Archivio di Agosto, 2008

Aldo Civico, un italiano nello staff di Obama

Venerdì, 29 Agosto, 2008

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Ha lavorato per Hillary Clinton e adesso è stato chiamato da Barack Obama. Aldo Civico, antropologo e giornalista trentino purosangue, fratello di Mattia (che è stato candidato alle primarie per la segreteria del Pd trentino) è entrato a far parte della squadra di consiglieri del candidato democratico per le presidenziali americane di novembre. Civico, focolarino e grande esperto di relazioni internazionali, è il direttore del Center for international conflict resolution della Columbia University di New York. La sua vita assomiglia ad un romanzo. In America dal 2000, in precedenza aveva lavorato con Leoluca Orlando ai tempi della primavera palermitana ed è stato anche corrispondente dal Trentino per la Radio Vaticana.

Professor Civico, come è arrivato a diventare collaboratore di Obama?
In aprile ho avuto un lungo colloquio con il governatore del New Mexico in merito ad una delicata mediazione con le Farc colombiane per la liberazione di tre ostaggi americani. Poi, io già collaboravo con la campagna di Hillary Clinton. Quando lei ha deciso di rinunciare, sono stato contattato dai responsabili della campagna di Obama per collaborare con loro e ho accettato.

Perché?
Perché ritengo che Obama sia la più concreta chance di grande cambiamento che l’America abbia. Lui è un grande comunicatore politico, una persona che incarna il cambiamento, non è solo un candidato, ma un vero e proprio fenomeno.

Lei lavorava con la Clinton, in cosa sono diversi?
Anche lei era una grandissima candidata. Per quanto riguarda il voto popolare lei e Obama erano alla pari, con circa 18 milioni di voti. Obama aveva una manciata di voti popolari in più, poi il partito e i cosiddetti superdelegates hanno scelto lui ritenendo di interpretare questo bisogno di cambiamento espresso dal paese.

In cosa consisterà il suo lavoro con lui?
Qui i consiglieri della campagna si chiamano anche assessori. Noi dovremo preparare dei dossier sulle materie di nostra competenza in maniera che il candidato sia preparato in occasione dei dibattiti e possa far fronte a qualsiasi evenienza. In particolare, io dovrò preparare dossier sull’area andina e sulla Colombia in particolare.

Perché hanno pensato proprio a lei?
In America non ci sono molti esperti della Colombia, io la studio fin dai tempi del mio dottorato alla Columbia university.

Che tipo è Obama? E’ simpatico?
Non posso dire di averlo frequentato tanto da poterlo conoscere. Con lui ho avuto un lungo incontro durante la convention del 2004 a Boston. E’ una persona affabile, semplice e diretta. E’ un comunicatore politico straordinario. Non c’è pericolo di annoiarsi o di addormentarsi mentre parla.

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Lei era consigliere di Hillary Clinton. Che tipo è?
Lei mi chiedeva anche in maniera informale notizie sulla Chiesa cattolica. E’ una donna molto attenta e tenace. Una grande combattente. Spesso andavo da lei in Senato e facevamo lunghe chiacchierate nel suo studio. E’ molto simpatica e sa fare anche battute spiritose. Anche lei sarebbe stata una grandissima presidente. Come del resto lo sarà Obama. Loro due hanno il merito di aver fatto riavvicinare la gente alla politica dopo i disastri dell’era di Bush.

E’ sicuro che Obama vincerà?
Ovviamente lo spero, ma lo penso. In giro si sente questa voglia di cambiamento. Per troppo tempo la gente è stata lasciata ai margini dei processi decisionali.

Se dovesse vincere, in cosa Obama sarebbe diverso da Bush?
Intanto dal fatto che ritirerà le truppe dall’Iraq.

Come è arrivato a New York?
Ci sono arrivato nel 2000 prima per imparare la lingua e poi per il dottorato. Avevo maturato fin da ragazzo la passione per il giornalismo e per le relazioni internazionali. Ho iniziato a fare il giornalista quando avevo 18 anni come corrispondente dal Trentino per la Radio Vaticana sostituendo Walter Liber, poi mi sono fatto le ossa in tutte le radio trentine e poi nel’91, mi sono trasferito a Palermo e ho lavorato come addetto stampa di Leoluca Orlando. Poi ho fatto il giornalista free lance per testate tedesche e poi sono andato negli Stati Uniti.

Come mai? Voleva cambiare vita?
Sono partito per due motivi. Il primo era legato al Movimento dei focolari, noi che viviamo nella comunità del Movimento siamo sempre disponibili ad andare dove c’è bisogno. Il secondo è proprio perché mi ero appassionato alle relazioni internazionali.

Adesso che lavora con Obama potrà entrare anche nell’amministrazione americana?
Dovrei essere cittadino americano e posso fare domanda alla fine di quest’anno.

E la farà questa domanda?
Non lo so ancora.

Lei è trentino doc, la frequenta ancora?
Ho lasciato Trento che avevo 22 anni. Adesso mi hanno offerto di insegnare ad un corso del Master di risoluzione dei conflitti alla Scuola di studi internazionali. Tra un po’ porterò con me in Colombia una ventina di giovani trentini per fargli conoscere la realtà del conflitto.

Nel 2003 ha anche subito un attentato dalle Farc mentre era a Granada, in Colombia con Leoluca Orlando al seguito del presidente Uribe. I suoi genitori sono preoccupati di questa vita avventurosa?
Ormai ci hanno fatto il callo.

tratto da: trentinocorrieredellealpi.it

Chi è Stato? Gli uomini che fanno funzionare l’Italia.

Mercoledì, 27 Agosto, 2008

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“Chi è Stato?”. Chi sono gli uomini che rappresentano al meglio lo Stato e “fanno funzionare l’Italia”? Quale il loro itinerario di formazione umana, intellettuale e professionale? Quali sono gli aspetti cruciali di alcune funzioni chiave dello Stato? Quale è il rapporto tra la carenza diffusa di senso dello Stato, la decadenza della politica, la crisi delle classi dirigenti e la caduta del senso civico? Cosa sta alla base di fenomeni come la guerra alla “Casta” e il “grillismo” e come reagire? Quali sono gli effetti dell’abbattimento del valore del merito e della concorrenza e quali sono le risposte possibili? Sono queste alcune delle domande cui il libro decisamente unico nel panorama editoriale italiano - offre risposte nuove e molto significative.

Un libro un po’ saggio, un po’ pamphlet, un po’ manuale, scritto con linguaggio plastico, a volte tagliente ma sempre lineare e comprensibile al largo pubblico, che accompagna il lettore fino al “cuore dello Stato” e alla scoperta dei nuovi fermenti della società italiana.

Titolo:  Chi è Stato? Gli uomini che fanno funzionare l’Italia
Autore: Tivelli Luigi
Prezzo: € 12,00
Dati: 2007, 226 p., brossura
Editore: Rubbettino   

Disneyland chiama Italia

Martedì, 26 Agosto, 2008

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di Enrico Sassoon

Disneyland chiama Italia? Non nel senso proprio dell’espressione, quasi che la grande azienda americana pensi di aprire un nuovo megaparco dei divertimenti nel nostro paese. Le aziende americane, anzi, come quelle degli altri paesi se pensano all’Italia lo fanno per disinvestire.
Il riferimento è stato fatto da Fareed Zakaria, direttore dell’edizione internazionale di «Newsweek», che ha recentemente scritto esplicitamente che l’Italia rischia di trasformarsi in una Disneyland culturale, «con begli alberghi e splendidi monumenti che potrebbero diventare l’effimera verniciatura per nascondere una società corrotta e immobilista». Per Zakaria, la colpa va attribuita storicamente a una «unificazione nazionale troppo recente, che ha prodotto un Paese diviso e frammentato, e a un sistema politico completamente disfunzionale, creato dagli americani dopo la seconda guerra mondiale per evitare l’ascesa di un altro Mussolini», ma che di fatto ha portato a una paralisi politica e sociale.
Se queste sono, secondo Zakaria, le ragioni storiche, altre sono più politiche e contingenti: il primo ministro ha troppo poco potere e ha le mani legate; il Parlamento è demograficamente troppo vecchio e non riesce ad attrarre giovani brillanti; il sistema partitico non funziona; quello politico è collassato. Però il giornalista americano ha anche delle soluzioni: dare più potere al premier, come in Gran Bretagna; riformare il sistema elettorale ispirandosi al bipartitismo americano per eliminare la follia dei piccoli partitini che rendono il paese ingovernabile e dare vita a maggioranze coese e chiare. E soprattutto fare piazza pulita dell’attuale leadership, in cui nessuno ha fiducia, né in Italia né all’estero.
Certo, Zakaria la fa facile, perché cambiare il sistema politico, quello elettorale e la leadership sono obiettivi che si perseguono da anni con ben scarsi risultati. Ma ha ragione su un punto: nessuno ha più fiducia. Un indicatore è particolarmente significativo, quello degli investimenti esteri. Dall’estero sono sempre meno quelli che vogliono investire in Italia e il primo motivo è e resta l’instabilità politica, seguita dalla scarsa trasparenza (un bel modo per dire che c’è corruzione). Una recente indagine della Ernst & Young rivela che nel 2007 l’Italia è passata, come investimenti dall’estero, dalla 14° alla 15° posizione mondiale. In Gran Bretagna sono state fatte 713 operazioni, in Francia 541 e il Germania 305. In Italia solo 69. È un segnale preoccupante e indica che davvero gli stranieri ormai tendono veramente a considerare l’Italia una Disneyland un po’ arruffona e un po’ ammaccata, dove si fanno le vacanze e si mangia bene, ma dalla quale è meglio tenersi alla larga.

 tratto da casaleggio.it

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