Gianni Chiodi è presidente del Comitato promotore della Fondazione di Comunità dell’Abruzzo Teramano

5 Novembre, 2015

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“Commissario alla Sanità abruzzese D’Alfonso non dimentichi l’importanza del 118″

10 Ottobre, 2015

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LETTERA APERTA AL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO “IL CENTRO” MAURO TEDESCHINI CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

Pescara, 9 ottobre 2015

Caro Direttore Mauro Tedeschini,

le scrivo con la certezza di interpretare i sentimenti di centinaia di sanitari medici e infermieri del 118, dei pronto soccorso e delle rianimazioni di tutto l’Abruzzo. Persone eccellenti che ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, salvano vite umane di tanti abruzzesi e – soprattutto in caso di politrauma – riducono i rischi di invalidità permanente. Da oltre due anni asl abruzzesi e università di L’Aquila e Chieti hanno attivato – con l’aiuto degli amici israeliani -  un processo virtuoso che mira a realizzare quello che i nostri medici e infermieri considerano importantissimo per ridurre i rischi e aumentare la sicurezza per loro e per i pazienti: un programma di formazione permanente qui in Abruzzo, omogeneo tra tutti i territori.

Da oltre un anno, in qualità di manager del programma di formazione, ho chiesto al commissario alla sanità Luciano D’Alfonso di spendere almeno una parola per i sanitari dell’emergenza abruzzese. Non per me. La mia persona conta niente.  Con la morte nel cuore, devo costatare che pur essendo arrivati alla vigilia del 1° Convegno Regionale “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” nel ventennale del 118 abruzzese, il silenzio del presidente D’Alfonso continua ad essere silenzio di tomba.  La ringrazio in anticipo se con il giornale che dirige vorrà contribuire a rompere quel silenzio anche attraverso la sana pressione della pubblica opinione.

Distinti saluti,

Dott. Gabriele ROSSI

Direttore “Abruzzo 2020 Sanità Sicura Cooperazione Sociosanitaria Italia Israele”

L’Europa ha deciso le nuove reti infrastrutturali.

17 Giugno, 2015

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La Commissione UE ha pubblicato la carta della nuova rete centrale TEN-T (rete transeuropea dei trasporti) e dei 9 corridoi principali che formeranno le arterie dei trasporti nel mercato unico europeo e che dovrebbero rivoluzionare le connessioni tra est e ovest, eliminando le strozzature, ammodernando le infrastrutture e snellendo le operazioni transfrontaliere di trasporto per passeggeri e imprese in tutta l’Unione europea.

Si tratta, secondo l’esecutivo europeo, della riforma più radicale della politica infrastrutturale mai realizzata dai suoi esordi negli anni ’80.

L’obiettivo finale della nuova rete centrale TEN-T è di fare in modo che progressivamente, entro il 2050, la stragrande maggioranza dei cittadini e delle imprese europei non disti più di 30 minuti di viaggio dalla rete principale.

La nuova rete centrale collegherà:

- 94 grandi porti europei con linee ferroviarie e stradali;

- 38 grandi aeroporti con linee ferroviarie che portano alle città principali;

- 15 000 km di linee ferroviarie convertite ad alta velocità;

- 35 progetti transfrontalieri destinati a ridurre le strozzature. Un’innovazione di rilievo dei nuovi orientamenti TEN-T è l’introduzione di 9 corridoi da realizzare nella rete centrale, che contribuiscono alla sua costituzione: 2 corridoi nord-sud, 3 corridoi est-ovest e 4 corridoi diagonali. Ogni corridoio deve includere 3 modi di trasporto, 3 Stati membri e 2 sezioni transfrontaliere.

Saranno create “piattaforme di corridoio” per coinvolgere tutte le parti interessate e gli Stati membri, quali strutture di governance che elaboreranno e attueranno “piani di sviluppo di corridoio” volti a coordinare efficacemente i lavori svolti lungo il corridoio in Stati membri diversi e in diverse fasi del progetto. Le piattaforme di corridoio dei corridoi principali della rete centrale saranno presiedute da coordinatori europei.

L’Italia sarà attraversata da 4 corridoi:

- dal corridoio Baltico-Adriatico che collegherà Vienna a Ravenna, mettendo in rete i porti di Trieste, Venezia e Ravenna stessa;

- dal corridoio Mediterraneo che taglierà in orizzontale tutto il Nord Italia, partendo da Torino fino a Trieste, unendo così la Francia e i Balcani;

- dal corridoio scandinavo-mediterraneo che è, probabilmente, quello più strategico per lo sviluppo italiano, perché partendo dal Brennero si scende fino a Roma e poi a Napoli da cui si biforca, collegando la città partenopea a Palermo, da una parte, e alla Puglia, dall’altra;

- dal corridoio alpino che prevede il collegamento diretto di Genova e Milano con il confine svizzero.

Ecco di seguito i 9 corridoi.

1) Il corridoio Baltico-Adriatico è uno dei più importanti assi stradali e ferroviari transeuropei che collega il Mar Baltico al Mare Adriatico attraversando zone industrializzate che vanno dalla Polonia meridionale (Slesia superiore) a Vienna e Bratislava, alla Regione delle Alpi orientali e all’Italia settentrionale. La sua realizzazione comprende importanti progetti ferroviari come la galleria di base del Semmering, la linea ferroviaria del Koralm in Austria e le sezioni transfrontaliere tra Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

2) Il corridoio Mare del Nord-Mar Baltico collega i porti della costa orientale del Baltico con i porti del Mare del Nord. Il corridoio collegherà la Finlandia con l’Estonia con navi traghetto e creerà collegamenti stradali e ferroviari moderni tra i tre Stati baltici, da un lato, e la Polonia, la Germania, i Paesi Bassi e il Belgio, dall’altro. Il corridoio comprende anche collegamenti fluviali tra il fiume Oder e i porti di Germania, Paesi Bassi e Belgio, come il “Mittelland-Kanal”. Il progetto più importante è il “Rail Baltic”, una ferrovia europea a scartamento standard tra Tallinn, Riga, Kaunas e la Polonia nordorientale.

3) Il corridoio Mediterraneo collega la Penisola iberica con il confine ungro-ucraino costeggiando il litorale mediterraneo della Spagna e della Francia per poi attraversare le Alpi nell’Italia settentrionale in direzione est, toccando la costa adriatica in Slovenia e Croazia, e proseguire verso l’Ungheria. A parte il fiume Po e qualche altro canale nel nord Italia, il corridoio è essenzialmente stradale e ferroviario. I principali progetti ferroviari lungo questo corridoio sono i collegamenti Lione-Torino e la sezione Venezia-Lubiana.

4) Il corridoio orientale/mediterraneo orientale collega le interfacce marittime del Mare del Nord, Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo ottimizzando l’uso dei relativi porti e delle rispettive autostrade del mare. Includendo l’Elba come via navigabile interna permetterà di migliorare le connessioni multimodali tra la Germania settentrionale, la Repubblica ceca, la regione della Pannonia e il sudest dell’Europa. Via mare andrà poi dalla Grecia a Cipro.

5) Il corridoio scandinavo-mediterraneo è un asse nord-sud cruciale per l’economia europea. Attraversando il Mar Baltico dalla Finlandia e dalla Svezia e passando attraverso la Germania, le Alpi e l’Italia, collega i principali centri urbani e porti della Scandinavia e della Germania settentrionale ai centri industrializzati di produzione della Germania meridionale, dell’Austria e del nord Italia e quindi ai porti italiani e della Valletta. I progetti più importanti di questo corridoio sono il collegamento fisso del Fehmarnbelt e la Galleria di base del Brennero, con le rispettive vie di accesso. Il corridoio raggiunge quindi via mare Malta passando dall’Italia meridionale e dalla Sicilia.

6) Il corridoio Reno-Alpi costituisce una delle rotte merci più trafficate d’Europa: collega i porti del Mare del Nord di Rotterdam e Anversa con il Mar Mediterraneo a Genova attraversando la Svizzera e passando per alcuni dei principali centri economici della Ruhr renana, le regioni del Reno-Meno-Neckar e l’agglomerazione di Milano. È un corridoio multimodale che include il Reno come via navigabile interna. I principali progetti sono le gallerie di base in Svizzera, in parte già completate, e le loro vie di accesso in Germania e in Italia.

7) Il corridoio atlantico collega la parte occidentale della Penisola iberica e i porti di Le Havre e Rouen a Parigi e quindi a Mannheim/Strasburgo con linee ferroviarie ad alta velocità e linee ferroviarie convenzionali parallele, includendo anche la Senna come via navigabile interna. La dimensione marittima svolge un ruolo cruciale in questo corridoio.

8) Il corridoio Mare del Nord-Mar Mediterraneo va dall’Irlanda e dal nord del Regno Unito fino al Mare Mediterraneo nel sud della Francia attraverso i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo. È un corridoio multimodale che comprende acque navigabili interne nel Benelux e in Francia e intende non solo offrire servizi multimodali migliori tra i porti del Mare del Nord, i bacini fluviali della Mosa, del Reno, della Schelda, della Senna, della Saona e del Rodano e i porti di Fos-sur-Mer e Marsiglia, ma anche un’interconnessione migliore tra le isole britanniche e l’Europa continentale.

9) Il corridoio Reno-Danubio, le cui arterie fluviali principali sono il Meno e il Danubio, collega le regioni centrali intorno a Strasburgo e Francoforte sul Meno attraverso la Germania meridionale a Vienna, Bratislava e Budapest per arrivare infine al Mar Nero, con una sezione importante tra Monaco di Baviera e Praga, Zilina, Kosice e il confine ucraino.

I 9 corridoi segnano un enorme progresso nella pianificazione delle infrastrutture dei trasporti.

fonte: Blog di Renato Ranieri 

Il nuovo libro di Romolo Bugaro

31 Maggio, 2015


Effetto domino
Romolo Bugaro
2015
Supercoralli
pp. 236
€ 19,50
ISBN 978880622501

Ci sono uomini abituati a esprimersi solo attraverso il denaro. Uomini che non vanno liquidati con facili parole: lo sa bene Romolo Bugaro, che - oltre a essere uno scrittore ipnotizzato dal mondo - è un avvocato che conosce da vicino, per lavoro, le traiettorie di ascese e fallimenti. Ritrarli con verità, nel bene e nel male di cui sono capaci, è la scommessa di questo suo romanzo. Perché la verità non indebolisce il giudizio etico, anzi lo rafforza proprio nella misura in cui lo complica. Quando uomini come questi si mettono in testa di concludere un grande affare - ad esempio di costruire una città di lusso nella provincia veneta, facendola spuntare come un fungo dall’oggi al domani - niente può fermarli. O forse sí. Forse può accadere che il semplice «no» di una banca produca un effetto domino senza fine, travolgendo le esistenze di tutti. Grandi costruttori, piccoli imprenditori, camionisti, casalinghe, bambini ignari di ogni cosa. Perché quando la valanga comincia a rotolare non c’è salvezza per nessuno. Ma non tutto è come sembra, in una storia di uomini ossessionati dal lavoro, dal denaro e dal potere al punto da apprezzare l’abilità di chi è riuscito a fregarli. E forse l’espressione tecnica «segnalazione a sofferenza» può diventare per molti una metafora perfetta.

Il trionfo del Grande Fratello

29 Aprile, 2015

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di Stefano L. Di Tommaso

Dopo la crisi epocale che la finanza globale ha regalato al mondo si è a lungo aspettata una ripresa che ha attecchito di più nei Paesi più sviluppati e di meno in quelli più deboli. La ripresa economica, trainata dai soliti americani, è stata sostenuta da borse euforiche per la grande liquidità immessa dalle banche centrali di tutto il mondo, ma non si è mai trasformata in un fenomeno di massa: ne hanno beneficiato i più ricchi, i paesi più sviluppati e coloro che avevano investito di più in Borsa.

Non l’hanno invece praticamente avvertita le economie più indebitate e le fasce sociali più deboli, mentre infine ha funzionato addirittura alla rovescia per i Paesi Emergenti: la ripresa economica dell’Occidente ha allargato la capacità di estrarre risorse naturali abbassandone fortemente il prezzo, e sottratto liquidità dal circuito degli investimenti delle economie emergenti per fluire verso i mercati finanziari più frizzanti e più orientati al breve termine.

Così, mentre anche la vecchia e divisa Europa e persino la Cina si sono alfine votate ad una politica economica basata sugli stimoli monetari delle banche centrali, i primi Paesi al mondo ad essersi dotati di politiche monetarie espansive, come il Giappone, gli USA, il Regno Unito, hanno sì per primi beneficiato di un vistoso recupero dalla recessione, ma oggi, dopo poco tempo ancora, le loro economie mostrano di nuovo segni di rallentamento della crescita, lasciando presupporre che ciò contribuirà a ridurre le attese di crescita economica mondiale a livelli appena accettabili dal punto di vista dell’affrancamento del terzo mondo dalla fame, dall’ignoranza e dalle malattie.

Indubbiamente la liquidità immessa in questi anni nel sistema finanziario ne ha permesso la sopravvivenza delle principali istituzioni e di recente anche una certa loro euforia, ma è arrivato oggi il momento di fare i conti con la divaricazione crescente tra le aspettative scintillanti del mercato finanziario e borsistico, da un lato, e quelle piatte e deflattive e dell’economia reale e, dall’altro lato, tra l’ascesa dei corsi dei titoli azionari e l’eccesso di indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni. Cosa che getta un’ombra sinistra sul nostro futuro, sulle prospettive di lungo termine di questa tendenza fatale.

Non che tutti gli elementi di questa divaricazione debbano venire necessariamente per nuocere: l’esuberanza del mercato dei capitali ha aiutato il pianeta ad avviarsi a ridurre il ruolo oligopolistico delle banche, ha fornito capitali coraggiosi alle nuove generazioni e talvolta anche le risorse per i grandi investimenti strutturali. Ha contribuito a selezionare le imprese migliori tra quelle che richiedono finanza per la crescita, o a scommettere sulle più innovative. Se esso fosse stato flaccido e arido come nell’ultimo dopoguerra, anche molte pregevoli iniziative non avrebbero troverebbero supporto.

Ma dall’altra parte il mercato finanziario aiuta innanzitutto sé stesso: favorisce la concentrazione della ricchezza ma pretende poi di influenzare qualsiasi sfera della vita umana, che sia essa scientifica, politica o sociale.

Spingendo verso l’incremento di efficienza dei fattori di produzione esso genera indubbiamente ricchezza, ma dall’altro piatto della bilancia non si può fare a meno di osservare la deriva importante verso una sempre minore speranza di libertà e umanità per i popoli meno orientati all’industria o meno omologati agli standard del nuovo sistema capitalistico.

L’efficientamento del sistema economico contempla infatti sempre un importante prezzo da pagare in termini di debito pubblico, di scarsità di risorse da devolvere a programmi sociali e culturali, di progressiva cancellazione delle diversità e delle tradizioni, contribuendo a ingrigire e omologare tanto i popoli minori quanto le loro “bio-diversità”.

E tuttavia, sebbene già quanto sopra detto possa risultare in un importante forzatura della dimensione umana, c’è ancora qualcosa che sfugge alla logica di questo scenario: il recente progresso tecnologico non solo ha portato la ricchezza finanziaria a concentrarsi in poche mani, non solo ha generato il moltiplicarsi delle differenze di reddito tra i ceti sociali, ma ha anche emarginato intere categorie di individui, nonché intere generazioni di soggetti di mezza età le cui competenze lavorative rischiano di risultare del tutto inadeguate a ciò che viene richiesto dalla nuova era.

L’abbassamento sotto zero degli interessi finanziari percepiti dal risparmio di una vita può costituire inoltre una minaccia serissima alla consistenza futura delle pensioni di anzianità, mentre l’eccesso di debito pubblico globale non potrà che limitare gli ulteriori investimenti infrastrutturali che dovrebbero invece moltiplicarsi, per aiutare a ridurre il divario tra economia di mercato e povertà, tra progressiva digitalizzazione della società civile ed emarginazione delle classi più deboli, tra montagne di elementi conoscitivi (i cosiddetti “big data”) disponibili per coloro che sono dotati di strumenti per elaborarli e l’accrescersi dell’ignoranza generale e dell’analfabetizzazione informatica.

La nuova era non spinge i giovani a studiare la storia e l’umanesimo. La necessità di sempre maggiori guadagni non favorisce la solidarietà e la meditazione. La digitalizzazione non aiuta il dialogo e l’ascolto reciproco.

Il mondo attuale rischia davvero di scivolare insomma verso una dimensione troppo orwelliana per essere applaudita, mentre le pressioni sociali per la redistribuzione delle risorse non potranno che crescere di conseguenza, se non interverrà il buon senso della politica. Un nuovo apartheid è dunque forse alle porte: quello dei popoli ricchi che lo sono sempre più e che vorranno difendersi ulteriormente dal contatto con quelli più poveri, il cui divario economico crescente rischia di costituire una seria minaccia alla pace e alla convivenza civile globale!

I punti deboli del sistema di emergenza-urgenza

13 Aprile, 2015

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Dalla richiesta di aiuto urgente al 118, alla Centrale operativa che risponde e attiva (in base alle condizioni del paziente) l’intervento delle ambulanze, fino al trasporto al Pronto soccorso e all’eventuale ricovero in reparto per garantire le cure giuste. Il sistema dell’emergenza-urgenza rappresenta la prima risposta alla persona che ha bisogno di assistenza immediata. Ma è un sistema «in sofferenza», con reti territoriali non sempre organizzate o che non dialogano tra loro e Pronto soccorso sovraffollati e vicini al collasso. Sembrano dimostrarlo recenti tragiche vicende. Lo ha denunciato nei giorni scorsi, nel corso di un’audizione alla Commissione igiene e sanità del Senato, la Fimeuc, Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e delle catastrofi, che ha consegnato ai parlamentari un «Manifesto» con alcune proposte per superare le criticità.

Ma quali sono le carenze del sistema?

«A mancare è innanzitutto una reale integrazione tra 118 e professionisti che lavorano dentro i Pronto soccorso - premette Adelina Ricciardelli, presidente di Fimeuc -. Sono ancora pochi, a macchia di leopardo sul territorio nazionale, i Dipartimenti di emergenza unici, cui afferiscono mezzi di soccorso, centrali operative 118, punti di Primo intervento, servizi di Pronto soccorso, servizi di Osservazione breve. Laddove esistono, consentono, per esempio, la rotazione del personale sulle varie articolazioni, col medico dell’emergenza che oggi lavora in Pronto soccorso, domani soccorre i pazienti su un’autoambulanza. Il che facilita anche la condivisione di percorsi diagnostico-terapeutici».«Per ogni tipo di patologia, infatti - continua Ricciardelli - bisogna sapere esattamente che cosa fare e a chi rivolgersi in tutte le fasi, dal trasporto in massima sicurezza alla stabilizzazione del paziente che, se peggiora lungo il viaggio, va portato, indipendentemente dalla disponibilità del posto letto, al Pronto soccorso più vicino per preservare le funzioni vitali». Insomma, una visione dell’emergenza a 360 gradi, che però non sempre è la regola. «Se passi avanti sono stati fatti un po’ ovunque per i traumi, l’ictus, l’infarto, con la costituzione di reti specifiche, capita ancora in alcune realtà che, una volta soccorso il paziente a casa, ci si limiti a trasportarlo al Pronto soccorso, indipendentemente dalle esigenze delle specifiche condizioni - sottolinea la presidente di Fimeuc -. Occorrono provvedimenti a livello nazionale in tema di formazione specifica, comune e articolata nei vari ambiti dell’emergenza, per molto tempo orfana di una scuola di specializzazione, partita solo nel 2009».

Ma come funzionano i diversi anelli della catena del soccorso?

«Esistono protocolli standard per gli operatori delle centrali operative del 118 che ricevono e gestiscono la richiesta telefonica di soccorso - risponde Ricciardelli -. Attraverso un’intervista strutturata di qualche minuto, attribuiscono un codice colore di gravità (rosso, giallo, verde), cioè un livello di priorità d’intervento, mandando sul posto mezzo ed equipaggio più idonei».«In Liguria, per esempio, si usa il sistema Mpds-Medical Priority Dispatch System, già adottato in diversi Paesi e che ora comincia a diffondersi nel nostro - aggiunge Francesco Bermano, presidente della Sis-Società italiana sistema 118 -. L’intervista, che dura al massimo un minuto e mezzo, risponde ai criteri dell’International Academies of Emergency Dispatch per assicurare il soccorso più appropriato e tempestivo in qualsiasi tipo di emergenza, eliminando interpretazioni personali dei sintomi descritti al telefono». Carenze anche gravi, invece, si riscontrano sulle dotazioni dei mezzi di soccorso. «Ci sono, per esempio in Campania, ambulanze prive di defibrillatore o di elettrocardiografo anche se c’è il medico a bordo - riferisce la presidente di Fimeuc -. E in alcune zone del Paese ci sono addirittura due medici a bordo del mezzo di soccorso, mentre in altre neppure uno anche quando servirebbe. Insomma: una babele».

Ma chi decide e chi controlla se un mezzo di trasporto è adatto, se ha le dotazioni necessarie, se il personale è idoneo?

«I requisiti minimi per strutture, tecnologie, organizzazione, personale, sono stabiliti e verificati da ciascuna Regione in assoluta autonomia - dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe-Gruppo italiano medicina basata sulle evidenze». Oggi, tra gli indicatori per verificare l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza per l’area dell’emergenza c’è solo il tempo intercorso tra l’allarme e l’arrivo dei soccorsi sul posto, che non dovrebbe superare i 18 minuti. «Nemmeno questo, però - dice Ricciardelli - è sempre rispettato in tutte le Regioni, come risulta dall’ultimo rapporto del ministero della Salute su dati 2012».

«E se su un territorio si chiudono i Pronto soccorso - interviene Bermano - è necessario garantire l’efficacia dei trasporti con mezzi attrezzati e personale preparato, sia in caso di emergenze tempo-dipendente (quando il tempo è fondamentale per salvare la vita o per la riuscita dell’intervento), sia quando occorrono tempi lunghi per raggiungere il Pronto soccorso di riferimento».

Ma perché non trasportare il paziente sempre al Pronto soccorso più vicino?

«Non sempre è il più idoneo a garantire le cure appropriate - risponde Ricciardelli - . Se, per esempio, il paziente ha un’emorragia e deve essere operato, si perde tempo prezioso se lo si trasporta in un ospedale non attrezzato per fare un intervento chirurgico urgente».

Fonte:Corriere della sera 1° marzo 2015 

Facebank?

26 Marzo, 2015

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di Andrea Iemma 

L’apoteosi del social banking è racchiusa in uno spiffero di qualche giorno fa proveniente dalla California. Una notizia riportata dal Financial Times e non commentata ufficialmente da nessuno dei portavoce di Menlo Park. Quella che racconta di come Facebook si stia muovendo in varie direzioni per diventare il prototipo più raffinato di banca social. Il web intanto non ha perso tempo, coniando il nuovo nome e parlando già di Facebank. Le indiscrezioni riportano di una trattativa in fase di definizione con la Banca Centrale Irlandese. Facebook avrebbe chiesto un via libera, che non dovrebbe tardare ad arrivare, per diventare di fatto un istituto di emoney. 

Gli utenti potrebbero così depositare i propri soldi ed utilizzarli non solo per fare acquisti all’interno dell’ecosistema Facebook, ma anche all’esterno, scambiandoli e inviandoseli con un click. Il concetto e il mercato più vicino è quello del money transfer, che Zuckerberg vorrebbe aggredire proponendo tariffe notevolmente più basse, avvalendosi della diffusione capillare della propria creatura e della comodità che incontrerebbero gli utenti a sfruttare la piattaforma social per svolgere le transazioni. 

Nell’avvicinare persone distanti, Facebook non ha competitor, quindi l’operazione potrebbe trasformarsi in un altro successo, anche considerando i volumi di questo mercato: ad esempio nel 2013 dall’Italia gli immigrati che lavorano nel nostro Paese hanno spostato complessivamente verso il Paese d’origine 7 miliardi di euro. Questa strategia favorirebbe ulteriormente la penetrazione della piattaforma di Mark Zuckerberg nei mercati emergenti: Facebook diventerebbe una vera e propria utility per i Paesi in via di sviluppo. In attesa degli sviluppi concreti dell’operazione è curioso prendere atto di come questa intuizione made in Palo Alto rappresenti un climax nel processo di crescita del social banking. 

Se, come abbiamo riportato all’interno del Primo White Paper della II Edizione della Ricerca di Social Minds il 53% delle banche italiane, all’interno del campione osservato, ha aperto una FanPage e le banche stanno sempre di più includendo nella propria strategia i social network, è interessante osservare come anche Facebook stia pensando di sfruttare le opportunità di business e inclusione proprie dei servizi finanziari.

fonte: socialminds.it 

Chi guadagna e chi perde con la fine della crisi

6 Marzo, 2015

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 di Stefano L. Di Tommaso

Viviamo il momento con molta trepidazione: riuscirà questo nuovo Benito ad imporre riforme tali da rilanciare l’economia italiana? Riuscirà il nostro Paese a saltare sull’onda positiva che sembra arrivare? Riusciranno i piccoli e medi imprenditori a darsi un assetto idoneo alla sfida che li attende per essere pronti ad una piccola ripresa?

Questi ed altri interrogativi provengono dalla presa di coscienza del momento particolare che stiamo vivendo: l’Euro si svaluta, i tassi vanno sotto zero, le Borse galleggiano alte (sin troppo) e i consumi nazionali invece continuano a scendere. Qualche spiraglio di luce sembra provenire dalla statistica sulla disoccupazione, nonché dal ribasso di materie prime ed energia. Ma sebbene un rimbalzo tecnico sia atteso, noi Italiani quest’anno stapperemo ancor meno champagne degli anni passati.

Negli stessi giorni di angoscia e della speranza per l’evoluzione del nostro Paese appaiono sulla stampa notizie relative a due opposte icone della moda italiane: Borsalino, azienda famigliare che si appresta a portare i libri in a Tribunale e Moncler, azienda manageriale che invece infila l’ennesimo rialzo borsistico dopo la notizia che le sue vendite globali sono attese in crescita di un ulteriore 20% quest’anno. Due modi opposti di approcciare al business più antico del mondo: il tessile-abbigliamento.

Questa è forse la sintesi estrema di quel che è oggi e potrebbe essere domani per la maggior parte delle imprese italiane!

Quali sono allora i “fattori di successo”per le imprese che vogliono cavalcare la primavera italiana? In ordine logico:

- Idee / Prodotti / Competenze

- Distribuzione / Organizzazione / Controllo di Gestione

- Capitali e Finanza per lo sviluppo globale.

Nient’altro (di rilevante) se non le idee chiare su come agire.

E nessuna distrazione dagli obiettivi!

“Straw man argument” o “Straw man fallacy”.

7 Gennaio, 2015

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Che cos’è lo “straw man argument” ( o “straw man fallacy”)  andrebbe spiegato ogni giorno perché gli Americani gli hanno dato un nome che da noi non c’è, e perché è un elemento centrale degli inganni dialettici contemporanei, nella politica e nel discorso quotidiano (che inganni ne conoscono moltissimi, ci vorrebbe un buon manuale).

Uno “straw man argument” è una tesi che una parte in una discussione attribuisce all’altra parte, malgrado quest’ultima non l’abbia sostenuta: la tesi è una forzatura volutamente e palesemente assurda, sciocca o falsa, in modo da essere facilmente contraddetta. Esempio: io dico che bisogna abolire la caccia e tu mi rispondi che sono un pazzo perché se i bambini non mangiano mai carne non crescono sani. Io non ho mai sostenuto che i bambini non debbano mangiare la carne, ma tu mi hai attribuito questa opinione e io ora dovrò affannarmi a dire che non è vero, ripartendo da un passo indietro.

Questo trucco è abusatissimo, come dicevo e come avrete presente, e funziona sempre: costringe l’ingannato a una smentita che suona sempre debole, o irritata (e lì parte un altro trucco da bambini: “ah, ti irriti, allora è vero!”).

Che gli abbiano dato un nome è una cosa buona perché permette, una volta che sia noto e condiviso, di definirlo e smontarlo immediatamente: “straw man!“.

fonte: wittgenstein

leggi anche The 25 rules of disinformation

fonte: costanzamiriano.com

Israele: quello che la stampa non dice

22 Settembre, 2014

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di Dan Segre

La commissione parlamentare – creata a Gerusalemme per analizzare le cause e la condotta dei vari responsabili della guerra di Gaza – ha incominciato, come doveroso in ogni libera democrazia, a fare il suo lavoro. In concomitanza, una tregua raggiunta con l’apporto dell’Egitto ha fatto scoppiare sui media locali e esteri la guerra delle chiacchiere, accompagnate dalle solite previsioni per il futuro: chi sarà il prossimo primo ministro? Netanyahu ha annunciato la sua volontà di ripresentarsi: anche se le prossime elezioni sono previste fra due anni, si è già candidato e, come ovvio, vincerà o perderà. La giostra delle inutili speculazione è incominciata, mentre la stampa sembra ignorare tre questioni fondamentali:

La prima chi sarà vivo o morto domani mattina. Mi ricordo che nel 1969 fui invitato ad assistere ad un dibattito fra i massimi esperti del Medio Oriente e dell’Egitto con Nasser dopo che era stato battuto, ma popolarmente rimesso al suo posto dala guerra del 1967. La riunione si teneva nel piccolo anfiteatro dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Fu un tripudio di idee, ipotesi, indagini sociologiche, ecc. Sino al momento in cui un noto professore di Harvard intervenne con questa semplice domanda: e se Nasser morisse? Uno scoppio di ilarità accolse l’ipotesi, specie da parte dei generali e diplomatici. (Come nella risposta di Laplace a Napoleone che gli chiedeva dove mettesse Dio: “ Non è un’ipotesi che mi interessa”). Nasser morì poco tempo dopo e la sua scomparsa cambiò il corso degli avvenimenti nel Medio Oriente.

La seconda questione, qualunque cosa ne pensino gli esperti, riguarda Hamas. Non essendo uno stato ma un movimento di Resistenza, sopravvivere significa vincere.

La terza questione, storicamente e socialmente inspiegabile, sino a quando arabi, palestinesi, antisemiti, liberali di sinistra, continueranno “costituzionalmente” e praticamente a voler distruggere lo stato di Israele opereranno per il suo rafforzamento, sviluppo e successo (per lo meno militare e socioeconomico). Ci è stato solo uomo che comprese questo paradosso. In un discorso tenuto nel 1964 dal tunisino Habib Bourguiba, davanti ai profughi palestinesi a Gerico, disse “Se volete distruggere Israele, fate pace con lui”. L’indomani l’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche. Il resto è storia e commenti.

La guerra d’Indipendenza di Israele ne ha permesso la sopravvivenza fisica. Fu vinta da una popolazione ideologicamente impegnata, con solide strutture pre statali e una percentuale di vittime ( parte reduci dai campi di sterminio) in 18 mesi pari a 5 anni delle perdite della Francia nel primo conflitto mondiale. Poi ci fu la cacciata degli ebrei dai paesi arabi che rinforzò demograficamente Israele (l’aggiunta di un milione di cittadini di lingua araba) distruggendo le élite economiche, finanziarie e culturali e la classe media in Iraq, Egitto, Siria, Libia, in parte in Marocco di cui si vedono oggi le conseguenze. L’ottusità, l’antisemitismo sovietico unito alla stupidità dei partiti comunisti e delle élite europee, portarono in Israele oltre un milione di specialisti, scienziati, educatori “prefatti” alle spese dei paesi di provenienza che hanno trasformato Israele in un centro di high tech mondiale. Se all’inizio di questo secolo molti davano per morta l’avventura sionista con una crescente emigrazione israeliana all’estero (una delle comunità ebraiche più popolosa è quella degli Israeliani installatisi a Berlino), alla fine di questo anno l’immigratorio in Israele è stata più alta grazie alle migliaia di ebrei francesi che cercano sicurezza nello stato ebraico portandosi dietro un bagaglio di cultura, finanza, tecnologia inimmaginabile solo tre anni fa.

La guerra di Gaza non ha diminuito la popolazione israeliana, semmai l’ha aumentata coi riservisti venuti dall’estero. Nelle chiacchere giornalistiche Israele, “stato apartheid”, incomincia a scricchiolare di fronte alle minacce di un boicottaggio economico diplomatico, politico internazionale. Forse, dal momento che i governanti israeliani sono abituati a sprecare le opportunità che gli avvenimenti offrono loro.

Una cosa è certa: la guerra di Gaza oltre a rinforzare la compattezza interna sta facendo prendere coscienza delle vere debolezza israeliane: mercato interno troppo piccolo, ingiustizia sociale, basso livello di educazione scolastica, impedimenti linguistici e soprattutto una smoderata fiducia nella capacità tecnologica militare di sostituire la fantasia e l’inventiva umana.

Dove porterà tutto questo? Impossibile immaginarlo anche a causa degli sconvolgimenti internazionali e del crollo della leadership americana. In fondo, come diceva l’economista Keynes, alla fine saremo tutti morti. È vero, ma la scelta di come vivere dipende solo da noi perché come insegna la “scienza della Kabbalah” tutto dipende dal passaggio volontario, in ciascuno di noi, dell’egoismo all’altruismo. Dall’Ego all’Altro e chissà per quanto tempo ancora dal sostegno dei suoi nemici.

fonte: Il Giornale

data: 9 settembre 2014

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