Archivio di Luglio, 2008

La conoscenza organizzativa, asset intangibile

Giovedì, 24 Luglio, 2008

“L’impresa che persegue il profitto, fine a se stesso, va (…) più o meno rapidamente, in crisi ed ha un basso livello di sopravvivenza a lungo termine. L’impresa sana, ed al contempo eticamente corretta, è quella che realizza l’armonica compenetrazione di tre processi di accumulazione: accumulazione della conoscenza tecnologica, accumulazione della conoscenza organizzativa e, come conseguenza dei primi due, accumulazione del capitale. I tre processi di accumulazione sono alimentati dalla continua ricerca di innovazioni, tecniche, organizzative, culturali.”

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Marco VITALE, Lineamenti per un’etica d’impresa, Conferenza tenuta presso il Collegio delle Peschiere di Genova, 1997.

Il cambiamento? Un puzzle

Mercoledì, 23 Luglio, 2008

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Fonte: La visione integrata dell’IT Governance, Risk e Compliance, ADFOR - 2008 

Schematizzare è sempre un po’ tradire, soprattutto se si parla di sistemi complessi. A volte però aiuta poiché rimarca appunto gli elementi mancanti, come nello schema riportato qui sopra e che trovo molto interessante.

Il diagramma mette in luce come siano necessari elementi contemporanei per cambiare, innovare, migliorare realmente le imprese italiane (e più in generale il sistema sociale, ma applicate lo schema a ciò che vi pare..). La mancanza di soltanto uno di essi fa crollare l’intero sistema finalizzato al cambiamento.
P.S. Senza contare che se ne manca più di uno si sommano anche gli effetti…

articolo tratto da www.humanitech.it di Dario Banfidario_banfi.jpg

Francois Michelin

Lunedì, 21 Luglio, 2008

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Presidente onorario del Gruppo Michelin (fatturato consolidato del 2007: 16867 miliardi di euro - 190 milioni di pneumatici all’anno)

Ho 81 anni, sono sposato da 56 anni e ho «ricevuto» sei figli con la missione di aiutarli a diventare ciò per cui sono nati. Ho lavorato in fabbrica per 50 anni e sono molto contento di averlo fatto, perché le difficoltà che tutti noi incontriamo sono il mezzo più grande che abbiamo per essere educati. Spesso è possibile ottenere più profitto da un fallimento che da un successo, perché quando si ottengono dei risultati positivi si rischia di «specchiarsi» senza analizzare nulla, mentre davanti a uno scacco siamo obbligati a essere attenti alla realtà e a imparare da essa.

Ho perso mio padre e mia madre all’età di 10 anni e mio nonno, che mi ha preso con sé, ha assolutamente voluto che imparassi a lavorare usando le mani. Ho imparato a lavorare l’acciaio, a montare pezzi difficili con la precisione di un centesimo di millimetro e non era affatto semplice.
Se non avessi tenuto conto della lima o del pezzo di acciaio che dovevo lavorare, non sarei arrivato da nessuna parte. Ho capito insomma che la materia era molto più forte di me. La mia esperienza con il legno e la latta, insieme alla formazione che mio nonno mi ha costretto a vivere, sono state un elemento fondamentale che poi ho ritrovato nella mia realtà professionale.

In questa scuola, creata dalla fabbrica, eravamo in molti ancora bambini e molti giovani (siamo arrivati a circa 6.000), figli di lavoratori dell’azienda.
Il nome non aveva nessuna importanza, eravamo fondamentalmente tutti uguali, con lo stesso desiderio di imparare. È stata per me un’esperienza sociale estremamente profonda; molti compagni dell’epoca sono morti, altri mi capita di incontrarli a parlare di quei tempi, sempre con molta nostalgia. Quando sono arrivato in fabbrica il mio responsabile era una persona molto più anziana di me, un ingegnere molto qualificato, entrato in fabbrica molti anni prima come operaio, una persona che, tra l’altro, ha inventato lo pneumatico radiale.

La prima cosa che mi disse fu: «Signor François, se lei non ama lo pneumatico, se ne può andare anche subito!», e aggiunse: «È perché amo lo pneumatico che sono riuscito a vincere molte difficoltà ». Questo vuol dire che se uno ama e ha la passione per il lavoro che sta facendo, tutte le difficoltà avranno un senso e diventeranno un’occasione di progresso. Tutte le grandi scoperte e invenzioni nel mondo sono state generate dal fatto che c’era qualcosa che non funzionava o che funzionava in modo insufficiente. Forse tutti conoscono la storia dei tre tagliatori di pietra, ma vale la pena ricordarla. Al primo viene chiesto cosa stia facendo e risponde: «Sto tagliando una pietra». La stessa domanda viene posta al secondo: «Sto creando una scultura». Il terzo invece esclama: «Sto costruendo una cattedrale ». Quando si lavora uno pneumatico, che è stato il mio lavoro per cinquant’anni, quando pensiamo che è un elemento importante di un’auto e si è attenti al cliente siamo nella posizione del terzo tagliatore, stiamo costruendo una cattedrale. C’è un fatto unico in Italia, che venga chiamato «operaio» chi lavora.

Chi è un operaio? Chi fa un’opera. Un giorno sono stato invitato a discutere di come potrebbe vivere un’azienda in un mondo virtuale; ho preso allora un vocabolario francese e ho scoperto che la radice vir significa «forza», indica un potenziale. La parola virtuale quindi ha un senso filosofico estremamente importante, indica cioè che state diventando quello che siete già in profondità. Un seme è «virtuale» di un albero. Alla fine della conferenza ho tirato fuori dalla tasca un seme di avocado e ho detto: «Questo è un avocado virtuale. Un’azienda in un mondo virtuale è un’azienda in un mondo di possibilità ed è proprio questo che è appassionante, perché il mondo industriale, guardandolo in modo positivo, non è già determinato. Ci sono sempre molte più possibilità di quante se ne immaginino in azienda stessa».

Ho fatto un lavoro ripetitivo e difficile e spesso ho provato una vera gioia quando i cambiamenti della situazione mi permettevano di trovare qualcosa di diverso in quello che facevo. È il lavoro dell’intelligenza e non è un lavoro ripetitivo. Questo è vero in qualsiasi lavoro. Pio XI parlava del «terribile quotidiano», il quotidiano nelle nostre giornate è ripetitivo, le nostre giornate sono ripetitive, ma ogni volta diverse, esattamente come gli incidenti stradali. Ancora una volta la possibilità di dare un gusto è data dal pensare al futuro proprietario della vettura. Se dimenticate la finalità di quello che state facendo la vostra attività sarà sempre sgradevole. Mi è capitato di discutere con le persone che puliscono le camere nella casa di cura dove è ricoverata mia moglie.

È difficile fare le pulizie per bene, in particolare in una clinica dove è importante che non ci siano polvere e microbi. È un lavoro estremamente ripetitivo. Mi sono sorpreso a vedere l’attenzione di quelle persone verso i malati, che dava un senso impressionante al lavoro. Come insegna il tagliatore di pietre, togliendo la polvere stanno costruendo la cattedrale.

Fonte: Avvenire, mercoledì 23 aprile 2008, p. 31

E’ in edicola il nuovo numero di “Prima Comunicazione”

Lunedì, 21 Luglio, 2008

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Servizio di copertina
CONCITA DE GREGORIO, SCELTA COME NUOVO DIRETTORE DELL’UNITÀ
De Gregorio, scelta dall’editore Renato Soru, come nuovo direttore dell’Unità, rilascia al nostro giornale le sue prime dichiarazioni. Asciutte, senza fronzoli e senza pompon: “Farò quello che ho sempre fatto, il giornalismo dei fatti”.
 
 
 Protagonisti
Luca Barbareschi - Attore, vice presidente commissione Trasporti e rompiscatole
Claudio Cappon - Il direttore generale della Rai. Annuncia la sua uscita
Josep Ejarque - Il dg dell’agenzia del turismo del Friuli: ecco come si fa marketing turistico
Oreste Flamminii Minuto - Il grande penalista: Io non esagero proprio per niente
Riccardo Luna - Il direttore sta preparando il mensile ‘Wired’ per Condé Nast
Federico Motta - L’ad del gruppo Motta presidente dell’Aie, nominato presidente della Fee
James Murdoch - Il chairman e ceo Europa e Asia assume la presidenza di Sky Italia
Gaetano Mele - L’amministratore delegato del gruppo Lavazza. Dalla carta al caffè
 
 Le altre scelte del mese
Opinioni - Carlo Rossella. Scrive la Columbia Journalism Review…
Quotidiani - E Polis. Su Internet con Banzai
Quotidiani - Sole 24 Ore . Arriva ‘Il’ maschile
Periodici - Playboy . Torna in edicola a dicembre
Radio - R101. Verso il break even
Personaggi - Roberto Bolle . Danza, ma parla pure. E tanto!
Comunicazione e pubblicità - In che senso? Il libro di Muzi Falconi
Comunicazione e pubblicità - Microsoft. Entra nell’advertising televisivo
Ricerche - e-Media . La mappa dei diritti tivù del calcio
Internet e tlc - Ferpi. Un sito social
Internet e tlc - Google. Sotto esame l’accordo con Yahoo!
 
 

Intervista a Mario Breglia, direttore Scenari Immobiliari

Mercoledì, 16 Luglio, 2008

Lucio Bergamaschi

Sabato, 12 Luglio, 2008

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Milanese, 50 anni, laureato in Filosofia all’Università Cattolica, giornalista professionista, per anni collaboratore del quotidiano Avvenire. Dal 1986 al 1994 è stato Capo Ufficio Stampa della Camera di Commercio di Milano e portavoce del Presidente Piero Bassetti.

Nel 1995 ha fondato Below, agenzia di relazioni pubbliche, nel 2001 Chiara&Associati e nel 2006 Big Size Outdoor, concessionarie di pubblicità esterna. Ha operato e opera come consulente di comunicazione per importanti aziende quali Gewiss, Epta, Finance Leasing, Castorama, Metro Cash & Carry e istituzioni culturali quali Filarmonica della Scala, Museo Diocesano di Milano, Fondazione Stelline, Ente EUR. Ha contribuito con la sua attività al restauro di alcuni tra i più significativi monumenti della città di Milano quali i Caselli Daziari di Porta Venezia, Palazzo Reale e attualmente l’Arengario in Piazza Duomo.

Ha ricoperto numerosi incarichi in enti pubblici elettivi e in associazioni di categoria quali Assorel, Club Santa Chiara e attualmente Agiar (associazione concessionarie grandi impianti). E’ stato docente a contratto di Relazioni Pubbliche presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano e svolge tutt’ora un’intesa attività formativa professionale.

E’ impegnato nel volontariato come socio dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza e consigliere della Cooperativa Sociale Lavoro e Solidarietà. Vive a Saronno (Va), è coniugato con due figli.

Rifiuti elettronici

Venerdì, 11 Luglio, 2008

di Enrico Sassoon  

sassoonjpg.gifIl mondo digitale potrà anche essere paperless (e non lo è), ma di certo non comporta neppure una diminuzione del monte di prodotti hard che vanno a finire nelle discariche. Sono milioni e milioni i computer e gli schermi che finiscono ogni anno in discarica, e il numero è in costante crescita. A questa massa di rifiuti solidi, che hanno un alto grado di tossicità a causa dei materiali utilizzati nella fabbricazione, si stanno aggiungendo milioni di televisori che le famiglie stanno cambiando, o cambieranno nei prossimi due-tre anni, per acquistare nuovi apparecchi digitali per sostituire gli analogici, e per passare a schermi più avanzati, tipo LCD.
Nell’insieme, si tratta non di una montagna, ma di parecchie montagne di rifiuti solidi e potenzialmente nocivi: secondo le stime delle Nazioni Unite, comunque altamente incerte, si parla di un ammontare compreso tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate all’anno, e la stessa ampiezza della gamma rivela il grado di indeterminazione del problema.
Il problema più rilevante di questa massa di rifiuti elettronici non è, però, la quantità fisica in sé, ma la tossicità. Smontare le apparecchiature e riciclarne le componenti è un’operazione complessa, perché non sempre i prodotti sono stati costruiti avendone in mente la fine vita. Ma soprattutto, può essere un’operazione pericolosa, se non condotta con i criteri appropriati.
Molti paesi risolvono il problema inviando i rifiuti elettronici nei paesi del Terzo mondo o nei paesi emergenti, come Nigeria, India, Cina e altri ancora. Di norma, l’iniziativa è presa da riciclatori che operano, spesso senza troppi scrupoli, nei paesi avanzati, ossia prevalentemente in Usa, Europa e Giappone. Questi riciclatori non si preoccupano di ciò che verrà fatto dei rifiuti una volta a destinazione, anche se sanno benissimo che si tratta di rifiuti ad alta tossicità potenziale. Che cosa se ne fanno di questa massa elettronica i paesi importatori?
Cercano, ovviamente, di trarne il massimo valore economico residuo. Smontano, appunto, recuperano e rivendono ciò che possono. A fare questo lavoro sono persone di tutte le età, bambini, donne, anziani, che operano senza alcuna protezione. I materiali tossici sono i più diversi e comprendono piombo, mercurio, bromo e cadmio, tutte sostanze che possono causare danni al cervello, al sistema nervoso e agli organi interni. Intere famiglie nel bisogno, però, se ne curano poco e maneggiano questi prodotti senza neppure conoscerne i rischi. Quanto ne ricavano? Secondo le stime della ONG Basel Action Network, si arriva a mettere insieme circa un dollaro e mezzo al giorno a persona. Se in famiglia ci lavorano in tre, significa quasi 5 dollari al giorno, molto in relazione ai livelli di povertà di molti paesi, poco per rischiare la vita.
Si può fermare il traffico di questi prodotti? Teoricamente sì, ma le difficoltà sono due. La prima è che esisterebbe un accordo internazionale che mette al bando il traffico: si tratta del Ban Amendment 1995 della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e dei relativi rifiuti. Il problema è che pochi paesi l’hanno sottoscritta (per esempio, non gli Usa). La seconda difficoltà è più seria: nei paesi importatori sono molti a contare su questo lavoro per vivere, per cui non vi è una richiesta di protezione che provenga da queste aree. Così i danni aumentano.

fonte: www.casaleggio.it
 

31 nuovi fondi immobiliari in Italia

Giovedì, 3 Luglio, 2008

ance1.jpgSolo nell’ultimo anno sono stati creati 31 nuovi fondi immobiliari mentre il patrimonio gestito ha sfiorato i 20 miliardi di euro, +25% rispetto a dicembre 2006.

Le SGR presenti sul mercato sono 28 e gestiscono 109 prodotti finanziari. I fondi speculativi, introdotti in Italia solo nella seconda metà del 2005, rappresentano, invece, il 20% dell’offerta totale.

Cresce la diversificazione degli investimenti: nell’asset allocation globale continua a calare la quota di investimenti in uffici (oggi al 53% del totale, contro il 67% circa del 2004) mentre è in crescita il comparto commerciale, il residenziale ed il turistico.

fonte: ANCE
 
 

Political divide

Giovedì, 3 Luglio, 2008

di Gianroberto Casaleggio

casaleggio.jpgIl digital divide accompagna lo sviluppo di Internet sin dalla sua nascita. In sostanza il digital divide deriva dalla mancanza diffusa di accesso alla Rete con una velocità adeguata.

I Paesi con percentuale elevata di utenti e banda larga dispongono di un asset ineguagliabile per la loro innovazione e crescita. Oltre alla diffusione della conoscenza, possono infatti sviluppare l’e-commerce con la creazione di colossi come Google, Amazon e eBay, avviare nuove imprese come YouTube e Easyjet e ristrutturare le aziende, grazie alla ridefinizione dei processi in rete, con conseguenti taglio di costi ed efficienza.

La diffusione di Internet è uno strumento competitivo, probabilmente il più competitivo in questo momento storico. Le nazioni con il numero più alto di utenti Internet (1 miliardo e cento milioni nel mondo), secondo la società di analisi statistiche e dati di mercato Internet World Stats, sono: Stati Uniti (19%), Cina (12,3%), Giappone (7,7%), Germania (3,6%), India (3,6%) e Gran Bretagna (3,4%).  Il dato va letto in modo differente per le nazioni in via di sviluppo come India e Cina con un tasso di penetrazione interno di Internet rispettivamente del 3,5% e del 10% e le nazioni occidentali con percentuali superiori al 60%.

La presenza di India e Cina in classifica dipende dalle loro popolazioni superiori al miliardo. Tracciare una linea e dividere il mondo con il digital divide è però un esercizio parzialmente corretto. Esistono infatti altre barriere insieme alla diffusione della tecnologia. Una di queste è la lingua, “language divide”. In Rete chi non conosce l’inglese è penalizzato.

La Rete non ha frontiere, pensare locale non porta risultati apprezzabili. Le prime cinque lingue della Rete sono l’Inglese (30%), il Cinese (14%), lo Spagnolo (8%), il Giapponese (7,9%) e il Tedesco (5,4%). Idealmente, per disporre delle informazioni in Rete, si dovrebbero conoscere almeno queste lingue, tra cui l’inglese è assolutamente necessario in quanto unica lingua realmente transnazionale, il nuovo esperanto di Internet. Vi è poi una ulteriore barriera per il reale utilizzo della Rete che è l’assenza di democrazia, che potremmo definire “political divide”.

Dove sono presenti le dittature si verificano due situazioni: l’assenza di Internet, o un suo utilizzo estremamente ristretto, o l’attuazione di mezzi coercitivi come leggi ad hoc, controlli e filtri. Nel mondo la Corea del Nord ha la leadership assoluta per con nessun utente Internet, seguono Cuba (2%) e Uzbekistan (3%). Difficile prevedere per questi Paesi uno sviluppo economico con il permanere di questa situazione. Altri Paesi come la Cina utilizzano strumenti di controllo sofisticati che, da un punto di vista tecnologico, li pongono all’avanguardia nel controllo della Rete. Questi Paesi sono aiutati spesso da società statunitensi che mettono a disposizione la loro tecnologia per entrare in nuovi mercati.
La Cina dispone di un “great firewall” che richiama la Grande Muraglia Cinese e ha come scopo di bloccare l’accesso a decine di migliaia di siti e il controllo dei contenuti presenti sulla Rete.

L’adozione di meccanismi di filtri per limitare la possibilità degli utenti sta diventando una pratica usuale nel mondo. Per la società OpenNet Initiative l’utilizzo di filtri a scopo di censura si sta diffondendo in particolare in Medio Oriente e in Asia.

Per limitare i danni in caso di pubblicazioni non lecite si può consultare il sito Electronic Frontier Foundation che dispone di un’area sui diritti dei blogger e di una guida legale per chi pubblica informazioni on line. Se la diffusione della Rete e della conoscenza rappresentano il futuro dell’economia, già oggi si può prevedere chi ne farà parte e chi no. Tecnologia, lingua e democrazia sono i tre assi su cui si sviluppa Internet.
A guidare il gruppo in futuro, oltre ai Paesi Occidentali ci sarà, tra i grandi Paesi, sicuramente l’India. Per chi applica la censura il futuro è invece molto incerto.
tratto da: www.casaleggio.it

Nei sistemi sanitari efficienza vuol dire solidarietà

Mercoledì, 2 Luglio, 2008

 di Ettore Gotti Tedeschi
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Sanità, solidarietà ed efficienza possono coesistere se si ripristina l’etica e se la responsabilità individuale del medico e il sistema sanitario fanno ciò che devono per essere efficienti. La solidarietà vera e non illusoria è conseguenza dell’efficienza, che a sua volta è frutto della competitività.

Siamo tutti convinti che un sistema sanitario debba essere della più alta  qualità, accessibile a tutti ed economico, cioè senza inefficienze e sprechi. Questi sono infatti pagati dalle fasce più deboli e indifese della popolazione. Da sempre si sente sostenere che solo un sistema pubblico garantisce qualità equa per tutti, soprattutto per i più deboli, mentre un sistema privato orientato al profitto indebolirebbe quello pubblico, non permettendo la giusta qualità per i meno abbienti. Eppure, per ragioni economiche il pubblico affida al privato parte delle prestazioni, e sulla base di tariffe che vengono tuttavia considerate inadeguate.

Per stabilire regole di efficienza che garantiscano l’indispensabile solidarietà, sembra però necessario andare oltre il nodo tariffario (anche perché così si aumenterebbero solo le uscite del settore sanitario):  si deve intervenire sulla domanda e sull’offerta di servizi, rispettivamente da parte del malato e da parte dell’ospedale e conseguentemente del medico.

Dal lato della domanda sembra esser prioritario promuovere un concetto di salute orientato alla prevenzione:  prevenire crea meno disagio all’individuo e costa meno che curare. Diffondere questo concetto di salute è compito dello Stato ed è un’educazione pubblica che va dai concetti più facili di igiene a quelli meno facili di rischio di malattia o incidente. Non è sufficiente scrivere sui pacchetti di sigarette che il fumo nuoce alla salute se poi se ne promuove la vendita. Non convince stimolare l’uso di diete per non ingrassare e dimenticare quelle più importanti, ma meno commerciali, per il diabete o le malattie cardiache. Non convincono i proclami dopo gli incidenti sul lavoro senza precisare a chi o a cosa ci si riferisce. Una prevenzione adeguata, invece, è protezione dell’uomo - il cui valore ci si ostina a non riconoscere realmente - e riduzione del costo sociale di malattie e incidenti.

Dal lato dell’offerta il primo problema da affrontare è quantitativo ed è relativo alla capacità produttiva, di fornire cioè servizi medici e letti in ospedale per evitare i casi di “sottocapacità”, ovvero di indisponibilità all’assistenza o di attese inammissibili. Questo problema si può risolvere con un ripensamento dei criteri organizzativi e con una tecnologia adeguata ai reali bisogni della popolazione.

Il secondo problema è la pura efficienza, cioè la riduzione dei costi sostenuti per i servizi sanitari. L’impressione è che finora si sia insistito sul sistema pubblico burocratizzandolo eccessivamente, riducendo la ricerca e lo stipendio dei medici. Il sistema pubblico continua a difendere la sua tutela della sanità, ammettendo poi implicitamente la sua minore efficienza nei confronti del privato dal momento che gli affida in outsourcing molte prestazioni. Ma queste gli sono delegate sulla base di tariffari che possono incentivare gli abusi costituiti dalla produzione di servizi sanitari inutili o dalla sostituzione di servizi meno costosi con altri più costosi.

È invece solo l’efficienza a garantire la solidarietà nei sistemi sanitari, e l’efficienza si ottiene riducendo i costi e aumentando la produttività. E a questa si arriva riducendo i tempi dei servizi e incrementando la redditività dei capitali investiti, evitando ovviamente gli sprechi e ottimizzando le risorse. Ma si possono sviluppare anche nuove idee innovative:  l’incremento delle cure domiciliari, la creazione di servizi specialistici accentrati di cui beneficino più ospedali in modo che questi ultimi diventino una sorta di poli di smistamento per aree geografiche, e così via. Basterebbe eliminare quelle barriere all’innovazione che sono mantenute per proteggere posizioni e impieghi.

Il terzo problema è qualitativo e si riferisce alla ricerca e alla tecnologia disponibili nelle fasi di diagnosi e di trattamento al fine di ridurre gli errori e gli incidenti. Siamo invasi da pubblicità e da richieste di donazioni, ma raramente sono diffusi bilanci sui risultati.

Ci si può infine domandare se non sia ora di avviare, prima di improbabili e lontane riforme sanitarie, più realistici provvedimenti assicurativi rivolti a tutte le fasce della popolazione, in modo tale da permettere ai pazienti di scegliere le strutture cui accedere, private o pubbliche che siano, e imponendo in questo modo criteri di competitività, che sono la premessa dell’efficienza e dell’efficacia, e pertanto anche della vera solidarietà.

 (© L’Osservatore Romano - 02 luglio 2008)

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