Diabete, una varietà molto speciale di malattia cronica

11 Novembre, 2021

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In Italia i malati cronici sono 24 milioni

11 Novembre, 2021

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La spesa a livello UE per le malattie croniche è pari a circa 700 miliardi di euro l’anno ed in Italia i malati cronici sono 24 milioni, assorbendo una gran parte delle risorse riversate in sanità.

Il PNC (Piano Nazionale Cronicità) approvato con Accordo sancito dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le PPAA di Trento e Bolzano il 14 settembre 2016, avrebbe dovuto portare alla riorganizzazione dell’assistenza sanitaria e allo spostamento sul territorio dei trattamenti socio sanitari delle principali patologie croniche (come ad esempio diabete, asma, BPCO, CV) con lo sviluppo di una diversa cultura orientata alla presa in carico proattiva delle persone con fragilità e cronicità tramite servizi di prossimità. Solo un deciso intervento in questa ottica potrà consentire che il processo di miglioramento della qualità assistenziale, si sviluppi in coerenza con l’esigenza di contenimento e di razionalizzazione della spesa sanitaria.

Ma tutto questo con quali strumenti operativi? Oggi, a quasi 3 anni dall’approvazione, l’attuazione concreta del Piano si vede realizzata ancora in via parziale e solo in alcune regioni, seppur da molti sia stata considerata la potenziale vera spending review della sanità.

Per verificare lo stato di attuazione reale e non formale del PNC, gli uffici della programmazione del Ministero Salute hanno attivato un monitoraggio tecnico che deve mappare una serie di indicatori trasmessi dalle singole regioni: il livello di stratificazione della popolazione, il livello di integrazione tra assistenza ospedaliera e territoriale e il livello di adozione e di attuazione dei percorsi diagnostico-terapeutici.

Il PNC ha previsto inoltre la creazione di una cabina di regia che, partendo dall’analisi di questi indicatori, costruisca una fotografia iniziale (as is) e possa poi decidere le azioni successive (to be). Se l’obiettivo del piano nasce dall’esigenza di armonizzare a livello nazionale tutte le attività in questo campo, compatibilmente con la disponibilità delle risorse economiche, umane e strutturali, la realizzazione e attuazione del piano in tutte le Regioni deve rappresentare lo strumento per rendere omogeneo l’accesso alle cure da parte dei cittadini, garantendo gli stessi livelli essenziali di assistenza e rendendo sostenibile il SSN.

L’innovazione organizzativa necessaria a tutto ciò è una responsabilità di ogni singola regione e si dovrà realizzare attraverso ben costruiti condivisi e monitorati PDTA.

La Recente Pandemia sembra aver convinto tutti nello spingere sull’acceleratore del cambiamento, oramai non più auspicabile ma necessario ed indifferibile.

Martedì, 3 Novembre 2020 - Webinar di Motore Sanità  La gestione delle cronicità ad alto impatto assistenziale. Focus diabete, FANV e BPCO nell’era Covid-19 segui qui: La gestione delle cronicità ad alto impatto assistenziale - 3 Novembre 2020 - YouTube

fonte: Motore Sanità 

Raccolta, analisi e valorizzazione dei dati sanitari. Un ambito ancora da sviluppare e su cui investire.

5 Novembre, 2021

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Le aziende sanitarie giocano un ruolo fondamentale nel rendere efficace il processo di raccolta e valorizzazione di dati e informazioni sul paziente.

L’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità ha cercato di comprendere quale sia, in media, il livello di maturità nella gestione e valorizzazione dei dati, rispetto alle diverse categorie di dati che possono essere gestite dalle aziende stesse.

I dati amministrativi risultano la tipologia di dati su cui le aziende sono più mature: il 62% dei CIO del campione dichiara di analizzarli con strumenti di Descriptive Analytics (analisi retrospettive), l’8% con tecnologie di Advanced Analytics (per svolgere analisi predittive) e solo il 14% attualmente dichiara di non analizzarli, anche se ne dispone in quantità e qualità sufficiente.

Fotografia simile per i dati gestionali e organizzativi (43% Descriptive Analytics e solo 5% Advanced Analytics).

La terza categoria di dati su cui le aziende si sentono mature sono i dati clinici, strutturati e non strutturati (es. dati inclusi nella CCE, testi, referti, immagini, ecc.) con il 32% delle aziende che svolge analisi descrittive e solo il 5% che usa Advanced Analytics.

Diversa la situazione per dati raccolti da App, wearable, sensori o oggetti intelligenti (raccolti attraverso sistemi informatici solo dal 22% delle aziende e analizzati solo dal’11%) e dati provenienti da web e social media (rispettivamente 22% e 6%).

Quello della raccolta, analisi e valorizzazione dei dati è quindi ancora un ambito ancora da sviluppare e su cui investire, sia in termini economici sia in termini di integrazione/interoperabilità tra sistemi sia in termini di sviluppo di competenze specifiche. Le fonti di dati generati dal sistema sanitario sono molteplici e il cittadino/paziente ha un ruolo sempre più attivo nel rilevare e condividere dati, ma come si è visto questi spesso non sono integrati con quelli di sistema.

fonte: Una Sanità migliore grazie ai dati, Polimi: “Ecco i passi per una svolta” | Agenda Digitale

Patient Journey, il viaggio del paziente nella sanità

4 Novembre, 2021

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Il punto di partenza è studiare i percorsi dei pazienti lungo i diversi livelli di cura e trattamento. Dopo l’indagine sulle situazioni reali, si possono realizzare sistemi digital smart che migliorano i servizi e l’efficienza complessiva della struttura sanitaria, che riducono i tempi di attesa e lo spreco di risorse, che aiutano in definitiva il lavoro di staff medici, organizzativi e amministrativi.

fonte: Reinier de Graaf 

Liste di attesa, un approccio in 3 mosse

3 Novembre, 2021

1. #studiare ed #analizzare il fenomeno nei minimi dettagli per capire dove e come intervenire con precisione chirurgica

2. #svolgere un monitoraggio quotidiano della situazione per dare la possibilità di reagire tempestivamente alle criticità oppure prevenirle
3. #supportare politiche di governo della domanda, quindi aiutare nella lotta contro la #inappropriatezzaprescrittiva

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Per una reale Sanità Data Driven

29 Ottobre, 2021

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Trascrizione dell’intervento di Lorenzo Della Sciucca al Forum PA Sanità 2021   

Il problema delle liste di attesa, il fatto che i pazienti devono attendere troppo a lungo - per esempio sulle visite specialistiche prescritte dal proprio medico curante - rappresenta una storica spina nel fianco della sanità italiana e purtroppo il Covid non ha fatto altro che peggiorare ulteriormente la situazione. Si tratta di un problema molto complesso, molto difficile da gestire e proprio per questo motivo i giusti sistemi di data analytics a supporto delle decisioni possono veramente fare la differenza. Secondo la nostra esperienza, è possibile aiutare a gestire questo problema, tra azienda sanitaria e il responsabile unico delle liste d’attesa, in tre modi. Il primo modo è consentire di studiare ed analizzare il fenomeno nei minimi dettagli per capire dove e come intervenire con precisione chirurgica, quindi, conoscere per decidere. Il secondo modo, è svolgere un monitoraggio quotidiano della situazione per dare la possibilità di reagire tempestivamente alle criticità oppure di prevenirle. Il terzo modo è supportare politiche di governo della domanda, quindi aiutare nella lotta contro la inappropriatezza prescrittiva.


Prima tematica, quella dello studio dell’analisi del fenomeno. E’ necessario analizzare le performance dell’azienda in termini di tempi di attesa non solo a livello aggregato, quindi scendere a livello di singola prestazione oggetto di monitoraggio, diviso per classi di priorità, diviso per ambito di territoriale di erogazione relazionate in base ai volumi. Perché ovviamente per capire quelle che, non solo performano peggio ma per i volumi elevati fanno più danni e per individuare quelle che sono le situazioni più critiche e andare a guardare gli erogatori e quali altre prestazioni realmente, a parte le disponibilità teoriche, erogano. E poi capire se ci sono ottimizzazioni e se nel futuro come disponibilità residue hanno situazioni in miglioramento o peggioramento. Tutte queste informazioni a livello puntuale di andamento consentono di capire che cosa fare e lo stesso tipo di indagine si può fare al contrario, partendo dagli erogatori per cercare di trovare delle situazioni di criticità che ancora non si sono manifestate a livello macroscopico.


Secondo tema è quello di monitorare la situazione sia a livello diciamo centrale per responsabile unico e per la direzione sanitaria, ma anche per i singoli responsabili sul territorio che gestiscono, diciamo gli erogatori, fornire giorno per giorno dei report, degli alert che consentano di capire: “Ieri come sei andato con le performance sui tempi di attesa?”; “ieri quanti appuntamenti a fuori soglia hai preso?”. Magari puoi attivare meccanismi per cercare di recuperarli, trovare delle disponibilità extra, contattarli, cercare di riportare in carreggiata le prenotazioni. E poi vedere che disponibilità hanno i tuoi erogatori nel futuro, nelle prossime settimane, perché così se vedi delle situazioni di saturazione puoi intervenire prima che causino danni. Se andiamo a guardare le prescrizioni di dematerializzate recuperate giorno per giorno dal SAR per arrivare a ipotizzare rispetto alle prescrizioni non ancora prenotate, nel breve medio termine il tipo di domanda e incrociarla con le disponibilità e prevenire le criticità.

Il terzo tema, quello di aiutare il governo della domanda: noi conosciamo benissimo il tema della medicina difensiva, sappiamo che anche il Ministero, nell’ultimo piano nazionale di governo delle liste d’attesa, ha sensibilizzato le regioni sul fatto di applicare i protocolli di Appropriatezza Prescrittiva RAO di Agenas. Però sappiamo anche che ogni sistema di regole per essere efficace ha bisogno anche di un sistema di controllo. Quindi la tecnologia, nello specifico l’intelligenza artificiale e la NLP (analisi del testo), può permettere di costruire sistemi che validano in maniera automatica l’appropriatezza di tutte le prescrizioni dematerializzate specialistiche rispetto ai protocolli adottati dall’azienda sanitaria. Si possono calcolare KPI, produrre dei report, delle dashboard sia a livello di direzione centrale che dei singoli prescrittori. Con queste informazioni è possibile individuare e studiare bene quali sono le criticità, dove sono e quindi già attuare dei meccanismi correttivi e poi, dato che si può quantificare la percentuale di aderenza ai protocolli è possibile conseguentemente anche mettere in campo un meccanismo virtuoso di obiettivi, con magari anche degli incentivi, audit periodici per verificare il raggiungimento di questi obiettivi e innescare questo circolo virtuoso di miglioramento continuo dell’appropriatezza. Governare le liste di attesa è molto complicato, quindi è bene farsi aiutare da opportune soluzioni di Data Analytics su tre temi: un’analisi dettagliata, un monitoraggio molto tempestivo e proattivo e rendere possibile il governo della domanda.


Penso che assisteremo a una vera e propria trasformazione di tutto il settore sanitario, solamente quando la cultura del dato, la governance di tipo data driven nell’utilizzo di soluzioni data analytics raffinate non saranno più relegate solamente a grandi progetti nazionali curati dal Ministero della salute, ma saranno diffuse presso gli enti che erogano effettivamente le cure ai pazienti, ossia le aziende sanitarie. Quindi, quando l’utilizzo dei dati verrà garantito da un lato a livello centrale con una migliore programmazione di lungo termine, dall’altro a livello territoriale di singola azienda sanitaria, una erogazione delle cure più efficace efficiente, allora assisteremo ad una trasformazione radicale di tutto il servizio sanitario nazionale in modi che magari adesso non ci immaginiamo neanche. Per quanto riguarda le aziende sanitarie, l’approccio alla governance tipo data driven porterà ovviamente tutta la direzione, tutto il management ad avere sempre più bisogno di consumare e di fruire dati, quindi avranno bisogno sempre di più di svolgere indagini di ampio respiro che riguardano interi processi, interi percorsi che uniscono aspetti amministrativi, sanitari e clinici e quindi che vanno oltre quelli che sono i singoli silos dei singoli database dei singoli applicativi dipartimentali. E poi queste indagini così complesse hanno bisogno di strumenti di data visualization abbastanza potenti, probabilmente più evoluti di quelli di cui dispongono mediamente attualmente. Alcune di queste indagini avranno anche bisogno dell’aiuto di machine learning e intelligenza artificiale per avere un minimo di previsione, per fornire supporto alle decisioni, quindi, si dovranno dotare anche di questi strumenti e poi emergeranno nuove domande sempre più frequentemente. Domande che hanno bisogno di risposte in tempi rapidi, non in mesi. Quindi non si potrà a fronte di nuove esigenze, ogni volta ripartire da zero o su fondamenta traballanti, ma bisogna avere a disposizione un punto di riferimento molto solido su cui costruire una risposta in tempi decenti. Infine, i tavoli di coordinamento e di management avranno opinioni e proposte sempre di più accompagnate, supportate, giustificate dai dati. Bisogna che i numeri presentati dai diversi interlocutori (funzioni e figure aziendali) siano comparabili e coerenti tra di loro, altrimenti non non ci si riesce a confrontare, quindi i dati devono essere stati estratti ed elaborati in maniera omogenea.


E’ evidente che alla luce di questo scenario di prospettiva, le aziende sanitarie non potranno più affrontare il tema della data analytics con soluzioni ad hoc, con soluzioni estemporanee, soluzioni dipartimentali, ma dovranno adottare un approccio strutturale, aziendale, figlio di una visione di medio lungo termine. Alla luce di queste considerazioni, secondo la nostra esperienza, un fattore abilitante per supportare questo nuovo paradigma della data driven governance nelle aziende sanitarie è dotarsi di una piattaforma aziendale data analytics, che raccolga i dati e le informazioni dai vari silos in cui sono sparpagliate: sistema ospedaliero, sistema clinico, sistema territoriale, magari anche nell’accezione più moderna, amministrativo, contabile, risorse umane, eccetera, ecc. in maniera automatica, in maniera Near Real Time organizzata all’interno di un unico archivio paziente-centrico una singola software room per tutti e si occupi molto bene della data quality, data enrichment, quindi arricchimento del dato in termini di estrazione delle informazioni dal testo clinico, piuttosto che previsioni piuttosto che supporto alle decisioni. E affianchi dei raffinati strumenti di data visualization per report, dashbord, alert e quant’altro.

Questo pacchetto di dati di qualità e freschi e gli strumenti di consultazione deve essere poi messo a disposizione di tutto il management, non solo il canonico controllo di gestione, la direzione generale, sanitaria, amministrativa, medica, di presidio, la farmacia, l’epidemiologia, tutti quanti, a quel punto potranno svolgere delle indagini veramente trasversali incrociando erogato e costi, farmaci, dispositivi, budget, performance di processo e outcome clinici e anche svolgere indagini innovative per cominciare a parlare di Population Health Analytics, stratificazione di pazienti, definizione di coorti, governare progetti di medicina di iniziativa, ma anche rendere possibile le informazioni necessarie per la medicina personalizzata, che ovviamente presuppone un certo tipo di background. E poi tutti gli altri vantaggi legati alla qualità dei dati, degli strumenti, la coerenza, il risparmio, i dati di economie di scala e la rapidità di azione, perché partendo da queste fondamenta molto solide, nuove domande potranno trovare risposte molto velocemente. Ecco, noi pensiamo che un approccio di questo tipo sia un fattore abilitante affinché le aziende sanitarie diventino governance data driven. Quando lo diventeranno tramite un’innovazione diffusa, allora il sistema sanitario nazionale cambierà davvero.

fonte: Big data e analytics trasformeranno il Sistema Sanitario Nazionale - YouTube

 

Stand virtuale Sanità Digitale al Forum PA

28 Ottobre, 2021

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Artexe (forumpa.it)

Progetto Cronicità

27 Ottobre, 2021

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Tra i Progetti Speciali che sto seguendo con il team di Data Driven Governance - Artexe (mapsgroup.it) c’è l’analisi del fenomeno delle cronicità mediante l’identificazione/censimento di coorti di cronici sui territori di riferimento con un’innovativa tecnica che fa emergere in modo semplice determinanti clinico-sanitarie e nel contempo consente la misurazione aggregata dei principali pattern dei consumi di prestazioni e dei costi dell’assistenza, (valutazione coerenza dei consumi con le indicazioni di trattamento e analisi di appropriatezza e aderenza delle prestazioni erogate, permettendo anche la  gestione (o alimentazione) dei Registri di Patologia.

per info: gabriele.rossi@mapsgroup.it

Economia Data Driven

26 Ottobre, 2021

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Per quarta rivoluzione industriale si intende la crescente compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico. È una somma dei progressi in intelligenza artificiale (IA), robotica, Internet delle Cose (IoT), stampa 3D, ingegneria genetica, computer quantistici e altre tecnologie. È la forza collettiva che sta dietro molti prodotti e servizi che stanno rapidamente diventando indispensabili per la vita moderna. Pensa ai sistemi GPS che suggeriscono il percorso più veloce per raggiungere una destinazione, agli assistenti virtuali ad attivazione vocale come Siri di Apple, ai suggerimenti personalizzati di Netflix e alla capacità di Facebook di riconoscere il tuo volto e taggarti nella foto di un amico.

 

Come risultato di questa tempesta perfetta di tecnologie, la quarta rivoluzione industriale sta spianando la strada ai cambiamenti che avvengono nel modo in cui viviamo e sta sconvolgendo radicalmente quasi tutti i settori aziendali. E tutto questo sta accadendo a un ritmo vorticoso mai visto prima.

 

Ecco tutto quello che volevi sapere sulla quarta rivoluzione industriale: Che cos’è la quarta rivoluzione industriale? - Salesforce Blog

Il fascicolo sanitario elettronico, simbolo della sanità del futuro

25 Ottobre, 2021

 

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Sono passati già dieci anni da quando il Ministero della Salute ha stabilito che tutti i dati e i documenti sociosanitari degli utenti del Servizio Sanitario Nazionale avrebbero dovuto essere salvati in un database online, a cui avrebbero potuto avere accesso solo i clinici e ovviamente i cittadini interessati. Erano gli anni in cui il tema della privacy, soprattutto quella sanitaria, rientrava spesso e volentieri nell’ordine del giorno nell’agenda politica italiana.

Da quel momento ci vollero mesi e anni prima che le Regioni, inizialmente contrarie all’idea di uniformarsi ad un unico sistema di Fascicolo Sanitario Elettronico progettato da Sogei, società di Information Technology controllata interamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, decidessero di mettersi in pari e adeguarsi alla novità. Quattro Regioni su venti – Campania, Abruzzo, Sicilia e Calabria – hanno deciso di aderire al cosiddetto fascicolo di sussidiarietà. Le altre hanno optato per la creazione in autonomia di un portale regionale proprio.

In molte Regioni però questo strumento, ormai conosciuto e apprezzato dagli utenti digitalmente aggiornati, non dialoga ancora con il sistema informatico utilizzato dai medici di base per registrare pazienti e prestazioni. Oltre a non essere univoco a livello regionale dal punto di vista tecnico e operativo. Eppure, la piena attuazione delle potenzialità contenute nella attuazione del fascicolo sanitario elettronico in tema di sanità digitale è una condizione necessaria alla realizzazione stessa degli obiettivi del PNRR. Questo strumento, senza il quale la telemedicina non avrebbe modo di esistere, è senza dubbio il simbolo della sanità del futuro.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico in numeri nelle diverse Regioni

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito. Ha un orizzonte temporale che copre l’intera vita del paziente ed è alimentato in maniera continuativa dai soggetti che lo prendono in cura nell’ambito del SSN e dei servizi sociosanitari regionali.

Il livello di avanzamento e di diffusione sul territorio nazionale del FSE è monitorato dall’Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale, che sul sito fornisce dati e numeri in tempo reale. Ad ottobre 2021 risultano attivi 21 fascicoli sanitari nazionali, di cui 4 in regime di sussidiarietà per un totale di 57 milioni e 462.339 fascicoli attivi che fino ad ora hanno permesso di digitalizzare oltre 330 milioni di referti. Lombardia, Valle D’Aosta, Toscana, Abruzzo, Puglia, Calabria e Sicilia hanno attivato il 100% dei profili. La maggior parte delle altre Regioni sono vicine a quota 100% mentre Liguria e Umbria registrano dei livelli di attuazione rispettivamente dell’82 e dell’85%, seguite dal 92% della Basilicata.

 

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Figura 1. Monitoraggio utilizzo del FSE da parte dei cittadini

Fonte: Agid

Queste percentuali, che indicano il livello di attuazione dei piani elettronici nelle varie regioni, non dicono però nulla (essendo talvolta totalmente disallineati) rispetto al livello di utilizzo di questo strumento dal punto di vista degli utenti finali. I livelli di utilizzo mostrano invece che nell’ultimo trimestre del 2021 sono pochissimi i cittadini che hanno fatto utilizzo di questo strumento: nessuno in Abruzzo e Molise; appena 27 in Calabria, solo 11 in Lazio e appena 51 nella digitalizzata Lombardia. Il dato presentato nella Figura 1 si riferisce all’accesso da parte del cittadino al proprio FSE almeno 1 volta negli ultimi 90 giorni.

 

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Figura 2. Monitoraggio attuazione FSE nelle Regioni italiane

Fonte: Agid

Una recente ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano che ha indagato su come stiano andando le novità digitali conquistate obbligatoriamente durante la pandemia ora che l’emergenza è alle spalle ha fatto emergere che il FSE è ancora ben lontano dall’essere uno strumento conosciuto e apprezzato dalla maggioranza degli italiani. Dalla ricerca sembra infatti che solo il 38% degli italiani ne abbia sentito parlare e che solo il 12% ne faccia effettivamente uso. Nemmeno l’effetto pandemia, che ha dato un impulso del 5% alla spesa sanitaria digitale (circa 25 euro in più per ogni cittadino), per ora sembra aver fatto da traino per portare le potenzialità del FSE fuori dal cono d’ombra in cui è rimasto negli ultimi 10 anni.

Chiara Sgarbossa

“A oggi il Fascicolo risulta attivo in tutte le Regioni italiane e con un grado di attuazione vicino al 100% e i FSE sono ormai attivati per quasi tutta la popolazione italiana (oltre 57 milioni di FSE), ma riteniamo che le sue potenzialità siano decisamente poco sfruttate”, ha confermato anche Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio Innovazione digitale in Sanità del Politecnico di Milano, punto di riferimento per le ricerche sulla sanità digitale in Italia.

“Uno dei principali benefici potenziali del FSE è, infatti, quello di consentire al cittadino di accedere a tutti i documenti e alle informazioni sanitarie riguardanti la propria storia clinica e, allo stesso tempo, permettere ai professionisti sanitari che lo hanno in cura di visualizzare queste informazioni per avere sotto controllo il suo stato di salute e poter prendere decisioni più mirate relativamente al processo di cura e assistenza – ha proseguito Sgarbossa -. La disponibilità sulla piattaforma di referti e documenti prodotti dalle aziende sanitarie che hanno in cura il paziente è quindi un tassello fondamentale per ottenere tale beneficio: dai dati del monitoraggio di Agid risulta che il processo che abilita l’alimentazione del FSE si è praticamente concluso per le aziende sanitarie di Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Provincia Autonoma di Trento, mentre molte Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Umbria e Provincia Autonoma di Bolzano) hanno percentuali di alimentazione prossime allo zero, di fatto non dando la possibilità ai cittadini di trovare i propri referti all’interno del proprio FSE”.

Dalle divisioni regionali all’ottica europea

Il fatto che ogni regione italiana abbia un suo sistema informatico di riferimento per il FSE, ad eccezione di quelle che hanno scelto il regime di sussidiarietà, non significa che il fine ultimo a livello nazionale e sovranazionale non sia quello di creare uno strumento utile a raccogliere dei dati sanitari da rendersi disponibile anche fuori dai confini regionali o nazionali. L’Unione Europea sta infatti lavorando a un progetto per garantire l’assistenza sanitaria transfrontaliera. Gli Stati Membri dell’Unione Europea si stanno coordinando per mettere a punto una serie di strumenti digitali che si avvalgono di una rete informatica in grado di assicurare l’interoperabilità dei servizi di sanità elettronica attraverso il programma europeo Connecting Europe Facility (CEF).

L’Unione Europea sta lavorando a un progetto per garantire l’assistenza sanitaria transfrontaliera

Non appena in atto, questo programma garantirà per tutti i cittadini europei la possibilità di utilizzare i documenti contenuti nel FSE in qualunque stato membro si trovino, facilitando e migliorando il servizio sanitario europeo al cittadino.

Allo stesso tempo nell’agenda dell’Agid c’è la realizzazione di una Piattaforma Unica Nazionale dei Dati Sanitari che sia interoperabile e che consenta di gestire i dati contenuti nei singoli FSE regionali in modo centralizzato. Questa è la direzione tracciata anche dal PNRR, secondo cui “entro il 2021 è prevista la predisposizione di piani regionali e della pubblica amministrazione centrale per il rafforzamento del FSE ed entro il 2022 il completamento di studi di fattibilità per la realizzazione dei nuovi flussi a livello nazionale e regionale”.

“Nella ricerca dell’Osservatorio Sanità digitale emerge che tra coloro che non hanno ancora utilizzato il FSE, la principale motivazione sta nel fatto che i cittadini non sapessero della sua esistenza (60%), mentre sembra essere meno rilevante la barriera legata alle credenziali per effettuare l’accesso, probabilmente per via del fatto che tra gli strumenti di accesso c’è SPID che è ormai stato attivato da circa il 40% della popolazione italiana – ha commentato Sgarbossa –. Proprio la limitata consapevolezza dell’esistenza del FSE rappresenta un elemento di grande debolezza e una barriera a una sua piena diffusione. Affinché il FSE possa diffondersi sarà importante, nei prossimi mesi, investire sul potenziamento delle campagne di comunicazione ai cittadini. Su questo fronte, infatti, lo stesso MEF ha assegnato alle Regioni un obiettivo specifico e un finanziamento di 1,6 miliardi di euro per promuovere tali attività (sul periodo 2018-2021). Anche su questo fronte, il 2020 ha in parte bloccato la campagna di comunicazione e sarà quindi importante che nel 2021 si proceda a passo spedito sia nel processo di arricchimento del FSE di dati e documenti, sia nel potenziamento delle attività di promozione del suo utilizzo da parte dei cittadini”.

Obiettivo 2026: 1 miliardo di documenti sanitari digitalizzati

Il PNRR prescrive, entro il 2026, la digitalizzazione di 1 miliardo di documenti sanitari. L’obiettivo è anche quello di implementare, entro il 2024, due nuovi flussi informativi a livello nazionale e regionale, oltre che l’infrastruttura tecnologica e applicativa del Ministero della Salute Pubblica attraverso l’attivazione di piattaforma e portale Open Data che aprirebbero la strada a nuovi modelli di previsione della spesa sanitaria sui cosiddetti dati “real world”.

Gianluca Postiglione“Il FSE è nato 10 anni fa dall’esigenza di tutelare i dati dei cittadini, più che dall’idea lungimirante di raccogliere i dati a disposizione per utilizzarli come indicatori sanitari o economici”, ha commentato Gianluca Postiglione, già CFO di Soresa Spa, membro del gruppo di lavoro Agid sull’Ecosistema Intelligenza Artificiale in Italia e membro dell’Advisory Board Osservatorio Masan Acquisti in Sanità Cergas-SDA Bocconi. “Ora la consapevolezza e le esigenze sono cambiate. I tanti fondi messi a disposizione dal PNRR e il suo legame con la telemedicina dimostrano come il FSE sia da ripensare nel suo ruolo di raccoglitore di dati digitali a cui è facile avere accesso”.

In questa logica i calcoli sulla spesa sanitaria potrebbero essere ripensati nell’ottica delle reali esigenze dei singoli, con approccio più preciso e personalizzato: “Come faccio ad erogare prestazioni adeguate ai bisogni del singolo se non posso avere accesso ai suoi dati sanitari? – ha concluso Postiglione – I dati sono la risorsa più preziosa che il SSN possiede, a condizione di operare un cambio di paradigma: il nuovo approccio deve guardare ai dati non come output per rendicontare la prestazione agli stakeholder competenti ottenendo la remunerazione della prestazione e il bollino di qualità (LEA) ma come input, come risorsa principale per configurare una prestazione “centrata” per il singolo paziente, cui andranno “prese le misure” per tarare il tipo di prestazione sociosanitaria necessaria, spendendo esattamente ciò che serve al singolo”.

Attori e fattori in gioco: il ruolo dei medici di medicina generale

I medici di medicina generale, in quanto attori in prima linea nel rapporto fra i pazienti e Servizio Sanitario Nazionale, hanno sicuramente un ruolo fondamentale nel processo di inserimento di dati e informazioni relativi al paziente sul FSE, attraverso il Patient Summary (o Profilo Sanitario Sintetico – PSS) degli assistiti.

“Dai dati a disposizione – ha affermato Sgarbossa –, risulta che in quasi la totalità delle Regioni i Patient Summary all’interno dei FSE non sono stati caricati, ad eccezione di Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta. Dalle interviste svolte con alcune Regioni, è emerso che si sta lavorando sull’integrazione delle cartelle cliniche dei medici di famiglia con il FSE, così da automatizzare il più possibile il passaggio di informazioni sul paziente dai sistemi utilizzati dal medico a quelli regionali. Si tratta, tuttavia, di un processo ancora senza evidenze di risultato e che nel 2020 ha avuto un ulteriore blocco a causa della pandemia, che ha spinto le Regioni a dedicare i propri sforzi, in termini di risorse umane ed economiche, su altri aspetti prioritari legati all’emergenza stessa come sistemi di sorveglianza e sistemi di prenotazione vaccini.

Nel processo di digitalizzazione sanitaria appare chiaro che serve un lavoro di concertazione che deve partire dalle istituzioni e coinvolgere in primis il personale medico sanitario

Nel processo di digitalizzazione sanitaria appare quindi chiaro che serve un lavoro di concertazione che deve partire dalle istituzioni e coinvolgere in primis il personale medico sanitario. Le campagne informative ministeriali non possono infatti sostituirsi, a livello di efficacia e di impatto, al delicato ed importante ruolo che possono e devono giocare i medici di base, ma anche il personale ospedaliero, nell’informare accuratamente i propri pazienti a proposito delle nuove risorse, spingendoli a conoscere e utilizzare sempre di più gli strumenti della sanità digitale”.

fonte: Fascicolo sanitario elettronico e Regioni - PPHC.it

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