe avere il coraggio di optare per un federalismo vero. In definitiva, anche quanto sta succedendo a Pomigliano d’Arco è emblematico, poiché ci parla di un mondo industriale che è pronto a investire nel Mezzogiorno solo se si prenderà atto che Salerno non è Treviso, che Caltanissetta non è Varese. L’Italia è profondamente divisa e quindi esige soluzioni all’altezza della situazione. Non ammetterlo è da irresponsabili.

fonte: IBL

Una visione realistica dell’Europa

7 Luglio, 2010

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di Oscar Giannino 

Ho letto tardi il pezzo di Irwin Stelzer sul Wall Street Journal. Mi ha strappato ampi sorrisi di consenso. Piaccia o non piaccia ai nostri eurostatisti e agli eurocrati, è proprio questa a mio giudizio l’immagine dell’Europa negli USA, e nel resto del mondo che conta a cominciare da Pechino.

Gli appelli vibranti all’Euro-politica di là da venire che da anni animano migliaia di articolesse sui media italiani – in questo amici del centrosinistra e amici del centrodestra sono del tutto analoghi, l’euroscetticismo per convenzione culturale viene evitato quasi da tutti come fosse la peste invece che sano realismo -  lasciano assolutamente il tempo che trovano.  Ben prima delle trascurabili vicende interne italiane e del colore di degrado bizantino di cui sono impastate, sono le dimissioni di un Capo dello Stato di Germania – il Paese leader dell’Europa – ad aver dato appieno la cifra della piena irrilevanza dell’Europa.

Ha osato dire che la Germania sta in Afghanistan per via dell’importanza economica e commerciale che il Paese ha nel mondo. E questa elementare verità è bastata a mandarlo a casa. In un Paese che è leader europeo ma che, dopo il noto bombardamento chiesto a  sostegno delle proprie truppe e che ha provocato vittime civili anche per responsabilità dei militari germanici impegnati a terra, si tiene lontano da ogni linea di fuoco persino più di noi italiani, che pur senza dirlo abbiamo sin qui eliminato secondo le mie fonti militari e “coperte” circa 1400 talebani – ma sui giornali naturalmente non si può scriverlo!

Un’Europa simile è irrilevante, nel mondo d’oggi. Non perché si debba essere bellicisti. Ma perché è irrilevante chi vuole giocare ruoli senza assumersene oneri e responsabilità: e vale nella difesa, come nell’economia. L’un per cento o uno virgola qualcosa di crescita a cui l’Europa è candidata quest’anno la spodestano anche dal tradizionale ruolo di partner borbottone degli Usa, perché nel mondo nuovo sono ormai gli Usa di Obama a svolgere quella funzione nei confronti della Cina. Di fronte a questo, la linea tedesca “rigore nelle finanze e competitività nell’economia” è almeno chiara perché difende l’interesse nazionale germanico, e respinge l’idea che i tedeschi debbano finanziare e gli altri spendere.

Ma che nessuno se la senta di dire che senza Euro-politica allora non ha molto senso avere una moneta comune che genera asimmetrie – come hanno capito i polacchi ed esattamente come Milton Friedman e Martin Feldstein avevano predetto– è un altro segno di quanto si sia ormai esteso nel continente il vecchio vizio italiano, affidarsi allo stellone sperando che domani sia un altro giorno.  O l’Europa è capace di tirare l’economia mondiale almeno come gli USA, o, semplicemente, non è altro se non un rimorchio al traino, destinato a  contare sempre meno per quante chiacchiere facciano media e politici a Bruxelles, Roma e Parigi.

fonte: chicago-blog.it

Le Bon: “Psicologia delle folle”

6 Luglio, 2010

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Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la “Psicologia delle folle” nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni).

Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d’entusiasmo per la gloria e l’onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz’armi”. L’Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l’individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall’aspetto inconscio degli individui. L’assenza dell’aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All’interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d’istinto l’autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.

Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi.

La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l’esercizio attivo del pensiero;

l’affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza;

la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell’inconscio diventando così una verità inviolabile;

le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall’immagine che essa suscita;

il contagio, “quando un’affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)” .

Infine non bisogna tralasciare l’azione esercitata dal prestigio di un capo. “Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull’uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo”.

150 anni di innovazione in Toscana

5 Luglio, 2010

Cultura e ricerca motore di rinnovamento economico

2 Luglio, 2010

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L’Accademia nazionale dei Lincei ha chiuso l’anno accademico 2009-2010 con l’Adunanza generale solenne, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Un breve stralcio del discorso del presidente Lamberto Maffei.
“Signor Presidente della Repubblica, Autorità, illustri Consoci e Colleghi, Signori e Signore, è mia ferma convinzione, e linea guida del mio programma, che nel momento attuale, irto di gravi problemi economici e sociali, sia necessario riaffermare con forza il ruolo fondamentale dell’Accademia dei Lincei, affinché essa si ponga sempre più a riferimento di settori o di gruppi operanti nella società e, oltre a tenere viva e trasmettere la cultura del passato, sia aperta alle istanze dell’oggi e alle sfide del domani.

Il mondo culturale e più in generale la comunità, guardano con viva preoccupazione al degrado dei comportamenti sociali, alla base del quale stanno la marginalizzazione e perfino il disprezzo della cultura, a torto giudicata priva di una ricaduta economica, e più in generale la perdita di valori tradizionali come la correttezza, l’onestà e la moralità, sempre più sottovalutati e screditati, quando non pericolosamente sostituiti da altri. Ciò ha conseguenze particolarmente insidiose per le nuove generazioni che subiscono un indebolimento delle capacità di critica e di contrasto propositivo. La mia diagnosi è quella di una vera e propria degenerazione o atrofia culturale del tessuto sociale, che colpisce oggi una minoranza di cittadini, ma che tende a espandersi come una pericolosa epidemia. L’Accademia, per rispetto della sua tradizione e per convinzione dei suoi membri, ha il dovere di difendere quei valori, la cui pratica è condicio sine qua non di ogni attività intellettuale, e al contempo di far conoscere diffusamente, nei limiti delle sue possibilità, il pericolo di tale patologia per la vita civile del Paese e per  la sua posizione nel mondo.

È in questo proposito che, tra le diverse iniziative, abbiamo organizzato una serie di Conferenze a Classi Riunite tenute da illustri oratori invitati a dare il loro contributo all’analisi di queste patologie sociali per ricavarne indicazioni su possibili cause e adeguate terapie.

Particolare rilievo all’iniziativa è venuto dalla partecipazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che con la sua conferenza “Verso il 150° dell’Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso”, tenutasi il 12 febbraio 2010, ha inaugurato, di fatto, qui all’Accademia dei Lincei, le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

In un periodo in cui il concetto stesso di Unità d’Italia viene messo in discussione, le parole del Presidente lo hanno riconfermato come ineludibile valore politico, sociale ed economico, premessa necessaria per una  più incisiva azione sopranazionale.

Nel corso di queste conferenze abbiamo avuto modo di riflettere e confrontarci su una vasta gamma di tematiche valoriali di cui gli oratori, a partire dalle proprie competenze specifiche, hanno efficacemente suggerito possibili antidoti contro il degrado e di principi guida nell’affrontare alcuni passaggi cruciali del nostro tempo.

È mio auspicio che le parole e le argomentazioni di queste belle e accorate conferenze, trovino orecchi attenti e possano essere stimolo ad attivarsi per costituire con le molte persone di buona volontà una solida barriera contro il dilagante affievolirsi dei sani principi che nel corso della sua lunga storia hanno sempre ispirato questa Accademia, aggregazione sinergica delle risorse intellettuali del Paese.

E’ mio intento, in collaborazione col vicepresidente Alberto Quadrio Curzio, organizzare più frequentemente conferenze e convegni su temi di interesse comune alle due classi di Scienze Fisiche e Naturali e di Scienze Morali, affrontando problemi di interesse generale come quelli del clima, dell’energia, delle caratteristiche geologiche del territorio, o dell’economia e della giustizia. Trovo che, pur nella specificità delle discipline, la discussione comune di menti con preparazioni diverse risulta efficace e costruttiva.

Permettetemi di porre particolarmente alla vostra attenzione alcune delle nostre attività, non perché siano più importanti di altre, ma perché investono problemi di più largo interesse.

(…)

Summer School 2010, l’intervento di apertura del Patriarca di Venezia

1 Luglio, 2010

Persona e Stato: fallibile la prima; mai perfetto il secondo

30 Giugno, 2010

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di Dario Antiseri

Critico dell’economicismo e del socialismo, Antonio Rosmini ebbe chiarissimo il nesso che unisce la proprietà alla libertà della persona. “La proprietà - afferma nella Filosofia del Diritto - esprime veramente quella stretta unione di una cosa con una persona … La proprietà è il principio della derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella qual sfera niun altro può entrare”. Da qui l’imperativo di rispettare l’altrui proprietà: il rispetto dell’altrui proprietà è il rispetto della persona altrui. La proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello stato.
Persona e Stato: fallibile la prima; mai perfetto il secondo. Ecco una famosa pagina della Filosofia della politica: “Il perfettismo, cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti alla immaginata futura perfezione, è effetto dell’ignoranza. Egli consiste in un baldanzoso pregiudizio, pel quale si giudica dell’umana natura troppo favorevolmente, se ne giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione ai limiti naturali delle cose“.
Il perfettismo è “effetto dell’ignoranza” e frutto di un “baldanzoso pregiudizio”. Il perfettista ignora “il gran principio della limitazione della cose”. Egli non si rende conto che la società non è composta da “angeli confermati in grazia”, quanto piuttosto da “uomini fallibili”. E l’umana fallibilità lascia la sua traccia in tutti i nostri progetti. Di conseguenza risulta urgente non dimenticare che ogni governo “è composto di persone che, essendo uomini, sono tutte fallibili”.
Sennonché entusiasti della nefasta idea perfettista sono gli utopisti - “profeti di smisurata felicità”, i quali, con la promessa del paradiso in terra, si adoperano alacremente a costruire per i propri simili molto rispettabili inferni. L’utopia - scrive Rosmini - “lungi dal felicitare gli uomini, scava l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli, gli ignobilita al par de’ bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliar le ricchezze, le accumula; lungi da temperare il potere de’ governi lo rende assolutissimo; lungi da aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà e lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingeni alle grandi invenzioni, e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni slancio dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnanimità, ogni eroismo e anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata”.
E qui va sottolineato che dietro all’antiperfettismo di Rosmini preme la sua critica all’arroganza di quel pensiero moderno che elabora i suoi fasti nei pensatori illuministi. La dea Ragione sta a simboleggiare un uomo che presume di sostituirsi a Dio e di poter crere una società perfetta. Il giudizio che Rosnini dà sulla presunzione fatale dell’Illuminismo e sugli esiti tragici della Rivoluzione francese fa venire alla mente analoghe considerazioni, prima di Edmund Burke e successivamente di Friedrich August von Hayek.
Problemi gravi, nella Francia dell’epoca, ve n’erano. E non è un mistero - scrive Rosmini - che, come sempre, vi era nella popolazione “una parte irrequieta”. Ebbene, quel che avvenne fu che “capitanarono questa canaglia i cosiddetti filosofi, cioè i filosofi senza logica del secolo XVIII; e giovandosi del reale bisogno di progresso che aveva la civile società, presero ad incitarla … con promessa d’addurla così al progresso bramato che ella non sapeva formulare, né dargli forma esterna, né esterna esecuzione. La società si affidò ai primi capitani che le si offersero, dirò anche agli unici. Sventura! erano dei sofisti, degli empi. Così la causa del progresso si trovò orribilmente involta in quella delle passioni popolari, atee, anarchiche; mille idee si rimescolarono, si urtarono, ne nacque il caos, e dalle menti passò purtroppo nella realtà della vita”.
Antiperfettista, a motivo di quella che egli chiama l’”infermità degli uomini”, Rosmini si affretta sempre nella Filosofia politica, a far presente che gli strali critici puntati contro il perfettismo “non sono volti a negare la perfettibiltà dell’uomo e della società. Che l’uomo sia continuamente perfettibile fin che dimora nella presente vita, egli è un vero prezioso, è un dogma del Cristianesimo“. L’antiperfettismo di Rosmini implica, dunque, l’impegno maggiore. Da qui, tra l’altro, la sua attenzione su quella che egli chiama “lunga, pubblica, libera discussione”, giacché è da siffatta amichevole ostilità che gli uomini possono tirare fuori il meglio di sé ed eliminare gli errori dei propri progetti e idee.
L’antistatalismo - quale forma di utopismo - si configura in Rosmini come una precisa difesa della libertà e della dignità della persona umana. “Calcolandosi gli uomini unicamente per quello che sono utili allo stato, e nulla in se stessi, essi vengono abbassati alla condizione di cose e privati del carattere di persone: sotto un tal punto di vista, un branco di pecore può valere di più di un branco di uomini … Per noi l’uomo non è solo cittadino: prima di essere cittadino, egli è uomo, e questo è il suo titolo imprescrittibile di nobiltà, questo il rende maggiore a tutte insieme le cose materiali che compongono l’universo”.
Libertà, dignità e nobiltà della persona che vengono letteralmente calpestate, tra l’altro, dalla pretesa dello Stato di erigersi a maestro unico e di eliminare, di conseguenza, la libertà di insegnamento. E proprio contro siffatta concezione liberticida Rosmini nel saggio Della libertà d’insegnamento afferma: “I padri di famiglia hanno dalla natura e non dalla legge civile il diritto di scegliere per maestri ed educatori della loro prole quelle persone nelle quali ripongono maggior confidenza”. Lucido sulle conseguenze liberticide implicite nel monopolio statale dell’istruzione, Rosmini non lo è da meno sui danni prodotti da quello che noi oggi chiamiamo assistenzialismo statale.
“La beneficenza governativa - scrive - ha un ufficio pieno in vista delle più gravi difficoltà, e può riuscire, anziché di vantaggio, di grave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficiare; nel qual caso, invece di beneficenza è crudeltà. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata, ricusando i cittadini di sovvenire gl’indigenti che già sa o crede provveduti dal governo, nol sono, nol possono essere a pieno”.
Sin qui, dunque, solo alcune delle idee di Rosmini dalle quali, tuttavia, è facile comprendere la rilevanza e l’impressionante attualità del suo pensiero. E capiamo pure che l’avere per tanto tempo emarginato le idee di Rosmini ha costituito un incalcolabile danno per la cultura cattolica. In realtà, le idee di Rosmini oggi - forse oggi più di ieri - mostrano la loro consistenza teorica, la loro praticabilità politica e il loro valore umano e morale; e pongono sotto gli occhi di tutti il “tempo perduto” e le “occasioni mancate” della cultura cattolica e della politica italiana.

fonte: rosmini.it
 
 

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