Come funziona (bene) un ospedale tutto digitale: l’eccellenza è in Israele

8 Settembre, 2019

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Abbiamo il piacere di riprendere l’interessante articolo scritto dal professore Sergio Pillon (nella foto) in merito all’evento sul medicale Med in Israel, il quale ha avuto luogo dal 6 al 9 marzo 2017 a Tel Aviv. Potete trovare a fine pagina il link all’articolo pubblicato su Agenda Digitale.

Israele è all’avanguardia nell’utilizzo degli strumenti digitali in ambito sanitario. Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare via web, tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato in un vero big data sanitario.

Si è tenuto ai primi di marzo (2017) l’evento Med in Israel, che si tiene a Tel Aviv ogni due anni ed ha come sottotitolo “il battito cardiaco dell’innovazione in medicina”.

Alla fine degli anni ’90, Israele aveva più di 200 aziende legate alle scienze della vita. Oggi ci sono oltre 1300 aziende attive e nel 2015 le esportazioni del settore hanno raggiunto la cifra di 8 miliardi di dollari, in crescita costante dal 2008. Esiste una ricchissima pipeline di startup nel settore, fortemente supportate dai business angels e dal governo. Il settore più rappresentato nelle scienze della vita è quello dei dispositivi medici (oltre il 60% delle aziende), che integra le tecnologie nel campo dell’elettronica, delle comunicazioni e elettro-ottica.  Erano coinvolti più di 500 esportatori di dispositivi medici, impiegati in una grande varietà di applicazioni sanitarie, cardiovascolari e vascolari periferiche, neurologia e malattie degenerative, medicina d’urgenza, terapia intensiva e riabilitazione, malattie respiratorie e gestione delle vie aeree, oncologia, ginecologia, ortopedia e medicina dello Sport, gastroenterologia, controllo delle infezioni, oftalmologia, terapia del dolore, terapia delle ferite difficili, patologia orale e dentale, dermatologia e medicina estetica.

Non c’è nessun altro paese al mondo con una tale concentrazione di aziende del settore della scienza della vita. La caratteristica che ho trovato realmente innovativa è la strettissima cooperazione tra il sistema sanitario pubblico e le aziende. Israele ha un sistema sanitario con molte similitudini con quello Italiano ma le aziende sono profondamente radicate nelle istituzioni accademiche, di ricerca, nazionali internazionali. Sono anche strettamente collegate alle aziende sanitarie operative, per supportarle per esplorare l’innovazione per rispondere sfide odierne: abbassare i costi complessivi dell’assistenza sanitaria, soddisfare le esigenze in continua evoluzione in un mondo con un costante invecchiamento della popolazione. Naturalmente l’attenzione alla sicurezza è sempre centrale e il concetto di “security by design” è evidente e sempre presente e cybermed è stata una delle relazioni più interessanti.

Il padiglione centrale era riservato al Clalit,  una delle “mutue” israeliane, che festeggia gli oltre 100 anni di attività. In Israele il cittadino o il lavoratore, come accade in Italia, è assistito per l’assistenza di base (i nostri LEA) da un sistema sanitario nazionale ma, a differenza dell’Italia, il cittadino può scegliere tra quattro diversi fornitori e il Clalit è il maggiore. Il Clalit ha medici di medicina generale, centri diagnostici e specialistici territoriali, spesso integrati in strutture multispecialistiche, ma soprattutto la Digital Health è l’asse portante del sistema per i 4.4 milioni di assistiti, 14 ospedali pubblici, 9,638 medici, 11,081 infermieri, 100 centri odontoiatrici,1,503 poliambulatori, 48 poliambulatori pediatrici e 384,408 sessioni di telemedicina.

Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare l’appuntamento via web, tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato, dall’ambulatorio all’ospedale, fino agli eventi amministrativi, in un vero big data sanitario. Dal punto di vista del paziente se ha semplicemente bisogno del rinnovo della prescrizione dei farmaci abituali, il medico, alla ricezione della richiesta sul proprio PC di studio ha contemporaneamente aperta la cartella del paziente e apponendo il dito sul lettore di impronte digitali, produce tutte le ricette necessarie che vengono caricate nel sistema e viene generato il messaggio per il paziente, informandolo che può recarsi in una qualsiasi farmacia del Clalit per ritirare i farmaci ove siano disponibili (sì, esiste anche la disponibilità del farmaco in tempo reale). Contemporaneamente viene alimentato un Big data sanitario che consente al responsabile del centro diagnostico ed al medico di valutare le proprie performance e quelle degli operatori in termini di qualità del servizio (ci sono indicatori che tracciano anche il tempo di contatto con il singolo paziente, indicatori che in presenza di determinate patologie o terapie verificano se sono stati eseguiti i controlli necessari, generando dei reminder per il medico…)  indicatori di efficienza e controllo della spesa, con continui raffronti tra gli i centri considerati analoghi per tipologia di pazienti e territorio. Tutti i pazienti del Clalit possono scaricare un’app che consente di usufruire dei servizi via smartphone e la televisita è uno strumento di routine al di fuori dell’orario di apertura degli ambulatori del pediatra, del medico di medicina generale e h24 per il teleconsulto dermatologico.

Per la parte ospedaliera sono andato a visitare il Rabin Medical Center,  un centro ospedaliero che per dimensioni potrebbe essere considerato forse analogo al Policlinico Gemelli di Roma, nato dalla fusione di due ospedali, il Beilinson e l’Hasharon hospital. Alcuni numeri/anno che possono dare l’idea delle dimensioni della struttura: circa 9.000 parti, 150 trapianti, (cuore, polmone, fegato e reni), quasi il 70% di tutti i trapianti in Israele hanno luogo presso RMC.

Oltre 6.000 interventi tra cardiologia interventistica e cardiochirurgia, 24.000 pazienti sottoposti a indagini genetiche, il 15% dei malati di cancro in Israele viene seguito qui, oltre 8.000 vittime di incidenti stradali all’anno trattate, 35.000 interventi chirurgici, 650.000 visite ambulatoriali ed oltre 100.000 ricoveri l’anno. Tutti questi pazienti sono seguiti da 4.500 persone, dei quali circa 1.000 medici e 2.000 infermieri, per 1.300 posti letto e 40 dipartimenti.

Naturalmente i numeri sono anche legati all’organizzazione del sistema e per un medico il più impressionante è il numero di ricoveri rispetto ai posti letto, che mostra una grandissima efficienza del sistema. Il Rabin Medical Center dispone di otto (8!) informatici interni, naturalmente moltissimi servizi sono in outsourcing e i più innovativi sono realizzati anche attraverso partnership con aziende e/o startup. Il servizio informatico del Rabin ha coordinato la realizzazione di ALMA (Advanced Live Management Analytics), un sistema di analisi in tempo reale di tutti i dati del sistema ospedaliero, integrati con il fascicolo sanitario elettronico del paziente; ALMA è la vera “anima” dell’ospedale.

La mission di ALMA è di migliorare l’assistenza sanitaria e l’erogazione dei servizi con l’uso di dati in tempo reale elaborati attraverso algoritmi proprietari, presentando i dati in una modalità che li rende facilmente utilizzabili dai decision makers, facilitando l’eccellenza operativa e clinica (big data sanitario in real time).

A giudizio del Rabin Medical Center i prodotti IT ospedalieri tradizionali non sono adeguati alle esigenze moderne dell’ospedale. Gli EMR (cartelle cliniche elettroniche) comunemente sul mercato sono sistemi su larga scala che mostrano le informazioni presenti solo in viste specifiche per paziente. Molta inefficienza operativa viene nascosta perché manca la presentazione dei dati per tutto il “sistema ospedale” in grado di supportare le esigenze operative dell’ambiente ospedaliero nell’insieme. Negli EMR tradizionali non esiste una modalità per ottenere una visione interdipartimentale di informazioni cliniche e operative.

Un esempio personale: in un ospedale romano dei più moderni ho avuto mio suocero ricoverato. Il collega ha richiesto un esame particolare, dopo due giorni non era in cartella, lo ha richiesto ancora senza successo, poi mi ha proposto di farlo privatamente, dopo la dimissione. Solo al ritiro della copia della cartella ho capito l’arcano: ogni volta il giorno successivo la risposta del laboratorio era un foglio con scritto al posto della risposta “provetta errata”. L’infermiere evidentemente non metteva il foglio in cartella, semplicemente indicava che l’esame andava ripetuto, ed i suoi colleghi hanno ricevuto la risposta “provetta errata” e non l’hanno inserita in cartella. Solo nella stampa automatica della cartella è emerso l’arcano, perché i dati di laboratorio sono stampati automaticamente dal database del laboratorio…

ALMA attinge le informazioni da tutti i sistemi dell’ospedale, li integra con il fascicolo sanitario elettronico e li presenta in formato grafico chiaro e semplice. Il cruscotto è aggiornato in tempo reale e presenta le informazioni più aggiornate per i gestori, che siano amministrativi o clinici. Il contenuto del “cruscotto”, visibile con un semplice browser web, è basato sul ruolo dell’utente (medico, infermiere, coordinatore, direttore,…) e può essere personalizzato in base alle preferenze dell’utente stesso. Le viste vanno da quella del top management, con le colonnine di allarme, ad esempio occupazione dei letti in un reparto superiore al 100% o inferiore all’80%, liste di attesa che superano un valore preimpostato, pronto soccorso sovraccarico, costi oltre il budget per dispositivi, carenza in magazzino ecc, fino alla vista del singolo medico/infermiere di reparto. Ad esempio nell’incontro che abbiamo avuto cliccando sulla vista del ginecologo è apparso che tre pazienti avevano una emoglobina inferiore ad 8, due avrebbero partorito in mattinata, una era in attesa da due giorni di un esame ecc. Cliccando sulla colonnina che evidenzia il problema si apre un foglio dati che porta alla vista dei pazienti in questione e della loro cartella clinica, sempre che l’utente loggato abbia privilegi sufficienti per poter vedere la cartella.

Impressionante anche la presentazione dei dati di laboratorio: cliccando sull’emoglobina delle pazienti citate prima abbiamo visto il grafico del valore durante l’intera gravidanza e, se presente, anche dei controlli precedenti, non solo i valori rilevato durante il ricovero! Cambia completamente l’approccio e si risolve anche il problema che io da giovane medico definivo “la sfortuna del letto n.15”. Infatti spesso la visita alla mattina inizia dal letto n.1, e passano anche due ore prima che si arrivi in fondo. Se poi si arriva in fondo quando stanno per servire il pranzo le azioni che potevano essere compiute la mattina passano al pomeriggio ed a volte alla mattina successiva. Con un approccio per rilevanza dei problemi e non per cartella anche la gestione clinica cambia. I risultati sono arrivati, anche in campi inaspettati. Mi hanno riferito ad esempio un crollo delle infezioni ospedaliere, la riduzione dei tempi di degenza ma soprattutto una “gara” tra i primari a vedere implementato il sistema nel proprio reparto, visti i miglioramenti gestionali e la qualità della clinica  Con miglioramenti amministrativi che preferiscono mantenere riservati.

Nella presentazione di ALMA la conclusione degli sviluppatori merita di essere trascritta integralmente “Unique Clinician – IT Collaboration Leading physicians, nurses and administrators took part in creating the content of ALMA, and based it on state of the art international standards. Thus, it supports the operational, clinical and administrative needs of all hospitals including large academic, tertiary medical centers. ALMA was proudly developed by Clalit in Israel.”

Il punto chiave è una collaborazione definita come “unica” tra clinici ed IT, ma anche tra gli amministratori, il personale amministrativo, i clinici (medici ed infermieri) e l’IT, realizzando un sistema che tutti vorremmo sia come operatori sanitari sia come pazienti.

fonte: Portale Agenda Digitale

autore: Sergio Pillon 

Law firm & PR: le attività di lobbying, il ruolo degli esperti legali e della comunicazione

11 Ottobre, 2018

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Sono molti gli avvocati e gli studi legali che offrono la loro consulenza a soggetti pubblici e privati al fine di sostenere in termini giuridici le attività di rappresentanza di interessi di parte. Se all’estero spesso la figura del lobbista coincide con quella dell’avvocato, in Italia il ruolo della consulenza degli studi legali nelle attività di relazioni istituzionali è centrale ma, gli stessi studi legali che all’estero offrono questo tipo di servizio con dipartimenti specializzati, nel nostro Paese si limitano a un’assistenza esterna fatta di pareri, di analisi e monitoraggio legislativo in materia prevalentemente amministrativa e antitrust.

Sebbene in Italia non esista ancora un quadro normativo di riferimento che detti le regole, ne riconosca il ruolo e la legittimi, l’attività di public affairs e di lobbying esiste e ha un ruolo importante nelle dinamiche democratiche e rappresentative del nostro Paese. Comunicare con le istituzioni, relazionarsi con esse attraverso la presentazione delle proprie richieste, sta diventando un elemento strategico molto importante per numerosi settori di attività, sottoposti ad una sempre più crescente regolamentazione.

Monitorare l’evoluzione del contesto legislativo e regolamentare in cui si opera diventa indispensabile al fine di valutare quali decisioni possano rappresentare un’opportunità oppure ostacolare il raggiungimento dei propri obiettivi.

Il lobbying rientra nell’ambito delle relazioni pubbliche e in maniera più specifica delle relazioni istituzionali. L’attività di lobbying è realizzata da soggetti pubblici e privati profit e no profit, allo scopo di influenzare il processo decisionale pubblico, attraverso sistemi di relazione diretta con i decisori pubblici o attraverso gruppi e associazioni che si ritiene possano influenzare a loro volta tali decisori.

Associazioni di categoria, organismi di rappresentanza di professioni e attività regolamentate, sindacati, associazioni ambientaliste e le grandi aziende, sono i principali gruppi di pressione presenti in Italia.

Le law firm sono spesso chiamate a intervenire nella predisposizione di alcuni strumenti utili all’argomentazione della posizione che l’organizzazione vuole rappresentare: position paper , playbook , dossier, testi tecnici quali proposte di legge, emendamenti e interrogazioni parlamentari, sono i documenti indispensabili e la base sulla quale si cercherà poi di costruire il consenso.

Una volta individuati gli argomenti di persuasione i lobbisti utilizzano due metodi operativi per convincere i decisori pubblici: la relazione diretta e la relazione indiretta.

Nella relazione diretta con il decisore, il lobbista, proponendo una solida argomentazione, rappresenterà gli interessi di parte e cercherà quindi di far convergere questi con l’interesse generale che il decisore persegue, fornendogli altresì strumenti di analisi del problema e competenze che possano aiutarlo a costruirsi una comprensione maggiore del tema e quindi a una migliore e più completa redazione normativa.

Lo scopo delle relazioni indirette è invece quello di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché questa influisca favorevolmente sulla scelta del decisore, talvolta arrivando a coinvolgere direttamente cittadini e associazioni attraverso una mobilitazione civile che parta dal basso

(il cosiddetto Grass root lobbying).

I principali strumenti di comunicazione utilizzati per influenzare opinione pubblica e decisori sono tre: le media relations (invio di comunicati stampa, dichiarazioni, realizzazione e pubblicazione di ricerche e indagini a sostegno della tesi proposta), gli eventi (organizzazione e partecipazione a convegni e dibattiti) e la pubblicità istituzionale. A questi va aggiunto anche l’uso strategico dei social media, strumenti formidabili di adesione e coinvolgimento.

Se per le attività di relazione indiretta è necessario collaborare con professionisti della comunicazione, per quanto concerne la rappresentanza diretta, l’expertise giuridica assicurata da un avvocato può fare la differenza in termini di credibilità e capacità di lettura dei testi normativi.

Esistono già anche nel nostro Paese studi legali che hanno scelto di offrire un servizio di consulenza alternativo agli studi di public affairs ma il fenomeno non ha ancora assunto dimensioni degne di nota. La costituzione di dipartimenti, anche specializzati in materie specifiche, a sostegno delle attività di lobbying, offre nuove opportunità e sfide alla figura professionale dell’avvocato che, se adeguatamente inserita nelle dinamiche istituzionali, è in grado di rappresentare al meglio le istanze dei propri “assistiti” davanti al legislatore e ai decisori pubblici.

Come può essere strutturato, quindi, un dipartimento di public affairs all’interno di uno studio legale? In linea generale possiamo dire che un team dedicato a queste attività dovrà sempre comprendere un analista, esperto del tema in discussione e un advocate ovvero chi ha concretamente il compito di rappresentare e trattare la posizione dell’organizzazione con il decisore pubblico. Le due figure, secondo le competenze tecniche e le capacità di comunicazione e persuasione dei singoli professionisti, possono anche coincidere nella stessa persona.

Se si guarda ai dipartimenti di Public Policy and Government affairs di alcune grandi law firm statunitensi si evince come le competenze messe in campo non sono solamente legali ma includono la capacità di comprensione profonda dei meccanismi istituzionali della Casa Bianca e del Congresso, le abilità nella costruzione delle strategie di comunicazione ed una expertise specifica anche nell’ambito del crisis management.

I professionisti coinvolti hanno solitamente alle spalle un’esperienza interna alle istituzioni, conoscono le dinamiche della politica e del consenso e godono di una solida reputazione e di credibilità negli ambienti in cui operano.

Autore: Marianna Valletta, esperta in comunicazione e marketing per gli studi legali

Fonte:  Diritto 24

 

27 marzo 2018, a Mosca siglato Accordo di Collaborazione tra il Sindaco dell’Aquila e Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca

30 Marzo, 2018

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di Gabriele Rossi

Il 12 ottobre dello scorso anno, proposi al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi di valutare la fattibilità di un Agreement di Collaborazione tra il Comune dell’Aquila e la città di Mosca nella persona di Sergey Cheremin, ministro del Dipartimento degli affari esteri e relazioni internazionali del Governo di Mosca. 

In qualità di componente della Commissione “Cabina di Regia per l’Aquila Smart City” (cfr. Decreto n.93 del 01.03.2018 del Comune di L’Aquila), il 26 marzo scorso, ho accompagnato il sindaco Biondi a Mosca dove il 27 marzo ha siglato l’Accordo con il ministro Cheremin (al centro nella foto presso il Palazzo del Governo della Città di Mosca).

Cliccare qui per rassegna stampa. 

La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge

15 Febbraio, 2018

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(nella foto, al centro Gianni Chiodi, Presidente Emerito Regione Abruzzo, Commissario alla Sanità e alla Ricostruzione Terremoto L’Aquila. Candidato alla Camera nelle elezioni del 4 marzo Collegio L’Aquila-Teramo)

I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione contro l’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.

di Leonardo Becchetti

fonte: La Repubblica

Decision-maker poco informati sul GDPR - Gabriele Rossi, Adriatic Area Manager CREASYS

9 Novembre, 2017

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Il report Risk:Value di NTT Security mette in evidenza come molti decision-maker non siano consapevoli delle implicazioni del General Data Protection Regulation.

Uno su cinque ammette di non sapere a quali normative è soggetta la propria organizzazione.

Il sondaggio, condotto tra 1.350 dirigenti non dell’ambito IT in 11 paesi, rivela che solo quattro intervistati su dieci (40%) a livello globale ritengono che la loro organizzazione sarà soggetta al GDPR. Il dato forse più preoccupante è che uno su cinque (19%) ammette di non sapere a quali normative è soggetta l’organizzazione. Nel Regno Unito, solo il 39% degli intervistati attualmente considera la GDPR un problema di conformità e il 20% ammette di non saperne niente, mentre al di fuori dell’Europa il livello di consapevolezza è perfino inferiore. Appena un quarto dei decision-maker aziendali negli Stati Uniti, il 26% in Australia e il 29% a Hong Kong ritiene di essere soggetto a GDPR, sebbene queste norme saranno applicabili a qualsiasi azienda che tratta dati di cittadini europei.

Il GDPR già attualmente in vigore, sarà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018, il tempo rimasto per garantire la conformità ai nuovi rigorosi requisiti sulla protezione dei dati è ormai meno di un anno. Sono previste sanzioni fino a 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato annuo globale.

Analizzando la maturità di trattamento dei dati, componente chiave del GDPR, il report Risk:Value rivela anche che un terzo degli intervistati non sa dove siano archiviati i dati dell’azienda, mentre appena il 47% afferma che tutti i dati critici sono archiviati in modo sicuro. Di quelli che sanno dove sono archiviati i dati, meno della metà (45%) si definisce “completamente consapevole” del modo in cui i nuovi requisiti normativi avranno effetto sull’archiviazione dei dati nella loro organizzazione. Il maggior livello di conoscenza e consapevolezza in tal senso è stato registrato tra le organizzazioni nel settore bancario e dei servizi finanziari, e in quello delle tecnologie e dei servizi informatici.

• Un intervistato su otto ritiene che la scarsa sicurezza delle informazioni rappresenti il “singolo rischio di maggiore entità” per l’organizzazione. Il rischio segnalato più di frequente è “l’acquisizione di quote di mercato da parte dei concorrenti” (28%). In base al report Risk:Value, il 57% dei decision-maker ritiene che prima o poi una violazione dei dati sarà inevitabile.

• L’impatto di una violazione sarà duplice: secondo gli intervistati, una violazione avrà effetto sulla capacità di business a lungo termine, oltre a causare perdite finanziarie a breve termine. Più della metà (55%) cita la perdita di fiducia dei clienti, i danni per la reputazione (51%) e le perdite finanziarie (43%), mentre il 13% ammette che sarebbe interessato da perdite di personale e il 9% dalle dimissioni di dirigenti senior.

• Il costo stimato per la ripresa, in media, è aumentato da 907.000 dollari nel 2015 a 1,35 miliardi di dollari nel 2017.

• L’impatto stimato sulle entrate è diminuito del 12,51% nel 2015

Solo poco più della metà (56%) dei decision-maker dichiara che impedire gli attacchi per la sicurezza rappresenta un elemento regolarmente all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione. Questo suggerisce che resta ancora molto da fare perché la sicurezza venga presa sul serio ai livelli più alti dell’organizzazione.

Gli intervistati stimano che in media solo il 15% del budget IT in azienda viene speso per la sicurezza delle informazioni, benché questo valore sia aumentato rispetto al 13% nel 2015 e al 10% nel 2014. Molti indicano che la spesa per la sicurezza è inferiore a quella per le attività di ricerca e sviluppo (31%), vendita (28%) e marketing (27%).

L’esigenza di promuovere una cultura della sicurezza

• Il 56% dei decision-maker aziendali dichiara che la propria organizzazione ha definito un criterio formale per la sicurezza delle informazioni, un dato in aumento rispetto al 52% del 2015. Poco più di un quarto (27%) ha avviato l’implementazione di un criterio di questo tipo, mentre l’1% non ha alcun criterio o prevede di implementarne uno.

• Tuttavia, mentre la grande maggioranza (79%) dichiara che il criterio per la sicurezza è stato comunicato attivamente all’interno dell’organizzazione, solo una minoranza (39%) afferma che i dipendenti ne sono completamente consapevoli. La Germania e l’Austria (85%) sono sopra la media per quanto riguarda la comunicazione del criterio, insieme agli Stati Uniti (84%) e al Regno Unito (83%).

• La percentuale di intervistati con un criterio ufficiale per le informazioni è distribuita in modo non uniforme rispetto ai paesi. In Svezia il dato è appena del 30%, mentre nel Regno Unito il 72% dichiara di avere un criterio ufficiale. Relativamente ai settori, quello sanitario è in prima posizione, con il 69% delle aziende che afferma di avere definito un criterio ufficiale per la sicurezza delle informazioni, seguito a breve distanza dal settore finanziario (66%).

• Meno della metà (48%) delle organizzazioni ha un piano di risposta agli incidenti, anche se il 31% ne sta implementando uno. Tuttavia, solo il 47% dei decision-maker intervistati sa con precisione che cosa prevede il piano di risposta agli incidenti.

fonte: techfromthenet.it

L’Italia e l’incapacità di chiudere i progetti

23 Marzo, 2017

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di Paolo Bricco

 Un Paese senza. Un Paese senza cultura e disciplina di Governo. Un Paese senza buonsenso. Un Paese senza la capacità di progettare qualcosa – non importa che sia il gasdotto Tap o la riforma della pubblica amministrazione - e poi di realizzarlo. Magari di correggerlo. Ma di attuarlo rispettando gli impegni presi. L’Italia assomiglia alla variante ancora più irrazionale, gonfia e parossistica del profilo complesso e irrisolto raccontato – con pietosa laicità – da Alberto Arbasino nel suo saggio del 1980. Quarant’anni dopo, non c’è più solo l’Italia demagogica e dissipatrice, zoppicante e inconcludente della crisi delle scuole, delle fabbriche e dei partiti. A quella radice, si è aggiunto una sorta di cupio dissolvi – un desiderio di automortificazione – della sua anima più profonda.

Il Trans Atlantic Pipeline, collocato nel limbo da un prefetto che chiede chiarimenti e domanda delucidazioni, stempera e sopisce, è un’opera da 40 miliardi di euro. Questo può anche non importare. Tap è un’opera con una rilevante importanza geopolitica: il gas azero estratto nel Mar Caspio nel giacimento di Shah Deniz consente – consentirebbe, consentirà, forse – al nostro Paese di ridurre la dipendenza dal gas russo e di non essere troppo deboli di fronte all’alleanza sull’energia di Mosca e di Berlino. Anche questo può non importare. Il problema è, però, identitario. E di reputazione. Firmi accordi. Ti impegni come Paese. Lo fai non solo con i partner internazionali. Lo fai anche con te stesso. E, poi, sulla spiaggia di Melendugno, blocchi tutto. Lo stesso senso di rallentamento dei muscoli e di ottundimento dei sensi è percepibile nel corpo italiano, sospeso fra guizzi di vitalità adolescenziale e lentezze da invecchiamento precoce, osservando il distacco critico che si fa inerzia militante nella pubblica amministrazione. La riforma Madia. Il codice degli appalti. Tutto è perfettibile. Ma, per i grandi mandarini della pubblica amministrazione che hanno in mano il Paese, nulla va bene. Continuiamo così. Facciamoci del male.

fonte: Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2017 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

6 Settembre, 2016

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di Salvatore Sfrecola*

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

*Presidente Sezione regionale di controllo per l’Umbria presso Corte dei Conti 

fonte: unsognoitaliano.it 

La fine (?) dell’Italia. Messico e nuvole

29 Maggio, 2016

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di Alberto Forchielli*

È come dice la famosa canzone: “Messico e nuvole, / la faccia triste dell’America / e il vento suona la sua armonica / che voglia di piangere ho…”

Ma non bisogna cedere allo sconforto, anche se non ci sono alternative, come ho detto a “Piazza Pulita” dello scorso 23 maggio. Tanti amici sui social si sono lamentati che i cinque minuti di intervista con il bravo Corrado Formigli sono troppo pochi. Ma datemi retta, per la mia poca pazienza è meglio un faccia a faccia di cinque minuti tra me e lui che due ore seduto accanto a un manipolo di politici “cioccapiatti” che si urlano in faccia le loro opinioni farneticanti.

Ribadisco quello che ho detto a Formigli sugli effetti della globalizzazione per il nostro Paese. Inevitabilmente in Italia avremo un grosso settore economico del tutto informale dove ritroveremo le filande con duemila emigrati che lavoreranno con l’imprenditore straniero. Ossia, l’Italia come il modello Messico. Da qui la famosa canzone “Messico e nuvole”.

Mi spiego. Nell’Italia del futuro ci sarà un settore moderno, fatto di eccellenze, come l’oleodinamica a Modena, le macchine impacchettatrici a Bologna, i vini della Franciacorta, eccetera, eccetera. Poi avremo una grossa area di “nero”, con grandi aziende al suo interno e con le forze dell’ordine che chiuderanno gli occhi per far sì che la gente non vada a delinquere. Infine ci sarà il terzo settore che sarà a fortissima criminalità. E l’unica possibilità che abbiamo dinanzi a questo scenario futuro sarà quello di cercare di tenere bilanciate queste tre macro-realtà. Il Messico di oggi funziona così. E questa, purtroppo, è l’Italia di domani. E non chiedetemi di essere ottimista.

Anche se questo quadro è a tinte fosche ed è inevitabile non dobbiamo però piangerci addosso. Dobbiamo invece cavalcarlo e cercare di bilanciarlo.

L’inevitabilità è legata al fatto che ormai non ce la facciamo più a tornare nel mondo che corre. Quello, per intenderci, dell’innovazione e dell’alto valore aggiunto. In questo ambito elitario si salva un pezzo di Germania. Si salvano i Paesi Scandinavi. Si salva l’Inghilterra perché è finanza. Si salvano in parte gli Stati Uniti d’America perché hanno questi grandi ecosistemi innovativi. Viene fuori l’Asia, anche sotto l’aspetto innovativo grazie a Singapore, Shenzhen e Pechino in Cina e al distretto indiano di Bangalore. La Francia non so se riuscirà a salvarsi ma il Sud Europa e i Balcani sono segnati perché non hanno più da tempo la capacità di innovare.

In sintesi, l’Europa è spaccata in due: il nord si salva e il sud affonda verso la Turchia. Con l’Italia che conterà qualche distretto d’eccellenza, isole felici, che però vivranno all’interno di parchi industriali controllati.

Mentre il governo fa quello che può, ma non può bastare, il problema Italia è più antropologico che politico. È come perdere una partita 7 a 0 e fare 2 gol a dieci minuti dalla fine. La partita è persa. Dobbiamo avere la consapevolezza che sopravvivremo soltanto se sapremo gestire questo enorme Paese a tre teste, tenendolo bilanciato. E l’ordine pubblico e la lotta alla criminalità grande e piccola, in tutto questo, avranno un ruolo fondamentale affinché l’Italia non venga travolta dalle diseguaglianze che la globalizzazione porterà sempre di più o divorata dalle mafie, perché la dittatura che veramente temo è quella del Capo Cosca. Il controllo del territorio è decisivo.

Quindi, in conclusione, dovremo tollerare e cavalcare un sistema informale dell’economia che diventerà sistemico e organizzato. Il mondo è disumano, gli interessi in ballo sono enormi, e noi siamo formiche. Insomma, Messico e nuvole. Con moltissime nuvole all’orizzonte.

*Mandarin Capital Partners 

fonte: pagina FB Alberto Forchielli

Tempa Rossa e notte nera dell’informazione

8 Aprile, 2016

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di Giuseppe Mazzei*

Sui giornali e sugli schermi tv in questi giorni stiamo assistendo al solito calderone di notizie e non notizie mescolate in un rumore assordante che confonde le idee.

Girano parole pesanti mescolate a fatti e ipotesi, come in una borbottante pentola di fagioli: scandalo petroli, governo ostaggio delle lobby, corruzione, disastro ambientale, trivelle che spuntano dappertutto.

Un po’ di chiarezza aiuterebbe l’opinione pubblica a capire meglio. Ma chiedere chiarezza al giornalismo roboante è chiedere ad sordo di ascoltare. La parola d’ordine dominante del giornalismo italiano è : fare casino.

Cerchiamo di distinguere un po’.

C’è un problema vero e drammatico: qualcuno sta inquinando la Basilicata violando norme ambientali, truccando analisi, corrompendo chi dovrebbe controllare? La magistratura faccia presto luce su questi criminali e li condanni in modo pesante.

C’è un problema molto grave: qualcuno ha dato autorizzazioni e concessioni in cambio di assunzioni o di favori? I magistrati accertino e condannino senza pietà.

Ci sono poi problemi di galateo della democrazia e delle istituzioni: può un ministro occuparsi direttamente di decisioni che riguardano interessi di propri familiari, persone con cui ha legami affettivi o vincoli di altro genere?  Non può assolutamente. Se lo fa commette un grave errore. Il conflitto di interessi, anche se non è sanzionato, è comunque inammissibile.

Se poi il ministro oltre a seguire personalmente queste decisioni si adopera affinché esse vengano adottate nell’esclusivo o prevalente interesse delle persone a lei care, si possono profilare ipotesi di reato, al momento tutte da verificare.

Poi ci sono pseudo problemi.

1) Il governo decide di sbloccare opere pubbliche che ritiene strategiche: è una scelta politica, criticabile ovviamente, ma non è un reato.

2) Se questa scelta accoglie anche proposte di grandi aziende senza violare l’interesse pubblico, non è un reato.

3) Gruppi di interesse - definiti lobby - senza neanche conoscere il significato di questa parola passe-partout, dialogano con il governo: non è un reato, è la regola della democrazia.

4) Gruppi di interesse convincono rappresentanti del governo sulla validità delle loro richieste. Lo fanno senza promettere o dare denaro o altra utilità e senza che il governo ometta di fare il proprio dovere, senza che il governo ritardi di compiere il proprio dovere e senza che il governo faccia atti contrari al proprio dovere d’ufficio: non c’è nessun traffico di influenze illecite. E’ normale attività di rappresentanza di interessi nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni.

Un’ultima considerazione: giornalisti, opinionisti, politicanti e vocianti vari che oggi tuonano contro le lobby -senza sapere neanche di che parlano- sono gli stessi che non hanno mai voluto affrontare questo problema seriamente e che non hanno mai dato voce a coloro che da anni chiedono di regolamentare questa attività con rigore e trasparenza.

Lo dico con tutto il cuore: queste persone fanno male alla democrazia, tradiscono il proprio dovere di informare e di aiutare l’opinione pubblica a capire. Hanno un solo obbiettivo: confondere le idee per ottenere l’applauso di gente con le idee confuse.

*Presidente dell’Associazione Il Chiostro per la trasparenza della lobby 

fonte: pagina Facebook 

Cosa deve fare una buona banca. A modestissimo parere di un ex Consigliere di amministrazione.

16 Dicembre, 2015

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1) Scegliere in modo rigoroso chi è meritevole di credito.

2) Gestire il risparmio con prudenza.

3) Finanziare progetti di vita delle famiglie.

4) Finanziare l’operatività e gli investimenti delle imprese.

5) Finanziare il funzionamento della Pubblica Amministrazione.

6) Orientare i modelli di business verso i bisogni dell’economia reale e verso profili di redditività sostenibile.

7) Non applicare tassi ai limiti dell’usura.

8 ) Non “ricattare” chi ha bisogno di credito… spacciando conti correnti o assicurazioni.

La Banca d’Italia ha il dovere di porre la sua attenzione sulla dotazione patrimoniale, sul controllo dei rischi e sulle strategie industriali. 

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