Rifiuti elettronici

di Enrico Sassoon  

sassoonjpg.gifIl mondo digitale potrà anche essere paperless (e non lo è), ma di certo non comporta neppure una diminuzione del monte di prodotti hard che vanno a finire nelle discariche. Sono milioni e milioni i computer e gli schermi che finiscono ogni anno in discarica, e il numero è in costante crescita. A questa massa di rifiuti solidi, che hanno un alto grado di tossicità a causa dei materiali utilizzati nella fabbricazione, si stanno aggiungendo milioni di televisori che le famiglie stanno cambiando, o cambieranno nei prossimi due-tre anni, per acquistare nuovi apparecchi digitali per sostituire gli analogici, e per passare a schermi più avanzati, tipo LCD.
Nell’insieme, si tratta non di una montagna, ma di parecchie montagne di rifiuti solidi e potenzialmente nocivi: secondo le stime delle Nazioni Unite, comunque altamente incerte, si parla di un ammontare compreso tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate all’anno, e la stessa ampiezza della gamma rivela il grado di indeterminazione del problema.
Il problema più rilevante di questa massa di rifiuti elettronici non è, però, la quantità fisica in sé, ma la tossicità. Smontare le apparecchiature e riciclarne le componenti è un’operazione complessa, perché non sempre i prodotti sono stati costruiti avendone in mente la fine vita. Ma soprattutto, può essere un’operazione pericolosa, se non condotta con i criteri appropriati.
Molti paesi risolvono il problema inviando i rifiuti elettronici nei paesi del Terzo mondo o nei paesi emergenti, come Nigeria, India, Cina e altri ancora. Di norma, l’iniziativa è presa da riciclatori che operano, spesso senza troppi scrupoli, nei paesi avanzati, ossia prevalentemente in Usa, Europa e Giappone. Questi riciclatori non si preoccupano di ciò che verrà fatto dei rifiuti una volta a destinazione, anche se sanno benissimo che si tratta di rifiuti ad alta tossicità potenziale. Che cosa se ne fanno di questa massa elettronica i paesi importatori?
Cercano, ovviamente, di trarne il massimo valore economico residuo. Smontano, appunto, recuperano e rivendono ciò che possono. A fare questo lavoro sono persone di tutte le età, bambini, donne, anziani, che operano senza alcuna protezione. I materiali tossici sono i più diversi e comprendono piombo, mercurio, bromo e cadmio, tutte sostanze che possono causare danni al cervello, al sistema nervoso e agli organi interni. Intere famiglie nel bisogno, però, se ne curano poco e maneggiano questi prodotti senza neppure conoscerne i rischi. Quanto ne ricavano? Secondo le stime della ONG Basel Action Network, si arriva a mettere insieme circa un dollaro e mezzo al giorno a persona. Se in famiglia ci lavorano in tre, significa quasi 5 dollari al giorno, molto in relazione ai livelli di povertà di molti paesi, poco per rischiare la vita.
Si può fermare il traffico di questi prodotti? Teoricamente sì, ma le difficoltà sono due. La prima è che esisterebbe un accordo internazionale che mette al bando il traffico: si tratta del Ban Amendment 1995 della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e dei relativi rifiuti. Il problema è che pochi paesi l’hanno sottoscritta (per esempio, non gli Usa). La seconda difficoltà è più seria: nei paesi importatori sono molti a contare su questo lavoro per vivere, per cui non vi è una richiesta di protezione che provenga da queste aree. Così i danni aumentano.

fonte: www.casaleggio.it
 

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